CAPITOLO VII.

Venere spogliatrice.

Clodia Metella, che le necessità del racconto mi costringono a

presentarvi, era una delle tre sorelle di Publio Clodio Pulcro.

Ma chi era Publio Clodio Pulcro? Era quel caro matto che aveva iniziata

la sua vita pubblica introducendosi travestito da donna nella casa

di Giulio Cesare, durante la celebrazione dei riti della dea Bona;

marachella giovanile per cui subì un processo, e non ne uscì sano

che corrompendo i suoi giudici. Sano nella persona, io vo' dire,

non già nella fama, che n'ebbe uno strappo maiuscolo, anche per la

testimonianza di Marco Tullio Cicerone, a cui giurò in conseguenza

un odio mortale. Eletto tribuno, con l'aiuto di Pompeo e di Cesare,

che protestava a suo modo contro certi sospetti, tanto da far passare

in proverbio l'onestà di madonna Aurelia sua moglie, si diede a

perseguitare in ogni guisa il suo illustre nemico. Questi gli oppose

l'unico uomo che potesse tenergli testa, Tito Annio Milone; e l'andò

tra quei due da galeotto a marinaro.

Il resto è noto ad ogni scolaro di retorica. Milone si recava un giorno

a Lanuvio; Clodio tornava dalla sua villa d'Aricia; i servi delle due

comitive s'azzuffarono; Clodio, ferito nel tafferuglio, fu trasportato

in un'osteria di Bovilla; Milone pensò che fosse giunto il momento di

levarsi quel bruscolo dagli occhi, e, fatto trascinar Clodio fuori

dell'osteria, gli diede, o gli lasciò dare da un suo gladiatore, il

colpo di grazia sulla pubblica strada. Accusato d'omicidio, fu invano

difeso da Cicerone, che si era così turbato alla vista di tanti armati,

onde il console Pompeo aveva asserragliato il Foro in quella occasione,

da perdere la tramontana senz'altro.

Ciò era accaduto un anno prima del tempo a cui si riferisce il nostro

racconto. Milone era andato in bando a Marsiglia, e laggiù, avendo

ricevuta una copia dell'orazione, riveduta e corretta, del suo gran

difensore, uscì in queste memorande parole: «vedete un po'! se Cicerone

avesse proprio parlato come ha scritto, io non sarei qui a mangiar

triglie.»

Dove mi ha portato il ricordo di Clodio? Torniamo alla sorella, celebre

in Roma per bellezza e per tante altre cose. Giovanissima, l'avevano

data in moglie a Quinto Metello Celere, pretore da prima, poi console,

ed uno dei più saldi sostegni della parte patrizia. Questo Metello,

essendo pretore, si era unito a Marco Tullio Cicerone per isventare

le trame di Sergio Catilina, altra conoscenza di tutti gli scolari di

retorica; e quando il famoso cospiratore era partito improvvisamente da

Roma, egli, inviato nel Piceno per contendergli i passi dell'Appennino,

lo aveva abilmente costretto a dar di cozzo nelle schiere dei console

Antonio Nepote. In premio di questo servizio, otteneva un anno dopo il

governo della Gallia Cisalpina, col titolo di proconsole, e due anni

più tardi era console a sua volta.

In quell'ufficio il nostro Metello avrebbe potuto far prova di

saviezza, non scontentando troppo quell'ambizioso di Pompeo; ma fece

tutto l'opposto, e sospinse il pericoloso cittadino nelle braccia di

quell'altro bel mobile, che fu Giulio Cesare; donde la famosa alleanza,

che, per esserci entrato anche Licinio Crasso, andò sotto il nome di

primo triumvirato. Probo e coraggioso, ma altiero e mal destro come

tutta la parte patrizia, che dava gli ultimi aneliti della sua possanza

con lui, Metello Celere non potè impedire a Giulio Cesare, dittatore

futuro, di vincere una legge agraria, nell'anno 695 di Roma, e morì

così subitamente, nel bollore della sua opposizione, che corse voce

avergli la moglie propinato un veleno.

Come vedete, non eravamo lontani da Clodia. Mi duole di tornare

a lei con un sospetto di veneficio, ma che farci? La cronaca ha i

suoi diritti, nè io posso mutarla a mio senno. La cronaca dice anche

dell'altro; e poichè Clodia Metella, nel terzo anno di vedovanza,

accusò un Marco Celio Rufo di aver tentato di avvelenarla, saltò su

Cicerone a dar nuovo pascolo ed autorità alla cronaca, difendendo il

giovinotto e dicendo di Clodia Metella tutto il peggio che si potesse

dire d'una donna romana di quel tempo. Ora, a quel tempo, le matrone

romane non erano stinchi di santo. Ciò forse per la ragione che i santi

erano ancora di là da venire.

Per altro, badate, se ne spacciavano tante, e la libertà di parola

era così grande, che io non mi meraviglierei punto, se un critico

moderno riuscisse a provare che gli avvocati antichi e gli antichi

cronisti erano ad un dipresso quel che sono gli avvocati e i cronisti

moderni. Qual è l'uomo, o la donna, a cui non si possa, con uno sforzo

di volontà, appioppare un delitto? Non abbiamo noi forse udito testè

che l'onorevole Minghetti, quell'uomo creduto finora sì candido, ha

un infanticidio sulla coscienza? «Sì, o signori (diceva alla Camera

dei deputati il suo coraggioso accusatore), egli ha uccisa la bambina

Cicoria, che aveva a mala pena spuntato due denti.» Il quale Minghetti

fu nella medesima tornata parlamentare gabellato anche per una sirena,

per una maliarda, e va dicendo. Laonde, io ho incominciato a capir

Cicerone e il valore delle metafore; nè mi spavento più di Clodia

Metella, la quale doveva esser giudicata molto retoricamente dai suoi

contemporanei, Cicerone compreso, che ne era invaghito anche lui, a

segno di destare le gelosie di madonna Terenzia sua moglie. È Plutarco,

un'altra lingua tabana, che lo afferma; ed io, tutto considerato, non

ci vedo niente di strano.

Mettete da ultimo che meritasse la sua fama; io, fatte le mie

restrizioni da uomo prudente e da buon cavaliere, non vo' impicci

per questo. Gli autori ci dicono Clodia assai bella, e su questo

particolare possiamo esser tutti d'accordo.

A me pare di vederla, nel segreto del suo spogliatoio, attiguo alla

camera da letto. Il sole è già alto, ma solo da pochi istanti la bella

patrizia si è spiccata dalle braccia di Morfeo. Lo dice il bianco

_indusium_, specie d'accappatoio, il cui fine tessuto ricorda le

nostre mussoline di lana, e il cui colletto è ricamato, o, per dire

più veramente, ornato di fregi appiastrati, non conoscendosi allora il

ricamo propriamente detto, con tutta la sua varietà di forme e di nomi.

Le maniche, larghe e brevi, non scendono oltre il gomito. Il lembo

inferiore si vede ornato da due file di perle, che sfiorano il musaico

del pavimento, illustrando così il modo proverbiale latino, _margaritas

calcare_, passeggiar sulle perle.

Nel bel mezzo della camera è una gran tavola di marmo, su cui,

intorno ad una larga spera di acciaio, sono disposte in ordine tutte

le ampolle, i pennelli, i barattoli e tutte l'altre cianciafruscole

ond'è composto il _mundus muliebris_. Uno scanno a bracciuoli, col

suo cuscino di piume, attende la divina Clodia, che sta per mettersi

allo specchio. Dalle pareti dipinte le ridon gli Amori; da una gabbia

pendente dal soffitto la saluta un pappagallo africano, con tutti i

_salve_, i _vale_, gli _euge_ del suo repertorio linguistico. Come

siamo lontani dal passero d'una volta, dal passero amoroso e gentile,

i cui privilegi destavano la gelosia di Valerio Catullo! Non c'è che

dire, Clodia Metella è invecchiata.

Cionondimeno, è sempre bella, maravigliosamente bella, e direi quasi

che la sua bellezza ha guadagnata dagli anni una certa magnificenza,

pari a quella delle rose, quando hanno intieramente dischiuso il calice

avaro all'ammirazione del riguardante. Osservate la bianchezza lattea

delle sue mordide carni; essa è proprio governata col latte, perchè in

esso furono inzuppate le molliche di pane, di cui Clodia Metella si

è accuratamente ricoperta la faccia ed il collo, prima di mettersi a

letto. Altre usavano in quella vece un cataplasma di fave grasse, la

cui inamabilità doveva quarant'anni più tardi urtare i nervi ad Ovidio.

Una diligente abluzione ha già tolte dal viso quelle croste notturne

in cui si è custodita la bellezza; la carnagione è stata aspersa

coll'_elenio_, un quissimile doll'aspasina moderna, formato con

latte d'asina; poi col _lomentum_, pasta di fior di farina e di

mirra giudaica, indi coll'_esìpo_ di Atene, vero elettuario, anzi

olio essenziale, che doveva la sua untuosità al succo estratto dalla

lana delle pecore. Era quello il cosmetico in voga, e le dame romane

solevano inondarsene a dirittura la pelle.

Poichè sono a ricordare tutti questi guazzetti, non dimenticherò che

Roma femminile aveva anche il suo latte antefelico, per le macchie

della pelle e pei bitorzoli, l'_alcionea_, preziosa mucilagine la

quale si estraeva da certi nidi d'uccelli, che, argomentando dal

nome, possiamo credere alcioni. Si strofinava leggermente il viso con

l'alcionèa, e la pelle diventava tosto così lucente come la superficie

d'uno specchio.

Intenderete di per voi, che, dopo tanto abuso di manteche e d'unguenti,

bisognasse lavarsi le mani col sapone. Di questo i Romani ne avevano

due specie, il molle e il liquido. Il più riputato incominciava allora

a venir dalle Gallie, ed era un composto di grasso di capretto e di

cenere di faggio. L'arte romana lo aveva aromatizzato con cinnamomo,

oppure con nardo di Persia.

Lavate le mani in tal guisa, e rasciugatele nel _gausape quadratum_,

in cui vi consento di ravvisare lo asciugamano di quei tempi, velloso

da una parte e liscio dall'altra, la bella patrizia si è raschiata la

lingua con una acconcia laminetta d'acciaio; si è spazzolata i denti

ed ha gargarizzate le acque famose di Cosmo e di Nicèro (i Frecceri

e i Bortolotti di quel tempo) _ne male odorati sit tristis anhelitus

oris_. Il verso non ve lo traduco, perchè lo capirete ad orecchio.

Dirò soltanto che è un verso del suo poeta, dell'uomo che l'ha più

fortemente amata, e che l'ama tuttavia, sebbene lontano e dimenticato.

Non perchè io lo reputi un obbligo, ma perchè mi pare atto di cortesia

verso la benemerita classe dei profumieri, soggiungerò che l'acqua

di Cosmo si componeva, d'acqua anzitutto, poi di zafferano e rose di

Pesto.

A profumare la bocca delle sue belle patrone, Cosmo aveva inventato

eziandio certe pastiglie, di mirto, lentisco e finocchio. Le dame

romane erano ghiotte di questi aromi indolciti, che facevano cadere in

disuso il mastice di Scio. _Pastillas Cosmi luxuriosa vorat_.

Non racconterò alle mie lettrici con che sorte di acqua le eleganti

figliuole di Quirino si ripulissero i denti. Il preziosissimo liquido

si traeva dalla Spagna e si conservava in vasi d'alabastro.... Ma

perchè dalla Spagna, mentre a conti fatti lo si poteva ottenere anche

in casa, in modo naturalissimo, e senza dare il minimo disturbo ad

alcuno? Gli autori che accennano la strana costumanza, non hanno

pensato a dircene le ragioni. Marziale si è contentato di affermare

che, quanto a sè, i denti se li risciacquava con l'acqua pura. I

moderni, gente schifiltosa, daranno ragione a Marziale.

Dove abbiamo lasciato Clodia Metella? Si è lavata le mani; ma badate,

non l'ha anche finita con le abluzioni. Infatti, ella entra ora

nella sala del bagno. Il _solium argenteum_ (poichè ella si bagna

in una vasca d'argento) è già pieno d'acqua, profumata con essenza

di gelsomino. La fida clessidra ha misurato lo spazio di mezz'ora, e

Clodia Metella è venuta fuori dai tiepidi lavacri. Dico tiepidi, perchè

i bagni freddi non s'usano ancora, almeno nelle pareti domestiche;

soltanto sotto l'Impero un medico li raccomanderà, e i posteri dovranno

salutarlo come l'inventore della idroterapìa.

Asciugata nella sindone, stregghiata per tutte le membra con uno

_strigile_ venuto da Pergamo, Clodia Metella ha indossata la _tunica

intima_, su cui le schiave ornatrici hanno ravvolta in dotte pieghe la

_toga matutina_. Ed entra, ciò fatto, il pedicuro, che col suo _forfex_

(scusate se non posso dispensarvi da questi particolari) ragguaglia

abilmente al sommo delle dita le unghie rosee dell'olimpico piede.

Olimpico, ho detto, come sinonimo di snello e di breve. L'arte antica

faceva piccolo il piede agli Dei; cosa che non finisce di piacere ai

veristi moderni, i quali sembrano dimenticare che gli Dei passeggiavano

sulle nubi e, quando toccavano terra, non pesavano altrimenti sulle

piante coi sessanta od ottanta chilogrammi della loro divinità.

Ciò posto in chiaro, non mi fermerò più oltre su questo argomento,

quantunque il piede d'una bella donna meriti ogni più lunga stazione e

possa dare l'appiglio a molte meditazioni divote. Del resto, vedete,

non s'è fermato troppo neanche il pedicuro. Clodia Metella ha avuto

dalla natura un piedino sottile, non ha usato affaticarlo mai nella

giornata, non ha avuto mai bisogno di strizzarlo in calzature troppo

aggiustate; perciò mancano le cornee durezze e gli altri ingrossamenti

cutanei, che domandino una pronta rimondatura ai ferri dell'artista

pedestre.

Ecco ora la colezione che arriva. Le cure dell'ornamento non sono

ancora finite, anzi può dirsi che siano a mala pena cominciate;

ma appunto per questo è necessario d'interromperle con una piccola

refezione (_jentaculum_) che permetta alla dama di giungere senza

languori di stomaco fino all'ora del pranzo. Un servitorello, vestito

d'una tunica frangiata che gli si stringe alla vita e gli scende a

mala pena al ginocchio (donde il suo nome di _puer alticinctus_) reca

una _authepsa_ d'argento, coi suoi carboni accesi nel caldano che le

sta sotto. Capirete da questo che l'_authepsa_ è il ramino dell'acqua

calda. Un altro ragazzo porta sulle mani un canestro di frutte, con un

panino tondo, disegnato a spicchi, e un piattello di legno di cedro,

con suvvi una coppa d'argento, e un vaso d'onice, colmo di vino di

Sezza, il famoso e costoso Setino, che piaceva tanto a Marziale, ma non

si lasciava bere troppo spesso da lui, povero in canna com'era.

Clodia Metella mangia un frutto, rompe una crosta di pane, mescola

il vino con l'acqua calda, beve, e la sua colezione è finita. Così

l'uccellino, destatosi appena, e scosse le ali sul ramo, dà un paio

di beccate alla ciliegia, o al fico, umido ancora della rugiada del

mattino, e torna contento ai gorgheggi, ai voli, agli amori. Clodia

Metella ritorna alle cure della conscia bellezza. C'è un'altra bisogna,

e più delicata, da fornire. La pomice di Catania, strofinata sulle

braccia e sulle gambe, toglierà perfino l'ombra di certi molesti

accessorii, tollerabili appena appena sulla cute dell'uomo. Anche

il labbro superiore può esserne ombreggiato, e qui la pomice di

Catania sarebbe ancora troppo ruvida; occorre dunque l'unguento di

_psilothrum_, o di _dropax_. Il primo è fatto col succo della brionia,

o vitalba, che si voglia dire: l'altro.... di che cosa è fatto l'altro?

Non so, e mi contento di citarvi Marziale, che raccomanda, per la

faccia, questi due depilatorii insieme: _Psilothro faciem laevas et

dropace frontem_.

Dopo la colazione, un'altra risciacquata ai denti non farà male. A

proposito, ha denti finti la nostra eroina? Le guardo in bocca, come si

fa coi cavalli non donati, e non mi riesce di vederne. Se per avventura

ne ha, son legati in oro. L'usanza è antica, e i dentisti moderni non

hanno fatto che seguire la tradizione di cento generazioni. Leggete le

Dodici Tavole, o, per dire più veramente, quel tanto che ne è rimasto.

Nella decima Tavola, dove si tratta delle sepolture, sta scritto:

_Neve aurum addito; ast si cui auro dentes vincti erunt, eum cum illo

sepelire urereve sine fraude esto_. Traduciamo, perchè gli è proprio

il caso, con questo latino assaettato. «Non ponete oro coi cadaveri;

ma se taluno abbia denti legati in oro, sia permesso di seppellirlo, e

bruciarlo, con esso.»

Ora, seguendo l'ordine delle cure femminili, veniamo all'acconciatura

del capo. Clodia Metella ha una chioma da far invidia a molte sue

pari; non ha bisogno del grasso d'orso, tanto raccomandato da Galeno,

nè dell'unguento di cantaridi, accennato con le debite restrizioni

da Plinio. Neppure ha mestieri di tingere in nero i suoi capegli con

piombo disciolto nell'aceto, nè in rosso con le erbe di Germania, che

giovano a mutare in carote i gigli precoci d'una testa di donna. Il

crine di Clodia Metella è ancora d'un nero lucido, che potrebbe farsela

con quello dei corvi.

L'ornatrice ha già snodato e stretto in pugno il volume di quelle

morbide chiome. Il cinerario è lì pronto a togliere dal fuoco il ferro

da riccio, che dovrà dare alle ciocche sulla fronte l'ondosità del

mare. Clodia felice! Ella ha proprio trovata la fenice delle cameriere,

perchè tutto procede a dovere, e non c'è caso di spazientirsi, nè di

sgridarla per un colpo di pettine più forte dell'altro, o per soverchio

accostarsi del ferro caldo alla pelle. Arricciati sulle tempie,

rigirati in due lucide staffe all'altezza degli orecchi, i bei crini

di Clodia si attorcigliano sulla nuca in un mazzocchio aggraziato, a

cui fanno sostegno due spilloni d'oro. Così vuole la moda. Ancora pochi

anni, e uno di questi spilloni, tolto dalle chiome di Fulvia, la moglie

di Clodio e di Marc'Antonio, trafiggerà la lingua di Marco Tullio

Cicerone. Carine, non è vero, queste patrizie di Roma?

Ed ora, per Clodia Metella, sarebbe il caso d'imbellettarsi il viso,

col minio, o con altre temperanze di rosso. Ma per quest'oggi le

piace d'esser pallida; il bianco è il colore degl'innamorati. «Sia

pallido chi ama, ha detto Ovidio; è questa la tinta degli amanti;

ognuno che vede quel volto sbiancato, ha da esclamare: ecco i segni

d'amore!» Anche gli occhi debbono apparire più grandi e più profondi

del vero; e a questo gioverà una pennellata d'antimonio (_stibium_)

sull'arco delle ciglia e agli angoli esterni delle palpebre. La moda

è antica nell'Asia, e non per niente i padri delle belle Romane hanno

conquistata l'Asia ai numi austeri del Lazio.

Finalmente, la testa è in ordine. Le cosmète (con questo nome si

chiamavano le cameriere) vanno attorno per la camera, scoperchiando

certe casse d'ebano, in cui si contengono le stole, i pallii, le toghe,

le riche, e tutti gli altri capi di vestiario della loro padrona. Qual

veste indosserà per quel giorno Clodia Metella? À lei piace frattanto

di vedersele tutte schierate dinanzi, per scegliere a occhio il colore

che più le andrà a genio, o che le parrà più acconcio ad ottenere

l'effetto desiderato. Chi non sa che il colore ha un'arcana virtù, in

materia di galanteria? Ci sono, tra un bel viso e la tinta d'una veste,

armonie segrete di cui sentiamo il fascino, senza intenderne e senza

pure indagarne la ragione.

Là veste caratteristica delle matrone romane era la stola, lunga ed

ampia tunica di lana, semplice e severa come il costume della forte

repubblica, che l'aveva ereditata dai vecchi Sabini. Le maniche

generalmente erano lunghe, serrate al pugno con una fibbia. Due

cinture la stringevano al busto, l'una delle quali passava sotto

il seno, l'altra sul fianco; di guisa che, tra questi due legamenti

che la premevano, essa offriva al riguardante un giro irregolare, ma

artistico, di piccole pieghe. Si distingueva dalla tunica propriamente

detta, per uno strascico chiamato _instita_, che era cucito sotto gli

sboffi posteriori della seconda cintura, e scendeva fino a terra,

coprendo le calcagna e aggiungendo maestà all'incesso della dama.

Era questa la stola di Veturia, la madre di Coriolano, come si vede

raffigurata da un affresco nelle Terme di Tito. Ed ugualmente vestita,

pittori e poeti romani ci rappresentarono Giunone, l'altera moglie di

Giove. Si usò bianca da prima, poi di tutte le varietà della porpora, e

d'altri colori per giunta, accortamente distribuiti secondo le ore del

giorno. Ovidio consigliava, per colori di mattina, il verde marino, il

celeste, il paglierino, il violetto.

Un bel colore d'amatista, che prendeva risalto da un fregio d'oro sugli

orli della veste, fu prescelto per quel giorno da Clodia Metella.

L'amabil pallore delle carni ci guadagnava un tanto, e i grandi

occhi abilmente cerchiati d'antimonio ne avevano una espressione più

profonda e più viva. Non dimentichiamo la _vitta_, nastro di colore,

che s'intrecciava in due o tre giri attorno alle chiome corvine. La

vitta era, al pari della stola, l'ornamento della donna ingenua, o nata

libera. Alle schiave, alle liberte, alle cortigiane, non era lecito

portarla.

Lettori, io vi fo grazia dei coturni. Dio sa dove mi condurrebbe il

pericoloso ufficio di descrivervi un laccio, voluttuosamente rigirato

intorno ad un collo di piede che pare scolpito da Fidia. Vi parlerò

invece degli anelli di Clodia, tutti infilati su di un colonnino

d'avorio, donde essa li toglie per metterli nelle dita. Tra essi è

l'anello magico, che ha, in luogo della solita gemma, un pezzo di ferro

o di bronzo, tolto dalle forche (_aes patibuli_), ed è stato consacrato

da un sacerdote di Giove Serapide, sotto quella costellazione che ha

veduto nascere Clodia Metella. La nostra matrona porta questo amuleto

invece dell'anello maritale. Rammentate che Metello Celere è morto, e

non è stato surrogato da alcuna forma di _justae nuptiae_.

A compiere l'adornamento della bella persona, Clodia cinge i polsi

d'armille, o braccialetti, in forma di serpenti d'oro, che portano

rubini e smeraldi incastonati nella cervice. Agli orecchi ha sospeso

i crotalii, pendenti d'oro a tre gocce di perle, come quelli messi in

mostra da Giunone, quando andò sul monte Ida a sedurre il marito. E

qui si ferma l'esposizione delle gemme, perchè la dama non ha ancora

disegnato di uscire di casa. Se volesse, potrebbe luccicare dal capo

alle piante come una bacheca di gioielliere. Due _dactilyothecae_

sono aperte davanti a lei, colle gemme d'estate e le gemme d'inverno.

La divisione è ragionevole, come vedrete. Nella fredda stagione si

portavano i gioielli pesanti, nella calda i leggeri. Leggeri e pesanti

per la legatura, s'intende, che poteva esser vuota o massiccia; laddove

le perle e le pietre prezioso erano di tutte le stagioni, e le belle

portatrici non badavano al peso.

Ovidio, che ho già citato più volte, come maestro in cosiffatti negozi,

accenna all'uso delle dame di coprirsi il collo con vezzi di perle

orientali, serbando le più grosse e le più pesanti per gli orecchini. E

ce n'erano veramente di prodigiose. La perla che Cleopatra stemperò nel

suo vino era valutata due milioni; e un'altra d'ugual prezzo avrebbe

fatta la medesima fine, se Marc'Antonio non si fosse opposto a quella

continuazione di pazzia. Questa seconda perla, passata nelle mani di

Agrippa dopo la morte di Cleopatra, fu segata in due, per farne gli

orecchini ad una statua di Venere, collocata nel Panteon.

Belle dame del tempo mio, chiederete di vedere i diamanti di Clodia

Metella. Ma badate, ai tempi di Clodia non si conosceva ancora l'arte

gentile di sfaccettare il diamante. Ora, un diamante greggio non è un

diamante; è una pietra informe, un oggetto di curiosità, da mettersi in

una collezione geologica, non da appendersi agli orecchi, o al collo,

di una leggiadra donnina. Ne convenite?

Dunque, al tempo di cui narro, non si usavano brillanti, nè autentici,

nè apocrifi; nello scrigno di una gran dama le perle tenevano il

primo luogo. Costosissime, come vi ho accennato, tanto da far dire a

Properzio, dove parla di una signora coperta di gemme, che essa portava

addosso l'eredità di due generazioni future.

_Matrona incedit census induta nepotum._

Abbiamo seguito Clodia Metella in tutte le fasi dei suoi apparecchi

galanti. Oramai la bella patrizia è armata di tutto punto, per

combattere la gran battaglia di quel giorno. A chi si prepara la

sconfitta? Chi andrà incatenato al suo cocchio trionfale? Aspettate e

vedrete.

Eutiche, la prediletta ornatrice, ha presentato alla sua signora uno

specchio tondo e concavo, di bronzo levigato e rilucente, che più non

sarebbero i nostri specchi moderni di cristallo. Clodia si vede bella,

si ammira, compone il volto ad una espressione di soave malinconia e

sorride. Il sorriso vuol dire che quell'aria le sta bene, e che Clodia

è contenta di sè.

Finita la grand'opera della giornata, le cosmète si ritrassero dalla

camera, dopo avere augurato alla padrona ogni maniera di felicità.

Rimasta sola, Clodia Metella andò ad un armadio di cedro, che stava

appoggiato alla parete, e lo aperse, per riporvi ella stessa i gioielli

che non le erano serviti per la sua acconciatura. Quell'armadio

era insieme uno scrigno e un tabernacolo. Difatti, la nostra eroina

custodiva là dentro e le sue gemme e i suoi Penati.

Clodia Metella era molto divota. Un maldicente avrebbe soggiunto

che era divota come lo sono generalmente le donne che hanno molto da

farsi perdonare, e che contano di accrescere ancora la somma del loro

debito coi Numi pietosi. Io non lo dirò, lettrici mie belle, perchè

non ho fatto studi sufficienti sulla materia, e non vorrei dire una

sciocchezza sulla fede degli altri. Son ricco, in questo particolare, e

spendo sempre del mio.

Nessuno mi domanderà che cosa fossero gli Dei Penati, e nessuno li

confonderà, spero cogli Dei Lari. Ad ogni modo, prego i lettori a

ricordare la distinzione fatta, nel primo capitolo della mia storia,

tra queste due specie di numi. E proseguo, accennando che tra i Penati

di Clodia Metella c'era Venere, la madre degli amori, bellissima

statuetta in metallo di Corinto, dorato. Questo metallo era bronzo

della qualità più fine, e ripeteva il suo nome dall'incendio di

Corinto, quando la città, capitale della Lega Achea, fu presa ed arsa

dal console Mummio, perchè appunto in quell'occasione gli ornamenti

metallici dei templi e delle dimore private si fusero in guisa da

formare quel ricco e solido amalgama, celebrato poi come ottimo per

fondere statue.

Quella Venere, rappresentata nell'atto di uscire dal bagno, era un

miracolo di bellezza, e si diceva che l'artefice greco avesse tolto a

modello il volto di Clodia. Possiamo dar la tara a questa asserzione,

soggiungendo che lo scultore poteva benissimo avere adulato un

tantino il suo esemplare. Io desumo questa mia opinione dall'aria di

compiacenza con cui Clodia Metella si fermò a contemplare la statua;

compiacenza molto simile a quella di una leggiadra donnina dei tempi

nostri, quando guarda la prima copia del suo ritratto, ricevuta allora

allora dal fotografo. S'intende, se la prova è riuscita bene. Ora,

perchè una prova fotografica riesca bene, è assolutamente necessario

che ci renda più belli del vero.

Venere usciva dal bagno, ho detto; e il lettore avrà già inteso che

la dea si mostrasse spoglia di tutti quei veli importuni, ond'erano

così poco amici, e giustamente, i nostri fratelli di Grecia. Eppure,

vedete, quella Venere, così spogliata, aveva dato argomento alla vena

sarcastica di Cicerone, che l'aveva audacemente gabellata per una

Venere spogliatrice. E perchè? Pel doppio uso a cui serviva l'armadio.

Da quello scrigno Clodia Metella aveva preso il denaro chiestole da

Marco Celio; dunque là dentro ella custodiva i presenti ricevuti

da tutti i vagheggini di Roma; e quella Venere, intorno a cui si

ammonticchiavano le gemme e le perle, quella Venere si immedesimava

con Clodia Metella, e l'una prendeva il soprannome di spogliatrice

dall'altra.

Dobbiamo credere all'avvocato? Lettori e lettrici, io lascio la cosa

nelle vostre mani, e lavo tranquillamente le mie.

Quelle di Clodia avevano intanto presa un'acerra, scatoletta quadra

di avorio, coi pie' di bronzo, nella quale si conteneva l'incenso dei

sacrifizi; e, presi su d'una paletta d'argento parecchi granellini

del prezioso aroma, li gittavano entro un braciere rizzato su d'un'ara

portabile davanti al simulacro della dea.

— Sii propizia, o madre! — disse Clodia Metella. — Io spero ogni cosa

da te. —

Crepitò l'incenso sui carboni ardenti e levò una piccola nube di fumo,

che andò a lambire il piede d'Afrodite.

Fatta la libazione sacra e notato il segno felice di quella linea

diritta che aveva seguita il fumo del sacrifizio, Clodia Metella

richiuse il tabernacolo ed uscì dalla stanza. Colà, infatti, ella non

poteva ricevere visitatori; era quello il sacrario della bellezza, di

cui un profano non doveva varcare la soglia.

«Vi sono certe cose che un uomo deve ignorare; — ha scritto Ovidio

nella sua Arte d'amore. — Lasciateci credere che voi dormite ancora,

mentre lavorate a farvi belle. Perchè avremmo noi a sapere a quali

artifizi è dovuta la bianchezza della vostra pelle? Non venga un

amante curioso a sorprendere il secreto di tutti que' vostri barattoli.

Soltanto l'arte nascosta è quella che giova. Scoperta, si volgerebbe

a danno vostro, e distruggerebbe la nostra fiducia per sempre. Vedete

come è sottile quella lamina d'oro che orna le tende d'un teatro;

guai se queste si lasciassero vedere dallo spettatore, prima di essere

acconciamente disposte. Siamo dunque intesi; certe cose hanno a farsi

senza testimoni. _Nec nisi submotis forma paranda viris._»

Ed anche noi siamo intesi. Clodia Metella, uscita dalla sua camera,

andò a sedersi nel tablino, sotto gli occhi dell'ostiario e degli

atriensi, cioè a dire del portinaio, che poteva vederla dal suo

androne, e dei camerieri, che andavano e venivano lungo il colonnato

dell'impluvio.

Anche questa era arte sopraffina. Lucrezia, la moglie di Collatino, con

tutta la sua austerità matronale, non avrebbe pensato a custodirsi con

tanto riguardo.

Tizio Caio Sempronio: Storia mezzo romana · 第 12 / 35 题