Ritornò l'estate.
— Come passa presto il tempo, — diceva zia Martina, filando sotto il
portico. — Pare ieri che tu, Giacobbe, sia entrato al nostro servizio,
ed eccoti lì che ritorni per rifare il contratto. Ah, come passa il
tempo per noi poveri padroni! Tu hai messo a parte trenta scudi
d'argento e cominci a fabbricarti una casa. Ed a noi che resta?
— Che una palla vi trapassi il fuso! Sapete parlar bene, voi. E il mio
sudore, uccellino di primavera, il mio sudore conta niente? — rispose il
servo, che ungeva col sevo una corda di cuojo.
— E ciò che mangi non lo conti? Ah, ciò tu non lo conti?
— Che vi mangino i corvi! — pensò Giacobbe, e avrebbe voluto imprecare
ad alta voce, ma non osò. Odiava addirittura i padroni, la vecchia avara
e il giovine collerico, che lo tormentava sempre col suo progetto di
sposar Giovanna se ella faceva divorzio, — ma gli premeva rinnovare il
contratto e taceva.
Unta ben bene la correggia, Giacobbe la attortigliò, la appese in
cucina, e chiese alla vecchia il permesso di recarsi a sbrigare un suo
affaruccio. Ella glielo concesse a malincuore.
Scendendo verso la casetta delle Era, il servo vide il piccolo
Malthineddu che cavalcava un cavalluccio di canna, tutto tentennante nel
suo guarnellino bianco sporco, con le gambuccie e le braccine ignude,
dorate dal sole. Il servo si chinò, aprì le braccia e impedì la strada
al bambino.
— Dove andiamo? — gli chiese, vezzeggiando. — C'è il sole, non vedi?
Ahi, ahi, che viene Maria Petténa col suo pettine di fuoco[3], per
rapirti e portarti dall'orco. Torna a casa.
[3] Spauracchio estivo che i sardi minacciano ai bambini perchè
non vadano al sole.
— Nooo, noooo! — strillò il bambino, dibattendosi sulla sua cavalcatura.
— Ebbene, uccellino di primavera, — disse allora Giacobbe, abbassando la
voce e con un occhio socchiuso accennando il portico. — Là c'è zia
Malthina che per non mangiar pane mangia i bambini. La vedi?
Il piccino parve convinto, e si lasciò ricondurre a casa, ma ostinandosi
a camminare sul suo cavallo di canna.
Giovanna cuciva dietro la porta: era grassa, rosea, fresca, come se
niente di doloroso le fosse mai accaduto. I capelli lucenti e ondulati
le bendavano la fronte graziosa. Vedendo Giacobbe col bimbo alzò la
testa e sorrise.
— Eccolo, — disse il servo, — ve lo riconduco. Egli stava al sole,
andava verso zia Malthina che per non mangiar pane mangia bambini.
— Eh via! — disse Giovanna. — Non si dicono queste cose ai bambini.
— Ma io le dico anche ai grandi. Perchè zia Malthina mangia anche i
grandi. Badate che non vi mangi, Giovanna Era, tanto più che sembrate
una mela cotogna matura; ah! no, la mela cotogna è gialla, no, sembrate
una, via una...
— Un fico d'India! — diss'ella, ridendo.
— E zia Bachisia? È da molto tempo che non avete notizie di Costantino?
Giovanna divenne seria, e disse con aria di mistero che non da molto
aveva ricevuto notizie del condannato.
— Ah, — proseguì l'altro, senza insistere su queste notizie, — sapete
dirmi se Isidoro Pane è in paese? Devo parlargli.
— È in paese, — diss'ella, rimettendosi a cucire seria seria.
Egli andò via pensieroso, scese per lo stradale e s'avviò alla casa, se
così vogliamo chiamarla, di Isidoro Pane, il quale abitava dall'altra
parte del villaggio.
Isidoro che, bisogna dirlo in suo onore, pescava anche trote e anguille
quando gli si presentava l'occasione, accomodava una rete seduto nella
lunga ombra projettata dalla sua _casa_. Questa casa, un po' discosta
dalle altre, verso i campi, era una costruzione preistorica fatta di
piccoli frammenti di schisto (forse dal tempo nel quale gli uomini, non
sapendo neppure ancor tagliar le pietre, fabbricavano con quelle già
tagliate naturalmente), e coperta di canne e di tegole su cui cresceva
una vegetazione rugginosa.
Il sole calava, dopo un meriggio ardente; non muovevasi una foglia degli
alberi polverosi immobili sul villaggio arso e deserto; l'altipiano
giallo, solcato da rade ombre oblique, assopivasi nella luminosità
sanguigna del tramonto, e le strane montagne, quasi pavonazze, come
enormi sfingi rosse coperte di veli violacei, sorgevano su un cielo di
rosa ardente. Nel gran silenzio udivasi un merlo fischiare in
lontananza. Piante incolte di fichi dalle foglie dure quasi nere, una
siepe di robinia selvatica, alla quale s'intrecciavano alte ortiche
pelose e juscujami dalle foglie biancastre, circondavano la casa del
pescatore; dalla porta, ove egli stava seduto, scorgevasi uno sfondo di
orizzonte lontano, solitario e vaporoso come il mare. Un forte odore di
stoppia e di asfodelo secco invadeva l'aria: sterpi, paglia, foglie
secche coprivano il suolo, talchè Giacobbe potè avvicinarsi
silenziosamente, senza che Isidoro sollevasse la testa dal suo lavoro.
— Cosa facciamo? — gridò il servo. L'altro sollevò gli occhi senza
alzare il capo, guardò con curiosità il servo, e non rispose.
Giacobbe gli si sedette vicino, per terra, a gambe incrociate, e
cominciò a guardare il lavoro di Isidoro, il quale accomodava la rete
con dello spago infilato ad un grosso ago un po' arrugginito.
— In mia coscienza, — disse ridendo Giacobbe, — qui i pesciolini
entreranno ed usciranno a loro piacere.
— Lasciali entrare ed uscire a loro piacere, uccellino di primavera, —
rispose il pescatore, imitando il modo di dire di Giacobbe. — Perchè
stai in paese? Sei fuori di servizio?
— Ohibò! Ho ripreso servizio presso quelle piattole dei miei ricchi
parenti. Ho da parlarvi di cose serie, zio Sidore; ma prima, ditemi,
come vanno le vostre gambe? È da molto tempo che non v'è apparso San
Costantino in riva al fiume?
Il vecchio aggrottò le sopracciglia, perchè non amava si parlasse con
irriverenza delle cose sacre, e disse a voce bassa:
— Se sei venuto per chiedermi ciò, puoi bravamente andartene.
— Ebbene, non offendetevi. Ecco, vi dirò ora perchè son venuto...: sì, è
un affare importante. Del resto, se sto diventando pagano lo devo al
piccolo padrone che parla male dei santi. Salvo poi ad aver paura in
punto di morte. Ah, sentite, l'altra notte abbiamo veduto una stella
muoversi, calar giù per il cielo, dritta come un fuso d'oro, con una
lunga coda: pareva scender sulla terra. E Brontu si gettò faccia a terra
gridando: «Se questa è la nostra ultima notte, abbi misericordia di noi,
Signore!» E rimaneva per terra. Sulla mia coscienza[4], volevo dargli un
calcio.
[4] Modo di giurare.
— E tu non avevi paura?
— Io no, uccellino di primavera! Ho visto subito sparire la stella.
— Ah, ma appena l'hai vista, di' la verità, hai avuto paura?
— Ebbene, sì, andate al diavolo! Ecco, io sono venuto appunto per
parlarvi del mio padrone. Se lui non è matto, nessuno al mondo è matto.
Egli vuole che voi andiate da Giovanna Era per proporle di fare divorzio
e di sposarsi a lui.
Isidoro lasciò di lavorare; un'ombra gli velò i buoni occhi sereni:
intrecciò le mani, vi depose il mento e cominciò a scuoter il capo.
— E tu, — disse con voce sonora, — tu non sei matto, chè vieni a
dirmelo? Ah, capisco, tu non vuoi perdere il tuo pane. Come sei vile!
— Ohè! — gridò l'altro, offendendosi comicamente. — Ohè, vi credete con
le vostre sanguisughe?
— Ah, tu scherzi? Sarebbe tempo di finirla. Di' al tuo padrone che
sarebbe tempo di finirla. Tutto il paese sa la cosa e mormora.
— Ah, caro mio, siamo al principio soltanto e voi parlate di finirla? Io
ne ho le tasche piene: giorno e notte non fa altro che parlarmi di ciò,
quel barile d'acquavite! Gli ho dovuto promettere di venir da voi, ed
ecco che vengo, ma non certo per favorirlo. Una sola persona può far
tacere questo scandalo: Giovanna. Andate, ditele che faccia tacere quel
cane appestato; io non ne posso più.
Isidoro lo guardava fisso, con occhi velati, ma pareva non ascoltarlo;
poi si rimise al lavoro e cominciò a mormorare:
— Povero Costantino, povero agnello, che hanno fatto di te?
— Sì, egli è innocente, — disse Giacobbe, — e da un giorno all'altro può
tornare. Bisogna impedire che quella cosa ideata da Brontu non accada.
Ah, c'è zia Bachisia che è pronta come un avoltoio sulla preda.
— Povero Costantino, povero agnello, cosa hanno fatto di te? —
continuava l'altro, senza dare ascolto a Giacobbe.
Allora costui si adirò, e alzò la voce, che vibrò in quel gran silenzio
rosso, nella solitudine protetta dai fichi e dalle siepi selvatiche.
— Gli hanno fatto un corno! Perchè non mi date ascolto, vecchia
immondezza? Bisogna andar là, subito. La giovine è allegra, è rossa, e
alla prima proposta cade come una mela matura; ma non è cattiva di cuore
e se voi la predisponete bene, se le fate intendere il suo dovere, forse
si eviterà ogni guaio. Andate, che andiate alla forca! muovetevi, fate
miracoli se è vero che siete un santo come dicono gli scimuniti.
— Ah! Ah! Ah! — esclamò tre volte il vecchio, e si alzò in piedi. La sua
alta figura, recinta di stracci eppur maestosa, si delineò nell'aria
rossa, in quello sfondo di erbe selvatiche, di orizzonte solitario, come
quella d'un vecchio eremita.
— Andrò, andrò! — disse sospirando. E Giacobbe si sentì cadere un peso
dal cuore.
Allora i due uomini cominciarono la loro opera misericordiosa verso il
condannato lontano; ma avevano da lottare contro tre forze unite e
attive e contro la passività di Giovanna. Le tre forze erano: la
passione bruta di Brontu, l'avidità di zia Bachisia, il calcolo di zia
Martina. Poichè costei non vedeva di malocchio il progetto del figlio:
Giovanna era povera, ma sana, frugale, senza pretese, e lavorava come
una bestia; una donna benestante avrebbe recato il disordine e la
dissipazione in casa, e le nozze avrebbero portato ingenti spese, mentre
Giovanna la si sposava quasi segretamente e veniva in casa come una
schiava gratis. Furba zia Martina!
Il tempo continuò la sua corsa, sul villaggio di schisto, sulle montagne
desolate, sull'altipiano giallognolo come un deserto: e venne l'autunno,
talvolta tiepido e melanconico, quando il mare fumava all'orizzonte e le
nuvole gonfie e scure come enormi ragni passavano sul cielo latteo
tessendo sottilissimi veli grigi; talvolta lucido, diafano e freddo come
un'acqua limpida.
In quelle sere, quando sul cristallo del cielo, ad oriente, spiccava
simile ad un'isola in un mare tranquillo qualche lunga nuvola violetta,
e il vento portava il profumo dei timi bruciati dai contadini che
dissodavano la brughiera per seminare il frumento, Brontu beveva lunghi
sorsi d'acquavite per riscaldarsi; e si coricava in fondo alla capanna,
e sognava, tutto caldo e beato come un gatto, con gli occhi fissi alla
nuvola violetta dell'estremo orizzonte. Fuori, intorno alla capanna, per
distese grandissime, le _tancas_ dei Dejas ondulavano deserte al lucido
crepuscolo; fra l'oro bruno delle stoppie scoppiava la terra gonfiata
dalle pioggie autunnali, e l'erba chiara e i violacei fiori d'autunno
esalavano umidi profumi. Stormi di uccelli selvatici, grandi corvi d'un
nero metallico, frusciavano volando, sgorgando dai cespugli di assenzio
che sembravano tumuli di cenere, nascondendosi nei boschetti di cisto e
nelle macchie di corbezzoli dalle foglie lucenti e dalle bacche acerbe
di oro pallido.
In una delle _tancas_ due contadini, servi dei Dejas, incendiavano le
macchie, dissodando la terra per seminare l'orzo ed il frumento; le
fiamme crepitavano, ancor pallide nella luce, diafane come vetro giallo,
spinte dal vento; il fumo svaniva, basso e chiaro, carico di odori come
fumo d'incenso. Le siepi delle mandrie, secche e spinose, diramavano un
ricamo violaceo nell'aria argentea; le greggie s'erano ritirate, e solo
qualche cavallo, scuro, col muso a terra, pascolava ancora. Udivasi la
voce di Giacobbe dietro la capanna, qualche tintinnìo di campanaccio,
l'urlo rauco e lontano di un cane, il grido rauco e lontano di un corvo.
Entro la capanna, disteso su pelli e pannilani caldi, come un beduino,
Brontu seguiva il suo invincibile sogno: il liquore ardente gli bolliva
entro il petto, inondandogli il cuore d'una dolcezza calda e profonda.
Ah, come l'acquavite piaceva al giovane proprietario! Gli piaceva, più
che per il sapore acuto e l'odore selvaggio, per la dolcezza che, dopo
bevuta, gli infondeva nel cuore. Guai però a molestarlo in quei momenti:
la dolcezza si cambiava in umor verde e amaro come il fiele; non sapeva
perchè, ma gli sembrava che i cani, allorquando si pesta loro la coda
mentre dormono, debbano provare ciò ch'egli provava se lo molestavano
nelle ore di ebbrezza. E si arrabbiava e non vedeva più nulla.
Ah, sì, l'acquavite gli piaceva molto; ed anche il vino gli piaceva, ma
non come l'acquavite. Anche il padre di Brontu aveva amato l'ardente
liquore: tanto che una volta, dopo averne bevuto assai, era caduto sul
fuoco, e in modo tale, Dio ne liberi, che per le bruciature sofferte era
morto. Basta, lasciamo questi pensieri melanconici, ora si è più
avveduti e non si cade sul fuoco. Eppoi Brontu, per equilibrarsi, aveva
anche l'altra passione per Giovanna. Ah, l'acquavite e Giovanna! Le cose
più belle, più ardenti, più inebbrianti del mondo. Però Brontu Dejas era
timido con Giovanna quanto era ardito con l'acquavite; tremava al solo
pensiero di avvicinarla, di parlarle. Nei giorni in cui sapeva che ella
lavorava presso zia Martina, egli spasimava dal desiderio di tornare in
paese, di vederla in casa sua, di guardarla, ma non osava muoversi dalla
tanca. Ma il tempo passava, e il giovine si sentiva divorato dall'attesa
e da una inquietitudine profonda; aveva paura che Giovanna, s'egli
tardava ancora, lo rifiutasse un'altra volta. Egli voleva dimostrarle la
sua premura, dirle che per confortarla avrebbe voluto sposarla subito,
appena condannato Costantino. Infine, egli pensava un po' diversamente
dagli altri; ma era fatto così e non poteva cambiarsi. In fondo egli era
di buon cuore, come tutti gli ubriaconi, e di costumi onestissimi; la
sua unica passione, dopo quella per i liquori, fin dall'adolescenza,
quando la sua famiglia era venuta ad abitare nella casa nuova, era stata
Giovanna. Essa allora aveva quindici anni; era d'una bellezza e d'una
freschezza ammirabili. Ogni volta che la vedeva, Brontu arrossiva fin
sulle mani, ed ella se ne accorgeva e non si offendeva; ma egli taceva
sempre, e quando finalmente s'era deciso a mandar sua madre dalla madre
di Giovanna, il posto era preso. In quei tempi Giovanna, fiera ed
ardente come una puledra, non sapeva il valore del denaro, e come
avrebbe sposato Brontu Dejas soltanto per i suoi bei denti, non avrebbe
tradito Costantino neppure per il Vicerè, se in Sardegna vi fosse stato
ancora.
Il crepuscolo addensavasi. Il cielo diventava sempre più cristallino,
profondo quanto uno specchio, e la nuvola violetta prendeva un color
lividognolo, opaco, lunga e squamata come un enorme pesce di bronzo. Le
voci degli animali e delle cose si facevano più intense nel grave
silenzio dell'ora; ed a Brontu parve sognare, udendo, in quel luogo ed a
quell'ora, la voce di zia Bachisia.
— _Santu Iuanne Battista meu_, — esclamava la voce, rude e dolente nello
stesso tempo. — Se non mi sbaglio tu sei Giacobbe Dejas?
— Per servirvi, — tonò alquanto meravigliata la voce del servo. — Chi vi
ha fatto piovere da queste parti, uccellino di primavera?
— Ah! Ah! Finalmente! Dove è Brontu Dejas?
Brontu balzò fuori della capanna: gli tremavan le gambe, la testa gli
girava, e vide a pena la figura nera di zia Bachisia, che teneva le
scarpe in mano e un involto sul capo.
— Zia Bachisia, — cominciò a chiamare, commosso, — sono qui, venite qui,
venite, buona sera.
Ella gli si precipitò quasi addosso, — seguita premurosamente dal servo.
— Ah, Brontu Dejas, caro figliuolo, se non sono morta stasera non muoio
più. Son tre ore che cammino. Mi sono smarrita. Ho bisogno di parlarti,
abbi pazienza.
Altro che pazienza! Egli era commosso fino alle lagrime; la prese per
mano, la condusse entro la capanna. Giacobbe capì che non poteva prender
parte al colloquio e ritornò dietro la capanna, tendendo l'orecchio,
aggirandosi intorno a sè stesso come una belva rinchiusa.
Non udì nulla. D'altronde il colloquio fu breve e zia Bachisia non volle
neppure sedersi. Diceva di essersi smarrita, in cerca dell'ovile di
Brontu, e che Giovanna doveva aspettarla ansiosamente, credendo che
fosse andata nei campi per cogliere erbe mangerecce. Pur troppo, sì,
erano costrette a vivere di erbe, tanto la povertà le stringeva; e zia
Bachisia veniva per chiedere a Brontu dei denari in prestito. Sì, Dio
sia lodato, in prestito. Se non potevano restituirglieli, ella e
Giovanna avrebbero lavorato per conto dei Dejas fino a scontare il
debito. Erano più mesi che non pagavano il fitto di casa, della casa
_loro_, e l'avvocato minacciava di sfrattarle.
— Dove andremo noi, Brontu Dejas, — diceva zia Bachisia, giungendo le
mani adunche e gialle, — pensa dove andremo noi, Brontu, anima mia!
Egli si sentiva tremare il petto; avrebbe voluto abbracciare la vecchia
e gridarle: — Verrete a casa mia! — ma non osava.
Egli non aveva denari con sè, ma decise di ritornare subito in paese,
tanto più che voleva accompagnare la vecchia; e uscito fuori gridò a
Giacobbe di sellargli il cavallo.
— Che è accaduto? — chiese il servo. — È morta tua madre, Dio l'abbia in
gloria?
— No, — rispose Brontu, senza alterarsi, — non è accaduto nulla che
t'importi.
Giacobbe cominciò a sellare il cavallo, mentre smaniava dalla curiosità
di sapere perchè zia Bachisia era venuta e perchè Brontu tornava in
paese.
— Che ella voglia del denaro? Egli non ne ha qui, e ritorna per
procurarselo e darglielo. — Senti, Brontu? — chiamò, e quando l'altro
gli fu vicino gli disse:
— Se quella donna vuole del denaro e tu qui non ne hai, te lo do io...
— Sì, ella vuole in prestito del denaro, — rispose Brontu a voce bassa,
tutto allegro. — Ma io ritorno, e se anche ne avessi qui, ritornerei lo
stesso, perchè stasera posso veder Giovanna, posso entrare in casa sua.
Voglio parlare finalmente. Farò da me ciò che voi asini non avete saputo
fare.
— Uomo! — esclamò Giacobbe, irritato, — tu diventi pazzo!
— Ebbene, lasciami diventar pazzo. Ecco, stringi quella cinghia. Ah, tu
gonfi la pancia, cavallino, — disse poi, rivolto al cavallo; — non ti va
un viaggio di sera? Che dirai quando la vecchia siederà in groppa?
— Anche ciò? — gridò Giacobbe.
— Anche ciò, si, che t'importa? Non è mia suocera?
— Tu corri troppo, in verità: bada di non romperti il collo, uccellino
di primavera... Ah! Ah! Ah! Tu vuoi davvero far sul serio? — cominciò a
borbottare il servo. — Tu vuoi sposare quella pezzente, quella donna
maritata? Tu che potevi sposare un fiore? E Costantino Ledda è
innocente. Ah, ma egli tornerà, ti dico io che tornerà.
— Lasciami tranquillo, Giacobbe. Pensa ai fatti tuoi. Metti una bisaccia
sulla groppa. Zia Bachisia?
Giacobbe corse dentro la capanna, e urtò nella donna che veniva fuori.
— Vergognatevi! — le disse egli, tremante. — Siete peggio d'una
pezzente! Ah, parlerò io con Giovanna, parlerò io...
— Tu sei pazzo, — rispose zia Bachisia, e poi pronunziò a bassa voce una
atroce insolenza. E uscì fuori.
Poco dopo ella e Brontu partirono. Giacobbe li vide allontanarsi
nell'estrema luce della tanca solitaria, via via pel sottile sentiero,
dietro i cespugli, dietro le macchie, dietro il fumo della brughiera
incendiata. Preso da un impeto di rabbia impotente si strappò dal capo
la berretta e la buttò lontana, poi andò a riprenderla, poi bastonò il
cane, che cominciò a guaire lamentosamente, riempiendo d'una voce
stridula e straziante l'immenso silenzio della sera. L'eco ripeteva
quella voce indescrivibile, che sembrava il pianto di un fantasma
disperato.
E la notte calò. Giacobbe andò a coricarsi sul giaciglio poco prima
lasciato da Brontu; sentì l'odore dell'acquavite, si alzò, cercò il
fiaschetto del padrone e bevette. Poi tornò a coricarsi, ed anch'egli
sentì qualche cosa bollirgli entro il petto, inondargli il cuore,
salirgli gorgogliando al capo, bruciargli le palpebre. L'ira gli cadde
dal cuore, ma un sentimento di tristezza lo vinse tutto. Dall'apertura
della capanna vedeva il chiarore sanguigno delle macchie bruciate
vincere gradatamente l'ultimo barlume azzurro del crepuscolo: fusi
assieme i due chiarori assumevano una tinta violacea d'una
indescrivibile tristezza. Il cane, di tanto in tanto, guaiva ancora. Ah,
che dolore, che dolore! Perchè aveva egli, Giacobbe, bastonato il povero
cane? Che gli aveva fatto? Nulla. Ne provava un rimorso acuto, tenero e
inconcludente; un rimorso da ubbriaco; e nello stesso tempo il guaire
del cane lo irritava, dandogli il desiderio di alzarsi e bastonare
ancora la povera bestiola.
Ad un tratto si ricordò di Brontu e di zia Bachisia, che da qualche
momento aveva dimenticato, e trasalì tutto. Che sarebbe accaduto quella
sera? Avrebbe Giovanna dato il suo consentimento? Ah! Ah! Ah! Uccellino
di primavera! Perchè quel cane guaiva ancora? Pareva la voce di un
morto. La voce di zio Basilio Ledda, del vecchio avoltoio assassinato.
Poh! Poh! I morti non parlano più. Quello era l'urlo d'un cane,
null'altro che l'urlo d'un cane.
Giacobbe rise piano piano, fra sè, cominciando ad addormentarsi; le
palpebre pesanti gli si chiusero, non videro più quello sfondo violaceo
e opaco che gravava come una tenda sull'apertura della capanna. Gli
parve che un sacco colmo d'una materia molle ma pesante gli cadesse
addosso; non poteva più muoversi, ma quell'immobilità aveva un non so
che di dolce e di gradevole. Poi cominciò a far mille sogni confusi: fra
le altre cose sognò di esser morto a causa d'un morso di vipera, e la
sua anima era entrata nel corpo d'un cane e questo cane, piccolo,
scarno, giallo, s'aggirava nella cucina di zia Bachisia in cerca d'ossa.
Costantino sedeva accanto al focolare; era vestito di rosso, con una
grande catena ai piedi: ad un tratto vide il cane e gli lanciò la
catena; la testa dell'animale rimase presa, cerchiata stretta da un
anello di ferro, e Giacobbe invaso da terrore si sforzò di parlare per
farsi riconoscere. Si svegliò sudato, gridando:
— Uccellino di primavera!
La notte regnava. La _tanca_ deserta, sotto il limpido cielo pieno di
grandi stelle gialle, rosseggiava tutta nel chiarore delle macchie
incendiate.
Giacobbe stette a lungo senza riprender sonno, voltandosi e
rivoltandosi; la piccola sbornia gli era passata lasciandogli la bocca
salata e arida. Si alzò e bevette; poi ricordò che la sera prima non
aveva mangiato e stette a lungo ritto, pensieroso, sull'apertura della
capanna, col viso illuminato dal chiarore dell'incendio.
— Mangiare, non mangiare? — si domandava senza accorgersi della sua
domanda. Guardò le stelle. Era vicina la mezzanotte. Che aveva concluso
quella piccola bestia del padrone? Giacobbe fu ripreso da un impeto
d'ira specialmente contro zia Bachisia che era impudentemente arrivata
fin lì per sollecitare il pazzo progetto del giovane proprietario.
Giacchè, si capiva bene, il prestito non era che una scusa della vecchia
arpia per attirare Brontu, per deciderlo e convincerlo. Ah, era odiosa
quella donna. Non aveva coscienza? Non credeva in Dio? A queste domande
Giacobbe Dejas si rifece pensieroso: poi tornò a coricarsi chiedendosi
se aveva fame e se doveva mangiare.
No. Non aveva fame, nè sete, nè sonno. Non poteva trovar pace nè
coricato, nè seduto, nè in piedi; e per distrarsi alquanto cominciò a
sbadigliare forzatamente ed a parlare a voce alta dicendo cose
inconcludenti. Pensava però ostinatamente a _quella cosa_. Era orribile,
orribile! Maritare una donna già maritata! E se Costantino tornava? Chi
sa: tutto nel mondo è possibile. E anche se il condannato non tornava,
ebbene, e il figlio? che avrebbe detto il figlio, giunto alla età della
ragione, sapendo che sua madre aveva due mariti? Chi aveva fatto quella
legge? Ah! Oh! Erano ben stupidi gli uomini della legge! Giacobbe rise
in alto; ma dentro, ben dentro il cuore ebbe tutt'altra voglia che di
ridere.
Tornò ad alzarsi, riprese il fiaschetto dell'acquavite e pensò:
— Se Brontu chiede chi ha bevuto l'acquavite, peggio per lui, gli dirò
che l'hanno bevuta i sorci. Ah! Oh! Ah!
Rise di nuovo, bevette, tornò a coricarsi. Si riaddormentò e sognò di
trovarsi presso una sua sorella, alla quale raccontava il sogno del
cane, di Costantino, della catena.
Si svegliò che il sole era già sorto sul confine dell'altipiano, dietro
una linea di vapori azzurrognoli. Il mattino era un po' freddo e velato;
tutte le macchie, i cespugli, le stoppie, le erbe tenere e chiare
scintillavano di rugiada ai raggi obliqui del sole; e di nuovo gli
uccelli frusciavano fra i cespugli, cantando, slanciandosi a gruppi,
volteggiando elegantemente per l'aria vaporosa. Talvolta il loro canto
susurrante e compatto diveniva così intenso che sembrava uno scroscio
cristallino di pioggia metallica. Qualche fischio acuto, qualche strido
rauco di corvo risuonava sullo sfondo di quel coro tremulo e metallico
come un velo d'argento; poi tutto svaniva nell'intenso silenzio del
piano.
Giacobbe uscì, stiracchiandosi e sbadigliando. Sbadigliava talmente che
le sue mascelle scricchiolavano; tutto il suo viso nudo si raggrinziva
intorno al circolo della bocca spalancata, e gli occhietti obliqui,
gialli al sole, lagrimavano come quelli d'un cane.
— Ebbene, — pensò, stringendosi le mani allo stomaco, — mi sento dei
crampi qui: che ho fatto iersera?
Andò e aprì le mandrie: l'ariete dalle corna ritorte uscì, fiutando il
suolo, e un gruppo giallognolo di pecore lo seguì, incalzandosi e
fiutando il suolo. Altri gruppi seguirono; le mandre si vuotarono, ma
Giacobbe restò immobile, aspettando pensieroso, vicino alla siepe.
— Sì, ier sera non ho mangiato. Ho bevuto l'acquavite del padrone ed ho
sognato. Ah, sì! sì! Costantino, il cane, mia sorella Annarosa. Ebbene,
che egli sia dannato, perchè non torna, il piccolo rospo? — pensò
scuotendosi. — Mi sono ubriacato come una bestia. L'uomo ubriaco, —
pensò poi, ritornando presso la capanna, — è come una bestia; non si
accorge più di nulla, dice a voce alta i suoi pensieri. Ciò è dannoso,
Giacobbe Dejas, cocuzzolo spelato, mettitelo bene in mente. Ah no, no,
non berrò mai più, che il Signore mi castighi.
Poco dopo ritornò il padrone: Giacobbe lo guardò fisso e sorrise. — Ah,
— disse andandogli premurosamente incontro. — Tu hai una ciera da uomo
bastonato. Cosa ti è accaduto, uccellino di primavera?
— Niente. Levati di lì.
Ma l'altro non l'intendeva così; e cominciò ad aggirarsi intorno a
Brontu, carezzevole e saltellante come un cane, chiedendo, insistendo
per sapere. E il giovane si sfogò, tanto più che ne aveva gran bisogno.
Ebbene, sì, Giovanna lo aveva scacciato come si scaccia un pezzente
molesto; gli aveva chiesto se non sapeva che ella aveva un figlio il
quale un giorno poteva sputarle in volto dicendole: «Perchè hai due
mariti?»
— Anima mia, lo sapevo! — gridò Giacobbe trasalendo di gioia.
— Che sapevi tu?
— No, che ella ha un figlio.
— E questo lo sapevo anch'io. Ecco, ella mi ha scacciato, ecco tutto.
Dalla strada ho sentito madre e figlia litigare acerbamente.
Dopo di che Brontu cercò il suo fiasco di acquavite. Giacobbe si sentiva
allegro, aveva voglia di ridere.
— Ecco, — disse, — stanotte i sorci hanno bevuto la tua acquavite: ah!
ah! ah! Ma ce ne deve essere ancora. Ce n'è ancora.
Brontu bevette avidamente, senza rispondere; poi gettò irosamente il
fiasco contro il servo, che lo prese a volo. E come Brontu aveva bevuto
per dolore, Giacobbe bevette per gioia.