PASQUELLA fante, sola.
Uh trista a me! Io ho avuta sí fatta la paura ch'io son uscita fuor di
casa. E so che, s'io non vi dicessi di che, donne mie, voi nol sapreste.
A voi lo vo' dire; e non a questi uominacci che se ne farebben le belle
risa. Que' due vecchi pecoroni dicevan pur che quel giovinetto era
donna; e rinserroronlo in camera con Isabella mia padrona; e a me dieder
la chiave. Io vòlsi entrar dentro e veder quel che facevano: e trovai
che s'abbraciavano e si baciavano insieme. Io ebbi voglia di chiarirmi
se era o maschio o femina. Avendolo la padrona disteso in sul letto, e
chiamandomi ch'io l'aiutasse mentre ch'ella gli teneva le mani, egli si
lasciava vincere. Lo sciolsi dinanzi: e, a un tratto, mi sentii
percuotere non so che cosa in su le mani; né cognobbi se gli era un
pestaglio o una carota o pur quell'altra cosa. Ma, sia quel che si
vuole, e' non è cosa che abbia sentita la grandine. Come io la viddi
cosí fatta, fugge, sorelle, e serra l'uscio! E so che, per me, non ve
tornarei sola; e, se qualcuna di voi non mel crede e voglia chiarirsene,
io gli prestarò la chiave. Ma ecco Giglio. Io vo' vedere s'io posso far
tanto ch'io gli cavi di man quella corona e uccellarlo; perché si tengon
tanto accorti, questi spagnuoli, che non si credon ch'altri si truovi al
mondo che loro che tanto ne sappi.