Ad un tratto Vanardi e Borgetti, che aspettavano sempre nel salotto
della banca, videro aprirsi con impeto l'uscio del gabinetto del
signor Bancone ed entrare sollecito con aria di assai premuroso
interesse il signor Gustavo Pannini.
Il pittore si alzò, e indovinando che quello era il giovane aspettato,
fece un passo verso di lui nella speranza di dover egli essere il
primo a parlargli, poichè di tanto era stato il primo a venire ed a
noiarsi nell'attenderlo; ma Gustavo, invece, non fece a lui la menoma
attenzione, e quasi non l'avesse manco veduto, si rivolse all'altro
che lo aspettava e gli disse vivamente:
--Ebbene? ebbene? come vanno le cose? che hai tu fatto per me
stamattina?
Borgetti prima di rispondere, per farlo avvertito che non eran soli,
gli additò con un cenno di capo Antonio che tormentava il suo
cappellaccio con aria tra d'imbarazzo e tra di cattivo umore.
Gustavo non potè trattenere un atto di contrarietà e si volse al
pittore con una certa impazienza, che appena era coperta da un poco di
urbanità:
--Lei cerca di me?
--Sì signore, se ella è il signor Pannini.
--Lo sono appunto.
Pannini diede una più attenta guardata alla persona ed agli abiti di
chi gli stava innanzi e non parve che codesta vista gli ispirasse
molta fiducia.
--Che cosa mi vuole? soggiunse asciuttamente, come per far capire che
gli avrebbe fatto piacere sbrigandosi in fretta.
Cotale accoglimento sconcertò un poco il nostro povero pittore.
--Ero venuto per... Credo che le abbiano già parlato di me... Il suo
signor suocero, il mio amico Giovanni... Giovanni Selva, lo conosce
bene anche lei?... Ed ho qui anzi una lettera per vossignoria.
Il contegno di Gustavo si fece più gentile e benigno.
--Ah! lei è il signor Vanardi?
--Sì signore.
Ed Antonio s'affrettò a trar di tasca la lettera di Selva e porgerla a
Pannini; ma in quella Borgetti guardò l'orologio e fece un atto che
indicava la sua premura e la sua impazienza.
--Abbia la gentilezza di aspettare ancora un momento, disse Gustavo ad
Antonio. Questo signore ha da parlarmi di cose premurose che non
ammettono indugio.
E senza attender altro soggiunse parlando all'agente di cambio:
--Vieni di qua Borgetti.
Passò nello studiolo con quest'ultimo: e Vanardi, rassegnandosi alla
pazienza, tornò a sedersi presso il fuoco.
Tra il marito di Lisa e l'agente di cambio aveva luogo il seguente
dialogo:
--Ebbene? aveva ripreso Gustavo; che hai tu fatto?
--Secondo il tuo desiderio ho comperato di nuovo per fine mese.
--Quanto?
--Dieci mila di rendita: che unite alle già comperate fanno cinquanta
mila.
--A quanto?
--Mezzo punto più del corso di ieri.
--La tendenza è all'aumento, non è vero?
--Ah! non voglio ingannarti. La è invece più che mai al ribasso. I
principali giuocatori al rialzo si sono _voltati_ e tentano
compensarci con vendere... ti consiglerei anche a te a far lo stesso,
invece di ostinarti a comprare.
Gustavo stette un momento a riflettere.
--Compensarmi!... Ad ogni modo non potrei mai _coprirmi_ del tutto.
--Ma la perdita sarebbe minore...
--Per esserne sempre allo stesso punto.
--Ma, mio caro, se questo ribasso continua, la differenza sarà tale
che non potrai nemmeno far più il _riporto_... E ancora chi sa se lo
si vorrà fare!
--Ebbene vada il tutto pel tutto: disse Pannini con una risoluzione a
cui l'eccitamento e i fumi dei vini bevuti non erano estranei. O su o
giù una buona volta. Se la mi va bene, sarò ricco... E sento qualche
cosa in me che mi avverte che andrà bene. Sono entrato in una fase di
fortuna. Sono persuaso che tutto mi riesce; vedrai pronunziarsi
l'aumento e la liquidazione farsi a benefizio dei _rialzisti_...
--Così pur sia! E intanto ora quali sono le tue istruzioni? fermarsi
non è vero?
--No: rispose colla medesima eccitazione Gustavo. Non ti ho io detto
di voler proprio tentare un colpo decisivo? Compra ancora, compra
sempre.
--Diavolo! diavolo!
--Esiti?
--Se la ti va male, come farai per pagare?
--Bancone mi ci aiuterà.
Borgetti fece una smorfia molto incredula.
--Lo speri?
--Ne sono sicuro. Mi vuol molto bene; sta per darmi il posto di
Padule; a lui lo anticiparmi una cinquantina di mila lire gli è come
niente; va là ch'egli non mi lascierà negli imbrogli.
--Tanto meglio. Dunque comprerò ancora?
--Sì, almeno altre diecimila di rendita.
--Va bene. Addio! Corro alla piccola borsa. A rivederci domattina.
L'agente di cambio uscì frettoloso, e Gustavo, rimasto solo nello
studiolo, si affondò nelle sue meditazioni, o per meglio dire nelle
sue allucinazioni delle chimere che perseguiva colla mente eccitata,
sognando già d'essere ricco e di sedere frammezzo ai potenti del
giorno alla mensa dei diletti sociali.
Il rialzo di tanto gli avrebbe dato tanto di guadagno; quanto maggiore
sarebbe stato quello, tanto più considerevole questo. Esso avrebbe
potuto spingersi fino alle sessanta, alle settanta mila lire. Ciò non
avrebbe ancora bastato: ma con questo capitale ch'egli avrebbe messo
nella banca e col posto di Padule che gli avrebbe dato occasione di
farlo meravigliosamente fruttare e gli avrebbe procurati mille altri
vistosi proventi, egli poteva dirsi giunto alla conquista della
ricchezza. Quanti castelli in aria non faceva di botto il suo povero
cervellino eccitato!... E intanto dimenticava compiutamente che nel
salotto vicino stava aspettando da due ore per parlargli l'individuo
raccomandatogli dal suocero e dalla moglie.
Antonio da parte sua, visto Borgetti uscire dallo studiolo, aveva
creduto che o Pannini venisse tosto a dargli udienza, o lo facesse
entrare a sua volta nel gabinetto; ma nulla avvenne di codesto; onde,
lasciato passare forse un quarto d'ora, l'impazienza gli diede
coraggio di aprir pian piano l'uscio socchiuso dello studiolo e
gettarvi dentro uno sguardo.
Pannini passeggiava in su e in giù con le braccia incrociate al petto,
il capo chino, sorridendo alle liete fantasie che gli danzavano nella
mente. A quel lieve rumore che fece l'uscio aprendosi, pur tuttavia si
volse, richiamato a sè stesso, vide Vanardi e di subito gli increbbe
d'averlo così dimenticato.
--Ah, mi scusi, diss'egli andandogli incontro. Ho qualche cosa per la
testa che mi occupa di molto, e raccoglievo, come si suol dire, i
pensieri a capitolo... S'avanzi, la prego, ed eccomi tutto per lei.
La gentilezza, la buona grazia e le maniere garbate di quel giovane
veramente simpatico, fecero il loro solito eccellente effetto anche
sull'animo del pittore; il quale senz'altro ebbe scancellato e
dimenticato tutto quel po' d'irritazione che aveva il momento prima
per sì lungo attendere.
--Ho letto la lettera del suo amico, ed oso dire anche mio, l'avvocato
Selva. Mio suocero d'altronde mi ha già parlato di lei, e me ne ha
parlato eziandio mia moglie.
Sorrise colla più franca e piacevole maniera del mondo.
--E questa, soggiunse, è per me la più valida ed autorevole
raccomandazione ch'esser possa. Ciò vuol dire che io mi prendo a cuore
la sua domanda, signor Vanardi, e farò di contentare i suoi desiderii.
--Oh signore, la mia riconoscenza...
Era destino che il povero Antonio avesse ogni fatta contrasti in quel
suo passo di venire a parlare a Pannini. Ora che il colloquio era
avviato così bene, ecco aprirsi l'uscio del gabinetto ed una voce ben
nota pur troppo al nostro pittore domandare:
--Si può?
Vanardi si volse in sussulto, e si trovò a fronte il suo padron di
casa, il signor Marone.
Con pari stupore quest'ultimo si vide innanzi il suo pigionante; ma
l'uno e l'altro si limitarono ad esprimere la loro meraviglia con un
atto onde accompagnarono il lieve saluto che fu tra loro scambiato.
--C'è il signor Bancone? domandò il nuovo venuto.
--Pel momento no: rispose Pannini; e se posso io servirla in alcuna
cosa.
--Desidererei parlare proprio col signor Bancone.
--Allora s'accomodi costì nel salotto, che il signor Bancone non
tarderà a discendere in ufficio.
--Grazie tante.
Marone si ritrasse nel vicino salotto, e Gustavo riprese il colloquio
con Antonio.
--Vorrei poterle dir subito: la cosa è bella e fatta; ma pur troppo
non è così. Pel momento non c'è posto nessuno nella banca; e proporre
al signor Bancone di prendere un impiegato di più di quanto
strettamente abbisogna è fare una cosa affatto inutile; ma tra qualche
tempo è probabile, è sicuro anzi che si farà un posto: il primo
commesso ci lascia, ed io ho più che buona speranza di sostituirlo, un
altro passerà a mio luogo, e così via via: si farà un posticino da
poter introdurre un nuovo... Io la terrò in memoria e farò di tutto
perchè questo nuovo sia lei.
In quella fece il suo ingresso la persona imponente del signor
Bancone, disceso dai suoi appartamenti.
Vanardi si ricantucciò in un angolo tutto umile innanzi a quel milione
incarnato.
--Pantani, disse il banchiere, è venuto qualcheduno a cercarmi?
--C'è di là il signor Marone che desidera parlarle.
--Lo faccia entrare.
Vanardi fece un profondo inchino al banchiere che non gli badò, e
seguì Pannini, il quale passò nel salotto.
--Il signor Bancone c'è: disse Gustavo a Marone. Entri pure.
Marone s'affretto a penetrare nello studiolo.
--E quando potrò sapere alcuna cosa di ciò che mi riguarda? chiese
Antonio.
--Non potrei precisarle il momento: rispose Pannini; ma spero che fra
una settimana o poco più... Torni fra quindici giorni, ecco, e son
certo di poterle dire qualche cosa di positivo; che se mai avrò prima
di quel tempo alcun che da comunicarle, glielo farò sapere per mezzo
di Selva.
Antonio sentì come se un secchio d'acqua gli fosse versato giù della
schiena. Quindici giorni da aspettare! E come vivere intanto?
Mentre cercava di balbettare una risposta che non sapeva nemmen egli
quale avesse da essere, la voce di Bancone risuonò dal gabinetto
vicino chiamando Gustavo.
--Vengo, rispose questi, e sbrigatosi sollecito di Antonio con un
saluto, s'affrettò ad accorrere dal principale, mentre il misero
pittore se ne partiva poco più racconsolato di quel che fosse quando
era penetrato colà dentro.
Bancone giaceva mezzo sdrajato in una larga poltrona, Marone gli stava
dinanzi seduto sopra una seggiola il suo cappello frusto in mezzo alle
ginocchia.
--Venite un po' qua, Pannini, disse il banchiere col suo accento di
superiorità e di protezione. Ecco qua il signor Marone che vuole...
--Scusi, interruppe quest'ultimo: ma gli è a lei solo che
desidererei...
--Questi è il mio segretario: rispose brusco il banchiere; e l'ho
chiamato appunto perchè non è di troppo.
E volto al giovane che già s'avviava verso la porta, disse con tono di
comando:
--Fermatevi Gustavo.
Questi tornò presso al suo principale.
--Il signor Marone ha dei fondi nella banca?
--Signor sì, rispose Pannini: novanta mila lire....
--E gl'interessi da pagarsi adesso allo scader del semestre, soggiunse
vivamente Marone.
Il banchiere fece un gesto che significava...
--Peuh! tutto ciò è una miseria.
--Ed ella, soggiunse forte, vorrebbe riaver quel denaro?
--Signor sì... Ecco: ho fatto un acquisto considerevole....
un'occasione vantaggiosissima che mi si è presentata.... Mi allargo ed
arritondo per bene quel po' di possessi che ho già in Valnota....
Il banchiere l'interruppe con certo piglio di alterigia.
--Insomma vuol ritirar subito quella somma?
--Subito, subito, no... ma se me la potesse dar presto... non mi
farebbe dispiacere.
E Bancone rivoltosi di nuovo al segretario:
--Quel denaro è pagabile a semplice richiesta?
Il padrone di casa d'Antonio cominciò egli una risposta: ma il
banchiere, senza nemmanco guardarlo, gli fece segno di lasciar parlare
Pannini.
Questi andò ad aprire certi cassettini ripieni di carte, ci rovistò
per entro, n'esaminò parecchie, e finì per rispondere:
--Sì signore.
--Va bene, disse Bancone: fatemi venire il cassiere.
Gustavo andò alla scrivania, vicino alla quale, nella parete, ad
arrivo di mano di chi ci fosse seduto vi erano parecchi bottoncini di
metallo dorato; ma prima che ci arrivasse, Marone disse con vivacità:
--Scusi... Una delle cose che più mi secchino è d'esser tenuto per
ricco dalla gente... Non lo sono diffatti... Ho qualche ben di Dio,
gli è vero, ma ci ho tante passività, tanti imbarazzi!... Eppure ci
sono già certi animali che vanno susurrando ch'io ho dei tesori... Se
si venisse ancora a sapere ch'io riscuoto da lei novantamila lire.
--Che cosa ne vuole conchiudere? dimandò con impazienza Bancone.
--Che meno sarebbero le persone che conoscessero questo fatto e più
l'avrei caro.
--Il mio cassiere non è un ciarlone, disse asciutto il banchiere; e
fece segno a Pannini chiamasse senz'altro chi gli aveva detto.
Gustavo premette uno di quei bottoncini di metallo, e un campanello
risuonò sopra la testa del cassiere.
Di lì a un minuto s'udì nella stanza vicina il passo lento e pesante
d'un uomo, o poi la porta s'aprì e comparve la faccia stupida ma
onesta del signor Busca.
--Venite qua, Bernardo, disse il banchiere. Potreste oggi stesso, o
domani, pagare la somma di novantamila lire?
Il cassiere allargo i suoi occhi di vetro e rispose colla sua voce
monotona:
--Nè oggi nè domani. Ella sa che abbiamo da fare quei certi
pagamenti...
--Lo so, lo so: ma questo non ci ha da importare.
--Ci ha da importare, sì signore, perchè la cassa non potrà
snocciolare insieme con tutto il resto altre novantamila lire.
--E allora, quando credete di poterle pagare?
Il signor Busca si serrò il mento colla mano destra, e coll'indice si
pose a battere sul labbro inferiore, mentre la sua fronte stretta e
piana si corrugava leggermente per effetto della meditazione. Dopo un
poco alzò in faccia al principale i suoi occhi chiari ed a fior di
capo.
--Fra tre o quattro giorni, disse.
Bancone si volse al suo creditore.
--Ha udito? Tre o quattro giorni sono forse troppi?
--Oh no! s'affrettò a rispondere Marone. Gli è giusto quel che mi
torna.
--Ebbene, oggi è giovedì... Lunedì sera ella avrà il suo denaro.
Bernardo, lunedì terrete in pronto novantamila lire... Le vuole in
oro? chiese a Marone.
--Come le aggrada. Parte in oro e parte in polizze di banca, se le
accomoda.
--Avete inteso, Bernardo? Quella somma la consegnerete al segretario
che ve ne darà scarico. Ora andatevene pure.
Il cassiere fece un inchino e partì.
Bancone proseguiva:
--Ella, signor Marone, si darà la pena di venir qua lunedì sera, e
riceverà la somma da Pannini, col quale farà tutti gli opportuni
incombenti. Così le va?
--Perfettamente. Non mi resta più che ringraziarla e salutarla.
S'alzò da sedere e si curvò in un profondo inchino.
--Buon giorno: disse il banchiere senza neppure fare un saluto col
capo: quindi cessando subito dal badare a Marone che se ne partiva,
soggiunse parlando a Pannini: sedetevi costì, mio caro, che ho da
farvi scrivere alcune lettere.