Le sensazioni che provar può un uomo, il quale dannato a una perpetua
prigionia, passa, la prima volta, dal giorno, dalla luce, dal rumore,
nella tetra oscurità di un sotterraneo, dove, quasi fosse scagliato
fuor del mondo e della vita, assai tempo prima di morire, sa che la
propria esistenza vi si consumerà impreteribilmente; furono le
sensazioni che assalirono e strinsero l'animo della Ginevra nel
frattempo che la lettiga a ruote, avendo a rompere dinanzi a sè le
onde impetuose di una folla stivatissima, procedeva lentamente e a
fatica. Il sentirsi chiusa in così breve spazio con colui che ella
teneva pel suo vecchio consorte, il sentirne il respiro frequente e
affannato le dava una noja indicibile; persino il mantello di lui che,
per le scosse del cocchio, veniva a toccare e a strofinare il raso
delle sue vesti, promoveva in lei quello schifo di chi sente il tatto
di cosa sudicia e fetente. Aveva nel sangue l'agitazione e lo spavento
di chi si vede a lato il carnefice, e provava quel ribrezzo pauroso di
chi è costretto a viaggiare con un cadavere; perciò s'andava sempre
più rimpiattando nell'angolo della lettiga, come per allontanarsi,
mentre amaramente rimproveravasi di non aver saputo star forte contro
alla paterna volontà; ed ora che s'accorgeva che l'angoscia del
trovarsi insieme al vecchio era mille volte più dura di quanto ella
medesima aveva sospettato prima d'esser congiunta a lui, tormentavasi
sempre più di non aver avuto il coraggio di rifiutare un così orribile
supplizio.
In quanto al Palavicino, continuava nella direzione di que' pensieri
che da due ore lo tormentavano, alterati in quel momento da nuove
ansie, da' nuovi timori; ad ogni tratto che percorreva la lettiga
temeva insorgesse d'improvviso una voce, un grido tra la moltitudine,
e il suo nome ripetuto dalle voci furibonde del padre, del marito
della Ginevra, passasse di bocca in bocca tra la folla maravigliata, e
si accorresse da tutte le parti a circuirlo, a togliergli d'accanto la
Ginevra. Lo scandalo, le vergogne, i pericoli, le sventure che ne
sarebbero derivate lo facevan ardere e gelare; si rodeva tra sè che il
cocchio procedesse così lentamente, e la stizza e la noja e lo
struggimento gli era più incomportabile in quanto era costretto a
starsene tranquillo in un angolo, silenzioso, immobile, avvolto nel
proprio mantello, ed era impazientissimo di svelarsi alla Ginevra, di
troncare quelle dolorose incertezze, di sollevare la fanciulla da
quella condizione tormentosa, in cui naturalmente ella doveva trovarsi
da molti dì.
Ma la folla a poco a poco cominciò a diradarsi, a dividersi, a non
apparir più che in qualche gruppo sparpagliato, a lasciar finalmente
sgombra la via del tutto. Allora i cavalli presero il trotto, e la
lettiga fu tratta innanzi rapidamente. A un certo punto i palazzi, le
case finivano, e cominciava un basso muro che cingeva le ortaglie. Il
disco della luna lucentissima in un bel cielo sgombro e stellato non
essendo più coperto dall'altezza degli edifizj, vibrò un raggio
nell'interno della lettiga e rischiarò il volto accorato della
Ginevra. Svolgevasi in quella il Palavicino dal suo mantello e,
credendo fosse opportuno il momento, si volse, mosse il labbro
mandando un debol suono di voce, e guardò la Ginevra, che guardò lui.
Fu in quel momento che, all'orecchio di Elia Corvino arrivò, velato e
fioco, attraverso al frastuono, quel grido che lo aveva messo in
apprensione.
Del resto, quel che avvenne nella mente e nell'animo della Ginevra al
vedere dinanzi a sè, come se per arte di magia fosse avvenuto un
repentino tramutamento, la faccia bella e giovanile del Palavicino,
invece della turpe canizie del Baglione, che tumulto scompigliato di
nuove sensazioni, e di nuovi affetti succedesse in lei, non può essere
spiegato che da quel grido ch'ella non potè trattenere, e che fe'
correre un gelo per l'ossa al Palavicino, il quale si tenne perduto,
tanto timore lo prese che, accorrendo la moltitudine, fosse presto un
terribile intrigo. Per un moto involontario, aveva bensì a quel grido
gettato un lembo del mantello sulle soavi sembianze dell'atterrita
fanciulla, a tentare di soffocarlo a mezzo, intanto che, per un altro
moto d'istinto rattenendo persino il fiato, si era ristretto tutto in
sè, quasi credesse sfuggir così alle ricerche della moltitudine. Il
cuore gli voleva scoppiar sotto il giustacuore. Per buona ventura non
accorse nessuno, i cavalli, sferzati dal cocchiere, che s'era
spaventato la sua parte, raddoppiarono la corsa, la strada si fece
sempre più deserta e silenziosa.
Ma il timore si accrebbe nel giovane Palavicino, quando s'accorse
d'esser presso alla porta della città, dove era probabile che oltre la
solita scorta di gabellieri ci sarebbe stato un rinforzo dei lancieri
del re. Pensando allora che un altro grido non sarebbe di certo
passato inavvertito, e che la rovina poteva esser pronta;--Zitto, per
carità, disse sommesso alla Ginevra, con quel maggior fervore che può
darsi ad una preghiera, e colla maggiore soavità che può avere
l'affetto. Zitto, per carità, o noi siamo perduti; io e voi.
In quella, il bisbiglio di più voci, qualche sghignazzamento, una
turpe canzonaccia cantata da una rauca voce, alcuni passi ferrati che
facevan suonare il terreno, l'avvisarono che si passava sotto
l'archetto della porta della città. Non era fibra che non gli
tremasse, ma la carrozza fu tratta oltre veloce, e finalmente egli
altro non vide che cielo ed alberi.
Allora, sciolta la Ginevra, amorevolmente la chiamò per nome.
Ma alle prime sensazioni, quali altre erano succedute nell'animo di
lei?
Se il Manfredo fosse stato il suo promesso, se mai non fossero insorti
ostacoli ad avversare i loro amori, se in quel momento si fosse
trovato con lui per un procedimento comune delle umane cose, sicura
che il proprio padre amava e benediceva l'affettuosa corrispondenza,
ed era vicina la solennità delle nozze; ella, per quell'istinto di
femminile ritrosia, che di tutto si adombra, quand'anche fosse stato
egualmente forte l'amor suo pel giovine, pure sarebbesi comportata
seco con assai riserbo. Ma in questo momento l'affetto per lui, che da
tre anni era l'assiduo suo pensiero, proruppe invece con un impeto sì
eccessivo, che a tutt'altri che a lui sarebbe quasi parso indizio di
pazzia. Un certo che di febbrile alterazione che aveva nel sangue da
qualche ora, quell'improvviso passaggio da uno stato ad un altro, così
diversi, così opposti, quell'istantanea gioia, quell'estasi suprema
successa al gelato terrore che da più giorni non le lasciava aver
bene, le generarono nell'animo tal mistura di commozioni così
eccezionali, che giunsero persino a far tacere in lei quel non so che
di femminile alterezza e di ritrosia che le era sì proprio, per la
qual cosa in sulle prime, tutto bagnando di lagrime il volto del
Palavicino, si lasciò andare senza ritegno ai più teneri ed espansivi
vaneggiamenti dell'amore.
Fu lo scorrere però di alcuni pochi secondi... e a un tratto
s'arrestò... atterrita s'arrestò, come se una voce cui non le fosse
possibile disobbedire, d'improvviso le suonasse minacciosa e fatale, e
si ritrasse e tornò a rimpiattarsi nell'angolo della carrozza con uno
sforzo straordinario dell'animo e delle membra, quasi che al posto del
Palavicino si fosse messa a seder davvero la squallida e truce figura
del Baglione. Fu straziante l'angoscia di lei quando, sulla predella
dell'alture dell'abbazia di Chiaravalle, atterrita dal severo sguardo
paterno, aveva messa la propria nella mano tremante del Baglione; più
straziante ancora quando, poche ore prima, a lei discinta, il vecchio
s'era accostato. Ma l'angoscia di questo momento le fu insopportabile,
e il sangue con tant'impeto le si tramestò nella regione del cuore,
che sentendo distendersi un gelo su tutta la superficie delle sue
fragili membra, provò quell'alienazione di spiriti, e quel
prostramento assoluto di forze, che ci fa presentire in che modo si
passi da questa all'altra vita.
Il Manfredo se ne accorse, e stette in grandissimo timore fino a tanto
che la fanciulla non si riebbe affatto.
I parossismi della passione e del dolore non possono durare che
brevissimi istanti, per quanto sia straordinaria e terribile la
condizione in cui l'animo si trova, e a quei parossismi subito
susseguono de' momenti di calma, calma certamente non invidiabile, ma
tale almeno, che alla mente permette di connettere delle idee con
qualche ordine, alla bocca di parlare, agli occhi di piangere.
Riavutasi così la Ginevra, e pensando al padre, al Baglione,
all'audacia del Palavicino, di cui, in barlume, le pareva d'aver
indovinato il disegno, e prevedendo le nuove e più atroci sventure che
ne sarebbero derivate.
--Ah! Manfredo, che avete voi fatto? gli disse. Che intenzioni sono le
vostre?... io tremo solamente a pensarci.
--Una fortunata combinazione, rispose il Palavicino, non ci mancò, e
spero che nell'avvenire....
--Ma chi v'ha consigliato a far questo, Manfredo?
--E puoi domandarlo? e non sapevo io il tuo dolore, e non conosceva i
tuoi desiderj? altra volta io t'ho veduto in ginocchio, e t'ho udita
scongiurare Iddio perchè ti liberasse dal Baglione. Oggi poi, chi
m'aiutò ad aiutarti, mi disse le tue lagrime e la tua disperazione.
Pensa dunque che colui non ti riavrà mai più, che tu sei con me ora, e
per sempre lo sarai!...
--Per sempre, di' tu? ah, Manfredo io l'ho desiderato, è vero, io l'ho
sperato; ma pur troppo, ciò che tu di' non può essere. Io tremo di
trovarmi qui con te.... Il Baglione è mio marito.
Ella pronunciò questo nome con un accento sì amaro, che il Palavicino
ne fu scosso. Vi fu un momento di silenzio, durante il quale non
s'udiva che il trotto serrato dei cavalli, e il soffio dell'aria che
fendevasi contro la carrozza.
--Io ebbi a pensar male di te, Ginevra, soggiunse poi il Palavicino;
tu avresti potuto star forte contro la violenza altrui, ma nell'animo
tuo, fu ben più potente assai il timore di tuo padre che l'amore di
me. Io non avrei fatto così.
--Ma e tu, rispondeva allora la Ginevra con un impeto nel quale assai
chiaramente sentivasi la mestizia profonda, che hai saputo far tu?
Perchè mi hai abbandonata, quando più era bisogno che venissi pronto a
darmi aiuto?
Il Palavicino taceva e sospirava.
--Perchè non hai tu voluto ascoltare quella soave e cara donna di tua
madre che, bagnata delle mie lagrime, mi promise ti avrebbe costretto
a rimanere? sai tu poi quel che a me bastò l'animo di fare in quella
notte?... Ciò che nessun'altra donna avrebbe mai fatto, l'ho fatto io,
Manfredo. Io voleva in ogni modo parlare a tua madre, e non vedendo
altro mezzo, uscii tutta sola di palazzo, e tutta sola, essendo la
notte alta e disastrosa, attraversai la pubblica via. Dio sa quello
che si pensò di me da coloro che mi avranno veduto. Ma le mie e le
preghiere di tua madre non valsero... sei uscito al campo egualmente,
e, senz'altro aiuto, io non potei sostenere la severità del padre, e
fui perduta per sempre...
Qui le lagrime prorompendole a furia, e soffocandola i singhiozzi, più
non potè parlare. Il Palavicino malediva tra sè il momento che, senza
un frutto al mondo, era uscito di città, e non sapendo che rispondere,
taceva, ascoltando quel pianto e que' singhiozzi.
V'era una certa ineffabile attrattiva in quei gemiti della fanciulla,
ch'egli sebbene percosso nel più profondo dell'animo, pure, a poco a
poco si sentì rapir via insensibilmente dal mestissimo suono, provando
una sensazione quasi gradevole.
Cessò il pianto alla fine, ella tornò a ricomporsi, tornarono a
parlare fra loro. A un tratto la Ginevra, rispondendo a quanto erale
venuto dicendo il Palavicino:
--Questo non sarà mai, proruppe, sarebbe una vergogna, uno scandalo;
nessun'anima buona non potrebbe sentir più compassione delle sventure
mie. O tu mi prometti adesso che tosto penserai a condurmi in qualche
santo ricovero, dove nessuno possa venirci, nè tu stesso, o in questo
momento medesimo io mi getto di qui, e così, come mi verrà fatto
meglio, mi strascinerò a piedi sino alla casa dei padre mio.
Quanto più i desiderj e lo stato dell'animo la tenevan stretta al
Palavicino, tanto più, come a vincere la difficoltà di una virtù che
riusciva ardua troppo pel suo cuore, e a tentare uno sforzo disperato,
procurava esagerare la volontà propria esprimendosi di quel modo
risoluto e impetuoso, pure, mentre stava ad attendere una risposta dal
Palavicino, temendo averlo offeso colle troppo dure parole:
--Tu sai perchè io ti domando questo, gli disse con una straordinaria
dolcezza, tu vedi che io non posso stare con te, e che questi istanti
medesimi che teco ho trascorsi, furono già troppi. Però, io ti
scongiuro, Manfredo, a provvedere alla mia sicurezza ed alla mia fama.
--E per che cosa pensavi tu ch'io ti consigliassi a fuggire ben
lontano con me? per provvedere alla tua sicurezza appunto; ma la tua
fama non m'era già indifferente. I tuoi virtuosi costumi a chi sono
più noti che a me, e a francare ogni tuo timore quella cara e virtuosa
donna di mia madre sarebbe venuta a stare con noi, e affidata alle sue
cure, alle sue soltanto, tu saresti stata come in un santuario; e
tutto il mondo lo avrebbe saputo.... Pure, se tu persisti nel tuo
proposito, io non sarò già quello che ti contraddica... a me basta che
tu viva illibata e sicura, e considerando che, anche diviso da te, per
quanto fosser lunghe le distanze e innumerati gli anni, non
appartenendo a nessun altro, tu appartenesti a me solo, io saprei pure
trovare qualche conforto alle sciagure mie... e penso che non vi è
nulla ancora di perduto, o Ginevra, giacchè, se la natura farà il
debito suo, non vivrà eterno il vecchio Baglione, e i nostri desiderj
saranno esauditi nell'avvenire. Io ne ho fiducia. Intanto la tua pura
virtù sarà da me, come cosa divina, altamente rispettata.
Queste parole misero un vivissimo raggio di speranza nei pensieri
abbujati della Ginevra, la quale ajutata e sospinta da quel conforto,
si slanciò allora nel futuro con un'alacrità e una confidenza
straordinarie.
I cavalli intanto che, di corsa, s'erano allontanati forse quattro
miglia dalla città, inoltrandosi adesso per un terreno paludoso, e
sprofondandosi coi garretti nell'umida mota, cominciarono di necessità
ad andare di passo. Cessato così lo scalpito dei cavalli, i due
giovani si tacquero per non farsi udire dall'uomo che li guidava.
Scoccarono in quel punto stesso, quasi due miglia lontano all'orologio
dell'abbazia di Chiaravalle, le otto ore, il cui rimbombo, per quel
vasto silenzio della notte, percorrendo in decrescenza le regioni
dell'aria, giungeva all'orecchio dei fuggitivi indefinito o solenne,
talchè alle loro fantasie parea di sentirvi come una promessa che
venisse dall'alto.
Usciti a stento da quel palude ingrato, entrarono in una via affondata
tra due alte rive sparse di macchie d'ogni generazione; ma s'accorsero
qui, che la noja durata alcuni momenti prima era stata ben leggiera in
confronto della noia a cui correvano incontro. E un'afa insopportabile
cominciò tra quelle macchie a tormentarli, come se l'atmosfera
d'improvviso si fosse condensata gravitando sulle loro teste, e la
stagione fosse retrocessa ai dì della canicola.
Sentendo allora tra i rami e le frondi dei querciuoli e delle marruche
un vasto e impetuoso stormire, i due giovani, ad ispirare, per
confortarsi, qualche soffio di brezza passeggiera, misero la testa
fuori dello sportello, ma, nauseati dal grave odore che lor ventava in
volto, ne la ritrassero tosto nascondendola tra i panni.
--Ci accostiamo alla campagna tra S. Donato e Malignano, dove s'è data
la battaglia, disse allora il Palavicino alla Ginevra che, quasi
atterrita, gli aveva chiesta la causa di quella nuova noia. Non c'è
altra via che metta al mio castello d'Acquanera; ma il cammino non
durera più d'un'ora, e presto ne sarem fuori, coraggio.
In quella lasciatisi addietro le macchie, si trovarono in uno slargo
di campagna; anche qui il terreno era tutto un mollume, e i cavalli di
necessità dovettero ancora rallentare la corsa. Ma grado grado che la
carrozza procedeva innanzi per quella vasta pianura, sempre più
cresceva quel non so che di pesante caldura, quel fetore, quella
nausea insopportabile.
E un'altra cosa insolita, e che più forse metteva nei loro animi una
sensazione che somigliava alla paura, era il silenzio universale, nel
quale a un tratto venivano ravvolti ogni qualvolta sostasse l'unghia
dei cavalli; un silenzio profondo, assoluto, tetro e ben diverso dai
soliti silenzi notturni. Passando, tre dì prima, a notte chiusa per
quel campo, s'udivano que' suoni indistinti, que' mugolii lontani,
que' gemiti vaghi che fondendosi in una cosa sola, ci avvisano che la
natura è tranquilla, ma non è morta. I zufoli dei rigogoli sui più
alti rami degli orni, le dolci musiche dei rosignuoli dalle siepi, dai
platani, i tremoli squilli delle palombelle fra i rami delle guercie,
i cicalecci monotoni dei grilli dagli ippocastani, il picchiare minuto
e incessante dei rostri ne' rami delle piante, le peste improvvise e
rapide de' lepratti, dinotavano al viandante ch'egli non era già solo
in quel vasto campo, e ch'era circondato da migliaia e migliaia
d'esseri viventi.
Ma in quella notte, in quell'atmosfera fattizia, regnava un silenzio
di tal sorta, che quasi, pareva d'essere fuori della terra, e la
cagione non era difficile trovarsi. Chi avesse voluto rovistar per le
siepi, tra l'erbe arsicce e peste della campagna, sui rami secchi, tra
le frondi ingiallite, avrebbe trovato a miriadi i cadaveri piccioletti
d'infinite generazioni d'uccelli; i superstiti a torme di migliaia,
s'eran rifuggiti, a sette, a dieci, a più miglia di distanza. I nidi
anch'essi dei grilli erano abbandonati, che i buffi d'un'aria pesante
e pregna delle putridi esalazioni che venivano dal campo, successi
d'improvviso all'umida frescura della notte, e all'aure soavi di mille
fragranze, lì avevan fatti emigrar di conserva.
Trascorso però un bel tratto di cammino, d'improvviso, in mezzo a
quella solitudine s'udì un rumoroso sbatter d' ali. Era una torma di
gufi e d'upupe che, svolando rasenti la carrozza, ferivan l'aria con
un rombazzo fischiante, mentre su in alto un nugolo più fitto
d'un'altra generazione di volucri la fendevan in quella medesima linea
tenuta dalla torma più bassa; e subito un gracchiare aspro,
tumultuoso, avvisava ch'eran corvi calanti alla pianura, e parevan
quasi volessero rispondere ai singulti intermittenti dell'altro stuolo
che viaggiava più basso. E stringeva l'anima di una cupa e ferale
tristezza il sapere quale istinto, spingeva quei voli, che tra le
fradice carni dei cadaveri avevan pure a fermare le penne. E in quella
un buffo di vento, pregno d'un odore fetentissimo, ammorbante e come
di sangue, soffiò quasi ad annunziare, che quelle legioni della morte
andavano a sicuro viaggio, a certa preda.
La carrozza s'accostava intanto sempre più verso Marignano, e i
fuggitivi tutti ristretti in sè, nascosto il viso tra i lini e il
drappo delle vesti, via rapidi dai loro pensieri, non pronunciavano
una parola.... D'improvviso la carrozza s'arresta, dà indietro; il
nitrito de' due cavalli, tremulo spaventato, acuto come il suono d'una
chiarina, si diffonde per la silenziosa solitudine. I due giovani
s'affacciano allo sportello e guardano. Impennandosi, rinculavano i
cavalli, e ricadendo sulle zampe le puntavano nel terreno, ritte le
orecchie, aperte le narici, sbuffanti. Alcuni cadaveri giacenti nelle
loro armature, come in un cofano da inumarsi, ingombrando la via per
dove occorreva passare, li avevan fatti adombrare al punto, che non
c'era verso di cacciarli innanzi; pure il flagello del cocchiere potè
più dell'ombria e, a un tratto, presero la rincorsa, trascinando la
carrozza saltelloni sulle armature che, suonando, si spezzavano a
brandelli. Trasportati così velocemente, i due giovani presto si
trovarono colà dove la campagna prendeva la massima estensione, e qui
una nuova scena tanto più orrenda, quanto più vasta apparve loro
dinanzi.
Soltanto il cielo era sereno, e sgombro come nei dì prima dell'orrida
battaglia; le stelle luccicavano nell'infinito firmamento, il raggio
lunare era ancor mite e vestito ancora di quell'azzurro perlato che di
solito sparge tanta malinconica soavità ovunque va a posarsi; tutto
insomma era ancor bello e calmo negli spazi dell'aria. Calma,
bellezza, splendore, che troppo contrastava a tutto quanto era sparso
su quelle insanguinate arene del campo.
E qui il silenzio non era più così perfetto, così continuato come a
tre, a quattro miglia di distanza. Di tanto in tanto s'udivano
improvvisi rumori, forti e secchi scoppi, come d'aria che squarci
violentemente un ostacolo per trovare un'uscita. Si sarebber dette
canne di schioppetti e di colubrine che si rompessero per
un'esplosione di polvere; ma era tutt'altra la causa di quei rumori...
la qual subito fu chiara, quando i cavalli di nuovo aombrarono
impennandosi e nitrendo spaventati.
Per un gran tratto di terreno all'intorno, si vedevan giacenti,
distesi per terra, in molte e diverse positure, in lunghissime file,
ammonticchiati alla rinfusa di tre, di sei, di più ancora, corpi di
quadrupedi. Nè a tutta prima non si poteva dar loro che
quest'appellazione, che, anche senza l'oscurità della notte, non si
poteva conoscere che eran cavalli, se non forse per gli arredi, pei
freni, per le selle, tanto il loro corpo era cresciuto, era ingrossato
a dismisura al punto da farli scambiare per altrettanti elefanti o
rinoceronti. Ed era la fermentazione maturatasi nel loro interno che
li faceva gonfiare, e gonfiar grado grado, sinchè la cute, tesa,
assottigliata, screpolata, sanguigna, stirandosi fluiva a fendersi in
due, in più parti, dando quei violentissimi e rumorosi crepiti che
ogni tanto si facevano udire, anche a molta distanza, pel vasto
silenzio, e i corpi, aprendosi così, davan uscita alle viscere che più
non vi potevan capire, riversandosi, per molto spazio in giro, in
spargimento di sapie nerissima, a corrompere il terreno, a impregnar
l'aria di esalazioni letali. Inorriditi e nauseati, uscivano
finalmente di mezzo a quelle file, ma tosto i cavalli tornavano ad
arrestarsi, al lampo tremulo che partiva da un largo cerchio d'armati
e d'armi, e da una luce bianchiccia riflessa da un'acqua; lancie,
picche, spadoni, borgognate lucenti gettate alla rinfusa sul terreno,
rifrangevano i raggi lunari; soldati a centinaia giacevano intorno
intorno a quell'ampia gora d'acqua, colle teste, alcune sull'orlo,
altre riverse, altre pendule, altre immerse al tutto nell'onda fimosa,
colle braccia distese col ventre a terra. Feriti, presi da dolori
atrocissimi, prossimi a morire, s'eran sentiti un'arsura, un incendio
nelle viscere, una sete rabbiosa, spasmodica. Lenti, rifiniti,
zoppicanti, a strascico, barcolloni, erano per lungo tratto iti in
cerca d'una fonte d'acqua viva; trovatala, vi s'eran gettati
sull'orlo, avidissimi avevan immersi labbri nella gora, e pendenti su
quella, non anco saziati, avevan mandato l'ultimo respiro... . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
I due giovani, per quanto procurassero affrettarsi su questa lugubre
scena, dovettero per altro impiegare assai tempo ancora prima d'uscire
di quella campagna. Durante il quale, i loro animi subirono quegli
effetti e quelle scosse che mai non si cancellano dalla memoria.
Come i tremoli chiarori
Dell'azzurro interminato,
Cadean scarsi, cadean lugubri
Sul terreno insanguinato,
Ed al guardo il fean più truce
Rivestendolo di luce.
Ahi! così dei due fuggenti
Dentro all'alme perturbate,
Fiochi i gaudi si mescevano
Alle larve inesorate,
E più cupo il duolo usciva
Dalla gioia fuggitiva.
. . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . .
Ma di sè stesso immemore,
Sulla mortal pianura,
Pensò l'afflitto giovane,
Pianse l'altrui sventura,
E il fato che terribile
Sulla sua terra sta;
E allor sull'individuo
Amor, nell'ansio petto,
Sentì improvviso sorgere
Quel generoso affetto
Che tutti i figli abbraccia
D'un'infelice età.
Eppur pel terren lubrico,
Ovunque giri il guardo,
Non v'è fratel cui lagrimi,
Sangue non v'è lombardo,
Tutti da lunge vennero:
Il vinto--il vincitor.
Ma se il concittadino
Sangue non fu versato?
Se fu l'intatto popolo
Alla città serbato?
Non è destin che temperi
In lui l'acre dolor?
. . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . .
Fosse strage di fratelli,[1]
Fosser lutti immemorabili
Nel suo senno desiò;
Ma il tripudio degl'imbelli,
Che del sole, ancor si nutrono
Sovra l'alma gli pesò;
Ah sui tumuli cruenti
Fiammeggiar vedrìa l'orgoglio
Che domato ancor non fu,
Le speranze... rinascenti
Dalle squallide reliquie
D'una prodiga virtù.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Ma tosto, ai rotti anéliti
Della gentile oppressa,
Al fervoroso murmure
Ond'è una prece espressa,
La nova e forte angoscia
In cor sentì svenir,
E divinando il mobile
Tenor del pio pensiere,
Anch'ei gli affanni solvere
Tentò nelle preghiere,
E della cara vergine
Ai voti i voti unir.
Allor stretti si volsero
Al cielo in un desìo,
Pregâr le sorti dubbie
A lor svolgesse Iddio,
Scovrirne almen pregarono
L'arcana volontà...
. . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . .
Ma Lei lodate, improvidi,
Che in suo rigor pietosa
D'oggi vi chiude i termini,
Che la ragion nascosa
Dei dì venturi a giungere
A voi l'ala non dà;
Morir, se intero il tramite
Del dì vi fosse innante,
Vorreste, inerti al gaudio
Del fuggitivo istante,
S'anco ne fia più libero
E più securo il vol;
E s'anche oltre l'orribile
E diuturno lutto,
D'inestimabil premio
Vi fia promesso il frutto,
Dei luminosi giorni
Rifiutereste il sol...
. . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . .
Ed or che ai preghi tenera
Gettò la eterna Mente
Sulle severe pagine
Lo sguardo onniveggente,
De' vostri mali il cumolo
Sì grave a Lei sembrò,
Che già volea distruggere
I preparati eventi,
Temprare a voi l'esiglio,
Trarvi sulle fiorenti
Vie, per mezzo a gioie
Che mai non destinò;
Ma le speranze, o miseri,
Non liberate ancora;
Fu indarno.--Iddio ne' mistici
Silenzi di quest'ora,
I detti indeprecabili,
Guatando a voi, mandò:
Ite--la prova è orribile
Cui vi porranno i Fati,
Ma io guardo a lor, ma numero
I giorni guerreggiati--
Ma più di tutti piangere
Perchè dovete, io so...
[1] Con queste strofe, alludendo al fatto storico che la battaglia
di Marignano fu combattuta dai Francesi pel loro re e per sè
medesimi, e dagli Svizzeri ed altri mercenari pel duca Sforza e pei
Milanesi, l'autore vorrebbe dire, che se in luogo d'aiutarsi col
braccio altrui, i Milanesi medesimi avesser combattuto per sè e pel
loro duca, dato anche il caso che avesser toccata una sanguinosa
sconfitta avrebber trovate buone speranze nella superstite loro
dignità e nel loro valore.