Non posso pensare a quei due anni passati là, senza che mi assalga una
folla di ricordi, dai quali non riesco a liberarmi prima d'averli fatti
passar tutti, a uno a uno, come in una lanterna magica; ora ridendo,
ora sospirando, ora crollando il capo, ma sentendo che tutti mi son
cari, e che sin ch'io viva, non mi sfuggiranno mai.
Rammento sempre il primo dolore che ebbi dalla vita militare, pochi
giorni dopo ch'ero entrato nel collegio tutto ardente di poesia
guerriera, una mattina che ci diedero i berretti, e tutti gli allievi
della compagnia ne trovarono uno, e io solo non lo trovai, chè mi
eran tutti stretti; e il capitano stizzito si voltò verso di me e mi
disse: — Ma sa che è curiosa che per lei solo si debba far riaprire il
magazzino? — e un momento dopo soggiunse: — Testone! — Dio eterno! Che
seguì nel mio cuore in quel punto! E io debbo fare il soldato? pensai;
nemmen per sogno! piuttosto mendicare! piuttosto morire!
Mi ricordo pure d'un ufficiale, vecchio soldato, un po' corto, ma
buono, che mi guardava sempre sorridendo, sin dai primi giorni che
m'aveva visto, e io non sapevo capir perchè, e mi stizzivo, e volevo
chiedergli una spiegazione, e dirgli che non intendevo d'essere lo
zimbello di nessuno; quando una sera mi chiamò, e dopo avermi fatto
capire che gli era stata detta una _cosa_ di me, e ch'egli voleva
saper s'era vero, e che rispondessi francamente, perchè non era cosa
che mi facesse torto, finalmente, sorridendo, tossendo, guardandomi
di sottocchio, mi mormorò nell'orecchio: — È vero che lei è un
poeta? —
Mi ricordo delle insuperabili difficoltà che incontravo
nell'adempimento dei miei doveri manuali, specialmente nell'attaccare
i bottoni, chè mi scappava l'ago di mano a ogni punto, e finivo col
fare una rete di fili che parevan la tela d'un ragno, e il bottone
spenzolava più di prima, con gran risate dei miei compagni, profondo
sconforto mio e scandalo grave del sergente di squadra, il quale
mi diceva: — Lei sarà buono a trovar la rima, ma quanto ad attaccar
bottoni è ancora _indietro di cent'anni_; — terribile sentenza che
mi sbalestrava di punto in bianco nel secolo decimottavo, e non me ne
potevo dar pace.
Vedo ancora il vastissimo refettorio, dove avrebbe potuto far gli
esercizi un battaglione di soldati; vedo quelle lunghe tavole, quelle
cinquecento teste chinate sui piatti, quel movimento accelerato di
cinquecento forchette, di mille mani e di sedicimila denti; quello
sciame di camerieri che corrono qua e là, chiamati, sollecitati,
sgridati da cente parti; e odo quell'acciottolìo, quel mormorio
assordante, quelle voci mezzo strozzate fra i bocconi: — Pane! — Pane!
e mi par di risentirmi quell'appetito formidabile, quel vigore erculeo
di mandibole, quel rigoglio di vita e di allegria che mi sentivo
allora.
Muta la scena, mi ritrovo chiuso in una celletta al quinto piano, poco
più alta e poco più lunga di me, con una brocca d'acqua al fianco e
un pezzo di pan nero tra le mani, coi capelli arruffati, colla barba
lunga, coll'immagine di Silvio Pellico dinanzi agli occhi; condannato a
dieci giorni di prigione per aver fatto un discorso di ringraziamento
al professore di chimica, il giorno della sua ultima lezione,
_contravvenendo così al disposto dell'articolo tale del regolamento
che proibisce di prender la parola in pubblico_ a nome dei compagni. E
sento ancora il Maggiore che mi dice: — Non si lasci mai trasportare
dall'immaginazione nel corso della sua vita; — e mi cita l'esempio
del poeta Regaldi, suo antico condiscepolo, a cui seguì non so che
disgrazia per una scappata del genere della mia, e conclude che “la
poesia non ha mai fatto fare che delle bestialità.„
E in fine, mi riveggo intorno ogni cosa come se realmente rivivessi
quella vita, le compagnie che attraversano in silenzio, di notte, i
lunghi corridoi rischiarati da un lumicino in fondo; i professori in
cattedra che c'intronan le orecchie di Gustavo Adolfo, di Federico
il Grande e di Napoleone; le vaste scuole piene di visi immobili; i
grandi dormitorii oscuri, in cui si sente il suono di cento respiri;
il giardino, la piazza, i bastioni, le vie tortuose di Modena, i
caffè pieni di alunni che divorano paste, le porticine infilate alla
chetichella, i desinari in campagna, le scarozzate ai villaggi vicini,
gl'intrighetti, gli studii, le rivalità, le malinconìe, le inimicizie,
gli affetti.