1. Contenuto scientifico della psicologia criminale.—2. Processo
di _distinzione_ di qualunque fenomeno; formazione naturale del
pensiero.—3. Come sorge l’evento psichico del dato giuridico
punitivo.—4. Genesi della _sanzione_ sociale; concetto del _dolo_
nelle fasi evolutive della coscienza giuridica dei popoli.—5.
Cenno storico dello studio psico-fisiologico del delinquente.—6.
Gli odierni scrittori delle differenti discipline intorno al
delinquente.—7. Stadio integrativo della psicologia criminale.—8.
La teoria _dinamica criminale_ fondamento degli studi psicologici del
delinquente; precedenti scientifici in Romagnosi ed in Carmignani.
=1.=—La psicologia criminale è una branca distinta della psicologia
comune e della scienza del diritto di punire. La psicologia comune
insegna le leggi del pensiero o le leggi della formazione naturale
della coscienza; la scienza punitiva si occupa della genesi giuridica
del reato e delle norme legislative per prevenirlo e reprimerlo.
Dall’accordo ultimo dei principî, che regolano la produzione e la
evoluzione dei fenomeni psichici, con quelli inerenti al fenomeno del
delitto, nasce la psicologia criminale il cui contenuto scientifico
è nel _complesso delle leggi che presiedono alla formazione psichica
del fenomeno del delitto considerato dal duplice aspetto di processo
evolutivo e di processo dissolutivo_. La trattazione della materia
assunta darà la spiegazione di quanto per ora enunciamo.—Ma come la
psicologia criminale è nata e quali sono i suoi limiti di svolgimento?
=2.=—Qualunque fenomeno progressivo, quello del pensiero compreso, non
è che _distinzione_ operata su precedenti fenomeni meno distinti. Dalla
formazione naturale del sistema solare alle più alte manifestazioni
della umana intelligenza il principio è costante e si concreta
nell’accrescimento di precisione e coerenza con maggiore integrazione
dell’effetto prodotto. La scienza può concepirsi come conoscenza
definita in opposizione alle conoscenze indefinite del volgo, e però
il suo carattere essenziale di progresso sta nell’accrescimento di
precisione; di guisa che—secondo Spencer—se la scienza è stata, com’è
indubitabile, uno sviluppo graduale delle cognizioni indefinite del
volgo, compiutosi attraverso i secoli, è necessario che la conquista
graduale della grande precisione che oggi la distingue sia stato il
tratto principale della sua evoluzione.
Il vero, che è l’obbietto della mente, dapprima lo percepiamo confuso
con la esistenza delle cose; poscia grado a grado lo apprendiamo
determinato nei rapporti di spazio e di tempo, per indi sottoporlo
al potere riflessivo e precisarlo, distinguendolo, nelle molteplici
attinenze dell’attività del pensiero scientifico. Nè suppongasi che
la distinzione interrompa la continuità dei processi formativi, chè a
ciò si oppone la legge di persistenza di qualunque specie di energia;
nè che l’unità del fenomeno impedisca che questo si decomponga negli
elementi primigenî. Quindi, al dire di Ardigò, «il pensiero è,
effettivamente, e molteplice e uno; poichè anch’esso, il pensiero, è
natura, ossia una formazione naturale, come tutte le altre cose. È
molteplice come l’aggregazione degli atomi dell’organismo, del quale
è la funzione. È uno, come la legge per la quale gli atomi stessi
non possono sottrarsi all’azione dell’uno sull’altro. Il pensiero
è una formazione, ossia un effetto determinato, per la legge della
distinzione, in un punto dell’universo, per la forza risiedente nel
tutto, come ogni altra cosa. La contraddizione fra i due termini, della
unità e della molteplicità, non è che la conseguenza d’una idea falsa e
ormai discacciata definitivamente dalla scienza positiva; l’idea, cioè,
della sostanza metafisica, sottoposta ai fenomeni del pensiero e della
materia»[1].
=3.=—L’evento psichico del dato giuridico punitivo sorge per la
distinzione ed organizzazione delle idealità sociali antiegoistiche
di fronte alle tendenze egoistiche individuali. Ammesse le relazioni
tra’ simili, il primo insorgere d’una ragione naturale di diritto
è nell’affermazione di _prepotenza_ del forte verso il debole;
ovvero nell’esplicazione del talento egoistico in opposizione colla
ragione antiegoistica o della idealità sociale o della giustizia. Gli
effetti della civiltà, e l’abito mentale di adattamento ai medesimi,
partoriscono l’idea d’un _potere_ costituito il quale elimini o
impedisca gli atti di prepotenza individuale, dapprima con la sanzione
spontanea della pubblica opinione, con gli usi, con i costumi, col
sentimento religioso; poscia con sanzioni preventive e repressive
legali.
Procedendo la vita sociale parallela alla creazione della idea di
giustizia, ed essendo questa la condizione integrale perchè l’aggregato
collettivo conservi il suo organismo, si conclude, con l’Ardigò, che
la giustizia sia la _forza specifica_ della Società; ne è la forza
specifica come si direbbe che l’_affinità_ è la forza specifica delle
sostanze chimiche, la _vita_ delle organiche, la _psiche_ degli animali.
=4.=—Assommandosi le esigenze delle idealità sociali in contrasto
con l’uso della forza individuale, l’elemento psichico del delitto si
venne vieppiù distinguendo; poichè, col tramutarsi l’idea di giustizia
in forza di repressione, si separò il dato obbiettivo, di pericolo
e di danno, dell’atto antigiuridico, dal dato soggettivo, di stato
di coscienza contrario al modo comune di sentire, di pensare e di
volere, e si concluse con la necessità di una _sanzione sociale_,
mercè l’applicazione della pena. Di qui il concetto del _dolo_, il
cui significato, nelle fasi evolutive della coscienza giuridica dei
popoli, è vario ed indeterminato. Il Mittermayer[1], il Nicolini[2] ne
assegnano il fondamento or di inganno e di finzione, or di ogni arte e
stratagemma onde nascondere altrui la propria intenzione nei fatti che
serbano l’apparenza di essere ad essi contrarî. Il Buccellato, dopo di
aver detto che il _dolus_ in origine significa _esca_ (_δέλ-εαρ_) e per
traslato ogni mezzo di _adescamento_ per trarre gli altri in inganno,
conclude che il _dolus_ si contrappose a _vis_, l’aperta violenza;
dualismo che si riscontra anche nell’antico diritto germanico[3].
Finalmente il dolo, o elemento soggettivo del reato, si è mano
mano integrato con la intenzione e volontà di infrangere l’ordine
morale e giuridico, con la coscienza di contravvenire al dovere di
rispetto verso i simili, con la volontarietà del fatto dannoso, e
con altri fattori psichici ai quali si è ricorso per suffragare
teorie indirizzate a meglio fissare il fondamento dell’imputabilità
dell’individuo.
Per l’influsso delle idee metafisiche ed aprioristiche intorno ai
fenomeni della psiche e per la errata interpretazione dei fatti sociali
si giunse a concepire il delitto un _ente giuridico_, ed il delinquente
quale un essere fuori la influenza dell’ambiente o delle leggi naturali
dinamiche alle quali tutti i fenomeni sono sottoposti.
=5.=—Parallelo al processo storico-giuridico differenziale
dell’elemento soggettivo del delitto, si maturava lo studio del
medesimo obbietto, ma in campo diverso, con l’uso del metodo
sperimentale ed induttivo, senza punto allontanarsi dall’osservazione
della realtà effettuale delle cose. Non già, quindi, astratte
supposizioni ed ipotesi gratuite ed arbitrarie suffragate dalla
sola necessità logica di sistema; ma indagini analitiche, raffronti
analogici, pazienti comparazioni, spassionate riflessioni furono i
mezzi onde scienziati positivisti si indirizzarono alla soluzione
del fenomeno del delitto col prendere ad esaminare la persona del
delinquente, nelle sue qualità fisiche e morali e nelle cause ambienti
che avrebbero potuto influire a destare ed a rafforzare le di lui
tendenze malefiche.
La maggiore attenzione fu dagli antichi rivolta alle note esteriori
somatiche, teratologiche od atipiche, massimamente della fisonomia,
ed al complesso dei segni degenerativi fisici, che facevano arguire
qualità morali anormali.
Aristotele e Galeno sono tra’ primi; presso i Romani evvi Cicerone,
per non parlare di minori. Ippocrate lasciò preziose riflessioni
circa l’azione del mondo esterno sulle nostre inclinazioni, non che
il rilievo da attribuirsi alle forme irregolari organiche. Erano
osservazioni profonde che dal campo della scienza passavano nel campo
dell’arte e si rispecchiavano in concezioni geniali di sommi poeti.
Il Tersite di Omero, eppoi, dello stesso, il brigante Autolico, nonno
materno di Ulisse; Achille, Menelao predoni abituali e crudeli; e,
nei tragici, Edipo parricida, Ulisse com’è dipinto nel _Filottete_
di Sofocle, l’Ercole furente di Euripide, l’Ajace di Sofocle, ed
in fine Oreste, delinquente tipico impulsivo, sì maestrevolmente
tratteggiato da Eschilo (nelle _Coefore_ e nelle _Eumenidi_), da
Sofocle (nell’_Elettra_), da Euripide (nell’_Elettra_ e nell’_Oreste_),
sono a dimostrarci quanto l’arte valga ad anticipare le scoverte della
scienza, e come essa, cogliendo direttamente la visione della realtà,
meno si allontani dalle vie del vero, dal quale ci distoglie, sì di
frequente, il ricercato sussidio di una logica artificiale.
=6.=—Era, però, riserbato ai nuovi tempi l’assunto di dettagliare
ed approfondire la conoscenza psicofisica del delinquente. Ed ecco
una schiera di nomi, nelle cui opere è sparso tutto il materiale
scientifico che dovrà servirci di fondamento alle applicazioni nella
nostra disciplina: G. B. Porta, Lavater, Gall, Lauvergne, Gasper,
Morel, Lucas, Ferry, Wilson, Nicolson, Thompson, Despine, ecc.
Ai nostri dì nessuno più sconoscerà il merito sommo di C. Lombroso che,
avendo sistematicamente raccolti i dati antropologici del delinquente,
agevola di molto il còmpito del psicologo inteso a costruire su solide
basi la scienza della psiche del criminale, in applicazione di teoriche
positive le più accettate da reputati scrittori di psicologia generale.
7.—Ma, anche ad ammettere che sia già preparato il materiale
scientifico, in molta parte sperimentale, per la sistemazione di
teorie psicologiche criminali, la peculiare branca distinta manca
tuttavia di contenuto proprio. Molti confondono la psicologia
criminale con l’antropologia, con la sociologia criminale o con la
psichiatria. Krafft-Ebing, ad esempio, nel suo magistrale trattato di
_Psicopatologia Forense_, non fa che limitare lo studio psicologico
alla discussione della libertà o meno degli atti criminosi, ed ai
principî fondamentali della imputabilità: il resto è materiale di
patologia o neuropatologia. Nè altrimenti avviene in altri scrittori,
compresi Lombroso, il Virgilio, il Marro tra’ nostri; vi sono nozioni
isolate preziose; manca l’ordine, la coordinazione, l’unità del
sistema. Forse—e lo vedremo—un indirizzo organico scientifico
comincia ad apparire nel dominio della psicologia criminale collettiva,
dopo le opere del Tarde, del Rossi, del Sighele: ma oh! quanto è ancora
desiderabile che le ricerche avanzino perchè si possa dire di aver
tracciati sicuri confini di separazione tra la nostra disciplina e
le affini. In generale il difetto promana dalla esagerata importanza
accordata al fattore o lato patologico del reato a detrimento dei
fattori psichici: il che non deve recar meraviglia, se si consideri
che quelli che più di frequente si propongono il còmpito di esame del
delinquente non sono psicologi di professione, ma psichiatri: ciò che
abbonda in un campo, manca nell’altro.
=8.=—Lo stadio percorso, fino a noi, dalla psicologia criminale è
semplicemente _descrittivo_: vi sono le nozioni, manca la scienza.
La psicologia generale è, però, sì innanzi da facoltarci ad avvalerci
dei suoi lumi per coordinare il prezioso materiale sparso intorno
ai principali problemi della psiche del delinquente, fecondarlo ed
unificarlo.
La teorica, che da anni noi propugniamo e che va sotto il nome di
_teorica dinamica criminale_, segna l’estremo limite di conciliazione
tra i veri generalmente accettati dalla psicologia dell’uomo normale
e le nozioni delle anomalie, somatiche e psichiche, proprie del
delinquente. L’uomo è una energia, od un complesso di energie in
atto: o che egli si svolga normalmente, o che devii dal funzionamento
della media degli uomini, non si libererà giammai dal potere delle
leggi dinamiche che si riconnettono, in ultima espressione, alla
legge di causalità. Comprendere, dunque, la genesi, le variazioni,
le oscillazioni, l’antagonismo delle energie psicofisiche dell’uomo
comune; saperne cogliere l’aumento ed il decremento, le successive
trasformazioni, la repentina insorgenza ed il lento accumularsi
e stratificarsi di esse negli atti riflessi e nel fondo oscuro
dell’inconscio, è sufficiente preparazione per scendere nei penetrali
inesplorati dell’anima del delinquente e render palesi le leggi
ond’ella è governata. Che se ai cànoni derivati dalla psicologia si
aggiungano i sussidî della psichiatria, dell’antropologia e della
sociologia criminale, il còmpito ci riuscirà meno difficile e con più
probabile buon esito.
A dir vero, in Italia non è la prima volta che siasi intuita la genesi
dinamica del delitto: il Romagnosi ne fu l’antesignano.
Egli comprese che «esiste una infallibile e costante connessione fra
i motivi, che sono presenti all’intendimento, e le determinazioni
dell’umana volontà; e queste determinazioni sono sempre relative e
proporzionate alle specie e alla energia dei motivi medesimi»[4]. Ed
altrove: «Se entro le idee reprimenti non fosse racchiusa una naturale
energia operante sulla sensibilità e volontà umana; se il consenso di
queste facoltà non piegasse a seconda ed a proporzione delle forze
delle idee suddette, come potrebbesi spiegare ed asserire, non dico
soltanto che esse abbiano efficacia a frenare o a rallentare gli altri
precedenti impulsi, ma che nemmeno abbiano la facoltà di produrre un
effetto qualunque?»[5]. Anche il Carmignani afferma, che la forza
dell’animo necessaria all’offesa non può decrescere che per l’azione di
forze estranee che la deprimono; ed oltracciò, che la forza dell’animo
umano è come tutte le altre forze, che agiscono in natura, soggetta
ad anomalie, ad aberrazioni, ed a vicende prodotte da altre forze, le
quali, quasi episodiche alla principale, s’innestano, la modificano e
talvolta ne cambiano l’indole affatto[6].
Le idee sostanziali del novello indirizzo erano bene apprese: ma prima
che la filosofia non abbandonasse il metodo aprioristico, e prima che
la biologia, la fisiologia e la psicologia non si uniformassero al
comune sistema evolutivo unitario, mancavano i mezzi per verificare nei
singoli fatti o nei multiformi stati di coscienza del delinquente la
non difformità, al dir del Carmignani, della forza dell’animo umano, da
tutte le altre forze che agiscono in natura.
La psicologia criminale, finalmente, non soltanto si propone l’intento
di analizzare ed apprezzare il fenomeno del delitto nel suo contenuto
soggettivo, ma si propone ancora di tentare il problema penitenziario
o repressivo, nei modestissimi confini a lei imposti; di contrapporre
al funzionamento psichico pericoloso del delinquente qualche rimedio
di cui ci sia concesso disporre senza infrangere le esigenze della
giustizia _forza specifica_ della Società.