Suo padre era _Regio Liquidatore_, e il fratello di suo padre teneva
fondaco di _droghe_ e _robe vive_, come dice la lingua bara delle
insegne. Papà Vanardi avvezzo a _liquidare_ gli averi e i debiti
altrui, _liquidò_ anche le sostanze proprie; e un bel giorno si trovò
al verde, poco meglio di quella condizione in cui si trovava il
figliuolo nel momento in cui comincia questo racconto. Suo fratello il
droghiere, per contro, aveva visto prosperare benissimo il suo
commercio, ed era riuscito a mettere in disparte un capitale da fare
invidia ad un banchiere e ad un impresario Egli voleva bene a suo
fratello, era il padrino del piccolo Antonio, e il pepe e la cannella
non gli avevano guastato il cuore, Raccolse in casa sua fratello,
cognata e nipote, e disse gravemente pizzicando la gota rubiconda di
quest'ultimo:
--Alla sorte di questo birboncello ci penserò io. Ne faremo qualche
cosa di grosso, lasciate stare... Antoniuccio, che cosa vuoi tu
diventare?
Il ragazzo che vedeva quasi tutti i giorni sfilare sotto le finestre
dell'appartamento paterno i reggimenti della guarnigione che andavano
in piazza d'armi e che restava ammirato alla vista di quel bell'uomo
grande e grosso che camminava primo di tutti con una famosa mazza in
mano, e nelle occasioni solenni un gran pennacchio dritto in sul capo,
il ragazzo rispose franco, levandosi in punta di piedi ed ingrossando
la voce:
--Io voglio diventare tamburro maggiore.
Ma l'ambizione dello zio padrino non fu soddisfatta da queste
aspirazioni d'Antoniuccio alla grandezza. Meglio che il bastone a
grosso pome d'argento gliene parve il codice a legatura di pelle:
meglio che la montura e la sciabola, la toga nera ed il bavero, e
disse al nipote in tono di sentenza irrevocabile:
--Tu non sarai tamburo, ma avvocato.
Antonio vi si rassegnò.
All'Università s'incontrò e strinse amicizia con una frotta di capi
ameni che di studiare la legale avevano tanta voglia come di
intisichire, dei quali per ora non occorre nominarvi che quel Giovanni
Selva, di cui già avete sentito fare un cenno lo speziale Agapito, e
del quale vi avrò da parlare più a dilungo fra poco.
Di questi suoi amici l'uno voleva essere un nuovo Rossini, l'altro un
Ariosto, il terzo un Alfieri: Vanardi--o fosse perchè il posto di
artista non era ancora occupato, o i quadrilateri dipinti a più
colori, che la sfoggiavano sopra l'uscio del fondaco dello zio
esercitassero un influsso sull'incertezza della sua mente--Vanardi si
cacciò in capo di voler essere Rafaello. Si mise a scarabocchiare di
faccie impossibili e di figure mostruose tutte le copertine de' suoi
trattati, tutte le pagine de' suoi cartolari, tutti i frontispizi de'
suoi libri. Mentre i diligenti fra i suoi compagni scrivevano le
spiegazioni della scienza legale che cascavano dalla bocca sapiente
del professore, egli schizzava a tratti di penna la caricatura della
parrucca, del naso, del berretto dottorale, della faccia ingrugnata
dell'insegnante; mentre avrebbe dovuto studiare il Fabro e svolgere il
Digesto, egli studiava il _nudo_ e stringeva più o meno dimestica
conoscenza colle _modelle_. Un orrore di condotta da mettere sulle
furie anche il più zuccherato di tutti gli zii dell'uno e dell'altro
emisfero.
In questa guisa il nostro Antonio avanzò sì bene che giunse a sbozzare
in men che non si dice una parodia di figura e non potè andar oltre al
terzo anno del corso di leggi. Rimandato tante volte di seguito,
quante bastava per non poter più presentarsi agli esami, dovette di
necessità raccogliere tutto il suo coraggio per dichiarare allo zio
padrino che d'avere un nipote avvocato non se ne faceva più niente.
Figuratevi la collera del buon droghiere, il quale a quel tempo era
rimasto unico dei parenti d'Antonio e riuniva in sè tutte le autorità
della famiglia!
Dopo averlo strapazzato una buona ora, chiese finalmente al nipote:
--Ebbene, disgraziato, e che vuoi tu fare al presente?
Antonio che aveva ricevuta l'intemerata colla testa bassa e colle
sembianze raumiliate d'un peccatore ravveduto, alzò la faccia, esitò
un pochino poi disse colla maggior fermezza che lasciava alla sua voce
il cuore che gli batteva forte forte:
--Voglio farmi pittore.
Lo zio fece un trasalto che avreste detto di spavento, quale avrebbe
potuto avere se si fosse trovato inopinatamente innanzi ad un matto.
--Pittore! che è ciò? Che vuol dir questa bizzaria? Pittore!
Sciagurataccio! mi faresti dire qualche sproposito.
Ma il nipote, il quale, impegnata una volta la lotta, aveva sentito
accrescersi un poco il coraggio, riprese più franco:
--Sì, signor zio. Sono ammesso alla scuola dell'Accademia. I
professori sono contenti dei miei progressi. (E' si vantava, lo
scellerato!) Diventerò un artista di vaglia, illustrerò il nostro nome
e...
--Un corno! esclamò lo zio furibondo... Poichè tu non sei capace di
spacciar eloquenza alla ringhiera del foro, spaccerai pepe e cannella
al minuto al banco della mia bottega. Sarai droghiere come tuo zio.
Antonio volle opporsi a questa fatale sentenza, ma il vecchio fu
irremovibile. La lotta durò per un poco. Il padrino era ostinato, ma
il figlioccio nella sua timidità era testardo. Un bel dì, quest'ultimo
scappò di casa coi suoi colori, coi suoi pennelli, co' suoi rotoli di
tela, colle sue cartelle, colla sua tavolozza, colla sua cassetta,
colla sua povertà e col suo buon umore, e piantò le tende in una
soffitta dove non gli mancavano la luce, la vista del cielo e quella
di tutti i comignoli dei camini delle case.
Lo zio gli assegnò quindici giorni di tempo per tornare all'ovile.
Passato quest'intervallo, gli mandò un involto con dentrovi alcuni
biglietti di banco ed una lettera per la quale lo ammoniva che l'aveva
cancellato affatto dal suo cuore, che qualunque vicenda gli capitasse
non voleva più saperne di niente, che per lui era d'ora in avanti come
se non avesse avuto mai nè figlioccio nè nipote.
Antonio rimase afflitto della lettera, perchè in realtà allo zio
voleva bene; fu consolato dai fogli di valore, perocchè gli venivano
più che opportuni; e non disperò di ottenere un dì o l'altro il
perdono del padrino, massime quando sarebbe stato celebre e ricco per
opera del suo pennello, cosa che secondo lui non solo non poteva
mancare, ma non doveva nemmeno tardare di molto.
Si presentò due o tre volte al fondaco dello zio per rappaciarsi con
esso; ma l'inesorabile vecchio, seduto sempre al suo scrittoio, dietro
un paravento a vetri, sporgeva in fuori la testa coperta dell'eterno
berretto di seta nera, guardava chi fosse entrato; vedendo il nipote,
gettava due sbruffi di tosse, s'alzava da sedere, e senza far motto,
additava con tacita eloquenza di gesto la porta per cui si doveva
uscire; sopra la quale pompeggiavano al di fuori nella strada sette
quadrilateri, i cui rispettivi colori erano rosso, turchino, giallo,
verde, arancio, violetto e terra d'Italia.
Antonio chinava rassegnatamente il capo ed usciva; finchè si stancò
della monotona ripetizione di questa scena muta, e non ci venne più.
Però, di quando in quando, nelle occasioni solenni dell'anno, al
Natale, alle tremende epoche in cui si ha da pagar la pigione,
venivano al pittore certi soccorsi anonimi, ch'egli sapeva indovinar
molto bene da che mano partissero. E questi soccorsi conferivano a
giungere in capo dell'anno senza troppi stenti; soddisfatto com'egli
era del poco, e sì poco veramente bastando a lui, solo, nella
modestissima esistenza che menava via allegramente, senza un fastidio
al mondo.
Ma i fastidii soprarrivarono pur troppo, poco tempo dopo che ebbe la
cattiva ispirazione di prender moglie. Quest'essa era una povera
figliuola del popolo, abilissima cucitrice, ma con poca istruzione,
pochissima educazione e senza denari. Non aveva che la sua gioventù,
una piacevolezza di tratti che non poteva dirsi beltà, e il suo buon
cuore. Antonio la vide nell'occasione dolorosissima, ch'ella perdette
l'unico parente che ancora le rimanesse. Stavano vicini d'alloggio, e
il povero pittore si mise a consolare la povera orfanella. In breve
dovettero sposarsi. Antonio si guardò bene dal darne avviso allo zio;
ma pur tuttavia questi lo seppe la stessa cosa, ed andò nuovamente
sulle furie e peggio che mai. Da quel giorno le anonime sovvenzioni
cessarono; ma in compenso cominciarono a venire i figliuoli.
Il lavoro, per maledetta sorte, non imitava il bell'esempio della
prole; non veniva nè punto nè poco. Un quadro su cui Antonio aveva
fondato le sue più belle speranze fu giudicato unanimemente alla
pubblica mostra, dove l'aveva esposto, una porcheria insuperabile. Il
bisogno aveva incominciato ad insinuarsi pian piano nella casa; la
miseria faceva capolino dalla finestra e digrignava minacciosamente i
denti alla porta.
Aveva vissuto un po' di tempo in compagnia di quei suoi amici
dell'Università, fra cui principale il Selva, che erano venuti ad
alloggiare con esso lui; s'erano immischiati nella politica, ed
avevano congiurato prima del quarantotto per l'unità e l'indipendenza
d'Italia. Ma la rivoluzione appunto di quell'anno meraviglioso aveva
disciolta e dispersa la piccola colonia. Quasi tutti quegli amici
erano andati soldati; ed Antonio, trattenuto dalla sua famiglia, era
rimasto solo. Di poi l'aveva aiutato assai l'amicizia d'una buona e
generosa famiglia, i Cioni, di cui l'unico figlio, Adolfo, dilettante
di pittura, aveva saputo trovare mille ingegnose maniere di
soccorrerlo col pretesto di dargli del lavoro. Ma una sciagurata
catastrofe era avvenuta in quella famiglia. Adolfo amava in segreto, e
riamato, la moglie d'un vecchio e fiero capitano, il quale, scoperta
la verità, aveva in un orribil duello ucciso il giovane, e la donna
seco via condottasi che mai più nessuno ne aveva saputo novella. Il
padre di Adolfo non molto era sopravvissuto all'unico figlio, tanto
era stato il suo dolore. Antonio aveva perso il suo maggior sostegno.
Egli aveva visto chiaro le sue condizioni, ma non si era perso
dell'animo ed aveva bravamente lottato. Aveva consumato colla più
meravigliosa parsimonia tutto quel poco di risparmio che fino allora
era riuscito a mettere in disparte con un vero miracolo di economia:
poi una gran parte dei suoi mobili, cominciando dai meno necessari e
venendo poi agli abiti, avevano preso il cammino del Monte di Pietà, e
neppure uno aveva ancora saputo trovare quello del ritorno a casa.
Il povero Antonio, smesso ogni orgoglio, andò a dimandar lavoro a
questo ed a quello. Le ripulse non lo stancavano, ebbe il coraggio di
affrontare i più superbi rifiuti, e dalla sua perseveranza ottenne
qualche buon risultato. Dipinse un orrido turco dall'orrida barba con
una lunga pipa in bocca pel tabaccaio; una slombata fortuna (e la fece
brutta per dispetto) che gettava pioggia di denari da un corno
d'abbondanza, pel banco del lotto; e persino (che umiliazione!) una
bottiglia che schizzava il turacciolo per aria ed il vino nei due
bicchieri che gli stavano a fianco, per l'oste a cui doveva sei lire.
Il tabaccaio gli diede poco, il banco del Lotto anche meno, ed il
mercante di vino un bel nulla.
Come se non bastasse tutto questo, mentre la miseria cresceva, l'umore
taccoliero della moglie cresceva ancor esso in proporzione. Non è già
che la Rosina non volesse bene al suo Antonio, oh! per codesto ella si
meritava ogni elogio, chè glie ne voleva anche troppo; da prendersi
tanta cura d'ogni fatto di lui che gli riusciva fastidievole.
Guai s'egli non tornasse a casa appuntino all'ora che aveva detto!
--E dove sei tu stato? e che hai fatto? e come perdi il tuo tempo? e
che pensiero ti dai della tua famiglia? E tu a spasso, ed io a rodermi
qui dentro d'inquietudine con questi marmocchi intorno che mi tolgono
la testa ecc., ecc.
E tocca via con un mondo di parole cosiffatte e di ragioni sragionate
e di rimbrotti senza causa e di lamentazioni e di chiaccole da non
finirla più.
Ad Antonio, benchè ci avesse ormai fatto il callo, quelle scene erano
gravi. Aveva tentato di tutto per farla smettere alla moglie; ma sì,
imporre silenzio ad una di cotali donne, era impresa da ben altri che
il povero pittore non fosse. Quindi per lo migliore, ei s'atteneva il
più sovente al silenzio, e lasciava passare senza ostacoli l'onda
abbondevole e furiosa delle muliebri parole.
Rosina s'accorgeva d'essere grave al marito, e ne soffriva, e se ne
adontava e ne imbizzarriva peggio con esso lui.
--Già tu ti vergogni di me: diceva essa delle volte, mezzo piangente,
mezzo furibonda: non sono che una popolana io.... oh! lo so.... e tu
sei della razza de' signori tu... Bel signorone affè mia, che lasci
crepar di fame e moglie e figliuoli!... Non ho le belle maniere delle
dame io!... Ma toccherà a me un bel giorno guadagnare il pane della
famiglia con queste dieci dita che m'ha fatto la mamma.... O belle le
cerimonie!... O care le stampite della buona società.... o grazioso il
saper discorrerla in quinci e quindi!... Ed io non ne so nulla del
vostro bel gergo.... Io quando parlo, tu mi fai gli occhioni che pare
mi vogli mangiare cruda e fatta.... E se ti duole di me, e se te ne
pesa, e tu non dovevi sposarmi.... O che son io che vi ti ho costretto
col coltello alla gola forse?... T'adonti perfino di accompagnarmi per
istrada... Oh! nei primi tempi del nostro matrimonio non era così che
facevi.... E me lo dice persino messer Agapito, che non è di questa
guisa che uno si governa colla moglie se le vuol bene.
--Messer Agapito s'immischi nelle sue spezierie e non venga a romperci
le tasche: gridava a questo punto Vanardi spazientito.
--Gli è che ha ragione: ripigliava la moglie con maggior calore: tu
non mi vuoi più bene... Sei un cattivo, sì... perchè dovevi lasciarmi
stare... Ed io col mio ago mi guadagnerei da vivere un po' meglio...
Antonio voleva placarla. Essa lo respingeva bruscamente; afforzava i
suoi rimbrotti; terminava con piangere, e si ritraeva musonando e
singhiozzando in un angolo della stanza. I fanciulli vedevano piangere
la madre e si cacciavano a strillare ancor essi. Vanardi faceva a
calmar l'una e ad azzittire gli altri; ragionava, pregava, gridava,
minacciava: niente vi riusciva, finiva per andare in collera,
bestemmiava come un turco, e stucco, intronato, infastidito, si
cacciava il suo cappellaccio in testa e si precipitava fuori di casa,
a passeggiare, le mani in tasca, guardando da vero sfaccendato i
dipinti esposti nelle vetrine di tutti i mercanti di stampe, ai quali
terminava sempre per andare ad offrire un quadro di suo, cui tutti, a
buona ragione, si affrettavano sempre a rifiutare con entusiasmo.
--Oh che vita! oh che vita! esclamava talvolta il povero diavolo. E
pensare che la debbo all'amore dell'arte, e ad un matrimonio per
amore! C'è da disgustare chicchessia dell'una cosa e dell'altra. Mah!
se avessi fatto il droghiere!... Eh! via, questa è viltà! Che?
Rinunzierei al nobile sacerdozio dell'artista? Mi lascierei
scoraggiare dall'impertinenza della sorte? Oibò! Tutti i grandi uomini
sono crepati un pochino di fame: ed Andrea del Sarto aveva una moglie
peggiore della mia... Sono un pusillanime s'io indietreggio innanzi a
quest'iniziazione alla gloria.
E ripigliava la sua tranquillità e il suo buon umore, che erano
figliuoli dell'eccellenza del suo carattere.