Si comprende l’effetto che fece sulla popolazione di campagna e della
città la pubblicazione del manifesto reale e la predica dei preti e dei
frati nelle chiese e per le piazze.
Si è veduto qual fosse lo spirito del ceto medio e illuminato di
Napoli, da ciò che abbiamo raccontato in proposito dell’arresto dei
giacobini e delle esecuzioni di Emmanuele de Deo, di Gagliani e di
Vitagliano; ma tutta la classe del lazzaroni, vale a dire la più
numerosa, centomil’anime all’incirca, erano per il re, e consideravano
i francesi come empii, eretici e scomunicati.
Il manifesto del re non era che un appello al brigantaggio; ora il
brigantaggio è cosa nazionale negli Abruzzi, nel Masico e nella Terra
di Lavoro. Ognuno prese il fucile, la scure ed il coltello e si mise in
campagna, senza altro scopo che la distruzione, senz’altro eccitamento
che il saccheggio, secondando il suo capo senza obbedirgli, seguendo il
suo esempio e non i suoi ordini. Masse di soldati erano fuggiti innanzi
ai francesi; ed ora uomini isolati movevano contro di loro; una armata
si era dispersa, un popolo usciva dalla terra.
Quanto avveniva poi in città; era una confusione spaventevole quella
di vedere tutta una classe intiera della società, il mezzo ceto,
circa un terzo di Napoli, quelli che si dicevano patriotti e gli
altri chiamavano giacobini, stavano rinchiusi temendo di esporsi,
mostrandosi, al furor del popolo, che la sola vista di un pantalone o
di una testa acconciata alla Tito bastava ad aizzarlo al suo più alto
grado.
Si formarono degli assembramenti su tutte le piazze al largo Castello,
al largo della Trinità, al largo delle Pigne, al mercatello, al vecchio
mercato, a largo di Palazzo; infine dovunque vi era spazio eravi un
palco, e su di esso predicava un frate col crocifisso in mano.
Gli assembramenti ingrossavano enormemente; un lazzarone s’improvvisava
capo, si metteva alla loro testa, e percorreva le vie di Toledo, di
Chiaia, di S. Lucia, gridando: Viva il re! morte ai giacobini! morte
ai francesi! Innanzi a questi attruppamenti, tutte le botteghe, tutte
le finestre si chiudevano; e giunta la sera, si era in dicembre con un
tempo piovoso e freddo, si accesero grandi fuochi, e intorno ad essi si
passava la notte, bevendo, cantando ed urlando.
La regina, guardando spesso dalle finestre, si spaventava anch’essa di
questa tempesta, che contribuiva a sollevare, senza sapere, se sotto
quegli impeti burrascosi non si sarebbe rovesciato anche il trono.
Però alla vista di quella sollevazione generale, alle notizie che
arrivavano dalle provincie, il re riprendeva un po’ di coraggio.
Lasciava intravedere la possibilità di organizzare tutti i mezzi di
resistenza che il fanatismo metteva a sua disposizione, e di aspettare
i francesi.
I contadini continuavano a far miracoli di fanatismo, e gli ufficiali
dei prodigi di viltà.
Tschudy, vecchio colonnello svizzero che comandava a Gaeta, ne aveva
aperte le porte, malgrado la sua riputazione di imprendibile.
Civitella del Tronto, fortezza situata in cima ad un monte
inaccessibile, era difesa da uno spagnuolo, di cui non mi ricordo più
il nome: dopo dieci ore di assedio, si arrese prigioniero di guerra con
tutta la guarnigione.
Il comandante Pricard, governatore del forte di Pescara, non aspettò
nemmeno che l’assedio fosse incominciato: si arrese alle prime
dimostrazioni ostili.
Ma in cambio, i contadini abbruciavano, scannavano, massacravano tutto
quanto cadeva loro nelle mani; si erano impadroniti della città di
Teramo, che avevano ripreso ai francesi; il ponte fortificato di Teramo
era caduto nelle loro mani; avevano spezzato la catena dei battelli che
lo componevano, ed i battelli dispersi erano andati per la corrente.
Una massa di volontari era uscita da Terra di Lavoro; percorreva la
linea del Garigliano abbrucciando i ponti, imboscandosi intorno alle
strade, assassinando i messaggieri, gli uomini isolati, e fin anche
piccoli distaccamenti di soldati.
D’altra parte; se Gaeta, Civitella del Tronto e Pescara si erano rese,
Capua teneva fermo, e Macdonald aveva sofferto un rovescio sotto le
sue mura; Duhesme era giunto innanzi a Capua con due ferite ancor
sanguinose, il generale Maurizio Mathieu ebbe spezzato il braccio da un
colpo di fuoco; il colonnello d’Arnaud era stato fatto prigioniero, il
generale Boisregard era stato ucciso e Championnet usciva tutto ansante
dalla Terra di Lavoro, pronunziando i nomi ancora ignoti di fra Diavolo
e di Mammone, che più tardi dovevano diventar tanto celebri.
Il prestigio si dileguava. Se i francesi erano sempre invincibili, per
lo meno, non erano invulnerabili.
Dicevasi, che l’armata francese raccoglievasi intorno a Capua, non già
coll’intenzione di prenderla; ma per prepararsi una ritirata onorevole
in mezzo a popolazioni sollevate.
Tutte queste notizie davano coraggio a Napoli, il re era talmente
amato, che non soltanto compensava l’impopolarità di Acton e della
regina, ma la faceva anche dimenticare. Quella fuga del re che gli
aveva fatto un torto immenso presso tutte le persone intelligenti, lo
aveva reso ancor più caro a’ lazzaroni, i quali andavano ripetendosi
a vicenda che il re, tradito dalla sua armata, era venuto a rifugiarsi
in mezzo ai suoi cari lazzaroni. D’altra parte le persone intelligenti
del partito del re, ve ne era ancora un certo numero a Napoli, dicevano
che vi erano ancora quarantamila uomini almeno nelle mani di Mack e di
Damas, che Naselli poteva ricondurne otto o dieci mila dalla Toscana,
che le bande armate si erano sollevate all’appello del re, e correvano
la campagna, e poteva ammontare a quindici mila uomini almeno. Tutta
questa forza riunita a sessantacinque mila uomini almeno, appoggiata
ad una città di cinquecento mila abitanti, ed alla triplice flotta
inglese, portoghese e napolitana.
Era evidente che in questo oceano di uomini, dieci o dodici mila
francesi sarebbero tosto dispersi ed inghiottiti.
Ma ciò non rassicurava ancora la regina, sentiva che oltre all’odio che
aveva per i napolitani, i napolitani anch’essi l’odiavano, Acton aveva
con essa il sentimento di quest’odio, inoltre fin dai primi momenti
la paura si era impossessata degl’inquisitori di Stato, Castelcicala,
Vanni, Guidobaldi, si sentivano circondati da vendette segrete, ognuno
tremava per l’avvenire e creava un progetto di fuga.
Nelson che rispondeva di tutto in Sicilia, non rispondeva di nulla a
Napoli.
Ma se il re fosse rimasto a Napoli nessuno avrebbe osato di lasciarlo.
Bisognava dunque decidere il re con qualche spettacolo terribile che lo
spaventasse, e lo cacciasse per così dire da Napoli.
Non posso affermar nulla di quanto sono per raccontare, se vi fu
delitto, fu deliberato ed eseguito fra la regina ed Acton; io non ne so
nulla, e quasi direi che non ci credo nemmeno.
Ho già detto una parola dell’imbarazzo che cagionava Ferrari per aver
consegnato al re un dispaccio falso.
Se in simili circostanze il re venisse a sapere che in un modo o
nell’altro era stato ingannato, la sua collera poteva diventare
terribile.
Ho già raccontato che alla sera del 19 era giunto un dispaccio da
Vienna. La regina che stava in guardia su tutto ciò che veniva da
quella parte, lo sorprese.
Se questo dispaccio fosse giunto nelle mani del re, gli avrebbe
rivelato tutto. L’imperatore scrivevagli che agendo prematuramente
aveva tradito la causa dell’Europa, e meritava di essere abbandonato al
suo destino.
Da quel momento Ferrari, che non era che giudicato, fu condannato, e la
sua morte fu destinata a spaventare il re.
Lo ripeto, in tutto questo affare, non parlo che per quanto ho udito
a dire. Io pensava in silenzio su questo fatto, non potendo dire con
certezza la verità, come in altre cose in cui presi parte.
Credo di aver parlato di un certo Pasquale De Simone, che la regina
teneva al suo servizio, e per questa ragione era chiamato lo sbirro
della regina.
Egli ricevette, si dice, cinque mila ducati, con ordine di spargerne
una parte fra il popolo, e particolarmente fra gli uomini del porto ed
i marinai.
Si trattava di disfarsi d’un uomo che Pasquale de Simone indicava alla
collera del popolo, trattandolo da giacobino.
Al venti, verso le dieci di mattino, Ferrari usciva di palazzo, latore
di un viglietto del capitano generale per lord Nelson.
Pasquale de Simone lo aspettava alla via del Piliero, vale a dire
sull’angolo della banchina in faccia al molo.
Con un segno, fece conoscere ai marinai, indicando Ferrari, che era
l’uomo in questione.