Erano le nove di sera. La famiglia di Carlo e di Camilla stava in una
piccola stanza a terreno, intorno a una tavola; Camilla era seduta in
un canto, dove arrivava appena il lume d'una lucerna, che serviva per
tutti. Carlo era nella sua camera; una piccola camera a terreno nella
casa dei padroni, che si trovava dirimpetto a quella dei contadini,
dove stava Camilla, e c'era l'aia framezzo. La poveretta, benchè il
Curato non le avesse detto che cosa intendesse di fare per distogliere
il giovane dalla sua risoluzione, pure confidava. Si affacciava tratto
tratto alla finestra, la nebbia era fitta: non si vedeva nè stelle,
nè campagna; la sola finestrina illuminata della stanza di Carlo
rompeva l'oscurità. Camilla la guardava fissamente, senza quasi batter
palpebra, e ora le pareva che s'allargasse come la bocca d'una grande
fornace, e si movesse verso di lei; ora la vedeva rimpiccolirsi fino a
parere appena un punto luminoso, che s'andava allontanando. Tutto era
quieto nell'aria, pei campi, in ogni parte; non si udiva che qualche
rara voce lontana, o un tintinnìo di sonagli che mandava qualche tardo
armento dalla via.
A un tratto gli parve di sentire un passo sull'aia; guardò
attentamente, e vide in fatti muoversi qualcuno. Le balenò il sospetto
che fosse Carlo, fece un passo come per slanciarsi fuori; ma s'accorse
nello stesso punto che l'uomo andava verso la casa, e disse tra sè:
— È il Curato! — e respirò. Dopo qualche momento vide' due ombre
nere disegnarsi sulla parete della stanza di Carlo, e ripetè: — È
lui! —
Era invece Marco.
Camilla si rimise a sedere nel suo cantuccio dicendo ai suoi parenti: —
il Curato è andato a trovar Carlo. —
I parenti che avevano letto anch'essi in viso a Carlo il pensiero di
qualche diavolerìa, benchè non se ne curassero gran fatto, risposero: —
Bene, purchè riesca a mettergli la testa a segno. —
Dopo un po' s'alzarono tutti insieme e si congedarono da Camilla,
dicendole: — Se viene il Curato fallo entrar tu, e digli che siamo
andati a letto, che s'era stanchi, e ci compatisca, e dàgli la buona
notte per noi. Tu, piccino, resta a fargli compagnia.
Il fratello di Carlo rimase.
Un minuto dopo picchiarono all'uscio. Camilla andò ad aprire; era il
Curato. Lo guardò in viso, per leggergli a che fosse riuscito. Egli
che, passando, aveva visto i due carabinieri di sentinella, soddisfatto
dell'opera sua, sorrise. Camilla, notando quel sorriso, pensò: — C'è
riuscito! — e gli prese una mano, e gliela baciò con uno slancio di
gioia e di gratitudine.
Il Curato sedette in mezzo a Camilla e al ragazzo, al chiarore della
lucerna, e cominciò a discorrere per veder di tenerli un po' allegri.
Camilla lo interrompeva a quando a quando per sentire se si faceva
rumore sull'aia.
Il Curato discorreva di Carlo.
— È una dura vita — diceva — la vita del soldato, chi non lo sa? Ma
bisogna pigliarla come una prova che Dio vuol fare di noi, per vedere
se siamo abbastanza forti nella virtù e nel bene, da resistere alle
tentazioni e superare i pericoli. C'è poco merito a esser buoni e
virtuosi in un villaggio, dove si lavora dalla mattina alla sera, e
s'è circondati da persone che ci vogliono bene, e ci danno l'esempio
dei buoni costumi e della divozione; il male, in questo caso, bisogna
andarlo a cercare, o cavarlo tutto da noi medesimi; e non c'è bisogno
d'una gran forza per non fare nè l'uno nè l'altro. Il difficile
è di mantenersi nella buona strada in mezzo a gente che batte la
cattiva, e cerca di tirarvici anche voi; e colui che vi si mantiene,
quegli sì che ha acquistato un gran merito dinanzi a Dio! C'è dunque
piuttosto da considerarla come una fortuna, che come una disgrazia,
questa occasione ch'egli ci offre di renderglisi accetti in un modo
particolare, serbando il cuore puro e onesto del buon campagnuolo sotto
il cappotto del bravo soldato! E Carlo, vedete, sarà l'uno e l'altro,
perchè Carlo è così un po' chiuso e fiero, ma in fondo è un giovane
che ha religione, e chi ha religione vera ha coraggio; e lasciate
pur dire che per esser bravi soldati bisogna non credere a nulla e
ridersi di chi crede qualche cosa. Per andare incontro alla morte col
cuor fermo e sereno, bisogna vedere qualcuno al di là che ci faccia
segno: — V'aspetto! — e arrischia con più coraggio questa vita colui
che crede che ce ne sia un'altra, di quegli che perdendola, crede di
perder tutto, e deve fare il sacrificio senza la promessa del premio. E
credete pure che di queste cose non si ride tanto in guerra, quanto se
ne ride in pace. Quando l'esercito piemontese....
— Non ha inteso una voce, signor Curato? — interruppe Camilla.
Il Curato tacque e stette un minuto coll'orecchio intento; poi
continuò: — Non è nulla. Quando l'esercito piemontese si trovava in
Crimea, c'era il colèra. I soldati morivano a trenta, a quaranta, a
cinquanta il giorno. Si diceva che la guerra sarebbe durata anni cd
anni; nessuno sperava più di tornare in patria; erano tutti rassegnati
a morire senza rivedere le loro famiglie, tutti scoraggiti, tristi.
Eppure, ogni domenica, allo spuntar del sole, al suono dei tamburi e
delle trombe, quel piccolo esercito si radunava in una gran pianura
deserta, si disponeva su tre lati, lasciando il quarto vuoto e lì
c'era un altare e si diceva la messa. I generali stavano accanto
all'altare. Di tanto in tanto le file serrate dei reggimenti si
aprivano qua e là per lasciar portar via i soldati presi dal male. La
banda suonava le arie, che ricordavano a tutti quei poveri giovani
il loro paese lontano, e i begli anni passati a casa; il cielo era
sereno, e splendeva un sole che faceva luccicare tutte le baionette;
si sentiva lontano lontano il rimbombo delle cannonate dei Russi; era
uno spettacolo che persino il bravo generale La Marmora, che comandava
a tutti i nostri soldati e voleva mostrarsi un uomo di ferro, molte
volte, quelli che gli eran vicini gli vedevano colare le lacrime giù
per la faccia. Ebbene, quelli che ci son stati lo assicurano: non c'era
nessuno, in quel momento, che non sentisse il bisogno di sollevare
il cuore e la mente a Dio, e che non pronunciasse qualche parola di
preghiera. Generali, soldati, vecchi, giovani, sani, feriti, avevano
tutti un solo sentimento e un solo pensiero: — Buon Dio, proteggi le
nostre famiglie lontane, la nostra vita, la nostra bandiera; ispiraci
forza e coraggio; e accordaci la grazia di rivedere il nostro caro
Piemonte! — E finita la funzione tornavano tutti ai loro accampamenti
coll'anima più serena e col cuore più forte....
In quel momento s'udì un rumore: tacquero tutti e tre, e stettero
ascoltando: nulla; regnava il più profondo silenzio. Si sentiva appena
muovere le foglie d'una vite stretta all'inferriata della finestra.
Tutt'a un tratto, quel profondo silenzio fu rotto da una voce
sconosciuta che veniva dalla stanza di Carlo e che gridò sonoramente:
— Giù. —
Camilla impallidì: vi fu un altro momento di silenzio.