che trovasi nell'_Inferno_ canto XXXI, se non si ricorre all'ebraica
lingua o meglio alla talmudica, ch'è un misto di ebraico e caldaico, come
adoperò spesso anche l'Immanuele nelle _Mechaberod_? E quello che è più
interessante — lo diremo alla moderna — è l'osservare come il poeta
cristiano pur volendo adoprar parole suggeritegli di certo dal poeta
ebreo, poco pratico com'era nel trascriverle, si trovò come un pesce fuor
d'acqua e ne storpiò più d'una, siccome fatto avea nel _Pape Satan_.
Leggete infatti come volete il verso « _Rafèl mai amech zabi almi_ » e ci
troverete sempre una sillaba di meno. Ma non ce la troverete più se lo
leggete come vuole l'ebraico: _Refa el mai amech zebai almi_, e che vale —
come giustamente osserva l'amico nostro Jona — « Lascia o Dio! Perchè
annientare la mia potenza nel mio mondo? » esclamazione di Nembrotte il
superbo, accasciato in veder la sua potestà ridotta ad un bel nulla.
In questo modesto studio non facciamo (e il lettore deve averlo capito) un
commento filologico, nè possiamo quindi dar tutte le ragioni che militano
in favor nostro, ragioni che stringeremo in una sola, anzi in due: È egli
possibile che Dante abbia messo insieme quelle parole, come vogliono
molti, per non dir niente? O è possibile che siano siriache od arabiche,
mentre Nembrotte — e tanto meno Dante — non conoscean quelle lingue, e
l'ebraico, Nembrotte certo conosceva e coll'aiuto d'Immanuele potea
conoscer un tantino anche Dante? [11].