CAPO I

Dottrine di Lutero, Calvino, Zuinglio diffuse negli Svizzeri e nei

Grigioni--Descrizione della Valtellina--I nuovi insegnamenti

penetrano in Italia e specialmente nella Diocesi di Como--Novatori

rifuggiti in Valtellina--Lodovico Castelvetro--Pier Paolo Vergerio.

Intendo raccontare i turbamenti della Valtellina nel secolo XVII,

abbaruffata religiosa che, come spesso, copriva una quistione di

nazionalità, mista di eccessi dei popoli e di viluppi d'una politica

ambidestra, fecondi di atroci successi, e dove andarono in un fascio

le umane cose e le divine. Né forse è privo d'opportunità questo

episodio in tempi di sette caldeggianti d'operoso contrasto fra le

opinioni e la forza, di lotta fra la sublime ambizione di non

sottomettersi che alla ragione pura, e il folle orgoglio di arrogare

tutti i diritti di questa alla ragione individuale.

Pontificando Leone X, il sassone frate Martin Lutero aveva

levata--audace--la voce contro le indulgenze, le quali, se prima erano

un compenso alle gravose pene ecclesiastiche per i peccati, vennero

poi a sovrabbondanza profuse, insinuandosi perfino contro gli oracoli

della Chiesa, che assolvessero vivi e morti dalla pena e dalla colpa,

e facendosi traffico delle bolle che le concedevano. Da questo, Lutero

si aperse il varco a fare alla curia romana altri rimproveri, più

uditi perché veri: poi passando dagli abusi nuovi alli vecchi, e dalla

fabbrica alli fondamenti(1) impugnò l'autorità papale, il celibato dei

preti, infine il sacerdozio stesso. Se, a detta di San Paolo, il

giusto vive per la fede, la fede è il tutto, nulla le opere: il monaco

orante e penitente è inferiore al laico credente, la fede Iddio la dà

a chi egli vuole, talché l'uomo non è libero di operar la propria

salute, né la Chiesa ha nulla a prescrivergli: al solo Cristo devono

tutti chinarsi, né il papa ha efficienza maggiore che l'infimo fedele.

Non che con ciò si venisse a stabilire la parità di tutte le opinioni

e ad abbracciare chiunque ammette il Vangelo. Si volle piantare

un'altra autorità al posto della distrutta e imporre nuovi dogmi sulla

grazia, sul battesimo, sulla cena, sui santi. Ne sorsero dunque

prontamente molteplici discrepanze, e Calvino predicava in Svizzera e

in Francia dottrine diverse; e diverse ne faceva pullulare ciascun

caposetta. Non è da questo luogo il ragionarne, e basterà dire che fin

là si era creduto tutto quel complesso di dogmi, di discipline, di

pratiche, che costituisce il cattolicismo. Allora si volle tutto

richiamar in esame. Fin là si era venerata la sacra scrittura qual era

interpretata dalla chiesa, depositaria della tradizione apostolica ed

unica dispensiera della verità; allora si volle libero a ciascuno

d'interpretare la scrittura a suo senno privato. Invano i capi

riformatori, fallendo al proprio assunto, vollero limitare le credenze

con simboli, ai quali mancava ogni autorità. Né, ammesse le negazioni

di Lutero e di Calvino, s'aveva titolo per escludere quelle degli

Anabattisti, dei Sociniani, degli Entusiasti, che ripudiavano la

Trinità, e la divinità di Cristo, e ogni rivelamento fuor

dell'ispirazione personale.

La Chiesa non aveva mai dissimulato, e tanto meno giustificato, i

disordini e gli abusi pullulati nel suo seno; né mai tenne quei

sublimi suoi comizii, che chiamansi concilii, che non facesse savii

decreti di riforma. E forse un uomo di alta e sincera volontà avrebbe

anche allora potuto condurre a mediazione pacifica, a risoluzione

cristiana la chiassosa discrepanza delle credenze e degli atti,

adoprandovi l'amore, non l'ira, l'abbraccio, non la repulsione, per

saldare l'unità, anzichè sconnetterla irreparabilmente. Ma, come in

altri simili casi, la potenza minacciata s'addormentò sull'orlo del

precipizio: papa Leone, dedito al deliziarsi ed alle lettere, e poco

temendo dai Tedeschi che reputava grossolani e sprovvisti di maschia

volontà, non ebbe tal dissensione in più concetto delle tante

scolastiche, le quali nascevano e morivano senza lasciar traccia, fra

gli ozii ringhiosi e superbi dei conventi e delle università. Scossosi

poi, come persona che è destata per forza, diede in estremi, che

precipitarono la ruina. Adriano, successogli, conobbe gli abusi della

curia romana e del clero, e pensava efficacemente al rimedio. Ma la

morte gli ruppe il disegno, e i letterati ne menarono trionfo. Quando

i successori videro a quanta importanza riuscisse il movimento, già si

era là dove inutili uscir dovevano ammonizioni, consigli, scomuniche.

Stabilita già in più parti la nuova credenza, e sostenuta coll'ardore

della novità, coll'autorità d'uomini che avevano studiato a fondo,

coll'interesse di quei che avevano usurpato i beni delle chiese e dei

conventi, coll'appoggio dei principi, che, tolto l'ostacolo di Roma,

potevano ormai fare ogni lor voglia, come capi nello spirituale, al

pari che nel temporale, fin colla prepotenza delle armi. Tutto furono

allora i Cattolici in impedire che la Riforma trapelasse nei paesi

ancora mondi, massimamente nell'Italia, dove le crescevano pericolo

l'acutezza e curiosità degli intelletti arditi e vaghi del nuovo,

l'abitudine letteraria di cuculiare preti e frati, il conoscersi da

presso le esorbitanze romane e l'aver i governi avvezzato i popoli a

non tener come sacro tutto quanto fosse papale, né far gran caso delle

benedizioni e degli interdetti. Libri, scuole, missionarii, legati

furono disposti, come barriera, contro la Svizzera e la Rezia, donde

il contagio viepiù si faceva vicino.

Imperocché, contemporaneamente a Lutero e senza sapere di lui, il

curato Ulrico Zuinglio, in occasione che vi vendeva le indulgenze fra'

Bernardino Sansone da Milano, aveva cominciato a predicare a Zurigo

che una vita pura ed un'anima religiosa più sono accettabili al

cospetto dell'Eterno, che non macerazioni e pellegrinaggi. Poi, che il

pane ed il vino erano soltanto simboli del SS. Corpo e Sangue. Indi

via via, sulla messa, sul purgatorio, sulla confessione, sul venerare

i santi, sul celibato dei preti, una folla di novità che pretendeva

antichissime.

Sono i Grigioni discendenti da quei Reti che, devoti a libera morte,

difesero l'indipendenza loro contro le armi di Roma, stando a scirocco

della Svizzera, nelle valli dove sorgono il Reno e l'Inn, e dove molti

Romani rifuggirono al cader dell'antichità, siccome l'attesta la

lingua che ancor vi si parla, detta ladina e romancia.

Fra le turbinose vicende che mutarono faccia all'Europa, subirono

anch'essi le leggi della prepotente feudalità e il dominio dei vescovi

di Coira e d'una folla di signorotti che, possedendo appena poche

pertiche di paese, si arrogavano però la sovranità indipendente,

guerreggiavano coi vicini, opprimevano i sudditi, svaligiavano i

viandanti.

Ai costoro soprusi opposero i popoli la concordia dei voleri. Insorti,

furono però moderati dall'essersi posti alla loro testa il vescovo di

Coira, gli abati di San Gallo e di Dissentis, sotto la cui direzione

si formò la _lega Caddea_.(2)

Gli altri preti ne presero coraggio a domandare ai loro signori

giustizia e sicurezza. I quali signori, accoltisi intorno ad un acero

che si venera presso Truns, fra Hanz e l'abadia di Dissentis, e

sospesi i loro grigi gabbani al ferrato bastone infisso nelle rupi,

giurarono d'essere buoni e leali federati, e così formossi la _lega

grigia_(3) che diede agli altri il nome di Grigioni. Quando poi fu

morto l'ultimo dei conti di Tockeburgo, i suoi vassalli strinsero la

lega delle dieci dritture o giurisdizioni(4). Coll'oro, col coraggio,

colla spada, assicuratisi dalle minacce dell'imperatore Massimiliano,

che voleva rimetterli a soggezione, le tre leghe si congiunsero fra

loro a Vazerel, stipulando di dividere i pericoli per difendere il

franco stato e giudicare i comuni interessi in una dieta che, a

vicenda, si terrebbe a Coira, a Hanz e a Davos. Ciascuna lega restava

divisa in comuni, ognuno dei quali regolava i propri affari interni e

mandava deputati alla dieta, talché il governo fu quivi più

democratico che in qualsiasi altro luogo e possedeva quel voto

universale, che oggi vuol considerarsi come la miglior espressione

della libertà. Ogni valle, anzi, ogni terra, ogni parrocchia(5), si

conservò stato indipendente, con governo proprio, diritti, privilegi.

Talvolta ciascuno forma un comune, tal altra se ne riuniscono diversi,

e nell'assemblea loro ha voto chiunque compia i 18 anni per elegger

tutte le autorità, dal podestà o Ammann o ministeriale, che giudica

nel civile e nel criminale, e dal curato fino al cursore e al

campanaro(6).

Varii Comuni uniti costituiscono una giudicatura (_hoch Gericht_)

sotto un landamano o podestà. Tutte insieme poi le 25 giudicature, i

49 grossi comuni e gl'innumerevoli piccoli, ogni anno, al san

Giovanni, tenevano i comizi generali (_Bundstag_) alternandoli fra

Davos, Hanz e Coira, dove i Grigi avevano 28 suffragi, 24 i Caddei, 15

le Dritture. In casi straordinarj radunavano (_Beytag_) i soli capi e

primarj ufficiali, per lo più in Coira, i quali pure non potevano dar

voto che secondo le istruzioni ricevute dalle loro comunità, presso le

quali rimaneva sempre il poter sovrano. Ciò rendeva lungo e spendioso

il trattare coi Grigioni, bisognando girar di comune in comune ad

ungere le girelle perché corressero. Ne derivò sfacciata

corruttibilità, intrigo universale e una sfacciata oligarchia, la

quale concentrò nelle due famiglie dei Planta e dei Galis tutti gli

uffizi di lucro o di onore.

Giovanni Comander, arciprete della cattedrale in Coira, Enrico

Spreiter, Giovanni Blasius, Andrea Fabritz e Filippo Salutz, avevano

propagato fra i Grigioni le dottrine di Zuinglio e di Calvino, e ben

presto la riforma si stabilì nelle Dieci Dritture; nella Lega Caddea

prosperò attorno a Coira, ma scarsamente nell'Engadina e pochissimo

nella Lega Grigia.

Invano gli Svizzeri fedeli tentarono rimettervi il cattolicismo;

invano della Riforma disgustarono gli Anabattisti ed altri

trascendenti, dai quali Lutero e Zuinglio erano esecrati non meno che

il papa: nella dieta d'Hanz fu stabilito che a tutti fosse libero

professare la religione cattolica o l'evangelica; i ministri non

insegnassero se non ciò ch'è contenuto nel Vecchio e Nuovo Testamento.

Questo restò fino ad oggi lo statuto religioso dei Grigioni. Ogni

parrocchia ebbe il diritto di scegliersi i pastori; sciolti gli

obblighi ereditati di far celebrare messe e anniversarj; non si

ricevessero più frati nei monasteri, non si mandasse danaro a Roma per

annate o dispensa o che altro motivo. La Chiesa vi fu costituita al

modo svizzero, senza vescovi, e con concistori e conferenze; poi

s'introdusse il sinodo nazionale, che s'accoglieva ogni mese di

giugno.

Il fiume Adda, scendendo dal monte Braulio ai confini del Tirolo

tedesco sino a perdersi nel lago di Como, traccia il corso della

Valtellina, la quale toccava a levante esso Tirolo, a mezzodì i

dominii bergamaschi e bresciani della Repubblica veneta, a

settentrione le terre dei Grigioni, dai quali paesi tutti è separata

per montagne più o meno alte, alcune altissime fra le prime d'Europa;

e basti nominare lo Spluga e lo Stelvio, attraverso ai quali si va ai

Grigioni ed ai Tirolesi, una volta per scabri sentieri alpestri, oggi

per vie stupende. Ad occidente la Valtellina finisce in un vasto

delta, impaludato dal fiume e dagli scoli montani, e che tocca il

territorio milanese e il lago di Como. Di terre importanti è seminata,

di cui sono principali, sul fondo stesso della valle, Morbegno,

Sondrio, capo della valle, Ponte, Tirano, congiunte allora appena da

scoscesi viottoli, ora da piana strada. La valle si sviluppa in una

serie di bacini, chiusi da strozzature di monti ravvicinantisi. E

principalmente alla Serra questi la chiudono quasi affatto, lasciando

solo un piccolo e difficile accesso ad un altro ampio anfiteatro, che

forma il contado di Bormio. Sboccano in questo le valli Viola e di

Pedenosso, che a maestro mette all'Engadina e ai Grigioni; la val

Furva a levante, che verge alla Camonica e al Bresciano; e a

tramontana la valle di Fraele, per cui entrando nella retica valle di

Santa Maria, si va in Val Venosta e a Bolzano nel Tirolo. All'opposta

estremità della Valtellina, verso il lago di Como, si prolunga a

settentrione un altro contado, di cui era capo Chiavenna, terra di

grossi traffici, perché chiave d'un trivio che, verso mezzodì, scende

al lago di Como, a settentrione sale, per la valle San Giacomo e pel

letto del Liri, al monte Spluga, donde si varca alla valle del Reno e

a Coira, città capitale dei Grigioni. A greco poi s'interna la valle

della Mera, che comunica colla val Pregallia, e questa coll'Engadina,

dove sorge l'Inn, che, innavigabile, procede fin nel Tirolo.

Altri varchi ha la Valtellina. E principali quel della Casa di San

Marco verso i Bergamaschi; e Zappelli di Aprica verso i Bresciani; a

Tirano la valle di Poschiavo, italiana di lingua e grigione di

governo; a Sondrio la val Malenco, che termina nella montagna del

Muretto, per le cui ghiacciaje si cala fra Grigioni.

Il cielo, la lingua, le produzioni della Valtellina e dei contadi son

quelle della Lombardia ed alla Lombardia erano state sempre unite,

obbedendo nell'ecclesiastico ai vescovi di Como, nel civile, ai duchi

di Milano. Ma quando questi s'infiacchirono col separare la causa loro

da quella dei popoli, la lasciarono invadere da stranieri. I Grigioni,

non appena assicurata la libertà, ambirono conquiste e, con quei

pretesti che non difettano mai agli ambiziosi, piombarono assai volte

sulla Valtellina; nel 1512 la occuparono tutta, e benché nella pace di

Jante la ricevessero come cara e fedele confederata al vescovo di

Coira e alle Tre Leghe, salvo i privilegi e le consuetudini sue

antiche, l'ebbero ben presto ridotta a serva. Solito abuso di chi ha

la forza.

A reggerla mandavano a Sondrio, ogni quattro anni, un capitano della

valle, e negli altri due _terzieri_ un podestà biennale. Restavano

governati a parte i contadi di Bormio e Chiavenna. Questi magistrati

oltre l'essere esosi, perché forestieri, non erano limitati da stabili

leggi: compravano a danaro il posto e se ne rifacevano regolando la

giustizia, secondo l'avarizia e l'ambizione. Peggio andò quando

entrarono di mezzo anche le dissensioni religiose.

Le dottrine nuove propagate nei Grigioni, per la vicinanza, per il

commercio, per i magistrati, non tardarono a introdursi anche nella

Valtellina, piacendo ai Grigioni dominatori che questa si allontanasse

ognora più dalla Spagna, allora dominatrice del Milanese e capitana

della parte cattolica. Adunque a Poschiavo da Rodolfino Landolfo fu

piantata la prima stamperia che i Grigioni avessero; e per quanto il

papa e il re di Spagna ne reclamassero, seguitava a diffondere i libri

dei Riformati per l'Italia; la valle fu aperta a quegli Italiani, che,

per sospetto di eresia, erano dalla patria sterminati.

Perocché, appena i nuovi insegnamenti valicarono le Alpi, furono qui

accolti, studiati e applauditi nell'ombra e nel mistero. Che se qui

non suscitarono tanto incendio come in Alemagna, nasceva da ciò che il

popolo, già avvezzo a sentir declamare da novellieri, da poeti, da

predicatori contro la corte di Roma, come si tollerava pienamente, non

trovava in quelle diatribe l'allettamento della novità. Deditissimo

poi agli spettacoli religiosi, non sapeva abbracciare un culto senza

bellezza, senza vita, senza amore, surrogato a quella bella liturgia

romana, ove i canti, or lieti e trionfali, or teneri e melanconici,

gravi sempre e maestosi, e le cerimonie, venerabili per antichità e

per significazione profonda, riposano sul dogma della presenza reale,

e si manifestano con una ricca e magnifica arte, composta di idee, le

più sublimi unite ai simboli più graziosi. Dei sentimenti più puri,

manifestati colle forme più splendide e variate. Un culto che

all'Italia diede una seconda gloria, quella delle arti, e il primato

sul mondo, quando la politica la cancellava col sangue dal catalogo

delle nazioni. Se aggiungi l'essere più vicino il rimedio, anzi nel

cuore, troverai le ragioni onde Iddio vestì la grazia che concesse

alla nostra patria di rimaner nell'arca ov'è la sicura salute.

Molti però aderivano ai nuovi teologanti, condotti o dal febbrile

aspirare a perigliose novità e da smania di farsi nome, o da paura di

sembrare attardati nel comune movimento, o da imitazione. Non pochi

allettati dallo specioso nome di riforma, che sì spesso significa

rivoluzione e che vieppiù lusingava quando la Chiesa congregata non

aveva ancora tolti in esame i fondamenti delle controverse dottrine.

Chi del diffondersi dei nuovi dogmi in Italia più volesse sapere,

ricorra allo Schelornio, al Gerdesio, ad altri, con questo però di

crederli a riserva, giacché per leggerissime ragioni pongono della

loro taluni, che non cessarono d'essere fedeli cattolici. I

novellieri, come Masuccio Bandello, il Poggio, il Sacchetti, il Lasca,

ridondavano di burle sul clero. I poeti, dall'iroso Dante fino al

bizzarro Ariosto, avevano bersagliato i papi. Uomini di gran senno e

gran virtù palesavano la necessità di togliere ai Riformati il

maggiore pretesto col levare dalla Chiesa gli abusi. E tutti costoro,

e il Bembo, il Trissino, il Flaminio, altri ed altri, furono dai

protestanti contati come eretici, benché sapessero abbastanza che per

riformare non è mestieri distruggere, e che le riforme opportune e

durevoli devono venire dall'amore, non dalla collera, dall'autorità

che dirige, non dalla violenza che tumultua(7).

Noi limitandoci a riferire ciò che riguarda il paese di cui trattiamo,

o a cui siamo recati da questo racconto, diremo come fra le masnade

alemanne, che calpestarono l'insanguinato terreno di questa povera

patria nelle guerre, in cui il fatale Carlo V spegneva l'indipendenza

italiana, molti erano già, non pure aderenti, ma fervorosi in quelle

novità; toglievano a gabbo le superstizioni del popolo che

trucidavano, e tutt'insieme il culto, i preti, le dottrine. Fra questi

Giorgio Freundsperg tirolese, che fu uno dei maggiori capitani, e

inventò i Lanzichenecchi, fanteria stabile disposta in reggimenti,

armata di picche e secondata dai reitri a cavallo. Entusiasta

luterano, costui portava sempre allato un laccio d'oro, col quale

vantava di voler strozzare in Clemente VII l'ultimo dei papi. Passò

egli pel lago di Como al tempo delle fazioni ivi esercitate contro

Giangiacomo Medici castellano di Musso(8), e si fermò anche a Sorico,

deponendovi la testa colossale di Pompeo, rapita nel sacco famoso di

Roma, e che poi recò a Parigi.

Uno dei primi ad infervorarsi della riforma fu Francesco Minicio,

detto così secondo l'uso d'allora da Menaggio sua patria(9), lodato da

Erasmo di Rotterdam e dall'Alciato, e cui il Frobenio in una lettera a

Lutero fa onore del titolo di eruditissimo e sacro alle muse. Egli da

Basilea, dove molte opere di italiani eretici si stamparono, recò di

qua dall'Alpi i libri di Lutero, ed essendo stampatore in Pavia ebbe

modo di propagarne rapidamente le invettive, forse in buona fede

lusingato dalle parole antiche onde si coprivano errori nuovi. Quei

libri diedero una scossa agli ingegni, ed era per tutto un cianciar di

teologia, come oggi si ragiona di politica ben o male, e presumendo

ognuno di saperne quel che n'è, e riprovando chiunque non pensa come

lui. Egidio della Porta, agostiniano comasco dopo esser frate da

quarant'anni, nei quali aveva predicato con fama di singolare

eloquenza, scriveva a Zuinglio come le verità del Cristianesimo

fomentassero in esso non il fervore, bensì l'ambizione: "e sicché

Iddio mi mostrò (così egli) la mia nullità, e che siamo polvere e

nulla più. Allora io gli chiesi: _O Signore, cosa vuoi ch'io faccia?_

e l'anima mia si sentì dentro gridare: _Va e trova Ulrico Zuinglio, ed

egli t'insegnerà quel che tu deva_". E finisce assicurando lo Svizzero

che molti altri suoi paesani s'erano con lui rivolti al lume dei nuovi

insegnamenti. Zuinglio gli fece risposta che rimanesse e traducesse in

italiano il nuovo Testamento, che poi farebbe stampare a Zurigo. E di

qui cominciò ricambio di lettere, in una delle quali il comasco prega

l'altro a dissipare al più tosto certi dubbj dei religionarj suoi:

"scrivete una lettera, ma con prudenza, che sono pieni di orgoglio e

d'amor proprio. Con qualche testo delle sacre carte, fate loro veduto

siccome è voler di Dio che la parola sua venga predicata con

semplicità e senza fronzoli e che peccano in lui coloro che, come

responsi del cielo, spacciano le proprie opinioni"(10).

Nei partiti non si guarda ai mezzi, e dalle più strane vie si confida

la riuscita; e il nostro frate esultò quando vide le bande di Carlo V

calar in Italia col Freundsberg e col Borbone; e quei miserabili che

da un capo all'altro devastarono miserrimamente l'Italia, erano da lui

sperati salvatori, e a Zuinglio scriveva: "Dio ci vuol salvare;

scrivete al contestabile che liberi questi popoli; alle teste rase

tolga il denaro, e lo faccia distribuir al popolo che muore di fame.

Poi ciascuno predichi senza paura la parola del Signore. La forza

dell'anticristo è prossima al fine".

Corre una popolare tradizione che Martin Lutero predicasse in molti

paesi del lago di Como, e che a Menaggio alcuni lo facessero per

ispregio cader di pulpito. Del che, indispettito, voltò loro le

spalle, pronunziando certi versetti d'improperio che corrono fin oggi

per le bocche di quei terrazzani. Di ciò io non trovai monumento: pure

la tradizione deve avere qualche fondamento(11). Ben è fuor di dubbio

che Calvino, verso il 1535, visse sconosciuto alla corte di Ferrara

presso la duchessa Renata di Francia, scolara sua di religione, e non

pochi guadagnò. Ma poiché vennero scoperti, chi fu preso, chi scampò,

chi venne messo a carceri e tormenti(12).

Per le persecuzioni, com è il solito, nessuno si convertì, alcuni

dissimulavano le loro opinioni, i più fuggivano là dove potessero

trovar pace, negli Svizzeri, fra i Grigioni. E per continuare in

luoghi ove il cielo, i costumi, la favella gli avvertisse d'essere

ancora in Italia, si ricoveravano nei baliati svizzeri italiani, che

oggi sono il Canton Ticino, in Valtellina e massimamente a Chiavenna.

Il primo che d'Italia ci capitasse fu Bartolommeo Maturo, priore dei

Domenicani di Cremona, che predicò le novità in Valtellina nel 1528.

Poi nella Val Pregalia, infine fu pastore a Vicosoprano e nella valle

di Tomiliasca. Ai piedi dell'Albula s'erano messi Francesco e

Alessandro Bellinchetti fratelli bergamaschi e, abbracciata la

riforma, vi lavoravano una miniera di ferro. Avendo voluto riveder la

patria, furono arrestati dall'inquisizione; la dieta retica li reclamò

come proprii cittadini, e non fu ascoltata se non quando minacciò

confiscar i beni dei Domenicani in Morbegno.

Le due Engadine e la Pregalia devono ai rifuggiti italiani la loro

riforma, talché divenne prevalente il numero dei protestanti(13), e

più facile il propagarsi nella confinante Valtellina.

Giulio da Milano, prete secolare, predicò nell'Engadina inferiore e

fondò a Poschiavo una chiesa, di cui per trent'anni fu pastore (1571).

E lì attorno le chiese di Brusio, Ponteilla, Prada, Meschin, Piuro: ed

ebbe successore Cesare Gaffuri francescano di Piacenza.

Un Parravicini valtellinese fondò una chiesa privata a Caspano nel

1546: ma essendosi trovato un crocifisso fatto a pezzi, il popolo in

furore arrestò lui, che al tormento si confessò reo di tal sacrilegio:

ma a Coira protestò aver confessato solo per lo spasimo, e se ne

accertò autore uno studente.

A Chiavenna che, dopo che si era data ai Grigioni era cresciuta del

doppio, fece lunga dimora Girolamo Zanchi, canonico regolare di Alzano

bergamasco, che stampò a Ginevra sei volumi d'opere teologiche e del

cui sillogizzare tanto conto si facea che Giovanni Sturmio ebbe a

vantare, se solo fosse mandato a disputare contro tutti i teologi

adunati a Trento, avrebbe fatta sicura la causa dei protestanti(14).

Là pure visse e morì nei 1563 Agostino Mainardi agostiniano, che

scrisse l'_Anatomia della messa e la soddisfazione di Cristo_: e che

unito ad un prete, Giulio da Milano, ed a Camillo Siciliano stabilito

a Caspano, e a Francesco Negri capanese, autore d'una _Tragedia del

libero arbitrio_, a Chiavenna educava figliuoli.

Il Mainardi fu accolto dal ricco Ercole Salis a Chiavenna e posto capo

della chiesa quivi allora formatasi, e nella quale gli successe poi lo

Zanchi suddetto. Perocché, ad interpellazione di esso Salis, la dieta

di Davos del 1554 aveva dichiarato coloro che abbracciassero la

riforma in Valtellina potrebbero tener in casa precettori e

catechisti; e i rifuggiti stanziare sulle terre della repubblica, dopo

sottoscritto alla confessione evangelica.

Francesco Stancari mantovano insegnò in Valtellina l'ebraico, prima

d'andare a professarlo in Polonia.

A Teglio fu ministro Paolo Gaddi cremonese, che aveva fatto tirocinio

a Ginevra, poi assistito alcun tempo il pastore di Poschiavo.

Frate Angelo di Cremona domenicano, che lassù predicava la quaresima

nel 1556, si avventò contro gli insegnamenti e i riti riformati,

talché l'uditorio malmenò la costoro cappella e il Gaddi ed altri; e

il governatore della pace ordinò che esso ministro si collocasse

altrove.

Il sospetto di contagio religioso indusse il vescovo di Como sin nel

1523 a spedire in Valtellina un fra' Modesto inquisitore; ma ne fu

respinto, e si stanziò che nessun inquisitore entrasse più su quel

territorio. Il clero e i cattolici zelanti non cessarono di opporsi

singolarmente a cotesto accogliere i profughi d'Italia; frati e

particolarmente cappuccini assai venner da Milano e da Como a

predicare la verità. Nel 1551 si domandò l'attuazione di una legge

antica, per cui nessun profugo o predicatore evangelico potesse

rimanere più di tre giorni in Valtellina. Antonio Planta governatore,

benché riformato, temette il furor del popolo e consentì la domanda,

ma la dieta rinnovò il suo primo editto.

Poi nel 1557 rese un decreto che fu messo fra le leggi fondamentali

per cui si permetteva di predicare _il Vangelo_ in tutta la Valtellina

e nei contadi. Dove vi fosser più chiese, una si attribuisse ai

riformati; dove una sola, servisse ai due culti; i ministri

protestanti fossero abili a tutti gl'impieghi; nessun ecclesiastico

straniero potesse dimorarvi se non dopo esame ed autorizzazione del

sinodo pei protestanti, e del vescovo di Coira pei cattolici. I

riformati non fossero tenuti a osservar le feste dei cattolici.

II pastore della ricca chiesa di Chiavenna ebbe un terzo delle rendite

della cattolica; gli altri almen 40 scudi, prelevati sui benefizi

degli assenti o della parrocchia. Altre chiese v'erano a Tirano,

Regoledo, Mello, Morbegno, Dubino. Più tardi se ne posero anche nel

contado di Bormio, e pare che almeno venti ne esistessero in

Valtellina, tutte servite da rifuggiti italiani. Insomma la valle

poteva dirsi un compendio di tutt'Italia: tanti erano quelli che da

ogni paese vi si ricoverarono, allettati dalla vicinanza, dalla fida

compagna dei profughi e dalla speranza di prossimi cambiamenti.

E potevano essi consolarsene al vedere ed all'esagerare a se stessi,

secondo si suole, come in ogni parte germogliasse quel ch'essi

chiamavano seme della parola di Dio. Notissimo è come da antico

stessero ricoverati nelle valli subalpine di Luzerna e Agrogna a pié

del Monviso alcuni dissidenti, forse avanzo dei Valdesi, dei quali

portano il nome. Tollerati e tranquilli sinché i nuovi riformati

svizzeri li sollecitarono a metter fuori le professioni di loro fede,

e in tal modo provocare la persecuzione. A quelle chiese aveva servito

di molta dottrina Scipione Lentulo napoletano, e quando Emanuele

Filiberto duca di Savoja cominciò acerba persecuzione contro i

Valdesi, egli molto soffrì, indi ricoverò a Sondrio, poi a Chiavenna,

coltivandovi le nuove credenze in compagnia di Simone Fiorillo, pur

napoletano.

Molto radicarono le nuove opinioni in Vicenza, ed un'accademia di

quaranta si era radunata per prendere partito del come credere e

adorare. Inquisizione ecclesiastica non tollerava Venezia, ma i suoi

inquisitori di Stato colsero cotesti novatori, e fecero strozzare

Giulio Trevisani e Francesco di Rovigo: gli altri scamparono a rotta.

Fra i quali Alessandro Trissino con altri riparò a Chiavenna, donde

scriveva al concittadino suo Lionardo Tiene, perché con tutta la città

abbracciasse una volta a viso aperto la riforma.

I Socini di Siena avevano intanto spinta più logicamente la libera

interpretazione del Vangelo; e, invece di arrestarsi a confini

arbitrarj, negarono la Trinità e in conseguenza la redenzione. Fu loro

discepolo Giampaolo Alciato da Milano, che predicò a Ginevra(15) ed in

Polonia con l'altro sociniano piemontese Giorgio Biandrata; e Calvino,

che visto il trascendere della riforma pensava frenarla coll'autorità

che aveva scassinata, avventò contro lui parole certo non tolte dal

Vangelo: "uom non solo di stolido e pazzo ingegno, ma di affatto

farnetico sino alla rabbia". E Teodoro Beza, altro caporione, lo

intitolò "uomo delirante e vertiginoso" onde, mal sicuro a Ginevra,

ricovrò verso il 1560 a Chiavenna.

Nella visita fatta alla Valtellina nel 1594, il Ninguarda vescovo di

Como trovava ricovrati a Sondrio parecchi sbanditi dalla patria,

singolarmente artefici di Cardona e del Bresciano; Natalino da Padova,

Calandrino da Lucca, Luigi Valesano prevosto di San Mojolo; a Boalzo

il domenicano Forziato Castelluzio calabrese; a Poschiavo, frate

Agostino agostiniano d'Italia (forse è il suddetto Mainardi), che già

aveva tratto dalla sua un quarto degli abitanti; a Morbegno avevano

messo famiglia Giulio Sadoleto di Modena, Bernardo Passajotto

vicentino, Pier Giorgio d'Alessandria sartore, Giovan Battista ed

Aurelio Mosconi del Polesine, Francesco Rapa di Musso, Paolo Benedusio

e Giovanni Antonio Corte di Gravedona e vi predicava Girardo

Benedettino di Fossano piemontese.

Caspano, il semenzajo della nobiltà valtellinese, abbondava più che

altri di evangelici, come essi si intitolavano o di eretici come

gl'intitolavano i nostri, ai quali predicava Angelo cappuccino

piemontese; Lorenzo Gajo di Soncino minor osservante predicava a

Mello, e un cappuccino a Traona. In altri libri scontrai Ottaviano Mej

lucchese(16), uomo di grande erudizione in greco ed ebraico, e di

virtù lodatissima, che per lungo tempo fu ministro in Chiavenna e morì

nel 1619; Antonio dei Federici di Sonico in Valcamonica stava a casa

in Teglio. Ortensia Martinenga contessa di Barco(17) viveva a Sondrio.

Isabella Manrica di Bresegna napoletana, ricchissima e colta e in

relazione con Annibal Caro, stette a Chiavenna in povertà e ritiro,

alla quale dedicarono Celio Curione la vita della Morata, e frate

Ochino l'opera della presenza di Cristo nel Sacramento. Marcantonio

Alba di Casale Monferrato era predicante in Malenco. Plinio

Parravicino comasco a Vicosoprano. Antonio Tempino di Gardona in

Teglio. Vincenzo Parravicino comasco, ministro nei Grigioni, voltò dal

francese in italiano il trattato di Mestrezat sulla comunione di Gesù

Cristo nel sacramento della cena. Aggiungiamo frà Francesco Carolini,

Paolo Barretta ed Antonio Crotti da Schio vicentino; altri ce ne

verranno nominati nel processo di questo racconto.

Non so se qui porre il famoso Lodovico Castelvetro, che il Fontanini

incolpò, il Muratori difese dall'apostasia. Certo è che Modena, sua

patria, andava molto presa alle nuove dottrine; un'intera accademia ne

venne accusata, e fin due di provata virtù, Egidio Foscherari vescovo

ed il celebre cardinal Morone, n'ebbero a soffrire persecuzione. Il

Castelvetro, a parte dell'accademia, fu pure a parte dei guai. Entrò

poi con Annibal Caro in una di quelle baruffe delle quali di tanto in

tanto i letterati italiani rinnovano lo stomachevole spettacolo. E

allora, come adesso, non si agitavano solo coi reciproci strapazzi e

col prezzolare la penna di quei petulanti per cui è un bisogno

l'odiare e il farsi odiare, e che non avendo bontà che fregi la

memoria loro aspirano alla fama di Erostrato, insozzando altrui col

proprio fango, ma correvano le coltella e i titoli infami e (se ne

consolino i nostri) l'infame spionaggio: e il Caro, o i partigiani di

lui, scesero alla codardia di rapportare il Castelvetro al

Sant'Uffizio. Il Sant'Uffizio non era un ministero, con cui fare a

credenza. Onde il Castelvetro per timore degli _esorbitanti_ rigori

dell'inquisizione, colpa o no che ne avesse, riparò a Basilea, a

Lione, a Ginevra; poi con Giovanni Maria suo fratello si condusse a

Chiavenna(18). Quivi si avvenne a Francesco Portocretese, amico suo

d'antica data, già lettore di greco in Modena e in fama dei più dotto

uomo d'allora, il quale già era con lui stato involto nell'affare

dell'accademia, poi vissuto con Renata d'Urbino, e scoperto aderente a

Calvino aveva dovuto dar un addio all'Italia. Il Castelvetro, per

compiacere a molti giovani studiosi, teneva in Chiavenna ogni giorno

una lezione sopra Omero ed una sopra la _Rettorica ad Erennio_,

discretamente sofistico, gonfio di sé e sprezzator degli altri e

sapendo non credere tutto bello, tutto vero ciò ch'è antico: fors'anco

vi leggeva ai giovani quei commenti sul Petrarca che abbiamo a stampa.

Secondo il merito lo stimò e lo protesse Rodolfo dei Salis di Solio,

il quale a lui morto pose una lapide(19), che diceva come, fuggito

dalla patria per iniquità d'uomini malvagi, dopo decenne esilio,

finalmente su libero suolo, morto libero, libero riposava. Venne

tacciato il Castelvetro d'avere tradotto un libro di Melantone, con

quel suo carattere di stile che non può essere contraffatto: nelle

opere postume, comunque temperate dagli editori, trovò la curia romana

di che condannarle all'indice, ma benché scomunicato, non consta

ch'egli abjurasse la fede. Il che, se stato fosse, non l'avrebbero

taciuto i nemici per vendetta, i religionarj per trionfo.

Chiarissimo tra i rifuggiti in Valtellina è Pier Paolo Vergerio, che

spedito nunzio del papa in Germania quando più il luteranesimo

acquistava, caldamente operò a bene della vera fede. Le sue lettere

spirano religione, vivo zelo per gl'interessi di Roma e speranza di

richiamare sul cammin dritto Lutero, col quale anche s'abboccò. Ma

tornato, quando attendeva la porpora in premio di sue fatiche,

l'invidia il bersagliò di maniera che, allontanato da Roma, fu messo

vescovo prima a Mondrussa in Croazia, poi a Capodistria sua patria.

Ivi egli pose studio a correggere gli abusi della sua Chiesa,

allontanare il convento delle monache da uno attiguo di frati, cessare

le leggende di san Cristoforo e del drago di san Giorgio, levare certe

strane effigi, negar ai santi la protezione speciale su certe

malattie, togliere le tavolette dei miracoli. Per questo gli furono

addosso i frati zoccolanti ed altri operosi nemici quali il celebre

Muzio, povero arnese che la corte romana pagava allora come suo

campione, e monsignor della Casa, l'autore del _Galateo_, che lo

dipinsero come luterano marcio nel cuore. Tali accuse acquistavano

allora sì facile credenza, come una volta le stregherie e nei tempi a

noi vicini quelle di giansenista e l'altre generiche, a cui la

vaghezza toglie di esser colpite di risposta. Il Vergerio si condusse

al concilio di Trento, a radunar il quale efficacissima opera aveva

prestata, ma ne venne rigettato: ricovrò a Padova e sentendosi o

temendosi ricercato fuggì in Valtellina, e fu sentenziato d'eresia.

Chi sente la rara virtù di resistere con tranquilla mente agli iterati

colpi della fortuna, ossia della malvagità degli uomini, slanci la

pietra contro di lui, perché il dispetto, il bisogno, la disperazione

lo trasformarono in un furioso novatore. Girò la Germania portando

seco, invece di tesori mondani, molti scritti dei novatori, dicendo

"con certa sua eloquenza popolare ed audacemente maledica" cose di

fuoco contro monsignor della Casa, principalmente per quei sozzi

capitoli della Formica e del Forno, contro Paolo III, contro il

Concilio, contro le fede: "e sono certo--dice Bayle--che pochi libri

si facevano allora, i quali fossero letti con più avidità da costui".

A persuasione di lui, gli Svizzeri non intervennero al Concilio. I

Grigioni, che vi avevano mandato il vescovo Tomaso Pianta, lo

richiamarono. A Pontaresina, ai piedi del monte Bernina, predicò il

Vergerio sulla giustificazione e sui meriti della morte di Cristo e

ridusse gli abitanti alla riforma, come pure a Casaccia sotto la

montagna Maloggia. E la chiesa di Poschiavo consacrò al nuovo

culto(20), a cui tanti proseliti acquistava la sua apostasia. Quando

nel 1553 visitò la Valtellina, una deputazione supplicò il governatore

di impedirlo, altrimenti non rispondevano degli scandali che potessero

nascere; e il Vergerio si tenne per avvisato, e si ritirò. Ma nel 1563

il nunzio papale Visconti scriveva da Trento a san Carlo, essersi per

lettere del monsignor di Como inteso che il Vergerio si trovava in

Valtellina, predicando ogni male del Concilio. Poi, mentre aveva

perduta l'alta sua posizione nel clero cattolico, non acquistò la

confidenza dei protestanti, perché libero pensatore, e non aderendo a

Lutero più che a Zuinglio, diveniva sospetto a tutti. Il far

episcopale che conservava ingelosì i ministri retici, talché si

ricoverò a Tubinga, dove morì al 1565 ed alcuni ne dispersero le

ceneri.

Così i Riformati già erano a lite fra loro. E anche in Valtellina i

rifuggiti, come avviene quando il senno individuale sottentra al

comune, mancava un punto d'accordo. Abbandonandosi all'orgoglio della

libera interpretazione mettevano fuori sottigliezze ed errori ogni

giorno nuovi e, intolleranti quanto coloro da cui si erano staccati,

ognuno accusava l'altro perché facesse uso di quella libera ragione

sulla quale egli stesso si appoggiava. In esecrare il papa e riprovar

la chiesa cattolica e abbattere il clero erano unanimi, ché facile è

accordarsi nell'odio e nella negazione. Ma quando si venisse ai dogmi,

nasceva quella confusione che è inevitabile ove ognuno ha diritto

d'essere interprete della parola di Dio. Repudiato poi il simbolo

cattolico, che pure traeva autorità dall'ispirazione superna, qual

ragione doveva legarli al simbolo luterano o al calvinista, opere

d'uomini, variate nelle successive edizioni? Quindi molti

trascorrevano con Socino a negare la trinità, o cogli Anabattisti a

non accettare che la personale aspirazione.

Francesco Calabrese e Girolamo da Mantova predicavano apertamente

contro il battesimo dei bambini in Engadina, onde furono espulsi

dall'inquisizione protestante, che non era meno intollerante della

romana. Camillo Renato spacciò uguali dottrine a Caspano, poi a

Chiavenna; e vi costituì una chiesa separata ove s'insegnava che

l'anima finisce col corpo, che soli i giusti risorgeranno ma con corpo

diverso, che niuna legge naturale impone cosa fare od ommettere, che

il decalogo è inutile a coloro che credono, lor legge essendo lo

spirito, che il battesimo e la cena son semplici segni di avvenimenti

passati, e non portano alcuna grazia particolare o promessa. Il

Mainardo tentò correggerlo, e stese una confessione di fede che ne

riprovava gli errori, ma esso gli rispose violentemente, incoraggiato

dal Negri e dallo Stancari. Benché il sinodo grigione del 1547 lo

condannasse al silenzio, continuò e infine il concistoro di Chiavenna

lo dichiarò scomunicato. Adopravano cioè le armi dell'autorità, quelli

che l'autorità impugnavano. Camillo è dato dai contemporanei come

maestro di Lelio Socino, il quale in fatto molto il frequentò a

Chiavenna. I suoi seguaci procurarono che per gl'Italiani riformati si

stabilisse un sinodo di qua dei monti, senza dover condursi a quelli

fra i Grigioni, paese lontano, di lingua diversa, e dove si

tolleravano alcuni riti cattolici, di qui ripudiati. Ma si conobbe

ch'era arte per prevalere dove minor fosse il numero, e che

pericolerebbero le chiese cisalpine col disunirsi dalle retiche.

Anche Michelangelo Florio ministro a Solio, e Gerolamo Torriano a

Piuro variarono intorno all'espiazione. Luigi Fieri bolognese a

Chiavenna impugnò la divinità di Cristo, onde fu scomunicato nel

sinodo del 1561. E poiché gli Antitrinitarii erano perseguitati in

Isvizzera, molti vennero in Valtellina, fra cui Camillo Socino,

Marcello Squarcialupo medico di Piombino, Niccolò Camulio, ricco

negoziante, che col Torriano suddetto e con Bartolommeo Silvio

ministro di Traona predicavano nel loro senso, finché il sinodo del

1571 li sbandì. Il qual sinodo approvò il diritto dei magistrati di

riprovare l'eresia. Anche l'Alciati e il Biandrata nel 1579 furono

esclusi per sempre.

Adunque si comincia col titolo di riforma, e presto si giunge alla

rivoluzione. I rivoluzionari impugnano tutto il passato e vogliono

stabilir un avvenire, ma tosto sorgono altri, per cui quei primi

motori son gente attardata, son retrivi, son tiranni e alla loro volta

sono sopravanzati da altri, che non trattano più di riformare ma di

abolire, non negano solo il papa, ma Cristo. I primi novatori invocano

allora l'autorità dei libri santi, impongono simboli nuovi, dopo

aboliti i vecchi. Chi non crede chiamano eretico, e se non basta

scomunicarlo il fan passibile di pene temporali. E tutto ciò nel giro

di pochi anni.

Non occorre aggiungere che i titoli di anabattista e d'ariano erano

regalati a questo o a quello dei riformati per puro pretesto

d'ingiuria e scredito, come erano ripicchiati quei di papista e di

frate, pascolo troppo consueto dei partiti: chi nutriva rancore con un

altro lo tacciava d'eretico e traditore e spione, e il volgo ignorante

e dotto credeva, come fa sempre, alle ingiurie generiche. Oltre che ai

rifuggiti d'ogni fazione suole mescolarsi una ciurma miserabile e

intrigante, che tutte le fazioni disonora e ruina.

Il Sacro Macello Di Valtellina · 第 6 / 15 题