Chi ha avuto ha avuto.
Erano passati trenta giorni dalla condanna di Tizio Caio Sempronio
e dalla sua consegna legale in mano dei creditori. Il termine cadeva
proprio in un giorno di mercato, e il degnissimo pretore Marco Rutilio
Cordo sedeva maestoso in tribunale, attorniato dai littori ed intento
ad amministrare la giustizia.
Cause di molta importanza non ce n'erano, quel giorno; nessun oratore
di grido aveva a sfoderare le armi della sua invitta eloquenza. Eppure,
quel giorno, si vedeva nel foro una calca più fitta del solito, perchè
i creditori di Tizio Caio Sempronio, del più bello, del più elegante
tra i cavalieri di Roma, dovevano condurre il loro prigioniero davanti
ai pretore, e annunziare ad alta voce la somma del debito, se mai si
presentasse qualcuno a pagare per lui e a farlo rimettere in libertà.
Intendiamoci bene, tutta quella gente ci andava per vedere le facce
malinconiche dei tre creditori, essendo noto a tutta Roma il fatto
della fuga di Tizio Caio Sempronio.
Dov'era andato a far capo il giovinotto? Saperlo! I littori lo avevano
cercato per ogni dove; ma fiaccamente, diceva Cepione, che non sapeva
darsene pace. Il feroce argentario, nello sfogo delle sue bizze,
era trascorso ad accusare il console Sulpicio Rufo di connivenza nel
colpo di mano, imputato da lui e da Clodia Metella all'amore di Giunia
Sillana pel nostro cavaliere. Per veder giusto in certe cose, non ci
sono che i nemici e le donne. À quelli aguzza l'ingegno il rancore;
queste non hanno mestieri d'aguzzarlo; la finezza del senso è in loro
una seconda natura.
Giunia Sillana aveva sorriso di quei sospetti, contenta che avessero
dato nel segno. Ma il console Sulpicio non ci aveva le stesse ragioni
di lei per lasciar correre, e fatto chiamare a sè l'argentario, gli
aveva data una strappazzata coi fiocchi. Badasse a' casi suoi, tenesse
la lingua tra i denti; se no, povero a lui! E il nostro Cepione,
quantunque di mala voglia, si era inchinato, aspettando il giorno
dell'udienza pretoria, a cui doveva presentarsi, in compagnia de' suoi
sozii, egli e loro con un pugno di mosche.
Or dunque, mentre il sapientissimo e santissimo uomo Marco Rutilio
Cordo stava sulla sua sedia curule, rendendo giustizia e accomodando
in bella guisa le pieghe della sua toga pretesta, comparvero davanti al
tribunale i tre usurai.
— Che cosa volete? — domandò.
— Pretore, ti chiediamo giustizia.
— Qui la si fa sempre, e per tutti. Di che vi lagnate?
— Del fatto che sai. Trenta giorni or sono, tu ci hai dato nelle mani
il nostro debitore Tizio Caio Sempronio....
— E fu bene, perchè egli non aveva pagato per intero il suo debito.
Lo avete portato via a buon dritto ed io spero che lo avrete nutrito
secondo la legge, o permesso che egli si nutrisse meglio, a sue spese.
— Ah sì, egli s'è nutrito davvero; — gridò Crispo Lamia. — Lo stesso
giorno che tu ce lo hai consegnato, il prigioniero è fuggito.
— Fuggito?
— Sì; lo ignori tu forse, mentre tutta Roma lo sa?
— Cittadini, — rispose gravemente il magistrato, — io qui non debbo
sapere se non quello che consta al mio tribunale. Dunque, è fuggito? E
voi ve lo siete lasciato sguizzar di mano?
— Un tradimento! — urlò Cepione. — Un indegno tradimento! Egli non può
esser fuggito senza la connivenza di qualcheduno.
— Accusate, e vedremo; — disse il pretore.
— Ma.... — balbettò l'argentario, che rammentava la minaccia del
console, e voleva pur dire qualcosa; — i complici son troppo alti e
potenti. —
Marco Rutilio Cordo aggrottò le ciglia senz'altro.
— Non c'è nessuno troppo alto o possente, in Roma, davanti alla maestà
delle leggi. Parlate dunque, accusate liberamente. Vi avverto, per
altro, — soggiunse, con accento severo, — che le mezze accuse non
giovano, ed io vi farei costar care le false. —
Cepione, inviperito, voleva replicare. Ma i suoi colleghi, più
prudenti, lo tirarono per un lembo della toga.
— Non mettere te e noi in un ginepraio, — gli bisbigliarono
all'orecchio. — Tu lo vedi; il pretore non ischerza. —
Cepione li chetò con un gesto della mano, che voleva dire: ho capito. E
abbassando il tono, ripigliò:
— Ma il nostro credito, chi ce lo paga? Che cosa ci rimane, se il
debitore è sfumato? Il suo nome nella tua sentenza! In verità, è troppo
poco.
— Non dico di no; rispose Rutilio Cordo, soddisfatto di vederli calare.
— Ma non son io che vi ho fatto perdere il pegno. E proprio volevate
farlo in tre pezzi?
— In tre pezzi, sì, in tre pezzi, come ci consentono le patrie leggi.
— E sia; lo potete. Spartitevi quel che rimane, senza pregiudizio
del vostro diritto su tutto quel più che potrà ritornarvi in balìa. A
te, Crispo Lamia, sérviti pel primo, quantunque tu non sia il maggior
creditore, ed abbi Tizio, il prenome. A te, Servilio Cepione, prenditi
Caio, il nome gentilizio. E tu, Furio Spongia, abbi quel che rimane,
Sempronio, il cognome della famiglia. Lo volevate dividere in tre;
vi accordo il taglio, vi assegno le porzioni; non se ne parli più
altro. —
Così nella sua alta sapienza Marco Rutilio Cordo, che qualche volta
amava far la burletta, vizio che è rimasto e s'è perpetuato presso
tutti i giudici della terra, a rendere manco noiose le lunghe ore
d'udienza!
Una risata omerica di tutti gli astanti accolse la sentenza del
pretore. Quando la voce fu passata di fila in fila, per modo che ne
fossero informati i più lontani, fu uno scoppio d'ilarità in tutto
il Foro; ilarità che si propagò per tutte le vie, per tutti i chiassi
dell'eterna città. Le aquile e i corvi, frequentatori assidui dei sette
colli, passando a volo sulle mura di Romolo, in quel momento d'epica
giocondità, rimasero un pezzo a becco aperto, domandando tra sè per
qual ragione fosse uscito dalla sua serietà il popolo più grave e più
contegnoso dei mondo.
La sentenza di Marco Rutilio Cordo, buttata là senza pretensione e così
per mandare a spasso quei tre noiosi argentarii, trovò i suoi lodatori,
e passò in proverbio la divisione di un nome in tre parti. Tizio Caio e
Sempronio restarono separati e per sempre. I nomi d'Aulo, di Nigidio,
ed altri, che erano serviti fino allora ai giureconsulti nel proporre
gli esempi, cedettero il luogo a quei tre. Tizio ha dato a Caio; Caio
ha negato a Sempronio; e avanti di questo passo, fino al tempo nostro,
che tramanderà l'usanza ai venturi.
Lettori dell'anima mia, vi ho chiarito un passo d'archeologia romana, e
voi siete capaci, non che di rendermi grazie, di non prestar fede alle
mie trovate. Questa è la sorte di tutti i grandi scopritori, ed io mi
rassegno.
Ma voi siete anche capaci di chiedermi come e dove andasse a finire
il giovinetto, a cui era toccata quella burlesca _diminutio capitis_.
Ed ecco, è per l'appunto quello che ignoro. Ho rovistato in tutti i
bugigattoli della storia, e non ho trovato un bel nulla.
Leggo cionondimeno in Plutarco, nella vita di Elvio Sillano (quel
valentuomo che sapete, e reputato degno di entrare in paragone con un
eroe della Grecia), che la bella Giunia Sillana era molto tranquilla.
Segno evidente che l'amico doveva star bene e che si adattava di buona
voglia alla necessità di conservare l'incognito.
Un giorno, la bella pallidona s'imbattè in Clodia Metella. Le due
matrone non si erano più visitate, nè incontrate per via, dopo la
stagione delle bagnature nel golfo di Neapoli.
Giunia Sillana fece le viste di non riconoscerla. Ma l'altra le andò
incontro difilata, e col più amabile dei sorrisi sul labbro. Dicono
i pratici che le signore donne ci abbiano sempre questo sorriso in
mostra, quando si dispongono a dare una stoccatina a qualche amica del
cuore.
— Oh, bellissima, — gridò Clodia Metella, prendendo amorevolmente le
mani dell'amica, — come stai? Non ti si vede più.
— Sto bene e tu mi vedi; — rispose asciuttamente Giunia Sillana.
— Ah sì, una volta all'anno! Beato chi ti possiede! Dimmi, a proposito,
che cos'è avvenuto di quel leggiadro cavaliere?.....
— Di che cavaliere mi parli? — chiese Giunia Sillana, seccata
dall'intenzione sarcastica di quel modo avverbiale che aveva usato
Clodia Metella.
— Di Tizio Caio Sempronio, poichè bisogna dir proprio il suo nome.
Dicono che sia andato all'esercito di Cesare.
— Sarà vero.
— Ma dicono altresì che non sia uscito di Roma e che viva nascosto in
una tua villa.
— Sarà vero anche questo. —
Tanta imperturbabilità era piuttosto singolare, e Clodia si morse le
labbra dal dispetto.
— Dunque, mia bellissima, tu conservi il segreto. Non ci sarà verso di
cavarti nulla di bocca?
— Perchè dici questo? Ho anzi un'imbasciata per te; — rispose Giunia
Sillana.
— Da lui?
— Sicuramente, da lui.
— Oh Venere madre! e sei stata così buona....
— Da incaricarmene, certamente. Povero giovane, è così gentile d'animo
e memore delle sue vecchie amicizie! Egli m'ha detto di consigliarti
in suo nome l'uso quotidiano e abbondante dell'acqua di Cosmo. Servilio
Cepione si lava così poco, e lascia un odore così cattivo su tutto ciò
ch'egli tocca! —
La botta era andata al cuore. Clodia Metella perdette il lume degli
occhi.
— Mi pagherai questo affronto, faccia di verderame! — sibilò essa, con
voce soffocata dalla rabbia.
Giunia Sillana non si commosse punto, nè alla minaccia, nè all'insulto.
— Io non ti temo; — rispose; — tutta Roma sa chi tu sei, quadrantaria!
Del resto meglio esser verdi, che impiastricciate di medicamenti
letali. Si narra che Metello Celere, il tuo povero marito, per averti
baciata sulle guance, sia morto. —
In questa guisa le due matrone si separarono, sorridendosi a vicenda,
mentre i loro servi si tenevano ad una rispettosa distanza.
Giunia Sillana non aveva certamente a temer nulla dallo sdegno di
Clodia. Elvio Sillano era del partito di Cesare, che trionfava, e
Clodia Metella doveva appiccar la voglia all'arpione. Del resto, era
andata maledettamente giù, la quadrantaria. E vennero presto le rughe e
si dileguarono ad uno ad uno gli amanti.
Servilio Cepione, sempre più adiposo e rosso scarlatto nel grugno come
i bargigli d'un tacchino, un bel dì fu trovato morto nel suo letto.
Quella volta gli era capitato per davvero, e furono esauditi i voti
ardentissimi di tanti cittadini, che glieli auguravano a secco. I
suoi colleghi delle Botteghe Vecchie gli fecero un funerale magnifico,
accompagnato dalle imprecazioni di tutti i sette colli. Ma pur troppo,
nella fretta, dimenticarono di mettergli in bocca la moneta per pagare
il suo passaggio a Caronte, ed io credo che il mascalzone, con tutte le
sue ricchezze, non abbia ancora potuto mettersi in barca.
Mi domanderete di Cinzio Numeriano. Il bel poeta non fece più versi,
che raccomandassero il suo nome alla posterità. Dopo tante liete
impromesse! Ma pur troppo è così; la Musa non vuol rivali, e pianta
lì, senza tanti complimenti, chi non sa essere tutto per lei. E un
bel giorno lo piantò anche Delia, fuggendo in Ispagna con un pantomimo
famoso.
Giunio Ventidio, Postumio Floro, Elio Vibenna.... Io spero, o lettori,
che non mi domanderete notizia di tutte queste parti secondarie.
Sappiate del resto, che uno dopo l'altro morirono tutti. E, senza
mestieri di appurare il fatto con l'Arte di verificare le date, ho
ragione di credere che sia morto anche il leggiadro eroe della mia
storia, mezzo romana e mezzo di tutti i tempi e di tutti i paesi.
Se vi ha divertiti, ditelo; ma per carità non la date ad imprestito.
Oltre che gli amici non vi restituirebbero il libro, voi fareste un
danno all'editore.
Se poi v'ha annoiati, come temo, state zitti, per l'amor di Dio, e
pensate che anche alle manifatture di questa sorte va applicato il
proverbio: non tutte le ciambelle riescono col buco.