Appena si sparse la voce del ritorno di Costantino, la catapecchia del
pescatore si riempì di gente, e tutto il giorno fu un andirivieni di
amici, di parenti, di persone che prima non avevano mai scambiato parola
col poveretto, ed ora venivano, lo abbracciavano, gli offrivano la loro
casa. Le donne piangevano, lo chiamavano «figlio mio», lo guardavano con
occhi pietosi. Una vicina mandò pane e salsiccie.
Ebbene, tutte queste dimostrazioni di stima e di pietà stizzivano il
giovane. Diceva ad Isidoro:
— Perchè hanno compassione di me? Cacciateli via: andiamo in campagna.
— Andremo, andremo, figlio di Dio, abbi pazienza, — rispondeva l'altro,
curvo sul focolare a cuocer le salsiccie. — Ah, come sei diventato
cattivo! Possibile?
Ecco, dopo lo scoppio di dolore avvenuto all'alba, zio Isidoro non aveva
più soggezione di Costantino, anzi cominciava a prendersi delle libertà,
sgridandolo come un bambino. Nei pochi momenti in cui restavano soli,
cominciava e ricominciava a narrare i _fatti_: Costantino ascoltava
avidamente, e si seccava quando la gente veniva ad interrompere il
racconto.
Venne anche il sindaco, che era ancora quel pastore dal viso di
Napoleone I. Questa visita, veramente, commosse Costantino.
— Noi ti daremo pecore e vacche, gli disse il sindaco, dopo essersi
soffiato il naso con le dita. — Sì. Ogni pastore ti darà un _pecus_[12].
Se hai bisogno di qualche cosa dillo subito. Nel mondo siamo tutti
fratelli, ma specialmente lo siamo nei piccoli paesi.
[12] Capo di bestiame.
Costantino pensò a ciò che i _fratelli_ del suo piccolo paese gli
avevano fatto, e scosse il capo.
— Ah, — disse — i fratelli fecero a me ciò che Caino fece ad Abele. Non
bastano vacche e pecore per ridonarmi vita e compensarmi!
— Ebbene, questo non importa, — riprese il sindaco, fisso nella sua
idea. — Tu che hai viaggiato, dimmi, hai visto da un'alta montagna i
paesi sparsi nelle sottostanti campagne? Ebbene, non sembra di vedere
tante case, in ognuna delle quali vive una famiglia?
Costantino cominciò a seccarsi per i discorsi del sindaco, e rispose che
voleva lasciare il paese, andarsene via, lontano, non tornare mai più.
— Tu non andrai via. No, non andare, — gli consigliò l'altro. — Dove
vuoi andare? Devi restare qui, dove tutti siamo fratelli.
Poi venne il dottor Puddu, con un grande ombrello grigio-sporco, e andò
a guardare cosa c'era dentro la pentola.
— Voi siete tanti delinquenti perchè mangiate delle porcherie, —
cominciò a gridare con la sua voce rauca, picchiando con l'ombrello
sulla pentola.
— Non la rompa! — disse Isidoro, — e scusi tanto che quella non è
porcheria. Son fave e lardo e salsiccie.
— E il lardo non viene dal porco? Siete tutti porci, qui.... Tu dunque
sei tornato, buona lana? — si rivolse a Costantino. — Io ho visto morire
colui. — Chi? chi? — Giacobbe Dejas! Egli è morto di mala morte, come
meritava. Tu ti prenderai una purga, domani. Dopo un viaggio è
assolutamente necessaria.
Costantino lo guardava e taceva.
— Tu mi credi pazzo! — gli gridò il medico, andandogli addosso e
minacciandolo con l'ombrello. — Una purga, capisci, una purga!...
— Ho sentito, — disse Costantino.
— Oh, meno male! Ho sentito anche io, che tu vuoi andar via. Viaaa! Va
magari a casa del diavolo, ma va via. Prima, però, va al camposanto, a
quel letamaio che voi chiamate cam-po-santo! E scava, scava come un
cane, e roditi le ossa di Giacobbe Dejas.
Digrignò i denti, come rosicchiando delle ossa: era ridicolo e orribile,
e Costantino tornò a guardarlo con stupore.
— Perchè mi guardi così? Tu sei stato sempre un cretino, caro mio,
piccola bestia. Eccolo lì, tranquillo e pacifico come un papa! Ti hanno
tolto tutto, ti hanno tradito, ammazzato, ti hanno percosso vilmente,
come se percuotessero un cadavere, e tu stai lì istupidito e rimbambito.
Ma perchè non ti muovi? Perchè non vai da quella mala femmina e da sua
madre e da sua suocera, e le prendi per i capelli, e le attacchi alle
code delle vacche che ti vogliono dare per elemosina, e metti fuoco alle
loro sottane, e poi slanci le vacche per il paese, in modo che si
incendi tutto? Tutto, capisci? Capisci, animale?
Gli urlava sul viso, emanando dalla bocca un pestilenziale odore
d'assenzio, cogli occhi iniettati di sangue. Costantino indietreggiava,
e le parole di colui lo facevano tremare.
Ma subito l'orribile uomo si allontanò, andò via, e volgendosi sulla
porta agitò l'ombrello.
— Mi fai venire il desiderio di rompertelo sul muso, — disse. — Gli
uomini come te meritano ciò che fu fatto a te. Ebbene, prenditi almeno
la purga, stupidone.
— Quello lo farò! — esclamò Costantino. E rise; ma le parole del
«dottore» gli lasciarono una profonda impressione. Ah, sì, in certi
momenti sentiva impeti ardenti di disperazione; egli diceva di voler
andar via, ma non sapeva precisamente ove sarebbe andato, e non sapeva
che avrebbe fatto se rimaneva in paese. Pensava:
— Io non ho casa, io non ho nessuno. Oggi vengono a salutarmi, per
curiosare, ma domani nessuno più si ricorderà di me. Io sono come un
uccello senza nido. Che farò io?
Le parole del «dottore» gli rombavano nella mente. Andare, andar là,
piombare come la folgore, distruggere quelli che avevano dissipato la
sua vita.
— ... No, Costantino, essa non è felice, — ricominciò Isidoro, quando si
misero a mangiare le salsiccie ed il pane bianco che la vicina aveva
mandato in regalo. — Essa non è felice. Io non l'ho guardata più in
faccia; e quando la vedo provo una cosa strana, come quando si vede la
_tentazione_[13]. Eppure, vedi, io ho compassione di lei. Essa ha una
figliuola che, mi dicono, rassomiglia ad una fava fresca, tanto è
sottile e verde. Come possono esser belli i figli del peccato mortale? E
la bambina è stata battezzata come una bastarda: il prete non
l'accompagnò a casa, la gente sogghignava per la strada.
[13] Il diavolo.
— Ah, ricordate il mio bambino? — chiese Costantino tagliando il lardo
giallognolo e grasso. — Egli, no, non sembrava una fava. Ah, se egli
fosse vissuto!
— È meglio che egli sia morto, — cominciò a filosofare il pescatore. —
La vita è piena di miserie. Meglio morire innocenti, andare, volare
lassù, al di là del cielo azzurro, nel paradiso disteso al disopra delle
nuvole, al di sopra del vento, al disopra di tutte le disgrazie umane.
Bevi, Costantino, — disse poi; questo vino non è buono, ma non è ancora
aceto. Ecco, mi ricordo, l'anno scorso, il giorno dell'Assunzione,
Giacobbe Dejas mi invitò a pranzo da lui. Egli aveva paura di me;
credeva che io sapessi... e voleva darmi sua sorella in isposa! Se tu
vedessi quella donna non rideresti più. Essa venne con me e col prete
dal giudice, a Nuoro. Così il Signore mi assista nell'ora della morte,
se io vidi mai una donna più coraggiosa: ella parve sollevarsi da terra.
Poi ella s'è curvata, s'è raggrinzita, sai, come quei frutti che si
disseccano sulla pianta prima di maturare. Io vado sempre a trovarla;
per divertirla le dico: ebbene, vogliamo sposarci, granellino d'orzo? —
Ella sorride, io sorrido; ma abbiamo voglia di piangere. Chi poteva mai
pensarlo? Ecco dunque, volevo dire: Giacobbe sembrava felice e contento;
arricchiva, pensava di prender moglie. Ed ecco ad un tratto — pum! egli
cade a terra come una pera fracida. E così è la vita. Bachisia Era
mercanteggiò sua figlia, credendo di cambiare stato, ed ora muore di
fame peggio di prima: Giovanna Era fece quel che fece, credendo di
raggiungere il cielo in terra, ed invece si trova come una rana
infilzata viva in una pertica.
— Ma la bastona, _colui_? — domandò Costantino, cupo.
— Egli non la bastona, ma vi sono maltrattamenti peggiori delle
bastonate. L'hanno presa per una serva, sai; per una schiava, anzi. Sai
come gli antichi trattavano gli schiavi? Così ella vien trattata in
quella casa.
— Ebbene, che crepi! Beviamo alla sua dannazione! — disse Costantino
alzando il bicchiere.
Nell'udire che Giovanna era infelice, egli provava la gioia crudele,
fatta di spasimo quasi fisico, che provano i bambini nel veder bastonato
un loro compagno malvoluto.
Dopo pranzo i due uomini uscirono fuori e si coricarono all'ombra del
fico selvatico. Il meriggio era caldo; l'aria immobile odorava di
papaveri, l'orizzonte svaporava cenerognolo come nei meriggi estivi, e
le api ronzavano suonando le loro piccole trombe monotone. Costantino,
stanco, disfatto, s'addormentò subito; ma il pescatore non potè chiudere
occhio. Una cavalletta verde saltava sull'erba e sui papaveri con un
aspro tic-tic; ed Isidoro allungò il braccio e cominciò a darle la
caccia, mentre pensava:
— Io so perchè egli vuole andarsene. Egli le vuole ancora bene, povero
fanciullo: s'egli resta qui soffrirà come San Lorenzo sulla graticola.
Eccolo lì, povera creatura. Sembra un fanciullo malato. Ah, cosa hanno
fatto di lui! Lo hanno sbranato. Ecco che ti ho presa!
Ed una cosa curiosa avvenne in lui: mentre stava per sbranare la
cavalletta, pensò che essa avrebbe sofferto come soffriva Costantino. E
la lasciò andare.
Un'ombra apparve in fondo al sentiero; zio Isidoro riconobbe prete
Elias, balzò in piedi, gli andò incontro, e lo attirò entro la
catapecchia, non volendo svegliare Costantino; ma costui aveva il sonno
leggiero, si svegliò, udì parlare, si alzò, e nell'avvicinarsi alla
porta sentì che discorrevano di lui:
— È meglio che se ne vada — diceva il prete con voce grave. — È meglio.
È meglio.
Costantino, non seppe perchè, si turbò nell'udire quelle parole.
Ma egli non se ne andò.
I giorni scorsero, la gente fini di molestare il reduce che cominciò a
girare per il paese senza esser più oggetto di curiosità alle
donnicciuole ed ai ragazzi. Coi denari guadagnati nella reclusione egli
si provvide di cuoio, suola e spago, ma non si metteva mai a lavorare.
Ogni giorno comprava carne, frutta e vino, mangiava e beveva molto, e
pretendeva che Isidoro lo imitasse. Gli pesava l'ospitalità del
pescatore, aveva paura che nel paese si credesse ch'egli vivesse di
scrocco, e teneva a mostrarsi generoso con Isidoro e con tutti.
Conduceva nella bettola frotte di conoscenti, li ubbriacava, si
ubbriacava anch'egli, ed allora cominciava a raccontare la sua vita al
reclusorio, e ingrandiva le cose in modo straordinario.
Così i suoi soldini se ne andavano, e quando Isidoro lo sgridava, egli
diceva:
— Ebbene, io non ho figli, io non ho nessuno a cui pensare. Lasciatemi
in pace.
D'altronde contava sull'eredità dello zio assassinato, eredità che i
parenti promettevano di restituirgli senza ricorrere alla giustizia.
— Allora, — diceva, — venderò tutto, e me ne andrò. A voi darò cento
scudi, zio Isidoro.
Ma il povero uomo non voleva niente. Voleva soltanto che Costantino
ritornasse quello che era prima della disgrazia, buono, laborioso, non
finto.
Perchè il vecchio sentiva che il disgraziato fingeva, e ne provava un
dolore profondo: spesso però lo sorprendeva con le lacrime agli occhi ed
allora il suo vecchio cuore sussultava di gioia.
— Che hai, figlio di Dio? — gli chiedeva. Ma Costantino si metteva a
ridere mentre le lagrime gli solcavano le guancie. Ciò era orribile.
Qualche volta andavano assieme alla pesca delle sanguisughe, e mentre
Isidoro stava con le gambe ignude immerse nell'acqua giallognola e
morta, in un punto ove il ruscello stagnava, Costantino, sdraiato sui
giunchi, raccontava storielle sulla vita dei compagni di pena, e
guardava l'orizzonte con strana nostalgia.
Andarsene! Andarsene! Egli avrebbe voluto andarsene, perchè lassù, sotto
quel cielo fatale, nella morta solitudine dell'altipiano, vigilata dalle
sfingi immani delle montagne, si sentiva come stretto da un cerchio di
ferro rovente. Tutte le cose, dai fili dell'erba crescente sulle
straduccie, ai picchi delle montagne, gli ricordavano il passato. Ogni
notte egli si aggirava cauto come una volpe intorno alla casa di
Giovanna. Una sera vide la figura alta della giovine donna uscire dal
portico e andare verso la _loro_ casetta. Era la prima volta che
rivedeva Giovanna, e la riconobbe tosto, nonostante l'oscurità umida
della sera un po' annuvolata: il cuore gli battè violentemente, ed ogni
pulsazione era un dolore diverso, un ricordo, un impeto disperato. Egli
fu per precipitarsi addosso alla donna, abbracciarla, ucciderla. Poi non
gli bastò vederla così, di nascosto, all'ombra: fu invasato dal
desiderio di vederla e di farsi vedere alla luce del sole; ma ella non
usciva mai, ed egli di giorno aveva paura di passare davanti alla casa
bianca.
Un'altra sera, un sabato, udì il riso di Brontu risuonare nel portico, e
gli parve udire anche il riso di lei. Gli occhi gli si offuscarono, e
provò un'impressione simile a quella sofferta nella traversata da
Cagliari a Napoli, quando s'era svegliato col mal di mare.
Intanto fingeva, non sapeva perchè; e tutti gli abitanti di Orlei gli
sembravano odiosi. Tutti, anche zio Isidoro Pane.
Qualche volta si domandava meravigliato:
— Perchè sono tornato qui?
— Io me ne andrò, — diceva al pescatore, nella quiete infinita
dell'altipiano, chiusa dagli sfondi dell'orizzonte d'un
azzurro-carnicino, sui quali i selvaggi boschi di corbezzoli sorgevano
come una nuvola verde. — Io ho scritto al mio amico Burrai. Egli può
tutto, sapete: se anche fossi stato colpevole, egli mi avrebbe fatto
graziare dal re.
— Questo me lo hai già detto, — rispose un giorno Isidoro, mentre stava
con le vecchie gambe scarne e pelose entro l'acqua giallastra. — Ora
sono seccato di sentirtelo ripetere; ma intanto colui non ti risponde.
— Egli cercherà il posto per me. Sì, me ne andrò. Ma ditemi la verità,
perchè il prete vuole che me ne vada? Ha paura che io ammazzi Brontu
Dejas?
— Sì, per ciò appunto.
— No, non è per questo. Io gli dissi: prete Elias, lei capisce che se
avessi voluto ammazzare qualcuno l'avrei fatto subito. Ed egli ripete
sempre: Vattene, vattene, è meglio. — Che cosa dite voi, zio pescatore:
devo andarmene o no?
— Io non so niente, — disse l'altro con rimprovero. — Ciò che so è che
tu sembri un cane accidioso. Perchè non lavori, dimmi, perchè pensi a
questo tuo Burrai, cattiva lana, il quale, d'altronde, non pensa a te?
— Ah, egli non pensa a me? — disse Costantino offeso. — Ecco che io vi
farò vedere se egli pensa o no a me. Ecco qui!
Si alzò, trasse una lettera dalla tasca interna della giacca, e cominciò
a decifrarla; era del Burrai, il quale scriveva da Roma, dove aveva
impiantato un piccolo spaccio di vini sardi. Naturalmente il _re di
picche_ ingrandiva le cose, diceva di essere proprietario d'un gran
deposito di vini; offriva ospitalità a Costantino, rimproverandogli di
non essersi fatto trasferire a Roma, e gli assicurava del lavoro. Gli
occhi azzurri del pescatore s'aprirono, infantilmente meravigliati.
— Oh guarda, oh guarda! — cominciò a dire. — Perchè non lo dicevi prima?
Perchè nascondevi la lettera? Quanto occorre per andare a Roma?
— Cinquanta lire, ecco tutto.
— E tu le hai?
— Io le ho, sicuro.
— Ah! allora va, va pure! — esclamò il vecchio, stendendo la mano verso
l'orizzonte.
Tacquero un momento. Il pescatore curvò il viso verso l'acqua, fissando
in fondo al ruscello i ciottoli bianchi come uova, e Costantino guardò
con indifferenza avanti a sè. Al di là del ruscello la brezza curvava le
alte erbe dorate della pianura; i lunghi steli d'avena tremavano sullo
sfondo azzurro come in un velo d'acqua. Zio Isidoro credette giunto il
momento di spiegare a Costantino perchè molti volevano che egli
lasciasse il paese.
— Giovanna non ama il marito: tu e lei potreste rivedervi...
— E se ci rivediamo?
— Niente!... Potreste, ecco tutto...
— Ecco niente! — gridò Costantino, e la sua voce risuonò forte nel
silenzio della riva. — Io disprezzo quella donna immonda. Io non la
voglio...
— Tu non la vuoi! Ed intanto ti aggiri intorno alla sua casa come la
mosca intorno al miele.
— Ah, voi sapete ciò, — disse Costantino colpito. — Non è vero...
ebbene, sì, è vero. Io mi aggiro intorno alla sua casa. Che cosa vi
importa?
— Niente. Tu devi andartene.
— Io me ne andrò. Vi sono di peso?
— Costantino! Costantino! — disse il vecchio con voce accorata.
Costantino strappò un ciuffo di giunchi, lo buttò via, tornò a guardare
in lontananza. Il suo viso si mutava, come quel giorno del ritorno, dopo
che egli aveva chiuso la porta di zio Isidoro; la fossetta del suo mento
tremava. Inghiottì parecchie volte la saliva amara che gli riempiva la
bocca, poi parlò:
— Ebbene, perchè anche il prete vuole che me ne vada? Non sono io il
vero marito di Giovanna? Se ella tornasse con me, non sono io il suo
vero marito?
— Se ella tornasse con te, caro mio, Brontu Dejas vi potrebbe ammazzare
o mettere in carcere.
— Non abbiate paura; io non la voglio. Ella è per me una donna perduta.
Io me ne andrò lontano, io sposerò un'altra donna...
— Tu non farai questo; tu sei un buon cristiano, — mormorò il vecchio
con voce carezzevole.
— Io non farò questo... — ripetè Costantino, come suggestionato da
quella voce carezzevole.
— Tu non farai questo... tu non lo farai... tu sei un buon cristiano...
— ripetè il vecchio, e la sua voce diventò triste, perchè l'antica
esperienza mormorava entro la mente dell'umile savio:
— Se egli non lo farà non è soltanto perchè egli sia un buon
cristiano...