INTRODUZIONE.

_La storia c'insegna che il carattere dei popoli, le virtù o i vizj,

l'energia o l'indolenza, i lumi o l'ignoranza non sono quasi mai

l'effetto del clima o della particolar razza, ma l'opera del governo e

delle leggi: che tutto dalla natura vien dato a tutti, ma che il governo

conserva questa comune eredità al suoi soggetti, o ne gli spoglia._

_Tale verità, più che da qualunque altra, viene luminosamente dimostrata

dalla storia d'Italia. S'avvicinino le diverse razze d'uomini che

successivamente abitarono questa terra di grandi memorie; si confrontino

le loro qualità caratteristiche, la moderazione, la dolcezza, la

semplicità dei primi Etruschi, l'austera ambizione, il maschio coraggio

de' coetanei di Cincinnato, l'avidità e l'ostentazione de' partigiani di

Verre, la mollezza e la viltà dei sudditi di Tiberio, l'ignoranza de'

Romani de' tempi d'Onorio, la barbarie degl'Italiani soggiogati dai

Lombardi, la virtù loro nel secolo dodicesimo, lo splendore del

quintodecimo e finalmente il_ decadimento _de' moderni Italiani[1].

Eppure lo stesso suolo alimentò questi esseri di così diverso carattere,

lo stesso sangue circolò nelle loro vene; perciocchè le barbare nazioni

che vi si frammischiarono, perdute, per così dire, nel vasto mare

degl'indigeni, non hanno potuto in verun modo modificare la fisica

costituzione degli uomini che l'Italia produceva. Ma se la natura rimase

la medesima per gl'Italiani d'ogni tempo, cambiò frequentemente il

governo, e le sue mutazioni precedettero sempre o accompagnarono le

mutazioni del carattere nazionale; e le cause non furono mai tanto

evidentemente legate agli effetti._

[1] L'autore parlava de' tempi in cui gli stati d'Italia erano

manomessi ad arbitrio dal governo francese. I primi volumi di questa

storia si pubblicarono in Zurigo del 1807.

_Gli Etruschi, che precedettero i tempi romani, sono i primi popoli

d'Italia di cui la storia abbia fino a noi tramandate poche ed incerte

memorie. Le maremme, oggi deserte, erano allora sparse di borgate[2], e

la terra, sempre fertile in ragione del travaglio, era per loro una

sorgente inesausta di ricchezze in greggie ed in grani. La lunga

prosperità di cui godettero avendo loro permesso di occuparsi delle

scienze e delle arti, se non furono superiori ai Greci, li precedettero

almeno nella gloria letteraria. I poeti chiamarono età dell'oro il regno

di Saturno nell'Etruria, e non si scostarono affatto dalla verità.

[2] Siccome ignoriamo perfino i nomi degli scrittori etruschi o

tirreni, e che questi popoli non ci sono conosciuti che per pochi

frammenti greci e latini, così rimarranno sempre avvolti in molta

oscurità. Ciò nulla ostante abbiamo una prova della potenza loro

nelle colossali muraglie di Volterra, del loro gusto ne' vasi che

conservaronsi fino al presente, del loro sapere nel culto di Giove

Elieo, cui attribuirono l'arte da loro conosciuta, e rinnovatasi a'

nostri tempi d'evitare e dirigere i fulmini.

_Avevano gli Etruschi adottato il governo della prosperità e della

libertà, il governo federativo[3]. Diasi lode ai popoli liberi, i quali,

non lasciandosi sedurre dall'ambizione, preferiscono alla potenza ed

alla gloria il migliore d'ogni bene, la libertà: essi chiedevano al loro

governo non conquiste novelle, ma universale amore e moderazione.

Onoriamo le nazioni libere che preferiscono ad ogni altro governo il

federativo, non tanto perchè si limita a difendersi dalle straniere

aggressioni, ma più ancora perchè non si lascia affascinare dai prosperi

avvenimenti, o sedurre da ambiziosi progetti._

[3] L'autore come buon Svizzero esalta sopra tutti i governi quello

della sua patria; ma come potrebb'egli provare che il medesimo

converrebbe anche alle nazioni più numerose, più ricche e più molli

di quello che sono gli Svizzeri? N. d. T.

_Nè gli Etruschi erano allora i soli popoli federati d'Italia; che anzi

i Sabini, i Latini, i Sanniti, i Bruzi, e quant'altre nazioni

guerreggiarono contro Roma, ebbero tutte un governo federativo. Tali

leghe non fecero, è vero, splendide conquiste, ma seppero solidamente

stabilirsi; perciò che non soggiacquero alla romana possanza che dopo

una lunga prosperità. Queste nazioni sì poco conosciute, e così degne

della comune ammirazione, scomparvero[4], e con loro perdette l'Italia

la felicità, le ricchezze, la popolazione, la vera libertà. Il popolo

romano, quel popolo re, sagrificò tanti beni allo splendore d'un gran

nome, alla perniciosa gloria delle conquiste._

[4] Il sig. Micali, dotto fiorentino, sta scrivendo la storia de'

popoli che abitarono l'Italia avanti i tempi romani. (_Si pubblicò

in Firenze nel 1810._)

_Che se le federazioni dovettero finalmente cedere al fato di Roma,

l'ostinata lotta che sostennero nel corso di tre secoli prova abbastanza

che la debolezza non è un difetto intrinseco delle costituzioni

federative: esse dovettero succumbere perchè non è dato, specialmente ai

governi liberi, d'avere troppo lunga durata, e la felicità è un bene

così sfuggevole, così straniero, per così dire, all'umana specie, che

niuna istituzione è valevole ad assicurargliene il possesso. Se una di

quelle calamità, che sempre minacciano la nostra specie, investe una

nazione libera, se la peste condensa gli uomini nei sepolcri, se una

lunga guerra impoverisce lo stato, se scarseggiano i prodotti della

terra, se languisce il commercio, se manca il travaglio ai lavoratori, i

mali presenti, il timore dell'avvenire, bastano a sovvertire un governo

paterno, tutta la di cui forza essendo posta nell'amore de' sudditi, non

può mantenersi se non quanto dura la loro felicità. La tirannia per lo

contrario prende vigore e consistenza in mezzo alle calamità generali,

imperciocchè quanto più grandi sono le sventure che l'opprimono, tanto

meno una nazione può far fronte all'oppressione; anzi non trova miglior

consiglio per resistere a nuove sciagure, che quello di porre tutte le

sue forze in arbitrio del governo. Le federazioni italiane soggiacquero

a quelle sventure dalle quali verun governo può guarentire le

popolazioni; e colle federazioni ebbero fine gli sforzi dell'Europa per

l'indipendenza. Quando i Sanniti furono oppressi, il mondo intero non

potè più resistere alla potenza romana._

_Questo gran popolo, la di cui gloria riverbera ancora su l'Italia,

riconobbe le sue conquiste e le sue virtù dal primo governo, che altro

non era che una nascente aristocrazia, la quale per essere nuova doveva

necessariamente essere fondata sulla preminenza del merito, ed invece

d'avvilire gli ordini inferiori del popolo, li rendeva più

intraprendenti cogli stessi sforzi che faceva per sottometterli._

_Più tardi il lusso e la cupidigia dei Romani, lo spopolamento delle

campagne, l'avvilimento della plebe furono l'effetto necessario delle

loro vittorie, delle vaste conquiste, dello stabilimento della monarchia

universale, e di quello stesso governo che loro diede la propria

eccessiva potenza._

_Allo stabilimento del despotismo tenne dietro sotto gl'imperatori la

perdita di tutte le virtù. A sovrani militari portati sul trono dai

delitti non dalla nascita o dalle virtù, non potevano ubbidire che gli

schiavi più vili ed abbietti. Costretti a valersi sempre della forza,

distrussero la pubblica opinione, ch'era in addietro il principale

incoraggiamento e la più cara ricompensa della virtù._

_Il despotismo ricondusse la barbarie, la quale fece poi a vicenda

rinascere il valore e la libertà. Il tanto celebrato e glorioso secolo

d'Augusto fu l'epoca fatale in cui gli uomini avviliti perdettero il

coraggio, l'energia, il talento. Augusto raccolse, è vero, i frutti

della libertà e della repubblica; ma cinque secoli di vergogna e

d'avvilimento furono le tristi conseguenze del suo regno, e del mutato

governo. Non vi vollero meno di altri cinque secoli di barbarie per far

dimenticare agli uomini le funeste lezioni del despotismo, per restituir

loro l'energia, per creare presso de' medesimi i soli elementi onde può

formarsi una nazione._

_Questa nazione uscì finalmente di mezzo al caos che pareva avesse

inghiottito il mondo; il cuore degl'Italiani si riaprì di nuovo

all'amore della patria e della libertà, e non mancò loro il coraggio

necessario per acquistare e conservare questi preziosi beni. A lato alle

grandi virtù non tardarono a svilupparsi ancora i grandi talenti; le

scienze e le arti coltivaronsi felicemente, di modo che, quando

Costantinopoli cadde in potere degli Ottomani, l'Italia trovavasi

preparata a ricevere il prezioso deposito della greca letteratura, che

conservatasi in mezzo alle rovine delle province, poteva succumbere

sotto quelle della capitale. L'Europa deve alle repubbliche italiane la

ricca eredità dell'antica sapienza. Ed appunto questa seconda epoca

delle virtù, dei talenti, della libertà, della grandezza, è quella che

mi sono proposto di far conoscere._

_La storia della repubblica romana scritta da tanti eccellenti ingegni

antichi e moderni è di tutte la meglio conosciuta; e non senza ragione

si alimenta la gioventù collo studio delle cose spettanti ad un popolo

così grande, così glorioso, i di cui destini fissarono, per così dire,

quelli del mondo. Quel vivo interesse che avea eccitato la repubblica

romana, ci condusse altresì a studiare le rivoluzioni dell'impero,

quando ancora, perduta la libertà, il valore, l'energia, protraeva una

vergognosa esistenza nel vizio e nella schiavitù. Quantunque nojosa

riesca la storia d'ogni altro governo dispotico in decadimento, si segue

fino alla sua totale dissoluzione quello dell'impero d'Occidente. Dopo

dieci secoli d'oscurità torna l'Italia ad essere ben conosciuta dal

cominciamento del sedicesimo secolo. Dal regno di Carlo V in avanti,

tutti gli stati d'Europa formano come una vasta repubblica, le di cui

parti sono talmente connesse, che non è possibile di separarle per

seguire la storia d'una sola popolazione; di modo che studiando la

storia d'una nazione s'impara altresì quella di tutto il mondo

incivilito. Queste due epoche rispetto all'Italia, ugualmente illustrate

da egregi storici, sono divise dal mezzo tempo, nome con cui vengono

precisamente indicati i dieci secoli che scorsero tra la caduta di Roma

e di Costantinopoli. La storia d'Italia de' mezzi tempi, di que' tempi

che lo storico più grande dell'età nostra[5] chiamò i secoli del merito

sconosciuto, formerà il soggetto della presente opera._

[5] Johannes Muller.

_Questa storia deve terminare coll'anno 1530 quando Fiorenza, l'ultima

delle repubbliche de' mezzi tempi, fu soggiogata dalle armi spagnuole e

papaline, onde innalzare sulle di lei rovine la dinastia de' Medici[6].

Le tre altre repubbliche italiane, che protrassero la loro esistenza

oltre l'_età di mezzo, _cambiarono all'epoca della caduta di Fiorenza la

loro costituzione, di modo che ebbe allora fine la libertà d'Italia; e

la sorte di così bella contrada, fatta preda a vicenda di vicini

ambiziosi e potenti, o della perfidia di piccoli principi, non altro

sentimento può eccitare nell'animo nostro, che quello della

compassione._

[6] Il 28 ottobre 1530.

_L'età di mezzo incomincia precisamente l'anno 476, epoca in cui

Odoacre, dopo aver fatto perire il patrizio Oreste, e ridotto in

ischiavitù l'imperatore Augustolo, pose fine all'impero d'Occidente[7]._

[7] Oreste padre dell'imperatore Augustolo fu ammazzato a Piacenza

il 28 agosto del 476, e suo figliuolo esiliato a Lucullano castello

della Campania. Odoacre lo lasciò in vita in considerazione

dell'estrema sua giovinezza, e dell'antica amicizia colla sua

famiglia, e lo provvide di larghi appuntamenti. _Hist. miscellæ l.

XV. p. 99. Scr. Rer. It. t. I. Jornandes de Reg. et temp.

successione. Ib. p. 239._

_Ma non è propriamente la storia d'Italia che noi abbiamo proposto di

scrivere, bensì quella delle repubbliche italiane. L'oppressione ed il

guasto d'una sventurata provincia, ove più non rimane alcuno spirito

nazionale, alcun vigore, alcun sentimento virtuoso e sublime, può ben

formare un quadro da presentarsi utilmente allo sguardo degli uomini,

onde far loro conoscere le funeste conseguenze di un governo corruttore;

ma non può essere il soggetto d'una perfetta storia. La ripetizione

degli stessi atti di crudeltà e di bassezza affatica lo spirito,

rattrista il cuore del lettore, ed avvilisce il carattere di quell'uomo

che ne facesse troppo lungo argomento de' suoi studi. Non è già la

storia de' paesi che noi amiamo di conoscere, ma quella delle

popolazioni; e questa non incomincia che collo sviluppo di quel

principio di attività che le costituisce nazioni. La storia dell'Italia

sotto la dominazione dei barbari è piuttosto quella delle nazioni

conquistatrici, che quella dei popoli sottomessi._

_L'Italia rinvigorita dall'unione del suo popolo coi popoli

settentrionali, scossa da una scintilla di quella libertà che più non

conosceva, resa energica dalla dura educazione della barbarie e della

sventura; l'Italia, dopo essere stata lungo tempo una debole e mal

difesa provincia dell'impero romano, diventò, non già una nazione, ma un

semenzajo di nazioni. Ogni sua città fu un popolo libero e repubblicano;

ed ogni città del Piemonte, della Lombardia, della Venezia, della

Romagna, della Toscana meriterebbe una storia parziale; ed ognuna in

fatti può presentare una biblioteca di cronache e di scritture

nazionali. Grandiosi caratteri svilupparonsi in questi piccoli stati, e

vi germogliarono le più vive passioni, coraggio, eroismo, virtù ignote

alle grandi popolazioni condannate per sempre all'indolenza ed

all'obblìo._

_Le repubbliche italiane de' mezzi tempi le quali si resero gradatamente

libere dal decimo al dodicesimo secolo, ebbero, durante la loro

indipendenza, grandissima parte all'incivilimento, alla prosperità del

commercio, all'equilibrio della politica d'Europa. Pure sono sconosciute

alla maggior parte degli uomini mediocremente versati nello studio della

storia, perchè l'intera vita appena basta alla lettura delle parziali

loro storie, non essendosi finora trovato chi si prendesse l'incarico di

riunire sotto un solo punto di vista una storia generale. Si è potuto

scrivere la storia della Svizzera perchè la loro federazione presentava

un punto centrale; si potè fare lo stesso della Grecia, perchè la gloria

d'Atene richiamava tutti gli sguardi sopra di sè, e permetteva di

collocare, quasi accessorj del quadro, nelle parti meno illuminate, i

popoli suoi rivali o sudditi. Ma l'Italia ne' tempi di mezzo presenta un

tale labirinto di stati uguali ed indipendenti, che a ragione si teme di

smarrire il filo. Noi non ci dissimuliamo quest'essenziale difetto

dell'argomento che abbiamo preso a trattare, ma speriamo che,

quand'anche i nostri sforzi non venissero coronati da prospero successo,

il lettore vorrà saperci buon grado di ciò che abbiamo fatto per

ottenere l'intento[8]._

[8] In ragione che un argomento storico è più complicato, richiede

più o meno lavoro per riunire i materiali necessarj. Ogni stato ha

la sua storia ed i suoi separati documenti; ho citato a piè di

pagina i libri ed i documenti di cui mi valsi in appoggio della mia

scrittura. Non era agevol cosa il riunire tante cose assieme: per

riuscirvi soggiornai tre anni in Toscana patria dei miei antenati:

poscia scorsi tre volte quasi tutta l'Italia, riconoscendo que'

luoghi che servirono di teatro ai grandi avvenimenti. Ho travagliato

in quasi tutte le biblioteche, visitati gli archivj di molte città e

conventi; e perchè la storia d'Italia trovasi interamente legata con

quella della Germania, percorsi ancora tutta questa contrada per

cercarvi documenti storici. Finalmente ho fatto acquisto di tutti i

libri che trattano de' tempi e dei popoli, che mi sono proposto di

far conoscere. Mi sia permesso di parlare di tutte le fatiche da me

sostenute, onde meritarmi, se fia possibile, la confidenza de' miei

leggitori.

_Divideremo in due parti presso che uguali quel periodo di quasi undici

secoli che divide la storia dell'impero d'Occidente dal regno di Carlo

V: i primi sei secoli precedettero e prepararono le nostre repubbliche;

i cinque ultimi abbracciano i tempi della loro durata. Tratteremo

sommariamente il primo periodo, consacrando, quasi introduzione, i primi

sei capitoli dell'opera a dare contezza di que' tempi che nascondono tra

le loro tenebre il rinascimento delle virtù pubbliche in seno alla

barbarie e lo sviluppo del carattere nazionale. Col settimo capitolo

soltanto entreremo di proposito nella nostra storia[9]; e dalla pace di

Worms conchiusa tra la Chiesa e l'Impero l'anno 1122, seguiremo passo

passo le nostre repubbliche, tenendo conto degli sforzi che fecero per

assicurarsi l'indipendenza e di quanto operarono sia nella guerra della

libertà che sostennero contro Federico Barbarossa, sia ne' posteriori

tempi, quando l'una appresso l'altra, cedendo alla forza o al

tradimento, caddero in podestà di qualche principe._

[9] Pare che il nostro autore si proponesse a suo modello la

prefazione premessa da Robertson alla sua vita di Carlo V, come

questi aveva preso ad imitare i primi libri della storia fiorentina

di Nicolò Machiavelli: ma come pensano alcuni che lo scrittore

inglese non uguagliasse il suo inarrivabile esemplare, il nostro

storico ancora rimase forse alquanto addietro di Robertson. Coloro

che non leggessero che i primi sei capitoli di questa storia non

potrebbero adequatamente giudicare del merito sommo e della nobiltà

di quest'opera, che riempie un gran vuoto della storia italiana. N.

d. T.

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 01 (of 16) · 第 5 / 18 题