XIV.

Alle sette egli tirava il campanello della casa indicata nel biglietto

di Riccardo. Gli venne ad aprire un servitore con un lume in mano,

gli fece attraversare due o tre stanze, e apertagli una porta lo pregò

d'entrare e di attendere qualche momento.

Alberto entrò, e il servitore chiuse e disparve. Era una bella sala

con un ricco tappeto, rischiarata da un lume splendido posto sopra un

tavolino nel mezzo. Alberto sedette e guardò. Le pareti erano ornati di

specchi e di quadri, i tavolini coperti di fiori, di libri dorati, di

ninnoli; in un canto, sopra una snella colonnetta, sorgeva una statua

d'alabastro con un braccio teso, che pareva accennasse lui; in ogni

parte luccicava qualcosa. Era molto tempo ch'egli non aveva visto una

sala così signorile e così bella. Toccò la spalliera d'una poltrona

che aveva accanto: era di velluto. Guardò ai suoi piedi: c'era una

pelle di tigre. Si voltò: vide una grande campana di cristallo con

sotto un orologio di bronzo. Per tutto dove voltava lo sguardo, c'era

un oggetto che costava almeno tre volte il suo stipendio di un mese.

Egli stette un pezzo osservando ogni cosa con una curiosità infantile:

i fiori dei ricami, le cornici degli specchi, i cordoni dei campanelli,

i candellieri, i guanciali, i rabeschi. Poi si sentì preso da una

tristezza indefinibile. Quello splendore l'offendeva come uno scherno

alla sua miseria; quella statua che lo segnava a dito, gli faceva

l'effetto d'una persona viva che gli dicesse: — Va via!; — il pensiero

che tra qualche momento sarebbe comparso qualcuno, lo turbava; avrebbe

preferito aspettare ancora; avrebbe voluto nascondersi, uscire in

punta di piedi; si pentiva quasi d'esser venuto. — Che faccio io qui?

— pensava. — Che cosa spero? Come può curarsi di me la gente felice

che abita in questa casa? — Gli parve di sentire un fruscìo, sospettò

che fosse una signora, balzò in piedi, e, guardandosi nello specchio,

s'accorse che aveva arrossito. Sedè di nuovo e stette coll'orecchio

teso. Finalmente gli venne addosso come un'inquietudine, una rabbia

di esser costretto a star lì solo, in mezzo a quella ricchezza che

l'umiliava, in quello stato d'aspettazione dolorosa. Ricordò le molte

volte che aveva aspettato, da un mese a quella parte, in altre case,

lunghe ore, per sentirsi poi rispondere: — Non abbiamo bisogno di

nessuno. — Gli tornarono alla mente i sorrisi compassionevoli dei

servitori e degli uscieri, quando lo vedevano andar via col capo

basso; gli atti d'impazienza di coloro, a cui s'era rivolto con

preghiere; tutti i disinganni, tutti i sacrificii d'amor proprio,

tutte le umiliazioni sofferte in presenza di gente sconosciuta; gli si

affollarono tutti questi ricordi, e quelli dei giorni che aveva patito

la fame, e l'oppressero. E si domandò se avrebbe dovuto trascinare

ancora per lungo tempo una così triste vita, perchè la trascinava, che

delitto aveva commesso, quale condanna pesava sul suo capo. — Ma io non

domando che di lavorare, — disse poi in un impeto di sdegno sconsolato:

— dovrò dunque morir di fame? Dovrò rubare? Dovrò uccidermi? — Balzò in

piedi, si sentiva addosso una smania che non aveva provata mai, avrebbe

spezzato quanto gli cadeva sott'occhio. — Oh, infine, disse poi con

voce soffocata, guardando con occhio bieco verso la porta, — io sono

stanco! Che cosa fanno questi signori? Animo, fuori, gente senza cuore!

C'è qui un mendico che aspetta! —

Stette aspettando un minuto, e poi afferrò il cappello e si mosse per

uscire.

In quel momento sentì venire dalla stanza accanto una musica sommessa e

dolce che gli parve di un pianoforte toccato da una mano leggerissima.

Si fermò e si rimise a sedere. La musica a poco a poco si fece più

rumorosa, poi di nuovo sommessa, poi forte un'altra volta; pareva un

mormorìo di persona commossa che dicesse cose tenere e liete ad un

amico melanconico, e le dicesse presto, con affanno, trattenendolo;

pareva un misto di voci di donne e di bambini che confortassero un

povero; gli ricordava la voce concitata di Giulia, quando diceva: — No,

non parlar così, fatti coraggio, spera ancora. —

Alberto appoggiò il capo sopra una mano e pensò a Giulia con un

sentimento di triste tenerezza.

All'improvviso s'aprì una porta; egli si scosse e s'alzò.

Una ragazzina bionda, bianca e rosea, vestita di bianco, coi capelli

sciolti, s'avanzò timidamente verso di lui, seguìta da due bambini,

uno di sei e l'altro di quattr'anni, che vennero a piantarglisi davanti

cogli occhi attoniti.

La bambina si fermò a due passi da Alberto, aprì un foglio colle mani

tremanti, e disse arrossendo, con voce sommessa:

— Ho da leggere la lettera.

— Che lettera? — domandò Alberto, maravigliato.

— La lettera — rispose la bimba — che ha scritto il babbo un momento

fa, e me l'ha data perchè venissi a leggerla qui, dal signore che

aspettava nel salotto.

— E chi è il suo babbo? — domandò Alberto guardando intorno a sè.

La bambina pronunziò il nome di suo padre.

Alberto balzò indietro, come se avesse ricevuto un urto nel petto.

Il sangue gli si rimescolò da capo a piedi. Si ricordò in un momento

di tutto: dell'accusa di ladro, della miseria, della fame, di tutte

le angoscie che pativa da tanto tempo per cagione di quell'uomo; e si

sentì soffocare dalla rabbia e dall'odio. Sul primo momento fu tentato

di afferrare quella lettera, di lacerarla e di gettarla sotto i suoi

piedi; e distese la mano... Ma incontrò lo sguardo timido e gentile

della bambina, e si frenò; di rosso si fece pallido, si passò una mano

sulla fronte che ardeva, si ricompose, e disse con voce mutata:

— Legga pure.

La bambina cominciò a leggere:

“Signor Alberto! Ho avuto la prova della sua innocenza; e ho saputo

nello stesso tempo quali furono le conseguenze del mio deplorabile

errore, quanto lei sofferse per cagion mia e che nobile cuore sia

il suo. Ora io ho un dovere da compiere: quello di supplicarla di

ritornare al mio studio, almeno una volta, perchè io possa dichiarare

solennemente, in presenza sua e di tutti i miei dipendenti, che sono

vergognato e desolato d'avere, in un momento d'aberrazione, calunniato

un onest'uomo. Ma questo non basta. Poichè l'offesa è stata mortale,

io debbo pronunciare la parola che suol costare maggior sacrifizio

all'orgoglio; ma la pronunzio senza sforzo, senza esitazione, colla

fronte alta, col cuore sulle labbra, cogli occhi gonfi di lagrime che

mi fanno bene: — Signor Alberto, mi perdoni! — È un uomo vecchio che

domanda perdono a un giovane di vent'anni, è un padre che lo domanda

per mezzo dei suoi bambini. Li baci in fronte tutti e tre, signor

Alberto. Io non le domando altra risposta. Se quando tornerò a casa,

essi mi diranno: — Ci ha baciati! — io dirò tra me: — M'ha perdonato! —

e me li stringerò al cuore con uno slancio di gioia e di riconoscenza.„

La bambina tacque e alzò i suoi belli occhi azzurri e umidi in viso ad

Alberto.

Questi rimase qualche momento sbalordito, respirando con affanno, e

guardando intorno a sè come per assicurarsi che quella era una realtà

e non un sogno. Poi tutta l'anima sua si rischiarò improvvisamente,

tutto quello che aveva in fondo di buono e di generoso gli venne su

con un impeto irresistibile, strappò il foglio dalle mani d'Amalia,

lo guardò, lo stropicciò colle mani convulse, sorrise, e poi gridò con

voce tremante e sonora: — Ma sì! Perdono! Perdono! Perdono! — Dicendo

questo, si gettò sui bambini, se li strinse tutti e tre contro il petto

e cominciò a far cadere sulle tre testine bionde una pioggia di baci

appassionati.

In quel punto si aperse una porta e comparì sulla soglia l'avvocato.

Alberto si slanciò verso di lui.

L'avvocato lo arrestò con una mano. Quella mano mostrava un ritratto.

Il giovane guardò e gettò un grido di meraviglia e di gioia: — Mia

madre!

Allora l'avvocato allargò le braccia dicendo con voce commossa: — Qua,

povero Alberto! — e Alberto gli si gettò al collo singhiozzando.

Novelle(#58341) · 第 83 / 95 题