[Illustrazione]
.... M'era già venuto più volte il desiderio di fare una corsa a
Kalmert per rivedere la casa dove nacqui e i luoghi dove passai i
primi quindici anni della mia vita. Ma sempre, al momento di partire,
m'era mancato il coraggio. In quella città era seguito l'avvenimento
che aveva dispersa la mia famiglia, in quella casa avevo provato il
primo grande dolore della vita, — c'era morto mio padre; — temevo
perciò di risentire, tornandovi, un'emozione troppo dolorosa. Così
avevo rimandato la mia gita d'anno in anno, sperando sempre che l'anno
dopo mi sarei sentito più forte; e n'erano passati venti: vale a dire
tutta la parte migliore della mia vita. Ma una mattina di gennaio,
finalmente, avendo scoperto, pettinandomi, una ciocchetta di capelli
bianchi che sino allora era stata nascosta sotto un pietoso ricciolo
biondo, dissi risolutamente a me stesso: — È tempo, — e partii la
mattina stessa per poter tornare a Bois-le-Duc la sera. Vent'anni!
— pensavo durante il tragitto, guardandomi nei vetri del vagone; la
pinguedine, la barba e il sole di Borneo, m'hanno molto cangiato;
nessuno mi riconoscerà; nessuno verrà a distrarmi dallo scopo triste e
caro insieme del primo viaggio; posso andar là col cuore in pace. — E
infatti le mie previsioni non furono deluse.
Nevicava; la campagna era tutta bianca; il treno, quasi voto; i miei
compagni di viaggio, appena arrivati a Kalmert, montarono in carrozza
e disparvero; io m'incamminai tutto solo verso la città, e arrivai
in cinque minuti, agitato da una curiosità e da un'impazienza penosa,
all'imboccatura della strada principale.
Qui mi fermai, e guardai dinanzi e intorno a me con un grande stupore.
Riconoscevo la strada e gli edifizi; ma ogni cosa mi pareva stranamente
cangiata; la strada divenuta strettissima; le case rimpicciolite; i
muri invecchiati, non di venti anni, ma d'un secolo; tutto diventato
nero, squallido, lugubre; mi pareva una città colpita da un grande
infortunio, nella quale anche gli edifizi fossero afflitti e
pensierosi. Andai innanzi, riconoscendo ad ogni passo una cantonata,
una finestra, una porta, una bottega, che mi ridestavano cento
reminiscenze infantili, e mi trovai presto nel cuore della città, in
mezzo a una folla di signori e di signore che uscivano dal duomo;
poi chè era domenica, e appunto il momento in cui terminava, come
vent'anni prima, la messa signorile di mezzogiorno. In meno di cinque
minuti, riconobbi cento persone; ma come cangiate! Nei primi momenti
non mi parve credibile che venti anni avessero potuto trasfigurare
una popolazione in quella maniera; e pensai che qualche sconosciuto
malanno avesse aiutato l'opera distruggitrice del tempo. Quelli che
avevo lasciati coi capelli neri, eran diventati grigi; quelli che
avevo lasciati grigi, eran diventati bianchi; questi s'era incurvato, a
quello s'erano infiacchite le gambe; il tempo, passando su quella gente
come un nemico rabbioso e capriccioso, aveva qui schiacciato un occhio,
là strappato una zazzera, a uno rotto i denti, a un altro vuotate le
guancie. Vedevo dei miei compagni di scuola, una volta sottili come
un filo, impinguati in maniera da non esser più riconoscibili fuori
che all'espressione del viso; delle ragazzine, che avevo viste andar
alla scuola, leggere come farfalle, colla colazione nel canestro,
diventate pezzi di donne gravi e lente, circondate di bambini; signore
che avevo lasciate sfolgoranti di gioventù e d'allegrezza, avvizzite,
rugose, col capo basso e un velo nero sul viso; famiglie già numerose,
ridotte a tre o quattro persone; faccie che erano sparite affatto dalla
mia memoria; larve di miei antichi maestri delle scuole elementari,
che credevo già sotterrati da dieci anni; giovanotti che avevo
visti bambini in braccio alle fantesche, piantati in atteggiamenti
dongiovanneschi davanti ai caffè; una ragazzaglia sconosciuta, una
serie di coppie matrimoniali imprevedute e imprevedibili, un gran
numero di persone allungate, raccorciate, arrotondate, assottigliate,
scontorte, ingiallite, imbellite, rimminchionite; e malgrado la quasi
eguaglianza dei cangiamenti in meglio e dei cangiamenti in peggio,
quasi tutti mi parevano annoiati o tristi, e provavo un sentimento di
pietà vedendoli svoltare coppia per coppia, famiglia per famiglia, in
quelle stradette tortuose e oscure, e sparire gli uni dopo gli altri
sotto le porte basse di quelle piccole case. Dopo pochi minuti restai
quasi solo.
Attraversai parecchi vicoli cupi, fiancheggiati da casupole di cattivo
umore, e riescii in _quella_ strada e vidi _quella_ casa.
Provai un'emozione viva; ma la vinsi subito.
Cercai con gli occhi la porta di casa del pollaiolo, del lattaio, del
fruttivendolo, dell'oste: erano tutte o chiuse o socchiuse; la strada
era deserta; la neve quasi intatta.
Passai innanzi al portone del cortile di casa mia, e m'affacciai alla
porticina: non vidi nessuno.
Entrai: la porta della casetta del portinaio era chiusa; andai innanzi
lentamente sotto un lungo pergolato che riesciva in faccia alla scala.
E fin qui non sentii che un po' di batticuore. Ma quando mi trovai
dinanzi al portico della casa, in quel piccolo spazio dov'era affollata
la parte maggiore e più intima dei miei ricordi; quando vidi la porta
dell'uffizio di mio padre, quella scala, quel terrazzino, quelle
finestre contornate di viti, — tutto ancora tal quale l'avevo lasciato;
— allora mi sentii oppresso improvvisamente da una violenta emozione, e
i miei occhi si riempirono di lacrime.
Guardai alle finestre: non v'era nessuno. Mi voltai indietro, verso la
casetta del portinaio: nessuno. Tutte le porte erano chiuse, e tutto
era bianco di neve, e continuava a nevicare.
Come mi balzava il cuore! Quanta gente c'era per me in quella
solitudine! I vecchi medici di casa attraversavano a passo lento
il cortile, le fantesche morte scendevano la scala colla sporta al
braccio, i miei amici di infanzia saltellavano sotto il portico, il
mio ripetitore di latino faceva capolino in fondo al pergolato, mio
padre usciva dall'uffizio rimettendo gli occhiali nell'astuccio, mia
madre mi faceva cenno dalla finestra che non stessi a pigliare il
sole di mezzogiorno, mia sorella inaffiava i fiori nel giardino, mio
fratello leggeva forte nella sua stanza, il mio vecchio gatto nero
si arrampicava su per le viti, i miei passeri cantavano nelle loro
gabbiette verdi, le porte e le finestre s'aprivano e si chiudevano;
tutto si moveva, tutto parlava, tutto mi guardava; ed io stavo là sotto
quei mille sguardi e in mezzo a quelle mille voci, sopraffatto da un
sentimento inesprimibile di tenerezza, di malinconia e di stupore, e
incerto se dovessi trattenermi o fuggire.
Un po' di neve che cadde da un albero sopra i miei piedi, mise in
fuga tutti quei fantasmi, e mi risentii sicuro di me stesso. Allora
cominciai a considerare attentamente il luogo. Come tutto era diventato
piccino! Quella casa, che m'era sempre parsa un grande edifizio, non
era che una casetta di villaggio; il pergolato, che m'era sempre parso
altissimo, lo toccavo quasi col cappello; il muricciuolo dell'orto che
non ero mai riuscito a saltare, potevo scavalcarlo senza scompormi;
mi pareva di essere diventato un gigante, sentivo che la mia persona
era d'ingombro; e non so perchè, questo mi rincresceva. Provavo quasi
tristezza d'essere tanto ingrossato. Mi pareva che tutti gli oggetti
che mi circondavano dovessero dire: — Chi è quell'omaccione? noi non
lo conosciamo. — Certi sfondi, certi prospetti lontani del giardino e
del cortile, s'erano ravvicinati; i muri di cinta s'erano ristretti;
non mi sapevo dar ragione d'aver veduto per tanti anni, in quello
spazio così angusto, delle vaghe immagini di steppe, di valli e di
strade senza fine, e d'aver provato un certo sentimento di viaggiatore
avventuroso andando, nei giorni di pioggia, da un'estremità del cortile
all'estremità opposta del giardino. Toccai la cancellata del giardino;
era aperta, entrai. La neve copriva i sentieri, le spalliere di
mortella, le aiuole, i fossi; ma riconobbi ogni cosa al primo sguardo.
Rividi la finestrina dell'uffizio di mio padre, alla quale, ventitrè
anni prima, una mattina d'aprile, egli s'era affacciato, dicendomi
con voce fresca ed allegra: — Wilelm, in questo momento compisco
settantaquattro anni! — Rividi il capanno di gelsomini sotto il quale
m'ero preparato alla mia prima confessione, e dov'ero rimasto molte ore
immobile e pensieroso il giorno in cui, tornando dalla scuola, avevo
visto per la prima volta un cadavere. Rividi il piccolo canneto da cui
per parecchi anni avevo tratto spade e lancie per il piccolo esercito
di monelli cenciosi che combattevano sotto il mio comando contro i
_vigliacchi_ della parocchia di Sant'Ambrogio. Dietro ogni cespuglio
s'alzava un fantasma; pullulavano da ogni parte centinaia di ricordi:
ricordi di persone morte, di parole dette da gente dimenticata, di
scene miste di realtà e di sogno, di certi giochi di luce, di mattinate
piovose, di fragranze dell'aria, di letture, di fantasticherie, di
rimorsi infantili, di proponimenti di cangiar vita, di certi rami di
piante incurvati in una certa direzione, di certi insetti visti in quel
dato punto del tronco d'un albero, dei primi improvvisi e misteriosi
rimescolamenti del sangue provati nel veder venire verso di me, in
mezzo al verde e all'ombra, la figura leggera e bianca d'una cugina di
tredici anni che avevo sognata la notte. E più andavo innanzi, più le
immagini mi si presentavano fitte e vive. Non badavo più alla neve, non
pensavo più che qualcuno potesse vedermi dalle finestre e prendermi per
un matto o per un ladro. Tutta la mia mente e tutto il mio cuore erano
nel passato. Mi pareva che molte voci sommesse mi chiamassero per nome,
o mi dicessero mille cose incomprensibili in suono di lamento, ed io
rispondevo confusamente, giustificandomi e promettendo non so cosa, e
guardavo intorno con un sentimento di rispetto e di pietà come se quel
giardino fosse un camposanto, e quei rialti di neve nascondessero dei
morti.
Così arrivai sotto una tettoia in fondo al giardino, sedetti, rivolto
verso le finestre, e mi misi a pensare. I miei pensieri mi conducevano
a un sentimento amaro della vanità delle cose umane. — Ah, come sono
invecchiato! — dicevo tra me. Se quando scorrazzavo ragazzo in questo
giardino, qualcuno m'avesse predetto quello che poi è accaduto, mi
sarebbe parso d'essere chiamato ad una felicità immensa. Eppure, io
sono da questa felicità assai più lontano ora di quello che lo fossi
in quegli anni. Sono partito di qui pieno di speranze e d'ambizioni,
temendo quasi che la vita non fosse abbastanza lunga e la terra
abbastanza vasta, per quello che avevo da operare e da godere; ed ecco
che, dopo pochi anni, tornando qui ancor giovane, non ho più altro
desiderio che d'andar a terminare la mia gioventù lontano dai rumori
del mondo, in una villetta solitaria, colla mia famiglia e i miei
libri! Molte fatiche, qualche piacere, una passeggiera soddisfazione
d'amor proprio, e tutto è finito. Partito appena per il grande viaggio,
son già sulla via del ritorno. Non aspiro più ad altro che alla pace
della coscienza e della vita. Non sento più nemmeno l'amarezza del
disinganno. Falsi amici, false speranze, vanità, gloriole, piccoli
piaceri e piccolissime passioni della vita vissuta finora, li vedo ai
miei piedi, e li guardo senz'ira e senza rammarico. Non disprezzo,
non accuso nulla e nessuno, non mi credo migliore dei miei simili;
non sento altro che una immensa sazietà, una profonda stanchezza, un
invincibile bisogno di solitudine e di silenzio. Chi ama il mondo, si
slanci innanzi, s'apra la via, trionfi, splenda e s'inebrii; l'invidia
non trarrà più dal mio cuore un sospiro. Io non domando più altro
al mondo che un po' di verde e un po' d'aria, e a Dio la forza di
resistere alla disperazione il giorno in cui rimanessi solo sopra la
terra....
In quel momento vidi comparire dietro i vetri d'una finestra un viso di
cui i fiocchi fittissimi della neve velavano la fisonomia.
Mi parve che mi guardasse.
Pensai allora che era mio dovere o d'andarmene o di salir su a dar
spiegazione della mia presenza in quel luogo. Questa riflessione
mi diede coraggio a fare quello che da principio non avrei osato: a
chiedere il permesso di visitare l'interno della casa.
Uscii dal giardino, salii le scale e bussai alla porta, che
s'aperse subito, mostrandomi un viso meravigliato, che evidentemente
m'aspettava. Era il padron di casa; un uomo sui cinquant'anni, d'aria
benevola; dietro il quale faceva capolino una signora attempata, di
fisonomia dolce e triste, che pareva sua moglie.
Dissi il mio nome ed esposi il mio desiderio, spiegandolo.
Il mio nome non riuscì nuovo, la mia voce commossa spiegò i miei
sentimenti meglio delle parole; fui invitato ad entrare.
Entrai.
Oh care, benedette, indimenticabili pareti della mia povera casa!
Fuorchè i muri, tutto era mutato; ma riconobbi subito ogni cantuccio,
e rividi ogni cosa al suo posto come al tempo della mia infanzia.
Mille voci insieme mi chiamavano da tutte le parti: — Wilelm! Wilelm!
Wilelm! È qui — è lui — è tornato — è il piccolo Wilelm! E la mamma?
E i fratelli? dove sono? dove sei stato? che cos'hai fatto? — Ma
fin dai primi momenti l'immagine di mio padre sopraffece tutte le
altre memorie. Lo vedevo apparire sulla soglia di tutte le porte, lo
sentivo camminare dietro tutte le pareti; era da per tutto; lo vedevo,
come riflesso da cento specchi, in cento immagini; qui seduto al
tavolino, occupato a rigare i miei quaderni di scuola; là appoggiato
al camminetto, in atto di declamarmi dei versi di Vondel; più in là
inteso a fissare al muro un quadretto in cui aveva messo un mio schizzo
informe di battaglia, fatto a cinque anni, e festeggiato da lui come la
rivelazione d'un genio. Ogni angolo, ogni palmo di parete mi ricordava
un suo lavoro, una sua parola, una sua abitudine. E più andavo
innanzi per quelle stanze rischiarate d'una luce smorta ed eguale dal
riflesso della neve, più la sua immagine si faceva viva, tanto che,
in qualche momento mi corse un brivido per le vene, come se voltandomi
improvvisamente, dovessi rivederlo davvero. Rividi la stanza dove mia
madre gettò un grido disperato quando il nostro vecchio medico, uscendo
dalla camera di mio padre, le disse con voce sommessa: — Si faccia
coraggio, buona signora... è finita! — Passando per la stanza accanto,
rividi me, di sei anni steso sul letto, moribondo di crup; mio padre
un po' più in là che mi faceva il ritratto a matita, asciugandosi gli
occhi di tratto in tratto, e mia madre inginocchiata al mio capezzale,
che mi teneva per mano, e soffocava i singhiozzi nelle coltri. Quante
immagini, quante reminiscenze di malattie, di dolori, di spaventi,
di racconti di fate, di giocattoli rotti, di vecchie vesti di mia
madre e di mia sorella, che erano sparite da anni ed anni dalla mia
memoria! Entrando in ogni nuova stanza, ero costretto a fermarmi, come
per resistere all'ondata di memorie che mi veniva incontro impetuosa,
e mi soverchiava. Una finestra delle ultime stanze mi ridestò una
reminiscenza vaga, come d'un sogno, di non so che diverbio, cagione
di molte lagrime, che ebbi con un mio fratello, maggiore di me, morto
a cinque anni, del quale non rammento più che due grandi occhi neri
che mi guardavano sempre. Di stanza in stanza, la mia memoria s'andava
rischiarando, come per il diradarsi d'una nebbia, dietro la quale mi
riapparivano i primissimi albori dell'intelletto e della coscienza,
e capivo per la prima volta il perchè di molte manifestazioni del mio
carattere, seguite anni e anni di poi; e su quel fondo luminoso della
mia infanzia, si muovevano e s'aggruppavano confusamente le figure
del mondo vario e tumultuoso, conosciuto da adulto e da uomo; profili
eleganti di belle patrizie, teste gloriose di poeti, visi arditi e
cari di soldati, città e mari lontani, e camerette piene di carte e
di libri, in cui io avevo sudato e pianto, sospirando mia madre; e mi
sentivo crescere nel cuore un rimorso, non so di che, una tristezza,
uno sgomento, una voglia di buttarmi in terra e di piangere, che mi
soffocava. Arrivai finalmente all'ultima stanza. — È la nostra camera
da letto — disse il padrone di casa, aprendo la porta. Era la camera
dov'era morto mio padre. Mi fermai sulla soglia, mi sentii mancare
il coraggio. Avevo intravvisto un letto nello stesso angolo dov'era
stato quello di mio padre, e mi pareva ch'egli dovesse trovarsi ancora
là, immobile e bianco, col crocifisso in mano, in mezzo a due ceri
accesi. Il padron di casa capì e si fece indietro discretamente. Io
mi precipitai solo nella camera e mi gettai in ginocchio ai piedi del
letto. Oh! non scorderò mai più, mai più quel momento! Mi parve di
risentire nella mia mano la mano fredda di quel povero vecchio, mi
parve che fosse spirato allora, mi tornarono in mente le sue ultime
parole, i suoi ultimi gesti, il suo ultimo sguardo, che cercava me,
il piccolo Wilelm, l'ultimo dei suoi figliuoli, ch'egli lasciava non
ancora avviato nel mondo, e di cui parlava sempre con rammarico nei
suoi ultimi giorni! Allora soltanto, ricordando la sua lunga vita di
lavoro e di sacrifizi, compresi che cosa valesse quell'uomo; sentii
tutto quello che gli doveva il mio cuore e la mia mente; riconobbi
che non l'avevo amato abbastanza, che il mio sentimento per lui era
stato più di rispetto che di tenerezza, che ero stato ingiusto, ch'ero
stato ingrato, e gliene domandai perdono a mani giunte, piangendo a
calde lagrime, e baciando disperatamente la sponda del letto, come
aveva baciato quindici anni prima la sua mano inanimata! Poi rimasi
là qualche tempo a meditare, e in quei momenti si decise la sorte
della mia vita. Riavuto dalla prima stretta del dolore, mi domandai
perchè mi rimanesse nel cuore una così grande tristezza, perchè da
tanto tempo mi sentissi quasi stanco della vita, perchè, guardando
all'avvenire, lo vedessi così vuoto e così malinconico, perchè fino
i più ridenti ricordi dell'infanzia mi amareggiassero l'anima, che
cosa avrei dovuto fare per ravvivare la mia gioventù moribonda e per
risuscitare le mie speranze morte, che cosa mi mancava, che nuova vita
avrei dovuto intraprendere. E allora da tutte le stanze di quella
casa, dal giardino, dal portico, dal cortile, tutte quelle medesime
voci che m'avevano salutato all'entrare, mi risposero tutte insieme:
— Wilelm, e lo domandi? Bisogna riedificare il tempio caduto, rifare
la casa antica, rimettere tutto al suo posto, risuscitare il piccolo
Wilelm d'una volta e i suoi piccoli fratelli, ricomporre i giocattoli
spezzati, tornare a rigare i quaderni di scuola e a declamare i versi
di Vondel! Bisogna ricominciare il cammino, Wilelm! — Mille volte
m'era già venuto questo pensiero; ma questa volta me lo diceva la mia
casa, era un consiglio che mi dava il mio vecchio giardino, era una
preghiera che mi mormorava mio padre morto, e per la prima volta la
mia anima vi rispose con uno slancio d'amore e di risoluzione. In un
momento, come per incanto, la mia mente si rischiarò; tutto intorno
parve trasfigurato; un nome da molto tempo caro al mio cuore mi venne
sulle labbra come un grido di gioia; lo pronunziai tre volte: — Lijsse!
Lijsse! Lijsse! — guardandomi intorno come se lo spirito di mio padre
fosse là e mi sentisse; poi balzai in piedi e uscii dalla stanza
ringiovanito, forte, sereno, colla fronte radiante dell'aurora d'una
nuova vita. E mentre mi congedavo dal mio ospite, mentre ripassavo per
le altre stanze, scendendo le scale, passando sotto al pergolato, mi
pareva che le mille voci della casa mormorassero in suono di festa: —
Addio, Wilelm! addio, Wilelm! È lui, — è il piccolo Wilelm, che va a
rifabbricare il tempio caduto, che va a rifare la casa antica, che sta
per ricominciare il cammino! A rivederci, Wilelm! — E quando arrivato
in fondo alla strada, mi voltai per guardare l'ultima volta la casa,
tutta velata dai fiocchi della neve che cadeva sempre più fitta, e
fissai lo sguardo alla finestra dell'ultima stanza, mi parve di vedere
l'immagine di mio padre che mi benedicesse, dicendo: — Addio, piccolo
Wilelm! Sii benedetto, figliuol mio, che vai a fabbricarmi una nuova
casa e a prepararmi una nuova vita! A rivederci presto, Wilelm! — E
appena arrivato a Bois-le-duc corsi dal padre di Lijsse a fargli la
domanda che aspettava da tanto tempo.
Ed ora son passati, da quel giorno, altri quindici anni; ne ho
quarantacinque, e la mia testa è tutta grigia. Ma ho rifabbricato
il tempio caduto e quasi tutti i miei desiderii sono compiuti. Sto a
Deventer, in una bella casa, che ha un piccolo portico, un giardino con
la tettoia in fondo, e un lungo pergolato. Dalla stanza a terreno dove
sto scrivendo vedo il piccolo Wilelm di dieci anni che fa il chiasso
nel cortile coi suoi compagni di scuola, vedo la sua piccola sorella
Iulia che inaffia i fiori del giardino, sento il mio primogenito
Albert che legge forte nella sua camera al primo piano, e la mia buona
Lijsse che dalla finestra grida a Wilelm di non star a prendere il
sole di mezzogiorno. Vedo il ripetitore di latino quando passa sotto
il pergolato, vedo il gatto di casa che s'arrampica su per le viti,
vedo la vecchia donna di servizio tornar dal mercato colla sporta sotto
il braccio; i passeri cantano nelle loro gabbiette verdi, le porte
s'aprono e si chiudono, tutto si muove, tutto parla, tutto è pieno di
allegrezza e di vita, e tutto mi ricorda la casa antica di Kalmert. Io
stesso m'accorgo d'aver preso a poco a poco le abitudini di mio padre,
la sua andatura, i suoi gesti, la sua intonazione di voce. E qualche
volta ho una strana illusione: mi par d'esser proprio lui, ringiovanito
di vent'anni, e che il mio spirito sia passato in quel piccolo Wilelm
che vedo nel cortile; e vedo un terzo piccolo Wilelm che verrà dopo il
mio, e un altro che verrà da quello, e via via, una fila sterminata di
piccoli Wilelm che si perde lontano lontano in un orizzonte azzurrino,
e mi par di essere immortale e felice. Eppure penso sovente alla morte;
ma non come al tempo della mia gioventù, con un sentimento di tristezza
o di terrore; ci penso tranquillamente, come un lavoratore contento di
sè, seduto a una mensa gioviale, pensa che più tardi andrà a riposare
dalle sue oneste fatiche sopra un guanciale non visitato da cattivi
sogni. Solamente io dico sempre tra me: vorrei morire di primavera,
nell'ultima stanza di casa mia, colla finestra aperta sul giardino, con
la mia Lijsse accanto, con tutti i miei figliuoli intorno, colla forza
di riconoscerli, di chiamarli per nome, di abbracciarli a uno a uno
fino all'ultimo momento, e di dire a tutti con voce distinta, prima di
chiudere gli occhi: — Figliuoli, quando avrete trentanni e comincierete
a sentirvi stanchi della vita, rifabbricate la casa e ricominciate il
cammino!