XIV.

Erano le nove di sera. La famiglia di Carlo e di Camilla stava in una

piccola stanza a terreno, intorno a una tavola; Camilla era seduta in

un canto, dove arrivava appena il lume d'una lucerna, che serviva per

tutti. Carlo era nella sua camera; una piccola camera a terreno nella

casa dei padroni, che si trovava dirimpetto a quella dei contadini,

dove stava Camilla, e c'era l'aia framezzo. La poveretta, benchè il

Curato non le avesse detto che cosa intendesse di fare per distogliere

il giovane dalla sua risoluzione, pure confidava. Si affacciava tratto

tratto alla finestra, la nebbia era fitta: non si vedeva nè stelle,

nè campagna; la sola finestrina illuminata della stanza di Carlo

rompeva l'oscurità. Camilla la guardava fissamente, senza quasi batter

palpebra, e ora le pareva che s'allargasse come la bocca d'una grande

fornace, e si movesse verso di lei; ora la vedeva rimpiccolirsi fino a

parere appena un punto luminoso, che s'andava allontanando. Tutto era

quieto nell'aria, pei campi, in ogni parte; non si udiva che qualche

rara voce lontana, o un tintinnìo di sonagli che mandava qualche tardo

armento dalla via.

A un tratto gli parve di sentire un passo sull'aia; guardò

attentamente, e vide in fatti muoversi qualcuno. Le balenò il sospetto

che fosse Carlo, fece un passo come per slanciarsi fuori; ma s'accorse

nello stesso punto che l'uomo andava verso la casa, e disse tra sè:

— È il Curato! — e respirò. Dopo qualche momento vide' due ombre

nere disegnarsi sulla parete della stanza di Carlo, e ripetè: — È

lui! —

Era invece Marco.

Camilla si rimise a sedere nel suo cantuccio dicendo ai suoi parenti: —

il Curato è andato a trovar Carlo. —

I parenti che avevano letto anch'essi in viso a Carlo il pensiero di

qualche diavolerìa, benchè non se ne curassero gran fatto, risposero: —

Bene, purchè riesca a mettergli la testa a segno. —

Dopo un po' s'alzarono tutti insieme e si congedarono da Camilla,

dicendole: — Se viene il Curato fallo entrar tu, e digli che siamo

andati a letto, che s'era stanchi, e ci compatisca, e dàgli la buona

notte per noi. Tu, piccino, resta a fargli compagnia.

Il fratello di Carlo rimase.

Un minuto dopo picchiarono all'uscio. Camilla andò ad aprire; era il

Curato. Lo guardò in viso, per leggergli a che fosse riuscito. Egli

che, passando, aveva visto i due carabinieri di sentinella, soddisfatto

dell'opera sua, sorrise. Camilla, notando quel sorriso, pensò: — C'è

riuscito! — e gli prese una mano, e gliela baciò con uno slancio di

gioia e di gratitudine.

Il Curato sedette in mezzo a Camilla e al ragazzo, al chiarore della

lucerna, e cominciò a discorrere per veder di tenerli un po' allegri.

Camilla lo interrompeva a quando a quando per sentire se si faceva

rumore sull'aia.

Il Curato discorreva di Carlo.

— È una dura vita — diceva — la vita del soldato, chi non lo sa? Ma

bisogna pigliarla come una prova che Dio vuol fare di noi, per vedere

se siamo abbastanza forti nella virtù e nel bene, da resistere alle

tentazioni e superare i pericoli. C'è poco merito a esser buoni e

virtuosi in un villaggio, dove si lavora dalla mattina alla sera, e

s'è circondati da persone che ci vogliono bene, e ci danno l'esempio

dei buoni costumi e della divozione; il male, in questo caso, bisogna

andarlo a cercare, o cavarlo tutto da noi medesimi; e non c'è bisogno

d'una gran forza per non fare nè l'uno nè l'altro. Il difficile

è di mantenersi nella buona strada in mezzo a gente che batte la

cattiva, e cerca di tirarvici anche voi; e colui che vi si mantiene,

quegli sì che ha acquistato un gran merito dinanzi a Dio! C'è dunque

piuttosto da considerarla come una fortuna, che come una disgrazia,

questa occasione ch'egli ci offre di renderglisi accetti in un modo

particolare, serbando il cuore puro e onesto del buon campagnuolo sotto

il cappotto del bravo soldato! E Carlo, vedete, sarà l'uno e l'altro,

perchè Carlo è così un po' chiuso e fiero, ma in fondo è un giovane

che ha religione, e chi ha religione vera ha coraggio; e lasciate

pur dire che per esser bravi soldati bisogna non credere a nulla e

ridersi di chi crede qualche cosa. Per andare incontro alla morte col

cuor fermo e sereno, bisogna vedere qualcuno al di là che ci faccia

segno: — V'aspetto! — e arrischia con più coraggio questa vita colui

che crede che ce ne sia un'altra, di quegli che perdendola, crede di

perder tutto, e deve fare il sacrificio senza la promessa del premio. E

credete pure che di queste cose non si ride tanto in guerra, quanto se

ne ride in pace. Quando l'esercito piemontese....

— Non ha inteso una voce, signor Curato? — interruppe Camilla.

Il Curato tacque e stette un minuto coll'orecchio intento; poi

continuò: — Non è nulla. Quando l'esercito piemontese si trovava in

Crimea, c'era il colèra. I soldati morivano a trenta, a quaranta, a

cinquanta il giorno. Si diceva che la guerra sarebbe durata anni cd

anni; nessuno sperava più di tornare in patria; erano tutti rassegnati

a morire senza rivedere le loro famiglie, tutti scoraggiti, tristi.

Eppure, ogni domenica, allo spuntar del sole, al suono dei tamburi e

delle trombe, quel piccolo esercito si radunava in una gran pianura

deserta, si disponeva su tre lati, lasciando il quarto vuoto e lì

c'era un altare e si diceva la messa. I generali stavano accanto

all'altare. Di tanto in tanto le file serrate dei reggimenti si

aprivano qua e là per lasciar portar via i soldati presi dal male. La

banda suonava le arie, che ricordavano a tutti quei poveri giovani

il loro paese lontano, e i begli anni passati a casa; il cielo era

sereno, e splendeva un sole che faceva luccicare tutte le baionette;

si sentiva lontano lontano il rimbombo delle cannonate dei Russi; era

uno spettacolo che persino il bravo generale La Marmora, che comandava

a tutti i nostri soldati e voleva mostrarsi un uomo di ferro, molte

volte, quelli che gli eran vicini gli vedevano colare le lacrime giù

per la faccia. Ebbene, quelli che ci son stati lo assicurano: non c'era

nessuno, in quel momento, che non sentisse il bisogno di sollevare

il cuore e la mente a Dio, e che non pronunciasse qualche parola di

preghiera. Generali, soldati, vecchi, giovani, sani, feriti, avevano

tutti un solo sentimento e un solo pensiero: — Buon Dio, proteggi le

nostre famiglie lontane, la nostra vita, la nostra bandiera; ispiraci

forza e coraggio; e accordaci la grazia di rivedere il nostro caro

Piemonte! — E finita la funzione tornavano tutti ai loro accampamenti

coll'anima più serena e col cuore più forte....

In quel momento s'udì un rumore: tacquero tutti e tre, e stettero

ascoltando: nulla; regnava il più profondo silenzio. Si sentiva appena

muovere le foglie d'una vite stretta all'inferriata della finestra.

Tutt'a un tratto, quel profondo silenzio fu rotto da una voce

sconosciuta che veniva dalla stanza di Carlo e che gridò sonoramente:

— Giù. —

Camilla impallidì: vi fu un altro momento di silenzio.

Novelle(#58341) · 第 35 / 95 题