III.

Non posso pensare a quei due anni passati là, senza che mi assalga una

folla di ricordi, dai quali non riesco a liberarmi prima d'averli fatti

passar tutti, a uno a uno, come in una lanterna magica; ora ridendo,

ora sospirando, ora crollando il capo, ma sentendo che tutti mi son

cari, e che sin ch'io viva, non mi sfuggiranno mai.

Rammento sempre il primo dolore che ebbi dalla vita militare, pochi

giorni dopo ch'ero entrato nel collegio tutto ardente di poesia

guerriera, una mattina che ci diedero i berretti, e tutti gli allievi

della compagnia ne trovarono uno, e io solo non lo trovai, chè mi

eran tutti stretti; e il capitano stizzito si voltò verso di me e mi

disse: — Ma sa che è curiosa che per lei solo si debba far riaprire il

magazzino? — e un momento dopo soggiunse: — Testone! — Dio eterno! Che

seguì nel mio cuore in quel punto! E io debbo fare il soldato? pensai;

nemmen per sogno! piuttosto mendicare! piuttosto morire!

Mi ricordo pure d'un ufficiale, vecchio soldato, un po' corto, ma

buono, che mi guardava sempre sorridendo, sin dai primi giorni che

m'aveva visto, e io non sapevo capir perchè, e mi stizzivo, e volevo

chiedergli una spiegazione, e dirgli che non intendevo d'essere lo

zimbello di nessuno; quando una sera mi chiamò, e dopo avermi fatto

capire che gli era stata detta una _cosa_ di me, e ch'egli voleva

saper s'era vero, e che rispondessi francamente, perchè non era cosa

che mi facesse torto, finalmente, sorridendo, tossendo, guardandomi

di sottocchio, mi mormorò nell'orecchio: — È vero che lei è un

poeta? —

Mi ricordo delle insuperabili difficoltà che incontravo

nell'adempimento dei miei doveri manuali, specialmente nell'attaccare

i bottoni, chè mi scappava l'ago di mano a ogni punto, e finivo col

fare una rete di fili che parevan la tela d'un ragno, e il bottone

spenzolava più di prima, con gran risate dei miei compagni, profondo

sconforto mio e scandalo grave del sergente di squadra, il quale

mi diceva: — Lei sarà buono a trovar la rima, ma quanto ad attaccar

bottoni è ancora _indietro di cent'anni_; — terribile sentenza che

mi sbalestrava di punto in bianco nel secolo decimottavo, e non me ne

potevo dar pace.

Vedo ancora il vastissimo refettorio, dove avrebbe potuto far gli

esercizi un battaglione di soldati; vedo quelle lunghe tavole, quelle

cinquecento teste chinate sui piatti, quel movimento accelerato di

cinquecento forchette, di mille mani e di sedicimila denti; quello

sciame di camerieri che corrono qua e là, chiamati, sollecitati,

sgridati da cente parti; e odo quell'acciottolìo, quel mormorio

assordante, quelle voci mezzo strozzate fra i bocconi: — Pane! — Pane!

e mi par di risentirmi quell'appetito formidabile, quel vigore erculeo

di mandibole, quel rigoglio di vita e di allegria che mi sentivo

allora.

Muta la scena, mi ritrovo chiuso in una celletta al quinto piano, poco

più alta e poco più lunga di me, con una brocca d'acqua al fianco e

un pezzo di pan nero tra le mani, coi capelli arruffati, colla barba

lunga, coll'immagine di Silvio Pellico dinanzi agli occhi; condannato a

dieci giorni di prigione per aver fatto un discorso di ringraziamento

al professore di chimica, il giorno della sua ultima lezione,

_contravvenendo così al disposto dell'articolo tale del regolamento

che proibisce di prender la parola in pubblico_ a nome dei compagni. E

sento ancora il Maggiore che mi dice: — Non si lasci mai trasportare

dall'immaginazione nel corso della sua vita; — e mi cita l'esempio

del poeta Regaldi, suo antico condiscepolo, a cui seguì non so che

disgrazia per una scappata del genere della mia, e conclude che “la

poesia non ha mai fatto fare che delle bestialità.„

E in fine, mi riveggo intorno ogni cosa come se realmente rivivessi

quella vita, le compagnie che attraversano in silenzio, di notte, i

lunghi corridoi rischiarati da un lumicino in fondo; i professori in

cattedra che c'intronan le orecchie di Gustavo Adolfo, di Federico

il Grande e di Napoleone; le vaste scuole piene di visi immobili; i

grandi dormitorii oscuri, in cui si sente il suono di cento respiri;

il giardino, la piazza, i bastioni, le vie tortuose di Modena, i

caffè pieni di alunni che divorano paste, le porticine infilate alla

chetichella, i desinari in campagna, le scarozzate ai villaggi vicini,

gl'intrighetti, gli studii, le rivalità, le malinconìe, le inimicizie,

gli affetti.

Novelle(#58341) · 第 9 / 95 题