Dopo l'arrivo della Ginevra a Roma, l'abbiam veduto una volta nel
palazzo della duchessa Elena, ma il suo esteriore era troppo calmo. I
suoi modi erano simulati da una allegria troppo artificiosa perchè si
potesse vedere quel che passava nell'anima di lui.
È terribile la condizione di chi vive nel contrasto di due passioni
violenti, cui la ragione, negli istanti in cui l'anima travagliata si
riposa, altamente condanni. Ma è forse più ardua assai quella di chi
provi l'urto di due affezioni, che non possono venir condannate dalla
ragione assoluta, ma che per una combinazione di cose, e per relazioni
specialissime, non possono esistere simultanee, senza disordine e
colpa. Tutta la gravezza e il pericolo di tal situazione potè sentire
e misurare il Palavicino appena gli venne all'orecchio che la Ginevra
era in Roma. Il tumulto messosi nell'animo suo a quella notizia fu de'
più violenti; fu una sensazione complessa di più sensazioni; fu
sgomento profondo e fu anche gioia susseguita da rimorso; furono
speranze e fu disperazione. Esso non avea provveduto a spegnere le
prime accensioni d'amore che provò per la duchessa Elena, quando la
diuturna lontananza, e un ostacolo che pareva insormontabile,
bastavano per iscusarlo d'essersi dimenticato della Ginevra. In
conseguenza di ciò, e per un altro fine più alto, egli aveva di poi
fatta la promessa di sposare la signora di Rimini.... E l'ora era
presso in cui codeste sue promesse dovevano consumarsi; ma circostanze
fatali l'avevan protratta sino al punto di diventar tormento; troppo
tardi perchè si potesse dar un passo addietro, troppo presto perchè
non potessero nascere delle tentazioni. La Ginevra era in Roma, la
lontananza era tolta, l'ostacolo distrutto, e distrutto pochi momenti
prima che il matrimonio colla duchessa Elena fosse effettuato. Pareva
si fosse la sorte espressamente adoperata perchè le antiche promesse
ch'egli aveva fatte alla Ginevra dovessero mantenersi; ma rifiutando
la duchessa era sconvolgere un ordine di cose da troppo tempo
preparate, e rese troppo importanti da circostanze indipendenti dai
privati affetti, nel punto stesso che il non tener conto veruno della
Ginevra presente, poteva meritare la taccia di una scortesia
vituperosa e colpevole.
Era il dì successivo alla morte del signore di Perugia; una tormentosa
perplessità non lasciava più dunque un'ora sola di riposo al
Palavicino. Fin da quando seppe essere la Ginevra in Roma, e in qual
palazzo alloggiava, eragli venuta la tentazione di recarsi tosto a
vederla.... Vederla dopo tanti anni, dopo tante sventure, dopo aver
creduto impossibile un simile incontro, gli pareva d'avere a toccare
il cielo col dito.... L'esaltazione venutagli da così forte desiderio
aveagli messo nel sangue un fuoco febbrile.
Il lettore si ricorderà del giorno in cui il Palavicino, dopo aver
veduta in Roma la signora di Rimini per la prima volta, aveva messo in
un perfetto oblio la Ginevra Bentivoglio.... Nessuno allora avrebbe
potuto ragionevolmente predire, fosse per venir giorno in cui
l'immagine di lei sarebbe ricomparsa più abbagliante che mai, e
l'avrebbe vinto al punto da renderlo smemorato della duchessa Elena.
È una verità di cui bisogna persuadersi, che un primo affetto non si
scancella mai al tutto dalla memoria dell'uomo; potrà, per mille
circostanze, arrestarsi, intiepidirsi, parer anche del tutto
dileguato, ma appena qualunque fatto impreveduto lo sommovi un
momento, gli ardori si ridestano colla medesima forza di un tempo, e
più ancora.... e il ritornare colla memoria a que' giorni, a quell'ora
a quel primo istante in cui l'anima si scosse alla rivelazione di un
affetto sconosciuto, riempie il cuore di una mestizia piena di
dolcezza, e che ci fa desiderare e rimpiangere quel momento solenne e
soavissimo che non si rinnoverà mai più nella vita. Per ciò stesso
tutti gli affetti venuti dopo a quel primo, appena questo ricompaja,
sono costretti a cedergli il posto.... tutto tace dintorno a lui, e
l'oggetto pel quale esso fu dimenticato per qualche periodo di tempo,
quasi ci promove il dispetto, quasi ne diventa odioso. E in quanto al
nostro Manfredo, altre cause straordinarie dovevano generare affetti
ancora più forti. L'irresistibile simpatia ch'egli aveva sentita per
la Ginevra, la prima volta in cui l'ebbe veduta, apparteneva ad una
sfera puramente morale, quantunque la bellezza fisica di lei fosse
stato il primo motivo di quella passione; ella era nata inoltre nel
momento in cui l'animo del Palavicino versava nell'esaltamento di
tutte le più nobili aspirazioni. Un affetto nato in tali istanti
assume una forza troppo tenace perchè possa mai spegnersi.... Ma in
qual punto invece aveva avuto nascimento l'amor suo per la duchessa
Elena? Noi ce ne dobbiamo ricordare, se quasi egli corse pericolo di
perdere allora la nostra stima.... La sensualità, e non altro, aveva
infiammata in un subito prima la sua carne, poi l'animo suo per
colei.... La sensualità, cagione impura di torbidi e non durevoli
affetti! Bensì, a poco a poco, taluni pregi della duchessa aveano
aggiunta una tal forza costante all'amore di lui, ma era pur sempre la
prima sensualità larvata sotto a più nobili apparenze. Guai se i
ritorni delle ingenue ricordanze fosser venuti a gettare il pentimento
nel cuor suo.... e pur troppo esse vennero; ma vennero quando non era
più in tempo, quando anzi diventava colpa e cagione di scandalo
inaudito il distruggere i secondi affetti per riassumere i primi.
In que' giorni dunque il Palavicino, non mostrando mai nulla al di
fuori quando trovavasi in faccia alla duchessa Elena e a Girolamo
Morone, tosto ch'ei fosse lontano da essi tentava ogni mezzo per dar
sfogo all'immenso affanno e alleggerir l'animo del peso
insopportabile. Dovendo simulare la calma per tante ore, versava poi
su chi non temeva, tutta l'acredine dell'umor suo. I suoi conoscenti
maravigliarono del cambiamento repentino avvenuto ne' suoi modi, e
delle sue stranezze, e ne parlavano facendo mille commenti. E più di
tutti i servi di lui, che l'adoravano pe' suoi modi affabili e dolci,
con doloroso stupore non seppero come spiegare l'asprezza insolita
onde li trattava. La notte il sentivano passeggiare per la camera, e
quando pure dormiva, l'udivano risentirsi nel sonno. Per tre o quattro
giorni continui duravano tali stranezze.... poi a un tratto si
tranquillò come se avesse, presa una risoluzione. S'egli lo avesse
voluto di forza, non gli sarebbe bastata più che una parola per
rifiutare la duchessa.... E fu questa una tentazione che lo mise tante
volte alle strette, e lo esaltava, lo scuoteva, lo fiaccava al punto
da lasciarlo spossato per molte ore di spirito e di corpo.... Nelle
stanze della signora, in faccia a lei, più d'una volta gli era venuta
una parola sul labbro, la quale avrebbe cambiato tante cose in un
punto; ma avea saputo cacciarla indietro. In fine, dopo lunga e
dolorosa lotta, ebbe fermo il suo partito; e considerato il matrimonio
della duchessa come un atto che più di lui risguardava il paese suo, e
ricordandosi di quanto aveva giurato a sè medesimo, chinò la testa e
disse:--Sia fatta l'altrui volontà.
Aveva però presa un'altra risoluzione, ed era di recarsi a veder la
Ginevra e di confessare a lei con ingenuità lo stato suo e lo stato
delle cose che lo costringevano a far ciò ch'era tanto contrario alla
propria volontà. Sposare la duchessa mentre la Ginevra era in Roma,
non gli parve mai cosa lecita.... Il pensare all'effetto che avrebbe
fatto su di lei l'insultante oblio, gli metteva l'animo sossopra....
Stimò dunque miglior cosa il recarsi dalla Ginevra e aprirle l'animo
proprio; d'altra parte, traendola all'argomento del paese comune, si
confidò di poter così divertire l'affanno di lei e il proprio in più
alte considerazioni. Sapeva la mente della Ginevra, e quanto l'Italia
stesse sul cuore di lei; per ciò sperava.
La mattina del giorno stabilito per le sue nozze colla duchessa, si
alzò fermo in questa risoluzione, e tranquillo.
I servi lo trovarono mite e affabile come sempre, e furono
contentissimi. L'incertezza e il contrasto che gli aveano tenuto in
sobbollimento il sangue, essendo cessati, cessarono anche gli effetti.
Così l'apparenza di lui fu abbastanza calma.... l'apparenza soltanto,
perchè dell'animo interno era tutt' altro. La malattia aveva cangiato
aspetto, ma non era vinta; era anzi peggiorata.... I primi sintomi
violenti avean dato luogo alla spossatezza e al languore!... Prima
un'inquietezza ardente e furibonda gli portava le imprecazioni sulle
labbra; ora era l'accoramento, la tenerezza che lo moveva al pianto.
Del resto egli avea risoluto, e quando gli parve tempo uscì di fatto
per recarsi al palazzo Chigi in Piazza Farnese.... per vedere, dopo
tanto tempo, la Bentivoglio e parlarle!
Ma se la mattina gli era ciò sembrato assai facile, quando si trovò in
piazza, e vide il portone del palazzo, e guardò le finestre
dell'appartamento dove sapeva trovarsi la Ginevra, e fu per entrare,
non potè. Il desiderio trovava l'ostacolo nel suo eccesso medesimo.
Perciò, incontratosi in un suo conoscente, gli si accompagnò per
allora e, allontanatosi dal palazzo Chigi, se ne andò con esso lui
vagando per la città sempre martellandosi il cervello e senza mai
potersi risolvere. Era una giornata nuvolosa del gennajo di Roma;
l'aria riceveva gli umidi vapori dal Mediterraneo. La mancanza del
sole, e questa disposizione particolare dell'atmosfera metteva una
gravezza insolita nell'esistenza di Manfredo, gravezza che gli avrebbe
diminuita anche la gioja quando pare le circostanze della vita fossero
state favorevoli a questo sentimento. Giorni più funesti e più
procellosi di questo egli ne avea passati assai; ma neppur uno più
squallido, più tetro, più melanconico.
Stretto a braccio di quel suo amico, senza sapere quel che si facesse
di lui, e in pari tempo senza potersi determinare a staccarsene, fece
seco molto cammino. Non avendo mai potuto sfogarsi con nessuno, e
oramai mancandogli la forza a dissimulare il suo affanno, mille volte
fu per manifestar tutto all'amico. In una simile preoccupazione
lasciava cadere in terra tutti i discorsi che colui gli faceva. Per
verità che non vi poteva esser cosa più greve, più tediosa della
compagnia del povero Manfredo in quel dì. L'amico lo sopportò per un
pezzo, poi tentò di staccarsi da lui; se non che il Palavicino lo
pregava a non lasciarlo, e per trattenerlo, gli diceva avergli a
manifestare cosa di grave importanza; così passò qualche tempo ancora.
Ma il Palavicino, già pentito d'essere uscito nell'imprudente parola,
trasse l'amico nel centro della città, e come sentì batter l'ore a
tutti gli orologi:
--Perdio, è tardi! esclamò. Bisogna che io ti lasci; ci rivedremo
stassera dal Chigi,
--Ma e ciò che avevi a dirmi?
--Oh non è nulla, non è nulla!,.. Ci rivedremo stassera....
E lo lasciava senz'altro.... Quegli, in sulle prime, rimase attonito
in mezzo alla via, poi disse tra sè:--Costui è ben pazzo, oggi. Ma fui
ben più stolido io stesso a non accorgemene prima.... Così se ne andò
pe' fatti suoi, intanto che il Manfredo a furia s'incamminava verso il
palazzo dove stava la Ginevra.
Percorsa buona parte di Roma senza accorgersene, fu presto in Piazza
Farnese, l'attraversò di volo, entrò nel palazzo, domandò della
signora di Perugia, pregò di essere incontanente annunciato, e seguì
l'uomo di camera supplicandolo di far presto. Temeva d'avere ancora a
pentirsi, e sollecitava....
L'uomo salì in fretta lo scalone; quando fu sull'ultimo piano tornò a
domandare il nome al Palavicino; questi glielo replicò, e fermatosi ad
aspettare nell'anticamera, vide l'uomo aprire un uscio ed entrare
nelle stanze.
Il cuore di Manfredo batteva frequentissimo e ineguale; i ginocchi gli
tremavano a segno da non poterlo quasi sostenere; una pallidezza
insolita gli copriva la fronte e le guancie. Se in quel momento gli si
fosse voluto cavar sangue, forse non ne avrebbe data una goccia. La
commozione era portata al punto che, accrescendola di qualche poco,
poteva esser cagione di un funesto effetto.
Io porto persuasione che simili istanti debban lasciare indelebili
impronte nella vita di un uomo.
Del resto, a molti potrà parere esagerata la condizion d'animo del
Palavicino; ma se non sappiamo trovare il modo di persuadere costoro,
vogliamo almeno congratularci con essi, perchè i loro dubbj ci provano
che nessun vento procelloso non perturbò giammai il beatissimo stagno
della loro vita.
Il Palavicino sentì il rumore di due o tre usci che si aprivano, poi
ebbe ad udire alcune voci, poi i passi dell'uomo di camera. Ad agitare
la massa del sangue e a scuotersi, egli erasi dato in quel momento a
passeggiare per la stanza come un viaggiatore frettoloso. Non erasi
ancora fermato, quando l'uomo dall'uscio gli disse ad alta voce, che
poteva entrare. Allora si fermò, si volse, fece uno sforzo estremo
onde ricomporsi del tutto, ed entrò. L'uomo di camera, che prima non
gli aveva molto badato, ora, mentre gli passava innanzi, lo guardò con
un'attenzione curiosissima e indagatrice. Quando fu solo e sentì i
passi del Palavicino che s'innoltravano nelle stanze:
--Chi sarà mai quest'uomo, disse tra denti, se la signora quasi fu per
cadere in terra all'udire il suo nome?
Manfredo, allorchè fu nella seconda stanza, vide tre donne uscire
dalla porta di prospetto. Erano le ancelle che la signora aveva
licenziato in fretta, le quali, nell'attraversare la stanza, lo
esaminarono anch'esse dal capo a' piedi, con quell'interesse curioso e
indagatore dell'uomo di camera. Una tra l'altre poi, accorgendosi
ch'egli se ne stava irresoluto in mezzo alla Stanza:
--Entrate, illustrissimo, gli disse con molta cortesia; la signora è
là.
Il Palavicino corse all'uscio di prospetto e vi mise la mano per
aprirlo, ma quello gli si spalancò d'innanzi. Era la Ginevra stessa
che teneva alzato il saliscendi.... Si trovarono così in quel punto
faccia faccia a un dito di distanza.... I labbri stetter muti, le
persone immobili. In apparenza non ci poteva essere calma più gelida;
tutto il tumulto era interno.
In fine, ella si ritrasse e Manfredo la seguì.
--Sedete! fu la prima parola ch'essa, tutta tremante, pronunciò.
Manfredo si assise di fatto, ma non parlò ancora. I suoi occhi erano
fisi nella contemplazione della Ginevra; non ci poteva essere cosa più
attraente della vaga e svelta figura di quella giovane donna, linee
più care di quel volto impallidito dai lunghi affanni,... La bellezza
della duchessa Elena era senza dubbio più perfetta; ma quella
perfezione, essendo la sede stessa della voluttà, cessava di essere
efficace quando, chi la contemplava, avea forti preoccupazioni morali.
La Ginevra invece non poteva risvegliare che sensazioni di
quest'ultimo genere... Erano più durature.... ed erano sempre
efficaci!... Se dunque al solo sentire ch'ella era per rimaner vedova,
Manfredo fu pentito di essersi legato alla duchessa; ora che, dopo
tanti anni, la rivedeva, non gli parve più sopportabile il
congiungersi in matrimonio colla duchessa: non sopportabile e non
possibile, e nel senso più risoluto e più fatale di queste parole. Il
Morone, le sue insistenze, il comune vantaggio, le dicerie, i
vituperi, la duchessa, la sua disperazione, lo scandalo, in un fascio
dileguarono innanzi a quell'amore immenso.
Gli passò per la mente la risoluzione di non sposare nessuna donna del
mondo fuorchè la Ginevra. Questa allora vide cangiarsi di repente il
colore del volto di lui; e la sua fronte, di pallidissima ch'ella era,
coprirsi di un rosso carico....
E in questo punto egli si alzò, e per uno di quei movimenti
rapidissimi ed inesplicabili onde l'anima passa da uno stato
all'altro, assunse di tratto un fare disinvolto e disimpacciato.
--Cinque anni sono trascorsi, disse poi, cinque interi interminabili
anni, o Ginevra! Fu davvero l'eternità che non si misura e che
spaventa; parlo di me... di voi... non so.
Ella non rispose.
--Chi lo avrebbe detto a voi, continuava il Palavicino, chi lo avrebbe
persuaso a me... la giustizia prevenne la vecchiaia... e fu più
inesorabile del tempo.
--Il silenzio ricopra quel ch'è passato, rispose la Ginevra; troppo
sventure s'accumularono sulle nostre teste, troppo insopportabili
patimenti minacciarono da vicino le nostre esistenze.... Da quest'ora
in poi, ogni mio sforzo sarà di scordare il passato; fate lo stesso
anche voi.
Manfredo non aggiunse altro, e tornò a concentrarsi.... Nei modi della
Ginevra, in mezzo alla stessa dignità onde gli avea data quella
risposta, vide qualche cosa che lo spaventò. S'accorse che colle
proprie parole aveva sollevate di troppo le speranze di lei, e ne fu
atterrito.
Cercando allora un'occupazione qualunque per torsi al doloroso
imbarazzo, si pose a sedere innanzi ad un gran camino, come per
attizzarvi il fuoco che v'era spento.... Non s'accorgeva che con
quell'atto di eccessiva dimestichezza, accresceva invece di scemar
valore alle parole già pronunciate.
L'atto era semplicissimo, ma non è a dire quanti pensieri
suscitasse nella mente e nel cuore della Ginevra. Fu una cara
illusione, per la quale ella stimò già compiuto quanto avea
desiderato, e si figurò fosse quello il suo perpetuo soggiorno di
sposa. Senza far moto stava osservando la persona di Manfredo e si
deliziava in contemplarlo.... Il cuore le s'espandeva di più in
più... una gioja insolita l'innondava! Ma in proporzione che gli
affetti di lei s'ergevano in un gaudio ineffabile, Manfredo sempre
più si sprofondava nell'abbattimento.
--Oh quante sventure! esclamò poi con un sospiro gravissimo. Egli è
vero, o Ginevra: patimenti insopportabili minacciarono ben da vicino
le nostre esistenze.
Qui tornava ad alzarsi, ed accostandosi alla Ginevra:
--Se questo momento si potesse perpetuare! esclamava come parlando fra
sè. Se questa stanza ne si chiudesse per sempre, se a noi mai più non
fosse concesso di uscire nel tristo mondo... nè a nessuno di penetrar
qui!
E fece una lunga pausa senza poter terminare il discorso, durante la
quale non tolse mai gli occhi dalla persona della Ginevra. Che
tenerezza, che accoramento era nell'anima sua in quell'istante!!
--Pur troppo, soggiunse poi, a me non è dato che di vagheggiare questo
impossibile... perchè, o mi volga al passato, o guardi nell'avvenire,
non trovo che memorie amarissime, e sgomenti nuovi.
--Sgomenti nuovi?
--Egli è così, Ginevra, Soltanto mi rincresce per voi.
--Per me?
Ogni gioconda esaltazione era in lei cessata; le parole di Manfredo la
percossero terribilmente, quantunque non le potesse comprendere.
--Ma voi non sapete nulla, nulla della mia condizione presente? le
domandò qualche momento dopo con vivezza il Palavicino, non potendo
farsi capace del come la Ginevra ignorasse ancora il suo matrimonio
colla duchessa.
--Ma che cosa io debbo sapere?
--Prima d'oggi, nessuno dunque v' ha parlato di me nè in Roma nè
altrove?
--Per verità, nessuno.
--Ma il Corvino è pur venuto a Perugia.
--Egli fu il solo, disse la Ginevra allora arrossendo e chinando il
capo, dal quale io abbia udito il vostro nome in questi cinque
dolorosissimi anni.
--E che ti ha detto?
--Che voi eravate qui....
--Questo solo... e null'altro?
--Null'altro.
--Perdio, è inverosimile.
--Ma che avete, o Manfredo? per carità parlate....
Il Palavicino fece alcuni passi per la stanza agitatissimo. Era venuto
nella risoluzione di svelar tutto alla Ginevra. E in fatto, quando
tornò a fermarsi in faccia a lei, la prima parola della rivelazione
fatale stava già per uscirgli di bocca.
Ma non seppe sostenere gli sguardi della infelice donna... ma
atterrito, respinse la parola e diede rapidamente di volta al
discorso.
--Non sai dunque nulla, disse, della patria mia?
--Che?
--Nulla delle sue estreme miserie, nè del flagello onde la Francia ci
va percuotendo a sangue e di continuo?.... Mia madre è morta, non lo
sai tu?
--Ahi... povera sventurata!... Nulla, nulla io so....
--Morta di crepacuore per cagion mia, d'affanno e di sgomento per le
oppressioni di tutti!
La Ginevra che, spaventata, si aspettava di udire dalla bocca del
Palavicino qualche grave pericolo che riguardasse lui particolarmente,
fu sollevata un poco quando l'udì parlare di una comune sventura. Egli
è naturale che le cose risguardanti un fatto generale ci colpiscano
meno immediatamente di ciò che batte dappresso le nostre private
affezioni; però la Ginevra, abbandonandosi ancora alle prime
esaltazioni, si gettò a sedere accanto al Palavicino, godendo quasi
nell'intrattenerlo a discorrere di quelle pubbliche calamità, mentre
pur ne sentiva un vivo e pietoso interesse.
--Oh rendetemi istrutta di tutto, Manfredo. In questi cinque anni non
mi giunse mai nuova di nessun pubblico avvenimento. Lo sapete pure; io
era come sepolta viva colà. Raccontatemi dunque tutto da capo.
Il Palavicino, ch'era venuto lì per tutt'altro, s'intrattenne a lungo
nel fare alla Ginevra un esteso e minuto racconto dello stato delle
pubbliche cose. Essendosi in quel giorno e in quelle ore mille volte
cangiati i di lui propositi, prolungando adesso il suo discorso,
tentava pure di prolungare le illusioni di una felicità che non poteva
sperare, che non gli era lecito desiderare. E la Ginevra medesima,
quantunque la dignità e la compostezza delle sue maniere fossero
irreprensibili, procurava pure con domande, riflessi e considerazioni
di trarre in lungo più che poteva quel dialogo. Del resto, nella
condizione in cui ella credeva di trovarsi, la sua innocenza
continuava ad essere intera, per quanto si lasciasse andare ai teneri
vaneggiamenti di un affetto che mai non erasi estinto in lei, ed ora
giustificato e comandato anzi dall'improvviso cambiamento delle cose,
era risorto con istraordinaria veemenza.
--Io non so, gli diceva con quei suoi modi soavi, perchè voi non
troviate fuorchè sgomenti nuovi guardando nell'avvenire, mentr'io
invece non posso che lasciarmi andare ad ogni speranza considerando
quanto mi avete detto. Ben m'accorgo che c'è da piangere assai sulle
nostre condizioni presenti, ma vedrete pure che Iddio, se ci ha messo
alla prova, ci preparerà pure le consolazioni. Intanto, io mi
congratulo di quanto avete fatto per richiamare i vostri compatriotti
sulla via della ragione e della gloria, e dell'esser voi uscito, con
tanto onor vostro, di tanti pericoli, e stiate in aspettazione di
operare a pro di tutti e di redimerci da tante miserie. Oh sperate,
Manfredo, confidate; è nella speranza, è nella fede che si rafforza il
coraggio degli uomini. Ma a proposito di tutte queste cose, io vorrei
pur sentire anche il vostro Morone, il quale mi promise di venire a
vedermi e non venne mai.
--Il Morone? disse il Manfredo atterrito da quel nome. Ma quando v'ha
egli parlato?
--Mi sono incontrata con lui nell'anticamera del pontefice.... Ma
perchè tanta maraviglia in voi?
--E che cosa ti ha detto? soggiunse il Palavicino ricomponendosi.
--Oh nulla, furono congratulazioni e semplici parole, bensì mi ha
promesso di venir qui, e per verità lo aspettavo anche oggi.--Manfredo
tacque, e in quella girando gli occhi per la camera, e fermatili su di
un orologio a campana, vide che le ventidue erano passate.
Egli non s'era ancora lasciato vedere dalla duchessa in quel dì, e la
lunga assenza poteva dar luogo a sospetti. Gettò alla sfuggita uno
sguardo di disperazione alla Ginevra e si alzò... pentito di non aver
nulla manifestato, incertissimo di quel che gli rimarrebbe a fare,
atterrito che l'ora del matrimonio colla duchessa era imminente,
lacerato da mille punte acutissime. Con tutto ciò avea l'aspetto
tranquillo... con tutto ciò accomiatossi dalla Ginevra con voce
abbastanza ferma.
--Tornerò, le disse.
--Quando tornerete?
--Oh presto, debbo dirti grandi cose, e se ne andò.
Appena fu uscito, la Ginevra (Dio ne saprà la cagione) si gettò in
ginocchio e pregò con gran fervore.
Quando Manfredo mise il piede sulla pubblica via, non potè accorgersi
che ad una finestra del palazzo di rincontro stava osservandolo il
Morone. Un'ora prima erasi recato anch'esso nel palazzo Chigi per
parlare alla Bentivoglio, ma dall'uomo di camera avendo udito ch'era
con lei il marchese Palavicino, senza metter fuori il proprio nome,
pieno di maraviglia, avea dovuto partirsi.
Siccome esso tenevasi certo, per non aver mai perduto d'occhio il
Palavicino, che in tutti quei giorni non erasi mai recato dalla
Ginevra, lo dovea necessariamente mettere in gran pensiero e in un
gravissimo timore il sentire che Manfredo, per la prima volta erasi
presentato a lei il dì appunto delle nozze.
Senza però lasciarsi smarrire, aveva pensato di attenderlo quando ne
uscisse, e di accompagnarsi con lui. Al qual fine, messo gli occhi sul
marchese Rucellai, che abitava rimpetto all'albergo del Chigi, e
ch'egli conosceva benissimo, salì da colui a fargli visita, e dalla
finestra stette a guardare aspettando che Manfredo si mostrasse.
Vistolo, si licenziò dal Rucellai e discese di volo, e con que' suoi
passi svelti lo raggiunse quando non aveva ancora svoltato il canto.
Il Palavicino, mentre andava pensando a ciò che avrebbe detto per
iscusarsi colla duchessa dell'assenza insolita, udì la voce del Morone
il quale, chiamandolo per nome, gli diede un tuffo nel sangue.
--Molti servi sono in volta per la città in cerca di te, Manfredo, gli
disse; io non sapevo cosa pensare, e dovetti durare gran fatica per
iscusarti in faccia alla duchessa. E per verità può ben far nascere di
gran sospetti il non lasciarti mai vedere il dì appunto delle
nozze.... Andiamo dunque, che la duchessa ti aspetta.
Egli espressamente aveva dissimulato quanto sapeva di lui e della
Ginevra, perchè dando a divedere al Palavicino che non si dubitava
punto di lui, gli si rendeva tanto più difficile il mettere innanzi
ostacoli, quando mai gliene fosse venuta la tentazione.
--Il palazzo Aurelio è affollato di patrizi e di prelati, soggiunse
poi; il cardinal Bibiena sarà fra un'ora in S. Giovanni Luterano,
sendo lui che benedirà gli sponsali. Tutti i concerti son presi, tanta
è la necessità di far presto, e domani o dopo tu e la duchessa vi
porrete in viaggio per Rimini. Io me ne andrò a Reggio: così stanotte
per accontentare codesti Romani, che sono impazienti di salutarvi
marito e moglie, e ciò m'è di assai felice augurio, ci saranno grandi
feste in palazzo. E anche a ciò si è pensato.
Il Palavicino non parlò mai lungo la strada; non sapeva in vero quel
che gli fosse conveniente di dire; soltanto quando fu innanzi al
palazzo Aurelio, come se le gambe gli si rifiutassero a portarlo, si
fermò, e stringendo il braccio del Morone con forza convulsa:
--Aspettate, gli disse, avrei a dirvi qualche parola.
--Dobbiamo entrare prima dalia duchessa, gli rispose il Morone con
insolita severità d'atto e d'accento.
--No, è necessario che vi parli prima.
--Non v'è nulla di più necessario che il farti vedere dalla duchessa
in questo momento. Tutto il resto, crollasse anche il mondo, mi
comprendi tu? crollasse anche il mondo, diventa un nulla in faccia
agli obblighi da te assunti con lei. Persuasa dalle parole mie, iscusò
la tua assenza... ma se questa si prolungasse di più, guai; non v'è
dunque da por tempo in mezzo. Andiamo.
--Ebbene, uscì allora il Palavicino coll'impeto della disperazione,
sappiate che ora io vengo dall'aver parlato alla Ginevra, e....
--Lo so, rispose il Morone.
--Lo sapete?
--Si, ma io non ci trovo nulla di straordinario. Tu la conoscevi,
dunque hai fatto assai bene a farle una visita.
--Ma....
--E credo anzi che tu le avrai parlato di questo matrimonio, e del
quanto, per esso, tu ti metta nella posizione di giovare al tuo
paese.... Ed ella necessariamente deve essersi congratulata con te...
Io la conosco assai bene... e se tu le hai parlalo da senno, come ne
son sicuro, ella ti deve indubitatamente aver compreso...
Le parole del Morone erano queste; la freddezza onde le pronunciava
era tale da mettere chicchessia alla disperazione, ma di dentro era
anch'esso tutt'altro che tranquillo.
--Andiamo dunque, disse finalmente afferrando il braccio del
Palavicino e traendoselo dietro a sè.
--Se ho da venire, ascoltatemi dunque.
--E dopo ci verrai?
--Ci verrò.
--E non farai nessun atto che ti faccia scorgere menomamente dalla
duchessa?
--Saprò dissimulare.
--E fra un'ora sarai suo marito?
--Lo sarò.
--Non ti domando nessuna promessa; troppo alta è la stima che io ho di
te; parla dunque.
--Quantunque lo abbiate detto, pure non sarete per credermi quando vi
manifesti il fine per cui oggi mi son recato dalla Ginevra.
--Dovevo prevederlo, conoscendo la delicatezza estrema dell'animo tuo,
e ricordandomi di quel che già è passato fra te e la Bentivoglio. L'ho
creduto, lo credo, e ti lodo assai che ti sia recato da lei per
questo.
--Per carità, per carità non mi lodate di nulla, e ascoltate prima
ogni cosa. A me non bastò il coraggio di darle la terribile nuova.
Quando mi venne il pensiero d'andare a vederla, ho sospettato ch'ella
sapesse pur qualche cosa di codeste mie nozze. Ma nulla all'atto ne
sapeva.... ed a me non bastò l'animo di dare la prima fitta a quella
donna infelice, e forse, tanto le mie parola uscivano spontanee e
veementi, io ho data qualche lusinga a quella sventurata.
--Qualche lusinga? e che le hai detto?
--Non lo so, non mi ricordo; del resto ella non avrebbe dovuto
comprendermi. Ma...
--Che cosa!
--Se prima non era conveniente, adesso sarebbe orribile ch'io
stringessi queste nozze senza ch'ella non ne sapesse nulla, senza
ch'io stesso non le manifestassi il tutto con intrepidezza... ma
questa ancora mi manca,
--Non mancherà a me, rispose subito il Morone; trovo ragionevole
codesto tuo desiderio, però parlerò io medesimo alla Ginevra, e
troverò il modo di mandarla consolata.
--Consolata?
--Se non consolata, rassegnata.
--Ma quando ci andrete?
--In questo istante medesimo.
--Oh Dio!!
--Prima, per altro, entreremo insieme dalla duchessa; ella ci aspetta,
e non si vuole destare verun sospetto. Andiamo.
Il Morone mise allora piede in palazzo, e Manfredo lo seguì: salirono
le scale ambidue tremanti per diverse affezioni. Quando furono nelle
anticamere, il Morone tornò a raccomandare al Palavicino di non
tradirsi e star calmo: così entrarono.
La duchessa Elena stava in mezzo alle sue donne, che attendevano ad
abbigliarla. Si vedeva un velo bianco di filo d'argento spiegato su
d'un tavoliere, una veste di raso bianchissimo ancora piegata e messa
su di un cuscino. Ella aveva i capegli sparsi e pareva la Maddalena
del Tiziano. Quando vide il Palavicino si alzò presta e gli corse
incontro.
--Ci siamo disimpacciati di tutto, eccellenza, le disse il Morone. Qui
il nostro Manfredo ha condotto a buonissimo fine quella faccenda di
cui vi ho detto, e che lo costrinse a star lontano da voi tutt'oggi.
Ora egli è qui, ed è tutto vostro; non lasciate dunque che i cibi si
raffreddino, e ricomponete i vostri spiriti.
Per un uscio aperto si vedeva apparecchiata la mensa nella sala
contigua, e le vivande imbandite; per ciò il Morone avea compreso che,
per l'eccessiva agitazione, la duchessa non aveva potuto toccar cibo,
e assumendo la leggerezza dello scherzo, la confortò a ristorarsi.
Ella non rispose parola, soltanto volgendosi al Palavicino gli disse
qualche gentilezza, a cui esso si sforzò di corrispondere. Di quando
in quando però, anche sulla faccia della duchessa Elena, si vedevano
passare dei lugubri pensieri. Le nozze imminenti le richiamavano le
prime, poi le seconde che s'erano tanto terribilmente interrotte;
gl'insistenti rimorsi, come da lontano, facevano sentire la loro voce;
il timore del Lautrec tornava a spaventarla. Il Morone s'accorgeva di
questi nuvoli tanto naturali del resto in un giorno di nozze, ed aveva
sempre timore del Palavicino; e per ciò:
--Senti, Manfredo, gli disse; tu faresti ottimamente a recarti adesso
a casa tua. Ci voglion piume di perle nel berretto, ci vuol farsetto
di raso bianco e candide maglie. Dopo, potrai andare difilato a s.
Giovanni Laterano. Tutte queste persone, di cui ora senti il mormorio
nella gran sala, a momenti, facendo corteggio alla duchessa, si
trasferiranno anch'esse colà. Non c'è dunque un minuto da perdere, e,
se vuoi, t'accompagnerò io stesso.
Il Palavicino, non trovando d'opporsi:--Mi pare diciate bene, rispose.
E si alzò per uscire, mentre la duchessa, con voce tremante lo
salutò.... Com'eran vari e strani gli affetti di quelle tre persone!!
Quando il Morone e il Palavicino furono usciti:
--Io t'accompagnerò sino a casa tua, gli disse il primo; poi andrò
subito dalla Ginevra, e tutto sarà finito.
Ciò fece di fatto, accompagnò Manfredo sin nel suo gabinetto, lo mise
nelle mani de' servitori perchè l'abbigliassero a festa, nè si partì
sino a quando non vide esser l'opera incominciata.
--Vado e torno, gli disse il Morone per ultimo; e ci recheremo assieme
a s. Giovanni.
Manfredo tacque, ed egli uscì.
Dalla casa del Palavicino, a quella della Ginevra non essendovi gran
tratto di cammino, il Morone con que' suoi passi svelti vi giunse
prestissimo. Entrato in palazzo, siccome qualche ora prima erasene
licenziato per aver sentito che la signora trovavasi col Palavicino,
ora domandò all'uomo di camera s'ella era sola.
--È sola infatti, questi rispose; ma adesso è difficile che riceva
alcuno.
--Quando le direte il mio nome, credo mi riceverà.... Io sono il
Morone, ed ho da comunicarle cose di somma importanza.
L'uomo obbedì ed entrò dalla signora.
--C'è qui fuori un tale che mi disse essere il Morone, e vorrebbe
parlarvi; però gli ho risposto non essere il miglior momento.
--Avete fatto malissimo; un tal uomo non lo si vuol far aspettare.
Presto dunque, andate e fatelo entrare.
Così il Morone fu introdotto, e la Ginevra, tutta sollecita, gli corse
incontro.
--Vi ho atteso tutti questi giorni, gli disse poi, e sebbene mi
dovessi tener sicura delle vostre promesse, pure stavo quasi per
perdere ogni speranza. Siate dunque il benvenuto adesso, e sedete.
--Sarei venuto anche prima se si fosse trattato di semplici
complimenti; ma avevo cose importanti da confidarvi, e bisognava pure
che prima io dessi fine a parecchie faccende. Ora son qui perchè tutto
pare determinato.
--Sedete dunque; io sto ad ascoltarvi.
Il Morone si assise. La Ginevra gli sedette in faccia in grande
aspettazione.
--Oggi, è venuto da voi il marchese Palavicino?
--È venuto in fatti, rispose la Ginevra arrossendo.
--Era più che naturale; ma ora vi farò una domanda: Sapete voi per
qual cagione sia oggi venuto il marchese da voi?
--Se non è quella che, trovandosi in Roma, era ben ragionevole venisse
a farmi una visita, come ci venite voi, io non ne saprei trovare
verun'altra.
--Benissimo detto; pure questa non era nè la prima nè l'unica cagione.
La Ginevra facevasi attenta.
--Permettetemi ora che vi faccia un'altra domanda, continuava il
Morone. Sapete voi chi si è maneggiato in tutto questo tempo, affinchè
il Baglione fosse tratto a Roma, e a voi si desse finalmente il modo
di respirare da tanta oppressione?
--Saperlo? non lo so; pure l'ho sospettato.
--Non era difficile; l'Elia Corvino vi deve aver detto qualche cosa.
--Nulla mi disse; bensì l'ho compreso,
--Capirete ch'io non vi richiamo tal circostanza per farmene un merito
in faccia vostra. Il vostro bene ci stava fortemente sul cuore, e la
condizione in cui eravate ci faceva pietà veramente; pure non era qui
tutto. La morte del Baglione non salvava soltanto la vita vostra, ma
doveva esser vantaggio di molti; però ci siamo adoperati.
--Vi ringrazio per me e vi ammiro pel resto. Pure non so comprendere a
che mi vogliate condurre.
--Non ringraziateci perchè vi si è salvata, ringraziateci bensì perchè
vi abbiam sempre considerata per un bel mezzo di ottenere un alto
scopo, e facendo di voi la stima che meritate, non abbiam voluto
mettervi a fascio col più delle donne.
--Io ve ne sono gratissima.
--Bene; ma oggi è il dì che voi avete a mostrarvi degna veramente
della nostra stima.
--Mi confido di esserlo; parlate.
--Ho a farvi una terza domanda, e scusatemi s'ella vi parrà strana, e
se il mio linguaggio non sarà forse abbastanza dilicato: Sentite voi
ancora qualche affezione pel Palavicino?
La Ginevra non rispose in sulle prime, poi con sufficiente
disinvoltura soggiunse:
--Confesserete che mi si dovrebbe tacciare di assai leggerezza se io
mi fossi cangiata a suo riguardo. Egli è tuttora qual fu sempre,
nobile, generoso, magnanimo, e di più molte sventure e molti affanni
dovette sopportare per cagion mia in questi ultimi tempi; però, se
l'ho amato sempre per naturale impulso, ora la gratitudine verrebbe a
farmene un dovere.
--Ciò è verissimo! Ma io mi son fatto lecito di chiedervi tutto ciò
perchè, se per avventura egli vi fosse uscito dal cuore, non avrei
avuto a dirvi altro, e potrei adesso benissimo licenziarmi da voi; ma
così non ho che incominciato. Debbo dunque farvi una calda preghiera.
--Dite pure.
--Procurate di tener pronta tutta la forza vostra contro all'urto
delle mie parole... perchè il fine a cui si ha a riuscire, pur troppo
dev'essere contrario a ciò che il mio esordio pareva promettere.
La Ginevra si scosse e impallidi.
--Prima di tutto però, soggiunse il Morone il quale, vedendo il
pallore della Ginevra, fu tentato di porvi qualche rimedio, comincierò
col dirvi, esser Manfredo, a vostro riguardo, inalterabilmente lo
stesso, e ciò vi basti. Ora quanto voleva dire si è, che la necessità
domanda un sacrificio.
La Ginevra mandò un sospiro.
--Sei anni fa, e voi non ne avevate più di quindici, io vi ho udito
parlare del nostro paese con tali parole, che mi scossero di stupore e
d'ammirazione, e ben mi ricordo d'aver detto tra me: peccato che
costei sia donna, perchè diversamente grandissime cose potremmo
aspettarci da lei. Ora, o Ginevra, giacchè l'età e la scuola della
sventura anzichè scemare, debbono avere accresciuta la vostra virtù...
Ascoltatemi con attenzione... Se per salvare codesto nostro paese, il
quale, come sapete, è in gran pericolo, se per sanare così profonde
piaghe, se per far cessare i pianti e i dolori di tanti milioni
d'uomini, fosse necessario il dolore e il pianto d'uno o di due, cosa
ne pensereste voi? rispondete.
--Oh Dio!! disse la Ginevra alzandosi in piedi. Oh ditemi, in una
parola, di che si tratta! Io tremo di spavento... pure, parlate... ve
lo prometto... sarò forte!
E tornava a fissare i suoi grand'occhi atterriti sul volto del Morone,
quasi per leggervi in prevenzione quel che gli rimaneva a dire.
--Si tratta che il Palavicino fu costretto, da un'alta necessità, a
rinunciare per sempre a quanto più desiderava nel mondo; si tratta che
voi pure dobbiate assoggettarvi a una tale necessità. Ecco tutto.
--E Manfredo?
--È venuto egli stesso da voi oggi per manifestarvi questa medesima
cosa; ma il coraggio non gli bastò... e momenti fa, io durai fatica a
calmare la sua disperazione... Questa poi è un'ora assai terribile per
lui!
--Per lui?
--È mestieri sappiate anche il resto: a voi è noto che nell'impresa
che si avrà a tentare per iscacciare i Francesi da Italia, a lui, come
al più caldo sostenitore degli Sforza, e italiano ardentissimo, si
vuol dare il primo carico.
--Lo so.
--Ma bisogna che tutti gli Italiani interessati in questo s'accordino
nel concedergli un tal primato. Ora taluni vorrebbero fosse qualche
principe italiano; tal'altri fosse uomo almeno di gran potenza, e
condottiero di soldati. Per ovviar dunque a tutto ciò, e per metter
tutti d'accordo, il Palavicino in poco d'ora avrà in sè raccolto ciò
appunto che si vuole.
--Ciò che si vuole?... Sarà dunque principe? sarà capitano?
--Sarà padrone di Rimini tra poco, e le ricchezze e gli uomini ne
saranno a sua disposizione.
--Ma in qual modo?
--In quello che costituisce appunto il vostro e il suo sagrificio.
Alla Ginevra balenò qualche cosa, e la sua agitazione crebbe
all'estremo.
--Or ditemi tutto di fretta, disse poi. Io sono percossa dallo
stupore... pure avrò forza. Ditemi dunque in qual maniera egli è per
esser padrone di Rimini.
Il Morone fece qualche pausa, poi disse:
--Sposandone la signora.
La Ginevra mandò un gemito e si mise le mani alle tempia; poi, non
potendo reggersi in piedi, cadde sulla sedia.
Scorsero molti minuti, durante i quali il Morone non volle
interrompere il silenzio di lei, troppa pietà e troppa venerazione
avendo di quel suo immenso dolore. Ma quando ella si scosse, rimase
spaventato della repentina alterazione successa ne' suoi lineamenti, e
non osò rivolgerle ancora la parola.
Infine ella si alzò. Si vedeva chiaramente lo sforzo eccessivo onde
tentava assumere una calma dignitosa e rassegnata.
--Sentite, Ginevra, disse finalmente il Morone dopo una lunga pausa,
io ho preveduto il vostro affanno, e perciò avrei pensato al modo di
alleggerirlo.
--Alleggerire il mio affanno?
--Sì, considerandovi più che donna, e affidandovi un incarico della
più grave importanza.
--A me? e quale?
--Jeri si è parlato di voi a lungo.
--Con chi?
--Col santo padre, il quale voleva aveste a fermare la vostra dimora
in Roma.
--È quanto dissi a me stessa.
--Io però non era del suo avviso, e a poco a poco lo condussi nel
mio... È dunque a Trento dove io vorrei che vi recaste adesso.
--A Trento?
--Sì, dove di presente è il duca di Bari, Francesco Sforza. È bisogno
che qualcuno a viva voce lo metta a parte di quanto noi stiamo facendo
per lui. Nelle circostanze attuali, non sarebbe nè sicuro nè
sufficiente l'istruirlo con lettere, e per quanto poi mi guardassi
attorno, non saprei mai trovar l'uomo al quale affidare così grave e
dilicato incarico. O potrebbe essere un traditore, o potrebbe destar
sospetti. Il cielo mi vi ha dunque mandata. Voi conoscete il duca,
egli voi, e non ci sarà luogo a diffidenza. D'altra parte, penso che
avete bisogno di lasciare per qualche tempo codesto paese, dove tante
infelici memorie debbono perseguitarvi.
--Ah è vero, è vero! esclamò la Ginevra. Io partirò; andrò a Trento;
farò tutto quello che vorrete.
--Allora, giacchè siete a ciò disposta, converrà far presto. Domani
tornerò qui; avrò con me molte carte da consegnarvi pel duca, e molte
istruzioni da darvi; e doman l'altro partirete.
La Ginevra chinò la testa e non rispose.
--Intanto vi lascio, concluse il Morone, vi lascio pieno di fiducia
nella vostra virtù e nella vostra grandezza d'animo, e promettendovi
la gratitudine e l'ammirazione di tutti i buoni italiani.
Così dicendo uscì. La Ginevra rimase sola.
Ella se ne stette immobile e cogli occhi a terra per un pezzo. Il suo
dolore era di quelli che tolgono persino la facoltà di dare un
lamento. In tanta prostrazione pensava bensì che la sua vita da
quell'ora in poi sarebbe stata più tranquilla che per l'addietro, ma
si sentiva opprimere da quella tranquillità, considerando chiusa in
tutto e per sempre l'unica speranza per la quale aveva sopportato di
vivere in tanti anni di spasimo.
Ma che poteva ella mai antivedere? E chi lo avrebbe potuto?
Seguiamo adesso il Morone.
Giunto alla casa del Palavicino, e confortatosi vedendo nel cortile la
lettiga e i cavalli, salì di volo, e domandò a' servi se il marchese
era abbigliato.
--Lo lasciamo adesso, risposero i servi. Il marchese è nella sua
camera.
Vi corse tosto, e trovando l'uscio aperto, entrò senza essere sentito
da Manfredo. In tutto lo sfarzo voluto del costume de' tempi, della
sua condizione e dal momento, esso se ne stava seduto innanzi ad una
tavola colle testa fra le mani.
--Siamo a tempo? gli domandò il Morone prima ch'esso si accorgesse
della di lui presenza.
Manfredo balzò in piedi, e accostatosi al Morone.
--Venite da lei? gli chiese.
--Vengo da lei, sta dunque di buon animo; ora sa tutto ed è
rassegnata.
--Rassegnata?
--Sì.
Manfredo guardò fiso il Morone, poi soggiunse:
--E tal sia; ora possiamo andare.
Così discesero ambedue e si misero in lettiga.
Il Palavicino non pronunciò mai parola, nè il Morone pensò di rompere
il silenzio prima d'arrivare al tempio. Ma quando la lettiga si fermò
innanzi alla porta del chiostro contiguo.
--Ora è bisogno di tutta la tua fermezza, disse a Manfredo
stringendogli il braccio; bada che un gesto, una parola, un sospiro,
ti potrebbero tradire.
--State tranquillo, gli rispose Manfredo, posso essere infelice, non
stolto. L'ho voluto io, e comprendo che la dev'essere così. Non state
dunque in nessun timore per me.... Ma sarà giunta, la duchessa?
--Non vedi le lettighe e le cavalcature.
In questo momento si fecero loro incontro alcuni preti, i quali
domandarono se fosse il marchese Palavicino.
--Sì, rispose il Morone; or dov'è la signora?
--Colle sue donne e il suo seguito. Venite dunque, che sua eccellenza
aspetta da qualche tempo.
L'ora era già tarda. A Manfredo, attraversando il cortile del
chiostro, venne in mente la notte in cui la duchessa Elena nel tempio
di S. Francesco a Rimini stava attendendo il maresciallo Lautrec col
quale avea ad unirsi in matrimonio. Ricordando quella notte, l'orrida
scena di cui era stato spettatore, ed ora trovandosi egli medesimo
quasi in pari circostanza, quasi a consumare gli effetti che quella
notte ebbe generati, l'idea di una fatalità inesorabile lo invase, e
non potè vincere una sensazione di terrore che gli gelò il sangue.
Così entrò nella grand'aula dove la signora di Rimini e gli altri lo
stavano aspettando.
La duchessa s'alzò, e tutti con lei. Ella volse uno sguardo al
Palavicino, ma non parlò, nè prima aveva mai detto parola a nessuno
del suo seguito. Era grave e concentrata. Le medesime ricordanze,
com'è facile a credere, che avevano sgomentato Manfredo, vennero ad
assalire essa pure; gli antichi pensieri, gli stessi rimorsi che da
qualche tempo avevan cessato d'infestarla, ritornarono allora con una
terribile efficacia. Eran quelle le sue terze nozze... tremò
considerando quant'erano state funeste le altre. A motivo di questa
preoccupazione non potè accorgersi della tristezza che Manfredo, per
quanto si sforzasse, non sapeva nascondere, e che però diede da pensar
molto agli altri.
L'arcidiacono ch'era uscito ad avvisare il cardinal Bibbiena esser
giunto il marchese Palavicino, rientrò qualche tempo dopo per invitare
quanti si trovavan nell'aula ad entrare nel tempio.
Manfredo, sospinto dalla mano del Morone, s'accostò alla duchessa,
presso la quale stavano alcune gentildonne romane che, a dispetto
della varia fama e delle gravi calunnie, avevano continuato ad esserle
amiche. Passaron dunque nella chiesa, e attraversando il coro uscirono
sull'altar maggiore. Erasi dato l'ordine di chiudere le porte al
popolo, ma il forte e vasto mormorio avvisò che gli ordini non erano
stati eseguiti. Quando i due sposi si mostrarono sulla predella, il
mormorio crebbe oltre misura. Non potea darsi una coppia di sposi che
più di questa potesse eccitare l'attenzione e l'entusiasmo nella
moltitudine, tanto amica del grande e dello strano. Il grado, la
misteriosa vita, la bellezza unica della signora, promoveva in tutti
un immenso interesse. La condizione del Palavicino, l'esser forestiero
ed esigliato, la storia di grande avventure, di orrende disgrazie,
l'appartenere ad un paese che, per le sue calamità, dava da parlare a
molti, e pel quale dicevasi ch'esso stava per tentare un gran colpo,
erano cose assai forti per eccitare la simpatia e l'entusiasmo
generale; la stessa distanza che interveniva tra un semplice
gentiluomo qual'era Manfredo, e l'eccellentissima signora di Rimini,
rendeva più notabile quelle nozze per essere insolite. A questo si
aggiunga la molta giovinezza di Manfredo, per la quale facevasi ancora
più straordinaria la storia di tante peripezie per lui subite.
Il bisbiglio continuò sinchè comparve il cardinal Bibbiena che doveva
benedire gli sposi. Questi allora s'inginocchiarono com'è il costume,
e tanto fu il silenzio fatto dal popolo in tal punto, che s'udì
distintamente la formola pronunciata dal cardinale, e poco di poi la
breve e fatale risposta data dagli sposi che, benedetti, si alzarono.
In questo istante lo stato dell'animo della duchessa fu ben opposto a
quello del Palavicino. La prima, respinti i gravi pensieri, credette
le si aprisse dinanzi una vita nuova e felice. A Manfredo sembrò
invece gli si fosse precluso per sempre ogni orizzonte.
Un momento dopo le lettighe, i cocchi, le cavalcature, tutto il
seguito della duchessa rientrò nel palazzo Aurelio, già illuminato a
festa e già zeppo di popolo, il quale aspettava l'arrivo degli sposi.
Come questi discesero dalla lettiga, lor furono intorno persone a
centinaia che gli accompagnarono negli appartamenti superiori. La
signora, per altro, credette bene di ritirarsi nel suo gabinetto prima
di mostrarsi nella gran sala, dove per l'ultima volta ella avea fatto
invitare i Romani ad una festa di poesia e di musica quali allora
erano in uso; moltissime altre ne aveva date in tutto quel tempo della
sua dimora in Roma, e sapendo di quanto entusiasmo ella n'era stato
oggetto, avea pensato d'accomiatarsi da' suoi romani, lasciando loro
un simile ricordo.
In quanto al Palavicino, non potendo resistere a così vive
manifestazioni di gioja, trovandosi impacciato nel dover rispondere a
tante persone che facevano a gara per dargli auguri e felicitazioni,
approfittando di quanto il Morone ebbe detto fin dalla mattina alla
duchessa per tranquillarla sulla di lui assenza, col miglior garbo che
gli fu possibile, mettendole innanzi quella storia medesima, le disse
essergli necessario uscire per qualche ora, e però non stesse in
pensiero, che tosto sarebbe ritornato. Ella non trovò da risponder
nulla, e lo lasciò fare.
Messa una cappa oscura, se ne uscì dunque il Palavicino vagando pei
luoghi solitarj di Roma. Chi gli avrebbe detto nei primi giorni in cui
ebbe riveduta la duchessa, quando sentiva per lei un affetto sì forte,
chi gli avrebbe detto che il supremo compimento de' suoi desiderj
sarebbe stato il supremo de' suoi tormenti? Attraversando le contrade,
non sentiva a parlare che della signora di Rimini e di lui. Chi diceva
una cosa, chi l'altra, e tutte erano per lui acutissime fitte.
Pensando poi che anche all'orecchio della Ginevra, in que' momenti
poteva esser parlato delle feste della signora di Rimini, sentiva
sulle proprie guancie salire il rossore della vergogna, quasi egli
avesse commesso una colpa detestabile. Per questa vedeva non essergli
più possibile di comparire innanzi alla Ginevra, di cui mai non
avrebbe saputo sostenere lo sguardo.... Ma nel punto stesso, riandando
le parole del Morone, il quale aveagli detto che la Ginevra sarebbe
partita tra poco, il pensiero che alcune ore prima egli l'aveva veduta
per l'ultima volta, e forse non l'avrebbe riveduta mai più, lo
percuoteva con più duro flagello.... e però irresistibilmente portato
come da una forza indipendente dalla volontà sua.... di contrada in
contrada si trovò in Piazza Farnese.
Il palazzo dove stava la Ginevra gli era dirimpetto, le finestre del
di lei appartamento erano illuminate. Egli si fermò cogli occhi fissi
a quelle finestre, e stette molto tempo senza mai muoversi. Era tanto
assorto, da non accorgersi neppure delle persone che gli passavano
innanzi, e lo conobbero.
--È il marchese Palavicino colui, aveva detto infatti una voce.
--Che domine può avere con quel palazzo, dal quale non leva mai gli
occhi?
--S'è fatto sposo stanotte.--S'io fossi ne' suoi panni, mi comporterei
con molto maggior senno, e penso che la signora di Rimini merita le
occhiate di un galantuomo ben più che le pietre di un palazzo.
--La signora di Rimini, hai detto tu, va benissimo.... ma lì ci
starebbe la signora dì Perugia....
--Oh che cosa vorresti mai dire? sei pazzo?
--Meno di colui però.
--Se il tuo pensiero avesse còlto, non sarebbe poi tanto pazzo....
Meglio due che una, caro mio.
--E non si muove ancora, guarda.
--Poniamoci qui dietro all'atrio. Io vo' pur vedere com'ella vorrà
finire, e che sia per fare costui.
Dopo qualche momento, per una semplice combinazione, sui vetri del
finestrone di mezzo si proiettò un'ombra, i cui contorni segnavano una
figura di donna.
--Guarda.
--Che cosa?
--Là c'è un'ombra.
--E ci stia.
--Osserva adesso, che questo lombardo s'accosta al palazzo.
Mentre però si profferivano tali parole, l'ombra era scomparsa, e dopo
qualche momento s'allontanò anche Manfredo.
--Domani farò le mie confidenze a Marforio, disse uno del crocchio
allora.
--E Pasquino non mancherà esso pure di far l'ufficio suo.
--Ma se tutto ciò non fosse che una nuova immaginazione?
--E sia pure, ho un gusto matto io a stuzzicare la curiosità de'
Romani, e a promuovere delle dicerie. Lascia far dunque a me.
E scantonando dileguarono tutt'assieme. Che l'ombra apparsa fosse
quella della Ginevra è cosa ben dubbia. Ma questi lo sospettarono, e
il Palavicino lo tenne per certo. Il tumulto che gli si mise
nell'animo a quella vista, lo gettò nella massima disperazione.
Camminato un pezzo, e passato presso a Ripetta, si fermò in riva al
Tevere.... il rumore delle acque gli fece passar pel capo una orrenda
tentazione; gettarsi in quelle e sparire, e seppellirvi per sempre
tutti i dolori ond'era oppresso, e gli altri da cui vedevasi
minacciato. Ma il dovere? ma le promesse fatte in faccia a sè
medesimo; ma i suoi concittadini, e il Morone, e gli obblighi assunti?
Spaventato allora si allontanò, e a passo lento ricalcò la via che
prima aveva battuta; passato presso una chiesa, vi si fermò a lungo,
poi tornò a mettersi in via. Il suono profondo del martello
dell'orologio di S. Pietro si fece sentire in quella; egli contò otto
ore.... e si ricondusse al palazzo Aurelio. V'era gran folla sulla
piazza, gli atrj, i cortili, erano gremiti di persone, s'udiva gran
rumore nelle sale superiori, e suoni di strumenti musicali, e voci e
canti. Quando il Palavicino entrò, molti gli si fecero incontro, ma
egli, contro il suo costume, e con istupore di tutti, sgarbatamente se
ne distolse, e a furia salite le scale, corse, quasi a nascondersi,
nel gabinetto dalla duchessa, il più lontano dalla gran sala e dal
rumore, per lui tormentosissimo. Chiamato però un servo:
--Annuncierete alla duchessa, gli disse, ch'io sono in palazzo, e non
posso venire fra tanta gente, perchè devo attendere a scrivere per
affari della massima importanza.
Uscito il servo, si mise a sedere presso ad un tavolino, nascondendo
la faccia fra le mani e, per un pezzo, stette in questa attitudine.
Nelle sale intanto era la più viva giocondità. Nessun computista
estemporaneo avrebbe saputo tener conto in quella notte di quante
centinaja di versi sgorgarono dalle bocche poetiche; e l'offerta fu
così eccessiva, così intemperante, che molti, assai più che edificati,
ne rimasero sazj. Ma la musica era accorsa a riparare i guasti della
poesia; e la duchessa Elena, colla soave potenza della sua voce,
scorrendo tutta la scala diutonica, aveva lasciate impressioni
profonde e suscitati delirj non pochi. La viva e sincera gioja ond'era
animata in quelle ore le aggiungeva una luminosa bellezza che rapiva e
strascinava. Fin da quando s'accorse d'essere svisceratamente amata
dal Palavicino, e tutte le apparenze la portavano a questa
conclusione, e vide di poter toccare tra poco il fine supremo da lei
vagheggiato con una smania rodente di sposarsi al giovane lombardo,
ella aveva sentito dentro di sè come una calma gioconda non mai
provata in prima e che bastò persino a vestire di un'altra forma i non
morituri rimorsi. Si può dire che in tutto il tempo in cui ella erasi
riposata nell'amore di Manfredo, non aveva provato che un'ora sola di
cupo travaglio, quella che precedette le nozze; ma strette che furono,
ogni nube dileguò. E in quella sera il sapere d'esser finalmente la
moglie di Manfredo, aveva in lei generate tali affezioni da indurre
nel suo aspetto quasi una trasmutazione, La sua bellezza aveva assunto
una tinta ancora più seducente, nelle sue maniere ci fu qualche cosa
di più libero, e sicura entro di sè che non sarebbe caduta mai più;
senza ritegno, e senza pensare ai contingenti pericoli che l'altrui
entusiasmo poteva far nascere, in quella notte dispiegò in faccia alla
moltitudine tutto l'iridescente ventaglio delle sue doti.
Venne l'ora finalmente in cui le sale si vuotarono ed ella, appena le
fu permesso di accomiatarsi da' suoi invitati, impaziente s'affrettò
dove il servo aveale detto trovarsi il Palavicino. Piena d'un insolito
esaltamento, ripetendo a mezza voce una soave cantilena, quella che
più di tutte poco prima aveva eccitati gli applausi generali, passando
a volo di sala in sala con una leggerezza quasi infantile se ne venne
nel gabinetto. Ma vedendo il suo Manfredo seduto e colla testa china
sul dossale della sedia, si fermò di tratto, e se ne stette in sulla
punta de' piedi, al limitare; avea la posa elegante e svelta e lieve
della gazzella. Al suo comparire, il soavissimo odore dell'acqua nanfa
tramandato dalle sue vesti si sparse per tutto. Non potea darsi
voluttà e incanto maggiore. Quali ricchezze non avrebber dato gli
opulenti giovani romani, per trovarsi in quell'ora nella condizione
del marchese Palavicino. Quanti infatti erano intervenuti alle feste,
pensavano in quel punto alla signora, idolatrandola e struggendosi per
lei, pensavano al fortunato giovane lombardo, invidiandolo!!
Ma la signora, vedendo che Manfredo continuava a starsi immobile, e
però dubitando non si fosse ancora accorto della di lei presenza, con
una grazia ineffabile gli si mise a sedere d'accanto e lo cinse delle
braccia.
Vi sono dei momenti ne' quali anche gli uomini abitualmente
ragionevoli e buoni prorompono in atti di una sragionevolezza e di
un'ingiustizia tetra; atti funesti, che mentre tormentano con subito
rimorso chi li ha commessi, abbattono con inaspettata percossa chi n'è
l'oggetto. Manfredo ebbe a trovarsi in uno di questi momenti, e appena
s'accorse d'aver presso la giovane sua sposa, e ne sentì il molle
respiro, balzò in piedi come se una biscia schifosa gli fosse
strisciata vicino, e saettò la duchessa con un'occhiata di tanto
furore che pareva volesse annientarla. Ella rimase attonita in prima,
poi si alzò, e a lenti passi si allontanò spaventata da lui.
Ma codesto movimento aveva già impietosito il buon Manfredo, che dalla
collera passò ratto alla compunzione, e fece per accostarsi alla
signora quasi per placarla. Se non che, accorgendosi d'esser andato
troppo oltre, e vedendo non esser più possibile ripararvi, e mille
altri pensieri stringendolo da tutte le parti, egli si sentì come
infiacchito, un'angore indicibile successe al primo orgasmo, e
gettandosi ancora a sedere e nascondendo la faccia, più non potendo
frenarsi, diede in un pianto dirottissimo, che accrebbe lo sgomento e
i sospetti della sventurata duchessa.
Qual trista notte nuziale fu quella!! Tutto il passato si schierò
dinanzi all'infelice Elena con immagini spaventose.
Tre giorni nuziali l'uno più funesto dell'altro: il primo marito
ucciso che voleva essere vendicato,... il Lautrec che viveva, e ch'era
potente e sdegnato.... il Palavicino dal quale tutto aveva sperato, e
pel quale improvvisamente era gettata nella disperazione.
Eppure tutta Roma credeva lei felicissima in tal momento.... tutta
Roma invidiava il giovane lombardo, cagione e vittima a un tempo di sì
profonda angoscia.