I.

1904. In casa Porru, nella camera dei forestieri, c'era una donna che

piangeva. Seduta per terra, vicino al letto, colle braccia sulle

ginocchia rialzate e la fronte sulle braccia, ella piangeva singultando,

scuotendo la testa come per significare che non ci era, non c'era più

alcuna speranza. Le sue spalle rotonde, il suo dorso ben fatto, coperto

dal panno giallo d'un corsetto stretto, s'alzavano e si abbassavano come

un'onda.

Intorno era quasi buio: la camera non aveva finestra; la porta

spalancata sopra una loggia di mattoni s'apriva su uno sfondo di cielo

cenerognolo che andava sempre più oscurandosi. Su quello sfondo brillava

una piccola stella gialla lontana, lontana; e nel cortile s'udiva un

grillo zirlare e la zampa d'un cavallo, di tanto in tanto, sbattersi

sulla pietra.

Una donna bassa e grossa, in costume nuorese, con un gran volto di

vecchio grasso, apparve sulla porta, con in mano una candela di ferro a

quattro becchi, in uno dei quali ardeva un lucignolo nuotante nell'olio.

— Giovanna Era, — disse con voce grossa e rude, — che fai lì al buio?

Sei lì? Che fai? Mi pare che tu pianga! Tu sei matta, in verità mia, tu

sei matta!

L'altra cominciò a singhiozzare convulsivamente.

— Ah! Ah! Ah! — disse la donna grossa, avanzandosi, come meravigliata e

scandolezzata. — Lo avevo detto io che piangevi! Perchè piangi? Tua

madre è giù che ti aspetta, e tu piangi lì come una matta che sei.

L'altra continuò a piangere più forte. La donna grossa appese il lume ad

un lungo chiodo sul muro, si guardò attorno e cominciò a girare attorno

alla piangente, cercando invano parole per confortarla. Non riusciva a

dirle altro che:

— Ma sei matta, Giovanna, sei matta!

La camera dei forestieri (così è chiamata a Nuoro la stanza che in tutte

le famiglie all'antica viene conservata per gli amici ospiti dei paesi

vicini), era vasta, bianca, rozza, con un gran letto di legno, un

tavolino coperto da un tappeto di percalle e adorno di chicchere e tazze

di vetro; con moltissimi quadretti appesi in alto sulle pareti, quasi

vicini al soffitto di legno non tinto. Dalle travi del soffitto

pendevano grappoli d'uva raggrinzita e di pere gialle che piovevano una

sottile fragranza. Bisaccie di lana, colme, dritte, stavano qua e là per

terra.

La donna grossa, che era la padrona di casa, prese una di queste

bisaccie, la portò più in là, poi la riportò sul posto donde l'aveva

presa.

— Ecco, finiscila, — disse ansando per lo sforzo fatto, — che cosa vuoi

farci? Non bisogna poi disperarsi; che diavolo, colomba mia; se il

pubblico ministero ha chiesto i lavori forzati, non vuol dire che i

giurati siano cani rabbiosi come lui...

L'altra continuò a piangere e scuoter la testa, e fra i singulti

gridava:

— No... No... No...

— Sì! Sì! Ti dico che è sì! Alzati o chiamo tua madre, — gridò la donna,

gettandosele sopra. E le sollevò a forza la testa.

Apparve un bel viso tondo e rosso, circondato da folti capelli neri

scarmigliati, con due occhi neri gonfi e lucenti di pianto, e due

sopracciglia nere foltissime, congiunte, arruffate.

— No! No! — gridava Giovanna, dibattendosi. — Lasciatemi pianger sulla

mia sorte, zia Porredda mia...[1].

[1] Porredda, femminile e diminutivo di Porru.

— Che sorte o non sorte! Alzati.

— Non mi alzo! Non mi alzo! Lo condanneranno a trent'anni per lo meno.

Voi non capite dunque che lo condanneranno a trent'anni?

— Questo sta a vedersi. Eppoi, cosa sono trent'anni? Ma tu sembri un

gatto selvatico, sai?

L'altra strillava, si strappava i capelli, colta da un accesso di

disperazione selvaggia. E gridava:

— Trent'anni! Cosa sono trent'anni? La vita di un uomo, zia Porredda

mia! Voi non capite niente, zia Porredda! Andatevene, andatevene,

lasciatemi sola, per amor di Cristo, andate via...

— Io non vado via! — protestò zia Porredda. — Un corno! Sono in casa

mia, io! Alzati, figlia del diavolo, finiscila, che ti fa male! Aspetta

a domani a strapparti i capelli, chè tuo marito non è ancora ai lavori

forzati.

Giovanna riabbassò la fronte, e riprese a piangere un pianto calmo,

accorato, che spezzava il cuore.

— Costantino mio, Costantino mio, — diceva con nenia, come cantano le

prefiche davanti ad un morto, — tu sei morto per me, io non ti riavrò

mai più, mai più. Quei cani rabbiosi ti hanno preso e legato, e non ti

lasceranno più andar via. E la nostra casa resterà deserta, e il letto

sarà freddo, e la famiglia andrà dispersa. Bene mio, agnello mio, tu sei

morto per il mondo, così siano morti coloro che ti hanno legato!

Davanti al dolore di Giovanna zia Porredda si commosse, ma non sapendo

più che fare, uscì sulla loggia e chiamò:

— Bachisia Era, vieni su, chè tua figlia sta diventando matta!

S'udì un passo per la scaletta esterna; zia Porredda rientrò e dietro di

lei venne una donna alta, tragica, vestita di nero, col capo avvolto in

una benda nera, nel cui cerchio spiccava un viso giallo d'uccello

rapace, con due punti verdi brillanti per occhi, infossati e circondati

da sopracciglia nere selvaggie e da cerchi lividi.

La sua sola presenza parve dare una calma rigida alla figliuola.

— Alzati! — disse una voce rauca.

Giovanna si alzò: era alta, grossa eppure svelta, con dei fianchi

stupendi. Le sottane di orbace con una fascia di porpora intorno ai

fianchi, orlate di panno verde, cortissime, lasciavano vedere i piedi

piccoli, calzati da stivalini elastici, e il principio di due gambe

modellate.

— Perchè dài tanto fastidio a questa brava gente? — chiese la madre. —

Finiscila un po', scendi giù a cena e non spaventare le ragazze e non

turbare la gioia di questa brava gente.

La gioia di quella brava gente consisteva nel ritorno, per le vacanze,

del figlio studente in legge, arrivato quella sera.

Giovanna parve capire e si calmò: si tolse dal capo il fazzoletto di

lana, scoprendo una cuffia di vecchio broccato dalla quale scaturivano

ondate di capelli nerissimi, e andò a lavarsi in un catino d'acqua

deposto sopra una sedia. Zia Porredda guardò zia Bachisia, si strinse le

labbra fra l'indice e il pollice della mano destra, accennando di far

silenzio, e andò via senza far rumore.

L'amica obbedì; non disse parola, attese che Giovanna si fosse lavata e

rimessa, poi entrambe scesero silenziose la scaletta esterna. S'era

fatto notte, una notte calma, calda, profonda: alla piccola prima stella

gialla erano seguite migliaia di astri argentei: la via lattea passava

come un gran velo trapuntato di scintille, e un profumo aspro di fieno

secco gravava nell'aria.

Nel cortile i grilli cantavano nascosti nel pergolato, e il cavallo

ruminava sbattendo la sua zampa ferrata. In lontananza udivasi un canto

melanconico.

La porta della cucina e quella d'una camera terrena, che per l'occasione

serviva anche da stanza per pranzare, davano sul cortile ed erano

spalancate. In cucina, accanto al focolare acceso, si vedeva zia

Porredda intenta a condire dei maccheroni; e una bambina vestita con un

signorile abitino nero, bionda, scarmigliata, scalza, che litigava con

un bimbo vestito in costume, molto grasso e rosso come la nonna.

La bimba imprecava maledettamente, nominando tutti i diavoli; il bimbo

cercava pizzicarla alle gambe.

— Finitela, — diceva zia Porredda. — Ah, ah, volete finirla, figli

cattivi?

— Mamma Porru, questa ragazzina impreca, mi dice: al diavolo chi ti ha

fatto nascere.

— Ah, ah, Minnìa, tu andrai all'inferno viva e sana, — rispose la nonna,

senza voltarsi, rimescolando i maccheroni.

— Egli mi pizzica, mamma Porru, ahi, ahi, come mi pizzica!... Che tu sii

scorticato, immondezza, se ti afferro ti dò tanti schiaffi quanti

capelli hai sul capo...

— Minnìa, che parlare è questo?...

— Egli mi ha rubato il portamonete, quello _che ci ha_ il papa dipinto,

quello che mi ha portato zio Paolo...

— Non è vero, no! Non mi far parlare, Minnìa, — gridò il bambino

minaccioso, — in quanto a rubare...

La bimba tacque come per incanto; ma dopo un po' il bimbo prese un

bastone e col manico ricurvo cominciò ad afferrarle una gamba, e Minnìa

si mise a piangere; la nonna si voltò col mestolo in mano.

— In verità, io vi batto col mestolo, cattivi figliuoli. Aspettate,

aspettate. — Li rincorse, ed essi scapparono nel cortile, andando ad

urtare contro Giovanna e la madre.

— Che c'è, che c'è?...

— Ah, mi fanno disperare, essi sono indiavolati!... — disse zia Porredda

dalla porta di cucina.

In quel punto una figurina nera si staccò dal portone socchiuso e disse

con voce commossa:

— Essi tornano, nonna, eccoli qui.

— E lasciali tornare. Faresti bene, Grazia, a dar attenzione ai tuoi

fratelli, che si azzuffano fra loro come pulcini.

Grazia non rispose, ma poco dopo prese dalle mani di zia Bachisia il

lume di ferro, lo spense e andò a nasconderlo dietro la panca di cucina,

dicendo a bassa voce:

— Dovreste vergognarvi di queste candele, nonna, ora che c'è zio Paolo.

— Ma che zio Paolo; credi che egli sia stato allevato nell'oro?

— Egli viene da Roma...

— Un corno! A Roma lumi come questi non ce ne sono, perchè l'olio lo

comprano a soldi, mentre noi ne abbiamo delle olle colme.

— State fresca voi se credete ciò, — disse la ragazza, e saltò nel

cortile palpitando nell'udire la voce del nonno e dello zio.

— Giovanna, salute, zia Bachisia come state? — diceva la voce calda

dello studente. — Io bene, grazie al Signore! Oh, mi dispiace tanto la

vostra disgrazia: coraggio, chissà? è domani la sentenza?

Entrò nella stanza ov'era apparecchiata la tavola, seguìto dalle donne e

dai bambini che la sua presenza intimoriva e divertiva nello stesso

tempo.

Egli era piccolo e zoppicava alquanto, perchè aveva un piede più piccolo

e una gamba un po' più corta dell'altra. Perciò lo chiamavano dottor

Pededdu (piedino), ed egli non se n'aveva a male, perchè, diceva, val

meglio avere un piede più piccolo dell'altro che avere la testa più

piccola di quella degli altri.

Il suo visino roseo e tondo con due piccoli baffi biondastri, sorrideva

sotto un gran cappello nero a cencio. Egli dicevasi socialista.

Entrato nella stanza si mise a sedere sul letto, a gambe sospese, e

attirò accanto a sè, uno per parte, il nipote e la nipotina che lo

guardavano a bocca aperta, stringendoli a sè, senza badarvi, dando

attenzione al racconto doloroso che gli faceva zia Bachisia. Però di

tanto in tanto osservava Grazia, la cui figurina tredicenne alta e

angolosa, in formazione, veniva viepiù deformata da un vestitino nero

troppo stretto. Gli occhi di lei, chiari e metallici, fissavano

ostinatamente, avidamente lo zio.

— Ecco, — diceva zia Bachisia con la sua voce rauca, — il fatto andò

così: Costantino Ledda aveva uno zio carnale, fratello del padre; si

chiamava Basile Ledda soprannominato l'Avoltoio (Dio l'abbia in gloria,

se non è fra le granfie del diavolo), tanto era avido di denari.

«Era un tristo, un avoltoio giallo, Dio l'abbia perdonato: basta, si

dice che abbia fatto morire la moglie di fame. Ecco, Costantino restò

sotto la sua tutela; aveva qualche cosa, il bimbo; lo zio gli mangiò

tutto, poi lo bastonava, lo legava tra due pietre, in campagna, e lo

lasciava al sole ed alle api che gli pungevano persino gli occhi.

«Basta, arrivò un giorno che Costantino scappò di casa; aveva sedici

anni. Mancò tre anni: egli disse d'essere stato a lavorare nelle

miniere, io non so, egli disse così.

— Sì, sì! Egli è stato a lavorar nelle miniere! — proruppe Giovanna.

— Non so! — disse la madre, stringendo la bocca in atto dubbioso. —

Basta, fatto sta che durante l'assenza di Costantino fu su Basile

l'avoltoio sparato un colpo di fucile mentre stava in campagna. È vero

che egli aveva dei nemici. Quando Costantino tornò, confessò che era

scappato per sfuggire alla tentazione di ammazzare lo zio, che aveva

odiato a morte; ora però il giovane cercò e ottenne di far pace con

l'avoltoio... Ora senti, Paolo Porru...

— Dottor Porru! Dottor Pededdu! — gridò il nipotino, correggendo

l'ospite. Questa lo guardò con ira e fu per dargli uno schiaffo, un

piccolo schiaffo; Giovanna si mise a ridere.

Nel veder ridere l'ospite addolorata, che aveva lo sposo in carcere e

che quindi appariva circondata da un'aureola romantica, anzi tragica, la

pallida e scarna Grazia si mise anch'essa a ridere nervosamente; anche

Minnìa rise, anche il piccolo paesano e lo studente risero. Zia Bachisia

si guardò attorno con occhi fosforescenti. Perchè ridevano? Erano matti?

Alzò la mano gialla e magra, ma mentre stava per lanciare uno schiaffo,

non sapeva bene se a sua figlia od al bimbo, ecco zia Porredda coi

maccheroni fumanti.

Dietro di lei veniva zio Efes Maria Porru, uomo grosso, imponente, col

petto molto stretto nel velluto turchino del giustacuore. Egli era un

contadino che posava a letterato: aveva un faccione grigio che pareva un

mascherone di marmo vecchio, con la corta barba a riccioli, le labbra

grosse spalancate, e gli occhi grandi e chiari.

— Presto, presto a tavola! — disse zia Porredda, sbattendo il piatto in

mezzo alla tavola. — Ah, voi ridete? Il piccolo dottore vi fa ridere?

— Io stavo per dare uno schiaffo a vostro nipote, — disse zia Bachisia.

— Perchè, anima mia? Venite dunque a tavola. Giovanna qui. Dottor

Porreddu, venga qui.

Lo studente si gettò supino sul letto, stese le braccia, sollevò le

gambe per aria, le riabbassò, si rialzò, balzò giù in piedi,

sbadigliando.

E i ragazzi e Giovanna ricominciarono a ridere. Egli disse:

— Un po' di ginnastica fa bene. Oh Dio, come dormirò stanotte! Ho tutte

le ossa slegate. Come ti sei fatta grande, Grazietta; sembri una

pertica.

La ragazza arrossì e chinò gli occhi; zia Bachisia sporse il muso,

scandolezzata perchè lo studente pensava a tutt'altro che alla storia da

lei narrata, e perchè gli ospiti tutti facevano poco caso della

disgrazia di Costantino. D'altronde anche Giovanna sembrava dimenticare,

e solo quando zia Porredda le ebbe messo davanti una enorme porzione di

maccheroni rosei fragranti di sugo, la giovine si rifece scura in volto

e rifiutò di mangiare.

— Ve l'avevo detto io! — esclamò zia Porredda, meravigliata. — Essa è

matta, in verità mia è matta! Perchè non mangiare ora? Che c'entra il

mangiare, ora, con la sentenza di domani?

— Via, — disse zia Bachisia, non senza un po' d'acredine, — non far

sciocchezze; non disturbar la gioia di questa brava gente.

E zio Efes Maria si mise signorilmente il tovagliuolo sotto il mento, e

sputò la sua sentenza letteraria.

— Cuor forte contro la sorte, dice Dante Alighieri. Via, Giovanna Era,

dimostra che tu sei un fiore delle montagne, più forte delle pietre. Il

tempo appianerà ogni cosa.

Giovanna cominciò a mangiare, ma con un singhiozzo in gola che le

impediva d'ingoiare le vivande.

Paolo stava zitto, curvo sul suo piatto: e questo era già pulito quando

Giovanna arrivò a ingoiare il primo maccherone.

— Sei un vento, figlio mio, — disse zia Porredda. — Che fame da cane hai

tu! Ne vuoi altri? Sì; e altri ancora? Sì?

— Oh bravo! — disse zio Efes — parrebbe che nella Città Eterna tu non

abbia visto mai roba da mangiare.

— Eh, l'ho detto io, — affermò zia Porredda, — luoghi belli, se volete,

ma là tutto si compra a soldi contanti. Io l'ho sentito dire, in verità

mia: nelle case non ci sono provviste, come da noi, e quando nella casa

mancano le provviste, voi sapete bene che non ci si sazia mai...

Zia Bachisia annuì, perchè purtroppo ella sapeva ciò che è una casa

senza provviste.

— È vero o non è vero, dottor Porreddu?

— È vero, — egli diceva, mangiando e ridendo, e agitando le mani larghe

e bianche dalle unghie lunghissime.

— Perciò egli è diventato una sanguisuga, un vampiro! — osservò zio Efes

Maria, rivolto alle ospiti. — Non mi lascia una stilla di sangue nelle

vene. Corpo del demonio, si mangia denaro a Roma!

— Ah, se sapeste, — sospirò Paolo, — tutto, tutto è così caro! Una pesca

venti centesimi. Ah, ora sto bene!

— Venti centesimi! — dissero tutti ad una voce.

— Ebbene, zia Bachisia, e poi? Quando Costantino tornò?... — chiese

Paolo.

— Ebbene, Paolo Porru... ah, io continuo a darti del tu, sebbene tu sii

fra poco dottore, perchè quando eri ragazzino ti ho dato persino qualche

scappellotto...

— Non ricordo; andate avanti, — disse il giovine, mentre le narici di

Grazia fremevano per la stizza.

— Ebbene, ti dissi che Costantino mancò tre anni e che...

— Stette nelle miniere; benissimo, poi ritornò e fece pace con lo zio.

— Ed ecco che vide Giovanna mia, questa ragazza, e s'innamorarono: lo

zio non voleva, perchè la ragazza è povera. Ricominciarono ad odiarsi;

Costantino lavorava per l'avoltoio, e l'avoltoio non gli dava un

centesimo. Allora Costantino venne da me e disse: — io sono povero, non

ho denari per comprare i gioielli alla sposa e per fare la festa e il

banchetto delle nozze cristiane, e anche voi siete povere: ebbene,

facciamo così, sposiamoci soltanto civilmente, per ora; lavoreremo

assieme, accumuleremo la somma necessaria per la festa e ci sposeremo

poi con Dio. — Siccome molti usano far così, lo facemmo anche noi. Si

fece in silenzio il matrimonio civile e vivemmo assieme d'accordo.

L'avoltoio schiantava dall'ira; egli veniva ad urlare persino nella

nostra strada, e provocava da per tutto Costantino. E noi lavoravamo.

Dopo la vendemmia, l'anno scorso, mentre preparavamo i dolci per le

nozze, Basile Ledda fu trovato ammazzato nella sua casa. La sera prima

Costantino fu visto entrare da lui: era andato per annunziargli le nozze

e chiedergli pace. Ah, povero ragazzo! egli non volle fuggire come io

gli consigliai. E fu arrestato.

— Perchè era innocente... mamma... mia...

— Ecco che quella sciocca ricomincia a piangere. Se non taci, io non

dico più nulla, ecco. Ebbene, Costantino fu arrestato, ed ora si fa il

dibattimento ed il pubblico ministero ha chiesto i lavori forzati. Ma è

un cane quel pubblico ministero? Ci son delle prove è vero, fu visto

entrare Costantino di notte, in casa dello zio, che viveva solo come un

uccello selvatico che era; si ricordò il passato: tutto questo è vero,

ma prove non ci sono. Costantino si mostrò pieno di contraddizioni e di

rimorsi: egli dice sempre queste parole: _è il peccato mortale_. Perchè

devi sapere che egli è un buon cristiano, e crede d'essere stato colpito

dalla sventura perchè visse con Giovanna prima di essersi sposati

religiosamente.

— Ma ditemi una cosa...

— Aspetta. Aggiungi che sposati religiosamente, poi, si sono. In

carcere, sì, in carcere, anima mia, figurati che cosa orrenda. Non

ricominciare a piangere, Giovanna, altrimenti ti butto in faccia questa

saliera. Eccola lì la sciocca! Tutti dicevano: no, no, non sposarlo; se

egli è colpevole e viene condannato tu potrai sposarne un altro...

— Ah, come siete vili!... — urlò la giovine, con occhi fiammeggianti; ma

lo sguardo acuto della madre si fissò sul suo ed ella tacque di nuovo.

— Lo dicevo io, forse? — chiese zia Bachisia. — No, lo dicevano gli

altri, e lo dicevano per il tuo bene.

— Il mio bene, il mio bene, — si lamentò Giovanna, nascondendo il viso

fra le mani. — Il mio bene è finito, è finito, è finito.

— Avete figli? — le chiese Paolo.

— Sì, uno. E se non ci fosse lui guai. Guai! Se Costantino verrà

condannato e il bimbo non ci fosse, guai! guai! — E si ficcava le dita

entro i capelli, al di sopra della fronte, e scuoteva la testa come una

pazza.

— Tu ti ammazzeresti, cuor mio? — chiese la madre con ironia. Lo

studente credette vedere qualche cosa di finto nel moto di Giovanna: la

rassomigliò ad una famosa attrice, in una commedia francese, e parole

scettiche gli uscirono dalle labbra, davanti al dolore della giovine

donna.

— Ecco, — egli disse, — del resto ora è approvata la legge sul divorzio:

ogni donna che ha il marito condannato può tornar libera.

Giovanna non parve neppure capire quelle parole, e continuò a scuoter la

testa fra le mani; zia Porredda disse convinta:

— Sì, un corno! Neppure Dio può disfare un matrimonio!

Zio Efes Maria osservò, un po' beffardo:

— Già! L'ho letto sul giornale. Questo divorzio ora! Lo faranno in

continente, dove, del resto, uomini e donne si maritano molte volte,

senza bisogno di prete e di sindaco; ma qui, oibò!...

— No, babbo Porru, non è in continente, è in Turchia, — osservò Grazia.

— Anche qui, anche qui! — disse zia Bachisia, che aveva capito tutto.

Appena ebbero cenato, le Era uscirono per andare dall'avvocato.

— Dove le farete dormire? — chiese Paolo. — Nella camera dei forestieri?

— Sicuro. Perchè?

— Perchè veramente volevo starci io lassù: qui si soffoca. Qual migliore

forestiero di me?

— Abbi pazienza fino a domani, figliolino mio. Esse sono povere

ospiti...

— Oh Dio, che barbari costumi, quando finiranno? — egli chiese

indispettito.

— Lo chiedo anch'io, — disse zio Efes Maria, che s'era messo a leggere

il giornale. — Mi rompono le scatole queste donne. Ebbene, cosa ne dici

tu del nuovo Ministero?

— Io me ne infischio, — egli rispose ridendo, perchè ricordava quel

personaggio della _Dame chez Maxim_, delizia del teatro Manzoni, del

quale egli era un _habitué_.

E andò a guardare certi libri che aveva riposti in una nicchia in fondo

alla stanza. Minnìa e il fratellino erano usciti nel cortile; Grazia,

seduta davanti alla tavola, coi pugni nelle guancie, guardava sempre lo

zio. Ed egli le si rivolse:

— Tu leggi romanzi, non è vero?

— Io no, — diss'ella arrossendo.

— Ed io ti dico che se ti trovo io, leggendo certi libri, te li

scaravento sul capo...

Le labbra di lei tremarono: per nascondere il suo pianto s'alzò ed uscì

fuori, e sentì che i fratellini litigavano ancora a proposito del

portamonete col papa.

— In quanto a rubare, — diceva il bambino, — tu stai zitta, perchè tu

con quell'altra che è lì, quella pertica, oggi voi avete venduto del

vino e vi siete tenute i soldi...

— Ah, bugiardo! — disse Grazia andandogli sopra, e lo picchiò mentre

piangeva amaramente.

Intorno cantavano i grilli; il cavallo ruminava sbattendo la zampa sul

selciato, le stelle piovevano un barlume latteo sul cortile caldo e

fragrante di fieno secco.

— Essa è una povera orfana, non maltrattarla, — diceva zia Porredda a

suo figlio, difendendo Grazia, (i tre ragazzi erano figli del figlio

maggiore dei Porru, ricco pastore, e di una giovane morta un anno prima)

— e se vuol leggere lasciala leggere.

— Sì, lasciala leggere! — affermò solennemente zio Efes Maria. — Ah,

perchè non lasciarono leggere anche me quando era giovinetto? Sarei

diventato astronomo, istruito come un prete.

Astronomo, per zio Efes Maria, era uomo coltissimo, savissimo, come a

dire filosofo.

— Hai visto il papa, figlio mio? — chiese zia Porredda, per associazione

d'idee.

— No.

— Come, tu non hai visto il papa?

— O che credete voi? Il papa sta dentro una scatola, e per vederlo

bisogna pagare, pagare molto.

— Oh va! — ella disse — tu sei un miscredente.

E uscì nel cortile, dove i nipotini si bastonavano: piombò in mezzo a

loro, li divise, li gettò uno per parte del cortile, gridando:

— In verità mia che siete tanti pollastri. Eccoli i pollastri, che Dio

vi salvi. Cattivi figliuoli! Tutti cattivi!

Dopo il divorzio · 第 7 / 29 题