XVI.

Appena si sparse la voce del ritorno di Costantino, la catapecchia del

pescatore si riempì di gente, e tutto il giorno fu un andirivieni di

amici, di parenti, di persone che prima non avevano mai scambiato parola

col poveretto, ed ora venivano, lo abbracciavano, gli offrivano la loro

casa. Le donne piangevano, lo chiamavano «figlio mio», lo guardavano con

occhi pietosi. Una vicina mandò pane e salsiccie.

Ebbene, tutte queste dimostrazioni di stima e di pietà stizzivano il

giovane. Diceva ad Isidoro:

— Perchè hanno compassione di me? Cacciateli via: andiamo in campagna.

— Andremo, andremo, figlio di Dio, abbi pazienza, — rispondeva l'altro,

curvo sul focolare a cuocer le salsiccie. — Ah, come sei diventato

cattivo! Possibile?

Ecco, dopo lo scoppio di dolore avvenuto all'alba, zio Isidoro non aveva

più soggezione di Costantino, anzi cominciava a prendersi delle libertà,

sgridandolo come un bambino. Nei pochi momenti in cui restavano soli,

cominciava e ricominciava a narrare i _fatti_: Costantino ascoltava

avidamente, e si seccava quando la gente veniva ad interrompere il

racconto.

Venne anche il sindaco, che era ancora quel pastore dal viso di

Napoleone I. Questa visita, veramente, commosse Costantino.

— Noi ti daremo pecore e vacche, gli disse il sindaco, dopo essersi

soffiato il naso con le dita. — Sì. Ogni pastore ti darà un _pecus_[12].

Se hai bisogno di qualche cosa dillo subito. Nel mondo siamo tutti

fratelli, ma specialmente lo siamo nei piccoli paesi.

[12] Capo di bestiame.

Costantino pensò a ciò che i _fratelli_ del suo piccolo paese gli

avevano fatto, e scosse il capo.

— Ah, — disse — i fratelli fecero a me ciò che Caino fece ad Abele. Non

bastano vacche e pecore per ridonarmi vita e compensarmi!

— Ebbene, questo non importa, — riprese il sindaco, fisso nella sua

idea. — Tu che hai viaggiato, dimmi, hai visto da un'alta montagna i

paesi sparsi nelle sottostanti campagne? Ebbene, non sembra di vedere

tante case, in ognuna delle quali vive una famiglia?

Costantino cominciò a seccarsi per i discorsi del sindaco, e rispose che

voleva lasciare il paese, andarsene via, lontano, non tornare mai più.

— Tu non andrai via. No, non andare, — gli consigliò l'altro. — Dove

vuoi andare? Devi restare qui, dove tutti siamo fratelli.

Poi venne il dottor Puddu, con un grande ombrello grigio-sporco, e andò

a guardare cosa c'era dentro la pentola.

— Voi siete tanti delinquenti perchè mangiate delle porcherie, —

cominciò a gridare con la sua voce rauca, picchiando con l'ombrello

sulla pentola.

— Non la rompa! — disse Isidoro, — e scusi tanto che quella non è

porcheria. Son fave e lardo e salsiccie.

— E il lardo non viene dal porco? Siete tutti porci, qui.... Tu dunque

sei tornato, buona lana? — si rivolse a Costantino. — Io ho visto morire

colui. — Chi? chi? — Giacobbe Dejas! Egli è morto di mala morte, come

meritava. Tu ti prenderai una purga, domani. Dopo un viaggio è

assolutamente necessaria.

Costantino lo guardava e taceva.

— Tu mi credi pazzo! — gli gridò il medico, andandogli addosso e

minacciandolo con l'ombrello. — Una purga, capisci, una purga!...

— Ho sentito, — disse Costantino.

— Oh, meno male! Ho sentito anche io, che tu vuoi andar via. Viaaa! Va

magari a casa del diavolo, ma va via. Prima, però, va al camposanto, a

quel letamaio che voi chiamate cam-po-santo! E scava, scava come un

cane, e roditi le ossa di Giacobbe Dejas.

Digrignò i denti, come rosicchiando delle ossa: era ridicolo e orribile,

e Costantino tornò a guardarlo con stupore.

— Perchè mi guardi così? Tu sei stato sempre un cretino, caro mio,

piccola bestia. Eccolo lì, tranquillo e pacifico come un papa! Ti hanno

tolto tutto, ti hanno tradito, ammazzato, ti hanno percosso vilmente,

come se percuotessero un cadavere, e tu stai lì istupidito e rimbambito.

Ma perchè non ti muovi? Perchè non vai da quella mala femmina e da sua

madre e da sua suocera, e le prendi per i capelli, e le attacchi alle

code delle vacche che ti vogliono dare per elemosina, e metti fuoco alle

loro sottane, e poi slanci le vacche per il paese, in modo che si

incendi tutto? Tutto, capisci? Capisci, animale?

Gli urlava sul viso, emanando dalla bocca un pestilenziale odore

d'assenzio, cogli occhi iniettati di sangue. Costantino indietreggiava,

e le parole di colui lo facevano tremare.

Ma subito l'orribile uomo si allontanò, andò via, e volgendosi sulla

porta agitò l'ombrello.

— Mi fai venire il desiderio di rompertelo sul muso, — disse. — Gli

uomini come te meritano ciò che fu fatto a te. Ebbene, prenditi almeno

la purga, stupidone.

— Quello lo farò! — esclamò Costantino. E rise; ma le parole del

«dottore» gli lasciarono una profonda impressione. Ah, sì, in certi

momenti sentiva impeti ardenti di disperazione; egli diceva di voler

andar via, ma non sapeva precisamente ove sarebbe andato, e non sapeva

che avrebbe fatto se rimaneva in paese. Pensava:

— Io non ho casa, io non ho nessuno. Oggi vengono a salutarmi, per

curiosare, ma domani nessuno più si ricorderà di me. Io sono come un

uccello senza nido. Che farò io?

Le parole del «dottore» gli rombavano nella mente. Andare, andar là,

piombare come la folgore, distruggere quelli che avevano dissipato la

sua vita.

— ... No, Costantino, essa non è felice, — ricominciò Isidoro, quando si

misero a mangiare le salsiccie ed il pane bianco che la vicina aveva

mandato in regalo. — Essa non è felice. Io non l'ho guardata più in

faccia; e quando la vedo provo una cosa strana, come quando si vede la

_tentazione_[13]. Eppure, vedi, io ho compassione di lei. Essa ha una

figliuola che, mi dicono, rassomiglia ad una fava fresca, tanto è

sottile e verde. Come possono esser belli i figli del peccato mortale? E

la bambina è stata battezzata come una bastarda: il prete non

l'accompagnò a casa, la gente sogghignava per la strada.

[13] Il diavolo.

— Ah, ricordate il mio bambino? — chiese Costantino tagliando il lardo

giallognolo e grasso. — Egli, no, non sembrava una fava. Ah, se egli

fosse vissuto!

— È meglio che egli sia morto, — cominciò a filosofare il pescatore. —

La vita è piena di miserie. Meglio morire innocenti, andare, volare

lassù, al di là del cielo azzurro, nel paradiso disteso al disopra delle

nuvole, al di sopra del vento, al disopra di tutte le disgrazie umane.

Bevi, Costantino, — disse poi; questo vino non è buono, ma non è ancora

aceto. Ecco, mi ricordo, l'anno scorso, il giorno dell'Assunzione,

Giacobbe Dejas mi invitò a pranzo da lui. Egli aveva paura di me;

credeva che io sapessi... e voleva darmi sua sorella in isposa! Se tu

vedessi quella donna non rideresti più. Essa venne con me e col prete

dal giudice, a Nuoro. Così il Signore mi assista nell'ora della morte,

se io vidi mai una donna più coraggiosa: ella parve sollevarsi da terra.

Poi ella s'è curvata, s'è raggrinzita, sai, come quei frutti che si

disseccano sulla pianta prima di maturare. Io vado sempre a trovarla;

per divertirla le dico: ebbene, vogliamo sposarci, granellino d'orzo? —

Ella sorride, io sorrido; ma abbiamo voglia di piangere. Chi poteva mai

pensarlo? Ecco dunque, volevo dire: Giacobbe sembrava felice e contento;

arricchiva, pensava di prender moglie. Ed ecco ad un tratto — pum! egli

cade a terra come una pera fracida. E così è la vita. Bachisia Era

mercanteggiò sua figlia, credendo di cambiare stato, ed ora muore di

fame peggio di prima: Giovanna Era fece quel che fece, credendo di

raggiungere il cielo in terra, ed invece si trova come una rana

infilzata viva in una pertica.

— Ma la bastona, _colui_? — domandò Costantino, cupo.

— Egli non la bastona, ma vi sono maltrattamenti peggiori delle

bastonate. L'hanno presa per una serva, sai; per una schiava, anzi. Sai

come gli antichi trattavano gli schiavi? Così ella vien trattata in

quella casa.

— Ebbene, che crepi! Beviamo alla sua dannazione! — disse Costantino

alzando il bicchiere.

Nell'udire che Giovanna era infelice, egli provava la gioia crudele,

fatta di spasimo quasi fisico, che provano i bambini nel veder bastonato

un loro compagno malvoluto.

Dopo pranzo i due uomini uscirono fuori e si coricarono all'ombra del

fico selvatico. Il meriggio era caldo; l'aria immobile odorava di

papaveri, l'orizzonte svaporava cenerognolo come nei meriggi estivi, e

le api ronzavano suonando le loro piccole trombe monotone. Costantino,

stanco, disfatto, s'addormentò subito; ma il pescatore non potè chiudere

occhio. Una cavalletta verde saltava sull'erba e sui papaveri con un

aspro tic-tic; ed Isidoro allungò il braccio e cominciò a darle la

caccia, mentre pensava:

— Io so perchè egli vuole andarsene. Egli le vuole ancora bene, povero

fanciullo: s'egli resta qui soffrirà come San Lorenzo sulla graticola.

Eccolo lì, povera creatura. Sembra un fanciullo malato. Ah, cosa hanno

fatto di lui! Lo hanno sbranato. Ecco che ti ho presa!

Ed una cosa curiosa avvenne in lui: mentre stava per sbranare la

cavalletta, pensò che essa avrebbe sofferto come soffriva Costantino. E

la lasciò andare.

Un'ombra apparve in fondo al sentiero; zio Isidoro riconobbe prete

Elias, balzò in piedi, gli andò incontro, e lo attirò entro la

catapecchia, non volendo svegliare Costantino; ma costui aveva il sonno

leggiero, si svegliò, udì parlare, si alzò, e nell'avvicinarsi alla

porta sentì che discorrevano di lui:

— È meglio che se ne vada — diceva il prete con voce grave. — È meglio.

È meglio.

Costantino, non seppe perchè, si turbò nell'udire quelle parole.

Ma egli non se ne andò.

I giorni scorsero, la gente fini di molestare il reduce che cominciò a

girare per il paese senza esser più oggetto di curiosità alle

donnicciuole ed ai ragazzi. Coi denari guadagnati nella reclusione egli

si provvide di cuoio, suola e spago, ma non si metteva mai a lavorare.

Ogni giorno comprava carne, frutta e vino, mangiava e beveva molto, e

pretendeva che Isidoro lo imitasse. Gli pesava l'ospitalità del

pescatore, aveva paura che nel paese si credesse ch'egli vivesse di

scrocco, e teneva a mostrarsi generoso con Isidoro e con tutti.

Conduceva nella bettola frotte di conoscenti, li ubbriacava, si

ubbriacava anch'egli, ed allora cominciava a raccontare la sua vita al

reclusorio, e ingrandiva le cose in modo straordinario.

Così i suoi soldini se ne andavano, e quando Isidoro lo sgridava, egli

diceva:

— Ebbene, io non ho figli, io non ho nessuno a cui pensare. Lasciatemi

in pace.

D'altronde contava sull'eredità dello zio assassinato, eredità che i

parenti promettevano di restituirgli senza ricorrere alla giustizia.

— Allora, — diceva, — venderò tutto, e me ne andrò. A voi darò cento

scudi, zio Isidoro.

Ma il povero uomo non voleva niente. Voleva soltanto che Costantino

ritornasse quello che era prima della disgrazia, buono, laborioso, non

finto.

Perchè il vecchio sentiva che il disgraziato fingeva, e ne provava un

dolore profondo: spesso però lo sorprendeva con le lacrime agli occhi ed

allora il suo vecchio cuore sussultava di gioia.

— Che hai, figlio di Dio? — gli chiedeva. Ma Costantino si metteva a

ridere mentre le lagrime gli solcavano le guancie. Ciò era orribile.

Qualche volta andavano assieme alla pesca delle sanguisughe, e mentre

Isidoro stava con le gambe ignude immerse nell'acqua giallognola e

morta, in un punto ove il ruscello stagnava, Costantino, sdraiato sui

giunchi, raccontava storielle sulla vita dei compagni di pena, e

guardava l'orizzonte con strana nostalgia.

Andarsene! Andarsene! Egli avrebbe voluto andarsene, perchè lassù, sotto

quel cielo fatale, nella morta solitudine dell'altipiano, vigilata dalle

sfingi immani delle montagne, si sentiva come stretto da un cerchio di

ferro rovente. Tutte le cose, dai fili dell'erba crescente sulle

straduccie, ai picchi delle montagne, gli ricordavano il passato. Ogni

notte egli si aggirava cauto come una volpe intorno alla casa di

Giovanna. Una sera vide la figura alta della giovine donna uscire dal

portico e andare verso la _loro_ casetta. Era la prima volta che

rivedeva Giovanna, e la riconobbe tosto, nonostante l'oscurità umida

della sera un po' annuvolata: il cuore gli battè violentemente, ed ogni

pulsazione era un dolore diverso, un ricordo, un impeto disperato. Egli

fu per precipitarsi addosso alla donna, abbracciarla, ucciderla. Poi non

gli bastò vederla così, di nascosto, all'ombra: fu invasato dal

desiderio di vederla e di farsi vedere alla luce del sole; ma ella non

usciva mai, ed egli di giorno aveva paura di passare davanti alla casa

bianca.

Un'altra sera, un sabato, udì il riso di Brontu risuonare nel portico, e

gli parve udire anche il riso di lei. Gli occhi gli si offuscarono, e

provò un'impressione simile a quella sofferta nella traversata da

Cagliari a Napoli, quando s'era svegliato col mal di mare.

Intanto fingeva, non sapeva perchè; e tutti gli abitanti di Orlei gli

sembravano odiosi. Tutti, anche zio Isidoro Pane.

Qualche volta si domandava meravigliato:

— Perchè sono tornato qui?

— Io me ne andrò, — diceva al pescatore, nella quiete infinita

dell'altipiano, chiusa dagli sfondi dell'orizzonte d'un

azzurro-carnicino, sui quali i selvaggi boschi di corbezzoli sorgevano

come una nuvola verde. — Io ho scritto al mio amico Burrai. Egli può

tutto, sapete: se anche fossi stato colpevole, egli mi avrebbe fatto

graziare dal re.

— Questo me lo hai già detto, — rispose un giorno Isidoro, mentre stava

con le vecchie gambe scarne e pelose entro l'acqua giallastra. — Ora

sono seccato di sentirtelo ripetere; ma intanto colui non ti risponde.

— Egli cercherà il posto per me. Sì, me ne andrò. Ma ditemi la verità,

perchè il prete vuole che me ne vada? Ha paura che io ammazzi Brontu

Dejas?

— Sì, per ciò appunto.

— No, non è per questo. Io gli dissi: prete Elias, lei capisce che se

avessi voluto ammazzare qualcuno l'avrei fatto subito. Ed egli ripete

sempre: Vattene, vattene, è meglio. — Che cosa dite voi, zio pescatore:

devo andarmene o no?

— Io non so niente, — disse l'altro con rimprovero. — Ciò che so è che

tu sembri un cane accidioso. Perchè non lavori, dimmi, perchè pensi a

questo tuo Burrai, cattiva lana, il quale, d'altronde, non pensa a te?

— Ah, egli non pensa a me? — disse Costantino offeso. — Ecco che io vi

farò vedere se egli pensa o no a me. Ecco qui!

Si alzò, trasse una lettera dalla tasca interna della giacca, e cominciò

a decifrarla; era del Burrai, il quale scriveva da Roma, dove aveva

impiantato un piccolo spaccio di vini sardi. Naturalmente il _re di

picche_ ingrandiva le cose, diceva di essere proprietario d'un gran

deposito di vini; offriva ospitalità a Costantino, rimproverandogli di

non essersi fatto trasferire a Roma, e gli assicurava del lavoro. Gli

occhi azzurri del pescatore s'aprirono, infantilmente meravigliati.

— Oh guarda, oh guarda! — cominciò a dire. — Perchè non lo dicevi prima?

Perchè nascondevi la lettera? Quanto occorre per andare a Roma?

— Cinquanta lire, ecco tutto.

— E tu le hai?

— Io le ho, sicuro.

— Ah! allora va, va pure! — esclamò il vecchio, stendendo la mano verso

l'orizzonte.

Tacquero un momento. Il pescatore curvò il viso verso l'acqua, fissando

in fondo al ruscello i ciottoli bianchi come uova, e Costantino guardò

con indifferenza avanti a sè. Al di là del ruscello la brezza curvava le

alte erbe dorate della pianura; i lunghi steli d'avena tremavano sullo

sfondo azzurro come in un velo d'acqua. Zio Isidoro credette giunto il

momento di spiegare a Costantino perchè molti volevano che egli

lasciasse il paese.

— Giovanna non ama il marito: tu e lei potreste rivedervi...

— E se ci rivediamo?

— Niente!... Potreste, ecco tutto...

— Ecco niente! — gridò Costantino, e la sua voce risuonò forte nel

silenzio della riva. — Io disprezzo quella donna immonda. Io non la

voglio...

— Tu non la vuoi! Ed intanto ti aggiri intorno alla sua casa come la

mosca intorno al miele.

— Ah, voi sapete ciò, — disse Costantino colpito. — Non è vero...

ebbene, sì, è vero. Io mi aggiro intorno alla sua casa. Che cosa vi

importa?

— Niente. Tu devi andartene.

— Io me ne andrò. Vi sono di peso?

— Costantino! Costantino! — disse il vecchio con voce accorata.

Costantino strappò un ciuffo di giunchi, lo buttò via, tornò a guardare

in lontananza. Il suo viso si mutava, come quel giorno del ritorno, dopo

che egli aveva chiuso la porta di zio Isidoro; la fossetta del suo mento

tremava. Inghiottì parecchie volte la saliva amara che gli riempiva la

bocca, poi parlò:

— Ebbene, perchè anche il prete vuole che me ne vada? Non sono io il

vero marito di Giovanna? Se ella tornasse con me, non sono io il suo

vero marito?

— Se ella tornasse con te, caro mio, Brontu Dejas vi potrebbe ammazzare

o mettere in carcere.

— Non abbiate paura; io non la voglio. Ella è per me una donna perduta.

Io me ne andrò lontano, io sposerò un'altra donna...

— Tu non farai questo; tu sei un buon cristiano, — mormorò il vecchio

con voce carezzevole.

— Io non farò questo... — ripetè Costantino, come suggestionato da

quella voce carezzevole.

— Tu non farai questo... tu non lo farai... tu sei un buon cristiano...

— ripetè il vecchio, e la sua voce diventò triste, perchè l'antica

esperienza mormorava entro la mente dell'umile savio:

— Se egli non lo farà non è soltanto perchè egli sia un buon

cristiano...

Dopo il divorzio · 第 26 / 29 题