L’ultima finestra della casa, al primo piano, verso ponente, s’apriva
fra le rame flessibili del gelsomino. Una mano delicata le dirigeva, le
domava, le dissetava, le intrecciava in riposo, le avvinceva in catene
fraterne. Quando le piccole costellazioni bianche si staccavano, erano
raccolte con tanta sollecitudine che non una veniva contaminata dal
fango del terreno o dalla bava dei ragni, che anelavano a quel candore.
Ma nell’ombra fresca dai riflessi di smeraldo serpeggiava un
soffio vivo, indomabile, che si sfogava in cento insidie piccine,
malignamente. Gli olezzi diffondevano la più eloquente delle serenate;
qualche tralcio ribelle dava ogni dì la scalata e s’insinuava a spiare
nella stanza, avido: le ciocche fiorite si protendevano, offrivano i
mazzetti naturali, desiderosi di avvizzire su un seno ardente; alla
brezza, che le carezzava, le foglioline rispondevano acconsentendo con
un fremito novo; al vento che passava fischiando, i rami si dibattevano
desolatamente.
La finestra s’apriva di buon mattino e l’alito verginale che ne usciva,
blandiva il soffio maligno, stornava le insidie, mitigava le ebbrezze.
Quando un fior di cardenia apparve sul davanzale.
Quel fior di cardenia venne disputato alla distruzione a lungo,
tenacemente. Tutta la notte l’anforina di cristallo rosa che reggeva
la corolla rimaneva sul parapetto, fuor dell’imposte chiuse, assistendo
al colloquio della cardenia con la luna piena; candida e sola come lei.
Il gelsomino fu negletto; le rame crebbero vagabonde e selvagge fino a
ricascare su loro stesse stanche del vano errare; le stelline bianche
emigrarono liberamente, ma per posar presto in un molle strato odoroso
sul terreno, come un sudario mistico; qualcuna s’indugiava, si smarriva
nei meandri verdi, s’impigliava fra le ragnatele lievi, iridate,
luminose, in fondo a cui il ragno attendeva.
Infine il fior di cardenia ingiallì del tutto e fu portato via.
Ma venne poi una gabbiuzza popolata di colibri, poi un pappagallo
fiammante, poi una scimmietta freddolosa, poi un virgulto di rose,
poi una coppa riscintillante di pesciolini d’oro. Inutile; la morte
spazzava tutto via. Qualche cosa dava il malocchio a quella finestra
che s’apriva fra le rame di gelsomino.
Nell’inverno la camera fu rimessa a nuovo: cortine azzurre, lievi,
scesero lungo le doppie vetrate dov’era una fioritura di mammole, e una
lampada ardeva tutta notte, velata e misteriosa, come in un santuario.
I viandanti che passavano intirizziti levavano lo sguardo sorridenti o
sospirosi e bisbigliavano: «Là regna Amore...»
Ma il gelsomino non udiva; era atrofizzato dal gelo, e ignudo, inerme,
dormiva. Quando il bacio pietoso della Primavera lo destò, ahimè!
si vide mutilato e inceppato vigorosamente contro il muro! Invano si
ribellò, invano i mazzetti implorarono sotto il davanzale il rifugio
tepido, consueto; invano la fragranza dispersa nell’aria si diffuse
in elegie amorosamente, e le stelline erranti si posarono fra le
stecche delle persiane come per esplorare, e i tralci più arditi si
svincolarono e bussarono stimolati dal vento; la finestra dalle cortine
azzurre irrideva, soave, al loro dolore. Così trascorse l’estate, una
lunga estate.
In ottobre, mentre le prime pioggie scendono a risvegliare
inesorabilmente dal sogno di una tornante primavera, nella lotta fra le
illusioni che evaporano con gli ultimi profumi di tutti i fiori della
terra, e le gelide realtà che piovono con le fredde lagrime del cielo,
— la finestra rimase chiusa, triste, e i rami ingigantiti infransero i
loro ceppi, e la flagellarono sera e mattina ululando ferocemente.
Dopo molti giorni la finestra si riaprì, in un vespro d’oro,
nell’assenza degli olezzi e nell’immobilità delle fronde che
oscillarono estatiche, quasi spaurite della conseguita vittoria. La
finestra rimase vuota e aperta fino all’alba, con le cortine calate
e le imposte che gemevano sui cardini in uno sconsolato abbandono.
Nell’alba nebulosa, livida, fredda, le cortine azzurre tremolarono,
uscirono e palpitarono in alto, come due aluccie impazienti di volar
via. Allora pel varco libero, simile a un piccolo stuolo vittorioso e
invadente, entrò nella camera della morta uno sciame di gelsomini.
Ultimi bagliori.
Il conte Alberto Farigliano di Roccamare rientrava intirizzito dal
nevischio pungente d’un uggioso pomeriggio di Febbraio. Gettati al
servo pelliccia e cappello biancheggianti di diaccioli, traversò
lesto l’appartamento in cui il calorifero diffondeva un tepore più
che primaverile e giunse al remoto salottino di sua moglie. Era
sicuro di trovarla laggiù. La contessa infatti pareva addormentata
nell’ampia poltrona di broccato nero, quasi bocconi, col volto
nascosto in un piccolo guanciale morbidissimo posato sul bracciolo.
In quell’atteggiamento, coll’abito sciolto e lucente di felpa bianca
dai riflessi madreperlacei, nella luce azzurreggiata dalle tendine
abbassate, diede ad Alberto l’idea d’una perla nella sua nicchia. Egli
inoltrò chetamente: nel ricco salotto ondeggiava un acuto profumo di
cardenia. Non si vedeva nulla del volto di lei; solo l’ammasso dei suoi
capelli fini, castani, allentati con un po’ di disordine, e le sottili
mani aggrappate al cuscino. Alberto la contemplò lungamente. Poi si
mosse per andarsene, ma nel movimento un po’ brusco urtò una sedia
leggiera, fuori di posto, e la signora sussultò forte, levando il viso
sbiancato e fissandolo sbigottita, come se nel primo momento non lo
riconoscesse.
— Dormivi?
— Sì, forse... da quanto tempo sei qui, Alberto? — chiese alla sua
volta lei, che abbozzò un sorriso, subito dileguato come un ombra sulle
sue labbra tremolanti, e le bianche mani passarono e ripassarono sugli
occhi. — Ho un po’ di emicrania oggi; — aggiunse con un fil di voce.
— Tieni troppo caldo e troppi fiori intorno a te, mia cara. Or’ora
stavo per farne un fascio. Tu finirai per asfissiarti, esagerando così.
Essa stava immobile, con le mani serrate alle tempie, gli occhi fissi
sui meandri del tappeto. Poi, risolutamente, si alzò e venne fin presso
la scrivania d’un squisito stile del Rinascimento, sulla quale si mise
a frugare senza scopo.
Nella penombra, fra i larghi fogliami esotici e i mobili artistici,
quell’alta figurina bianca pareva svanire come una parvenza. Suo marito
le cinse la vita con un braccio e l’attirò a sè, dolcemente.
— Sai, Letizia, ho una cattiva notizia da darti. Mi tocca partire....
La contessa trasalì ancora, lo guardò rapidamente coi bellissimi occhi,
e si sciolse dall’abbraccio.
— Dove vai?
— A Berlino... Sono incaricato di una missione di qualche importanza
dal ministero e, capirai, col ministero non si scherza. Parto lunedì.
— .... Starai lontano molto tempo?
— Temo di sì. L’affare per cui vado non è da sbrigarsi in poche ore...
Tre, quattro, cinque mesi.... ma poi vedremo.... Non ne so nulla
insomma.
La contessa Letizia rimase a capo chino e fra loro vi fu un prolungato
silenzio. Eppure era lo stesso impulso che lottava nei loro cuori con
degli ostacoli suscitati dalla loro diversa debolezza: era lo stesso
sottile sgomento pauroso per una parola ch’egli avrebbe voluto sentirsi
dire da lei che rimaneva muta, per una parola che Letizia aveva terrore
di sentirsi dire, in quel giorno, in quell’ora...
— Pensavo che tu potresti.... — la contessa ebbe un piccolo moto di
altera meraviglia — tu potresti passar questo tempo dalla zia Fanny o
pregarla di venirti a tenere compagnia. Per rispetto alle convenienze
non sarebbe bene che tu rimanessi sola....
Letizia continuava a guardarlo come se pensasse a tutt’altro. — Sì, —
mormorò poi; — riflettevo anch’io a questo.
— ..... allora siamo perfettamente d’accordo, — concluse Alberto con la
sua freddezza solita. Ed uscì.
— Come sono vile, ah come sono vile! — disse in cuor suo la giovine
contessa; e si lasciò andare sulla seggiolina della scrivania, tutta
pallida, a occhi chiusi; mentre due grosse lagrime le rigarono le
guancie e caddero in bollicine sulla sua cartella dalle cifre d’oro.
Ma ecco che dinanzi alle palpebre abbassate, come se un velario fosse
calato dinanzi alla realtà della sua vita per lasciarla vivere più
intensamente nel sogno, le ricomparve repente la balda e bionda figura
d’uomo, di un uomo che non era suo marito, fissa come l’aveva avuta
inesorabilmente in tutta quella penosa giornata, ed essa, questa volta
per cacciarla spietatamente, aperse gli occhi.
Fu un rimedio vano. Se la visione svanì, i suoi pensieri seguirono
fluenti il loro corso, come l’onda del ruscello gira intorno ad un
debole ostacolo messo per arrestarla....
Lo aveva riveduto dopo quattro anni, improvvisamente, quel giorno
stesso, nell’uscire dal salotto d’un’amica, mentre egli vi entrava. E
nello scoprirsi il capo biondo, cedendole il passo, l’aveva misurata
con lo sguardo sàturo d’una tal curiosità volgare e galante che
Letizia aveva arrossito. Ma aveva arrossito meno per l’indignazione
che per il colpo di trovarselo lì dinanzi quando meno ci pensava,
e con lo stesso fàscino irresistibile ch’era stato il tormento e il
sorriso dei suoi sedici anni. Un vanesio, del resto, quel tenentino di
cavalleria! Non aveva il capo che a far la corte alle signore eleganti,
mentre le signorine gli sospiravano dietro: ella lo sapeva; lo aveva
già giudicato col suo nascente senno di giovinetta, da quel contegno
irragionevolmente mutevole con lei, innamorata di lui da morirne,
sempre.
Era così spigliato, così attraente, così carino! Una volta, l’ultima
volta che si erano incontrati le aveva giurato che se il padre di lui
non desisteva dall’opporsi al loro matrimonio, si sarebbe ucciso... Uno
spavento, un supplizio... una dolce e tremenda e insistente tentazione
di fuggirsene davvero attraverso l’Europa, com’egli le proponeva.... Ma
aveva troppo pensato al dolore dei suoi; le era mancato il coraggio.
Poi quell’amore tempestoso, a pause, nutrito di stranezze che non
capiva e di audacie che la rimescolavano, le faceva paura..... Era così
ingenua e così giovine! Dopo, non si erano più riveduti, ma essa sapeva
che non era morto, che viveva come prima, più di prima.
A diciotto anni aveva sposato, senza entusiasmo, ma con affezione
profonda, il giovane diplomatico che suo padre le presentava.
Quell’amore gentile, rispettoso, cavalleresco, quasi tutto fiori e
delicatezze, le era parso un refrigerio, e la sua anima ancora un po’
malata e la sua gracile fibra di damina spirituale, vi avevano trovato
una soavità infinita. Meno qualche vampata di quando in quando che le
portava un palpito e un malessere d’un minuto, al tenente biondo non
pensava più.
...... L’oscurità aveva invaso il bel salotto profumato di cardenie,
quand’ella, levandosi svogliatamente, si avvicinò alla finestra e
rialzò le tendine. A Roma la neve non dura; non se ne vedeva più
traccia: pioveva. Pioveva monotonamente, tranquillamente. Letizia
rimase con la fronte che bruciava, appoggiata ai cristalli, lo
sguardo smarrito. Ancora una lotta. Anderebbe o no al _Bal-en-rose_
dell’ambasciata di Francia, quella sera? Da un lato l’aspirazione alla
pace, all’oblio, il presentimento vago di un pericolo....; dall’altro
il desiderio stesso di questo pericolo, il fascino d’un’emozione
nuova, il piacere acre di riaprirsi una ferita nel cuore per sentirlo
palpitare più forte.....
— Il pranzo è servito, — annunziò la voce indifferente del domestico
dalla soglia.
La contessa si scosse. Erano soli, suo marito e lei, quella sera a
mensa. Dio! una lunga, penosa dissimulazione..... Si ravviò alla meglio
i capelli, al buio, per non chiamare la cameriera e s’avviò, lenta, per
le stanze illuminate verso la sala da pranzo.
*
* *
Si fecero servire il caffè accanto al fuoco nella sala da pranzo vasta
e severa. Letizia, seduta un po’ di traverso sul seggiolone dall’alta
spalliera, appoggiava sul paracenere i piedi, piccoli, calzati di
raso color madreperla, come l’abito a cui la fiamma prestava strani
bagliori; Alberto, vestito come sempre, correttamente di nero, nella
sedia di fronte centellinava il caffè fumante, odoroso. Erano soli,
silenziosi; un’atmosfera di noia e di tristezza gravava. Durante
il pranzo, fra il via vai dei servi, avevano scambiato qualche
osservazione, qualche frase insipida; ma ora non si pigliavano neanche
più la briga di fingere e la loro tormentosa preoccupazione rispuntava
evidente.
— Riuscirà molto bene a quel che pare il _bal-en-rose_ dell’Ambasciata
francese, — uscì a dire finalmente Alberto, posando il tazzino; — le
sale sono addobbate con buon gusto ed hanno trasformato la grande
terrazza in una grotta fantastica dove sarà bello riposare. Tu ci
vieni? — seguì col tono più naturale del mondo, ma che alla contessa
Letizia, per la disposizione d’animo in cui era, parve un abile quesito
indagatore. La lotta che ancora era in lei, cessò bruscamente.
— Sì, vengo, — rispose con alterigia senza alzare gli occhi.
— Hai dato gli ordini in proposito? — chiese il marito senza scomporsi.
— Sì... Ma perchè mi chiedi se vengo? Ti dispiace forse? — ribattè
la signora sollevandosi un poco e ritirando i piedi dal paracenere, i
piedini nervosi che s’agitavano continuamente, mentre negli occhi neri
e grandi era una cattiva espressione di sfida.
— Perchè dovrebbe dispiacermi, Letizia? Te lo chiedo, ricordandomi
d’averti sentito parlare di emicrania poco fa, e notando in te infatti
un aspetto un po’ sofferente.....
Quella compostezza, quel tono di voce tranquilla le fecero dare
una strappata ai cordoni del bell’abito dai riflessi di madreperla,
irritata, impaziente. Sentiva dentro di sè un fermento di rivolta, un
incalzante desiderio di ricatto, senza saper bene perchè.
— Invece io sto benissimo... — la sua voce risuonò stonata nell’ampia
sala; — ti prego di credere che sto benissimo e che non ho punto
bisogno di riposo....
— Quando è così, mia cara, — fece lui guardando l’orologio, — mi
pare che faresti bene ad allestirti. Le signore ci mettono un po’ di
tempo... — finì sorridendo.
La contessa si levò, gli passò davanti senza guardarlo, e quella vaga
figurina bianca scomparve, come una visione luminosa, sotto l’arco
dell’alta porta, dalla camera vasta e severa.
Alberto affisava il fuoco, immobile.
*
* *
— ...... ebbene, contessa, si va all’assalto di cotesta grotta ideale?
— le chiese con allegra baldanza il tenentino biondo, che non si era
più scostato da lei dopo quella fine di valtzer ballata intensamente,
in silenzio.
— Avanti, _en marche_! — rispose Letizia scherzosa, balzando in piedi.
Traversarono la gran sala da ballo, splendente, gaia d’abbigliamenti
in tutte le gradazioni di rosa come un gran roseto vivente, ella al
braccio di lui, animata, ridanciana, con uno scintillio negli occhi
neri. Non era più la languida signora che qualche ora prima nascondeva
la testa nei guanciali in atteggiamento sofferente; nel suo incedere,
nei movimenti, nelle parole aveva un’insolita vivacità. Eppure, una
delle mani sottili e bianche, nascosta ora dal lunghissimo guanto
profumato, brancicava nervosamente fra le pieghe dell’abito e sgualciva
alquanto l’ideale vaporosità della garza appena soffusa di color roseo,
come un’aurora.
Quel monello di tenente non smetteva intanto di susurrare tante
paroline belle col capo chino su lei fino a sfiorarle i riccioli,
paroline belle e spiritose, forse, giacchè ella ne rideva di cuore,
crollando la testa vezzosa e distribuendo saluti e sorrisi alle amiche
e ai conoscenti che incontrava e che la osservavano con una punta di
malizia negli occhi.
— Eccoci nel «regno delle favole» — canterellò sull’aria del
_Mefistofele_ il tenente De’ Falchi, entrando con la sua compagna, dopo
un giro abbastanza lungo attraverso l’infilata di sale, sulla terrazza
dove non c’era quasi nessuno.
Una ridente illusione. Una grotta scavata in qualche blocco enorme
di cristallo rosa. La luce viva, diffusa, dietro le pareti, ne
faceva spiccare il colore e la velata trasparenza. Rosai fioriti
s’arrampicavano qua e là fra i sedili di pietra nera, e i fili
d’argento delle fontane luccicavano misteriosi nei cespugli verdi,
ricascando con un sommesso mormorio nelle vasche seminascoste dalle
larghe e strane foglie di molli piante aquatiche. In terra uno spesso
tappeto bianco, vellutato, che in vari punti i pètali delle rose
sfogliate ricoprivano.
Quella luce opacamente rosea, dopo tanto sfolgorio di arazzi e di
festoni, riposava l’occhio e faceva pensare ad un paese misterioso di
sogni e di pace. Eppure Letizia non si sentì più tanto padrona di sè
come laggiù nelle sale rumorose, dove aveva risposto coi frizzi e col
sarcasmo brillante alle galanterie del giovane ufficiale. Le parve
che in quel silenzio tutta la sicurezza, di cui s’era compiaciuta in
segreto, vacillasse, e ne fu seccata. Ma non volle farlo supporre e si
soffermò ammirando.
— Il regno delle favole...! E la regina? — diss’ella senza nessuna
intenzione, ingenuamente, non dubitando di parer lei davvero
l’incarnazione della bellezza, della gioventù, della poesia, così
graziosa, bianca, delicata nell’abito vaporoso, stellato di brillanti.
De’ Falchi non si lasciò sfuggire l’occasione per dirglielo e lo fece
con parole così blande e così dolci che parevano carezze. La contessa
con piccole mosse comiche d’esagerata modestia si velava il volto col
ventaglio di trina. Poi, rannuvolandosi in un subito fra il gioco, ebbe
un sospiro.
Anche lui era bello, bello come un giovine Nume! Anche lui pareva un
eroe degli antichi tempi con la divisa luccicante, la bionda testa
irrequieta, gli occhi vivi, il personale slanciato. Come era bello
così! più bello nel suo meriggio di giovinezza, che quando, ancora
adolescente, quasi, le aveva parlato d’amore.
La musica che si udiva lontanamente, come un’eco, aveva ripreso. Un
crocchio di persone che conversavano laggiù si sciolse. La principessa
Montegaudio, passando accanto ai due, ebbe un’occhiata severa, ma il
vecchio generale ch’era con lei quasi sorrise. Letizia e De’ Falchi
rimanevano soli.
— Ce ne andiamo? — diss’ella con un tono indolente simulato: e lo
trasse con delicatezza dietro gli altri. Ma il tenentino fece due
passi, poi s’arrestò.
— Guardate prima nel _carnet_, vi prego! — disse come se domandasse la
proroga d’una sentenza crudele.
Guardarono insieme, mentre nella fretta del cercare le loro mani si
sfioravano. Non c’era nessun nome. Egli ebbe un profondo respiro di
sollievo.
— Non importa, non importa, — soggiunse Letizia, che pareva
contrariata. — Andiamo in un altro luogo.
— Dove trovare un luogo più bello per la vostra bellezza?.... per la
mia ammirazione?..... Io passerei la vita, qui, con voi....
— Prima di tutto le ho proibito assolutamente di darmi del _voi_! — e
Letizia gli battè il ventaglio sulle dita, — damerino incorreggibile...
— Pardon, Contessa! — disse subito De’ Falchi con una lievissima
intonazione ironica. — Ogni tanto mi dimentico che sei anni sono
passati.... Ho la memoria un po’ logora, vedete..... in certi casi. E
trovandoci insieme ancora, in questo luogo di sogno io sogno d’avervi
ancora accanto libera, amante, mia....
Letizia, già presso alla soglia, si fermò ancora, tornò indietro.
No, così non andava proprio. Darle del _voi_ e rievocare il passato!
Erano le condizioni del loro trattato di pace, queste? Un ufficiale
dell’esercito mancare di parola così! Vergogna, cento volte vergogna!
Ma De’ Falchi s’impadronì della terribile manina e la imprigionò sotto
il suo braccio senza staccarne la sua mano.
— Contessa Letizia Farigliano di Roccamare, — cominciò con quel suo
fare tra ardente e sentimentale e scherzoso, irresistibile per lei, —
mi dica dunque che cosa debbo fare per ottenere perdono...... Vuole
tutte queste rose in omaggio? Vuole che le dica dei versi, dei bei
versi? Una volta le piacevano e mi sgridava perchè non li sapevo mai...
Ora ne so.
La signora ebbe ancora un moto di ribellione, di sdegno, ma non resistè
al suo compagno che l’allontanava dalla porta d’uscita, stringendole
più forte la mano.
— Senta, — continuò de’ Falchi, — sono versi che sembrano scritti
apposta per lei e sembrano scritti da me, per dirli adesso. — Poi seguì
a voce un po’ bassa, con appassionata dolcezza:
Sul viso il tuo respiro caldo m’aleggierà
Come un profumo; e come una soave musica
La tua voce divina mi darà pace all’anima
Accanto a te seduto, ne’ tuoi capelli biondi
Immergerò la mano, e dei dolci misteri
Del core io parlerò coi tuoi grand’occhi neri....
Lei lo lasciò dire, giocherellando col ventaglio e facendo un po’ la
distratta e un po’ la disinvolta; in realtà sommergendosi nella melodia
di quei versi, di quella voce, che le avevano messo nel cuore un
palpito violento, stranamente delizioso.
— Di chi sono? — chiese poi, tanto per non star zitta, già smarrita.
— Sono d’un giovane poeta e appartengono a un poemetto, intitolato
«La leggenda del cuore». Vede, anche là nella leggenda sono soli
l’innamorato e la Diva, è in una specie di paradiso terrestre come
questo... Solamente quella diva era più buona di questa.... si lasciava
anche dare del _tu_.
La signora levò il capo e non rispose. Era seria, soffriva. Qualche
cosa di estremamente violento, come un incantesimo, la teneva ora là,
muta, ascoltando, mentre il seno seminascosto dai veli si sollevava
frequentemente nel respiro breve, e la collana di brillanti nel tenue
e ritmico movimento aveva un abbagliante saettio di raggi e di colori.
Passando accanto a un rosaio ne strappò un fiore e fece per gettarlo
nel bacino d’acqua accanto, ma De’ Falchi le impedì l’atto.
— Vede se è cattiva? — disse con una brusca tenerezza. — Che male le ha
fatto, per esempio, quella povera rosa? Lei fa così di tutto, di fiori,
di uomini...
— Io no; è il destino che sfoglia tutto intorno a me... — mormorò lei
quasi piangente. E sedette sul sedile di pietra nera, l’ultimo sedile,
appartato, nel fondo del poetico ambiente. Era come in una nicchia di
rose: a’ suoi piedi la fontana; tutto intorno molto verde messo là per
ragione di prospettiva, li isolava. Potevano credersi in un pianeta
ideale.
De’ Falchi le sedette accanto e le cinse la vita con un braccio.
— Il destino siamo noi, — le disse dolce, insinuante; — e noi ci
ameremo tanto, tanto; ci ameremo per tutte le ore perdute, per tutte
le ore che mi hai rubato, che mi hai tradito. Sono io il tuo sposo, e
tu sei mia. Nessuno dei due ha dimenticato, vedi? Nè tu nella pace, nè
io nella tempesta dove cercavo di sommergere l’immagine tua. Sei stata
la rovina della mia vita, tu, Letizia; non m’hai amato abbastanza...
ma ora, quand’anche questo amore dovesse passare come un turbine sulle
nostre esistenze, noi non ci separeremo più....
Letizia udì confusamente le ultime parole. Quell’accento di passione,
quello sguardo che la bruciava, quel soffio che usciva dalle labbra
del giovine a carezzarle la fronte, quel luogo fantasiosamente bello,
tutto, tutto finiva di paralizzarla, di perderla...
Svincolò dolcemente le mani e si velò il volto impallidito: «Oh
amore dei miei giovani anni... Oh mio ideale!» gemette l’anima sua,
ed appoggiò esausta la testa fra le rose. Ma la voce insinuante la
perseguitava, le rispondeva all’orecchio: «Oh, i fini capelli odorosi,
la delizia e il delirio della mia giovinezza.... il mio tesoro rubato
io lo riprenderò!» — E fra le rose, fra il profumo, ella sentì il
suo bacio fra i capelli.... ma a quel contatto scattò, si riprese
improvvisamente, mentre una nevata di petali rosati cadeva dai rami
bruscamente scossi sul sedile di pietra nera.
— Oh no, Carlo è troppo tardi, — disse dolorosamente. E con
un’improvvisa energìa si diresse sola, frettolosa, verso la porta. La
musica cessava allora.
*
* *
Rientrata in casa non si coricò. Si richiuse nelle sue stanze
congedando la cameriera. Ritta, nella luce chiara e diffusa del
piccolo spogliatoio parato a colori ridenti, dinanzi allo specchio
alto e stretto che la rifletteva bianca e bella, così senza gioielli
e senza guanti, ella si scioglieva il vestito lentamente, lasciando
errare gli occhi pensosi fra gli accessorî del suo abbigliamento
gettati qua e là alla rinfusa. E gli occhi neri, profondamente cupi,
si posavano, senza sguardo, dal ventaglio prezioso di merletto al
fazzolettino di Malines, dal carnet d’argento ossidato ai lunghi guanti
che serbavano ancora l’impronta delle sue braccia scultorie, della
sua tenue mano; dalla sciarpa di blonda profumata di violetta che le
avvolgeva il collo, uscendo, all’iridescente splendore dei brillanti
che si ammucchiavano nel cofanetto aperto. Mentre le scivolava ai
piedi l’abito in una densità gentile di colori, come un nebuloso
piedestallo, Letizia ne trattenne bruscamente un lembo accendendosi
in viso. Nascosto e protetto da una piega, aveva trovato un petalo
di rosa, fragile avanzo che tenne lungamente fra le dita convulse,
immersa nel ricordo di quel momento di sgomento e di amore. Poi infilò
una veste da camera, passò nel suo salottino, s’accertò se gli usci
erano ben chiusi e sedette alla scrivania. Scrisse due pagine, senza
interrompersi, alla luce oscillante di un candelabro; ma incontrando
cogli occhi un ritratto, si gettò indietro nella seggiolina, col
respiro mozzo, le tempie umide di sudore gelato. Cacciò il ritratto
in un cassetto e si rimise a scrivere, poi rallentò, posò la penna, e
mise il volto nelle mani. Perchè le venivano quelle idee adesso? Suo
marito dormiva inconscio....... forse non aveva neanche osservato Carlo
De’ Falchi fra la folla; certo non lo conosceva, ed ignorava l’idillio
fuggitivo della sua primavera..... Riprese la penna; lo stianto d’un
mobile la fece balzare in piedi nascondendo il foglio vivacemente.....
poi si rassicurò dandosi della grulla. Gli usci erano chiusi, la
casa addormentata in un fitto silenzio. Chi poteva immaginare ch’essa
vegliava scrivendo delle lettere d’amore?
.... E _lui_? Che faceva _lui_ a quell’ora? Sognava la sua diva dai
fini capelli odorosi?.... Ah, se avessero detto alla poveretta dove e
come _lui_ finiva la notte.....
«Ancora pochi giorni, scriveva, poi saremo liberi di vederci quando
ne abbiamo voglia, senza timori, senza sorveglianze.... Il mondo? Che
importa a noi del mondo? Ci amiamo, il mondo siamo noi! Era destinato
così....» E ripensando a quelle parole ardenti, s’interrompeva fremendo
ancora d’emozione. Nessuno le aveva parlato mai così appassionatamente,
con quella veemenza pazza ed inebriante; nessuno! Alberto? Oh, Alberto
così freddo, così severo, così compassato, preoccupato solamente delle
convenienze, semplicemente deferente e cortese con lei, senza scatti,
senza entusiasmi per la sua bellezza, Alberto che la riguardava come
un oggettino d’arte raro e fragile di sua proprietà — bisognava pur
dirlo — non sapeva amare! O forse non l’amava, non l’aveva mai amata!
«Forse anche m’inganna, forse ha un’amante», concluse Letizia; e
nell’eccitamento di nervi in cui si trovava, si ripetè che allora
essa poteva ben riamare chi l’adorava; che era nel suo diritto!.... Ma
queste teorie che volevano pur convincerla ondeggiavano confusamente
nella sua povera mente smarrita e non acquetavano le piccole serpi che
la mordevano al cuore....
*
* *
— Letizia, — disse suo marito entrando il pomeriggio seguente nel
salottino profumato, — ti porto una vecchia conoscenza. Il marchese
Carlo De’ Falchi che mi dice di averti conosciuta da signorina e che
ieri sera mi si rivelò come il fratello di un mio carissimo amico di
collegio, morto. Ecco due titoli che gli danno diritto alla nostra
amicizia.
De’ Falchi, che seguiva Alberto, si inchinò ossequiosamente alla
contessa; ed ella, sollevandosi un poco, tutta bianca nel viso, gli
tese la mano senza parlare. Aveva un abito di raso nero molto semplice,
un gioiello antico al collo, una rosa alla cintura; abbigliamento
severo che le dava una grazia tranquilla e dignitosa. Egli però la
preferiva come la sera prima, con le spalle e le braccia nude, rosate,
fra la sfumata trasparenza dei veli; ma si guardò bene dal lasciarlo
apparire in quello sguardo balenante che le gettò attraverso il viso
come un bacio rovente.
La giovane contessa era sul punto di tradirsi: nascose le mani
tremanti; ma il sangue le pulsava violentemente al cuore, le ronzava
negli orecchi. Cinque minuti prima avrebbe dato dieci anni di vita
per rivederlo, ma non così, non in presenza di suo marito, non terzo
nella loro intimità. Perchè non aveva aspettato, benedetto ragazzo?
Ma era possibile che avesse tanto impero su se stesso da non svelare
mai, nè con uno sguardo, nè con una parola imprudente, il loro segreto?
Non doveva sentirsi ribollire il sangue alla vista di quell’uomo
che la possedeva? Non doveva avvampare di sdegno, di gelosia, di
amore, udendolo parlarle famigliarmente — entrando nella casa in cui
vivevano in comune — dove _doveva_ sentire l’eco dei loro baci?....
E come queste passioni tumultuanti non lo avrebbero perduto? E allora
cosa accadrebbe tra quei due uomini?... Questo l’ingenua contessa si
chiese angosciosamente. Ma De’ Falchi fino dalle prime frasi mostrò
una disinvoltura, una calma, una naturalezza invidiabili. Fu cordiale
ed espansivo verso Alberto; gentile e rispettoso con lei, e non un
momento lasciò languire il dialogo. Fece con arguzia la rassegna della
festa; parlò d’un romanzo francese che faceva il giro dei salotti,
dell’equipaggio nuovo del duca d’Arce, di un ritratto all’antica
fatto dal celebre ed estroso Fides alla principessa Montegaudio, di un
matrimonio dell’aristocrazia, di una acconciatura della Regina.
Letizia lo guardava fissamente ascoltando, e taceva. Quella
disinvoltura dileguava le sue paurose fantasticherie, sì, ma vi
lasciava un fondo di tristezza e di dolore. Taceva.
De’ Falchi chiese a un punto se la signora contessa fosse sofferente.
— Sì, — diss’ella bruscamente, — soffro... — Ma la voce le morì
nell’incontrare gli occhi di suo marito che le parve volessero
scrutarle nell’anima.
— Soffri? È naturale, — osservò Alberto con perfetta calma. — Anche
ieri non ti sentivi punto bene. Dovevi prevedere le conseguenze di un
ballo nelle tue condizioni di debolezza e di squilibrio nervoso.
La contessa si arrovesciò lentamente nella poltrona abbassando gli
occhi a passarsi in rivista le unghie opaline. Uno sgomento strano le
aveva stretto il cuore a quelle parole, di cui credette afferrare un
secondo significato noto a lei sola. Si sentiva morire.
— Sarebbe un quadro antico questo? — chiese improvvisamente l’ufficiale
levandosi a osservare un ritratto fiammingo appeso alla parete.
— Si, un _Van Dick_, — rispose il conte alzando alquanto le tendine
della finestra. La luce chiara battè loro sul viso e li circonfuse.
Alberto, alto, bello, nobile, con le mosse e l’aspetto principeschi;
De’ Falchi molto meno attraente della sera innanzi, al chiarore del
giorno che gli metteva in evidenza le rughe precoci sul volto scialbo
ed avvizzito; le occhiaie livide che gli cerchiavano gli occhi gonfi,
senza splendore. La giovine signora lesse in pochi minuti su quel
viso tutta la storia d’una bassa vita corrotta, poichè un senso di
fredda ragionevolezza le era filtrato nel cuore. Perchè? da quando?
Lo ignorava; ma in quei pochi minuti sentì che si risvegliava dal
suo splendido sogno, senza scosse, senza spavento; ma si risvegliava,
irreparabilmente.
— Eccellente, eccellente, e conservato, poi!
Nell’ammirare, de’ Falchi colse un momento favorevole per sussurrare
a Letizia: Scrivetemi! Poi si congedò, inchinandosi e salutandola
militarmente con gli occhi ridenti che lo tradivano. La contessa ebbe
appena la forza di fare un cenno col capo, e quando furono usciti,
suo marito e lui, s’abbandonò ad un pianto convulso tutto scosse
e sussulti, un pianto lungamente represso che prorompeva disperato
e violento. Era l’addio ad una larva del passato, era rimorso del
sogno, era vergogna di quella realtà prosaica piena d’ipocrisia e di
viltà. Oh! il suo vaneggiare di quei due giorni! il vaneggiare dolce
e doloroso! la lotta per difendere l’invasione del proprio cuore! il
turbamento sfumato in languore soave nel sentirlo cedere a poco a poco
a quell’onda di passione rinascente che le offuscava la ragione....
quella pagina d’amore fra le rose, la lunga lettera folle, scritta e
non inviata, i rimorsi soffocati dal ricordo di quella stretta e di
quel bacio, la fisima di un amore purificatore, sublime, che dovrebbe
redimere l’amato e fargli ricominciare la vita per lei.... che rimaneva
di questo?...
Il prisma scintillante e variopinto era ridivenuto un vetro volgare.
Ella sarebbe divenuta l’amante di quell’ufficiale di cavalleria
che conquistava con un astuto opportunismo il cuore di suo marito
per poterla corteggiare a suo comodo: sarebbe vissuta dividendosi
prosaicamente fra quei due uomini, menando una triste vita di finzioni,
di lotte, di rodimenti, di bassezze; tormentata dalla memoria de’ suoi
anni di vita illibata e serena per guadagnarsi infine lo sprezzo e
l’abbandono dell’uomo al quale faceva il sacrifizio della sua dignità.
Tale fu la tetra visione che la sua anima onesta e candida intravide
in un lampo di cruda luce e dalla quale rifuggì inorridita e salva. Era
guarita, lasciando brani di sè al ferro e al fuoco; ma che importa? Era
guarita.
*
* *
Dovette mettersi in letto, affranta. La sua delicata fibra di donna fu
la sola parte di lei sconfitta nella terribile prova. Ebbe una lunga
e acuta crisi di nervi, poi nel meriggio seguente migliorò e volle
alzarsi. Ma era ancora così debole che fu obbligata a lasciarsi andar
subito sulla _chaise-longue_ per appoggiare la testa indolenzita. Di
là guardava intorno tranquillamente coi grand’occhi cerchiati di nero,
occhi innocenti e mesti di bimba malata, come se rivedesse dopo un
lungo e pericoloso viaggio quelle pareti del suo santuario d’affetti
e di ricordi. Frattanto una gran pace, una dolce pace succedeva alla
dilaniante agitazione di poche ore prima; una pace feconda di buoni
propositi che si lasciavano dietro un profumo di fiori che sbocciano
sotto un sole caldo e luminoso. E carezzava tutto intorno con lo
sguardo quel nido tepido di raso e trine; accarezzava la poltroncina
dove Alberto era solito sedersi, dove lo aveva veduto anche in
quelle dodici ore di strazio, con la faccia pallida, senza respiro,
senza movimento se non per accostarsele a farle odorar l’etere, o
rinnovarle il ghiaccio, o darle qualche sorso di cognac, carezzando
con la bella mano aristocratica quelle di lei brancicanti fra le
coltri.... Vedeva il cofano scolpito, custode dei suoi gentili ricordi
di infanzia e di adolescenza, dello spensierato tempo lontano che
raggiava mitemente in una luce rosata e nebulosa, a cui ella volgeva
l’occhio sempre intenerito. Aveva conservato un ricordo di tutto: dei
giorni di palpiti, di speranze, d’angoscie, di lutto, di solitudine,
di esultanza; poi le giornate gioiose piene di canti e di fiori della
fidanzata, lieto poema terminato da un giorno di smarrimento che era
passato lasciando nello stipo un fascio di fiori d’arancio e un lungo
velo bianco. Poi venivano i mobili e le pareti ingombre di gingilli
ognuno dei quali le rammentava un’attenzione delicata del suo compagno,
una frase affettuosa, un bacio, un anniversario dolce, tutta la storia
del presente ricco d’amore, d’amore vero, refrigerante e sicuro, ch’era
idolatria e protezione ad un tempo. E là, dirimpetto, i grandi ritratti
de’ suoi morti che la guardavano fiso, cogli occhi animati da una così
strana luce di tenerezza e di malinconia che le fece mormorare cento
volte: Perdono, perdono, perdono....
Infine si levò, risoluta, calma, seria, come se stesse per compiere un
dovere od obbedisse ad una ispirazione superiore; e scrisse poche righe
su un cartoncino liscio, con la sua elegante calligrafia di signora:
«Credete a me, Carlo, è meglio che non ci rivediamo mai più. Ho dei
gusti borghesi, compatitemi! preferisco rimanere semplicemente una
donna onesta che diventare la Diva di qualche leggenda. Addio. —
Letizia.
Chiuse il cartoncino in una busta con l’indirizzo e la fece impostare
subito dalla cameriera. Poi tornò a fissar gli occhi de’ suoi morti.
Quando si riscosse, il sole sul tramonto lambiva le trine del soave
nido serico e una nota voce risuonava nell’anticamera. La contessa si
avvicinò allo specchio e si ricompose i capelli.
Suo marito entrò soffermandosi sulla soglia.
— Già levata? brava! ti senti dunque meglio? — e mosse verso di lei
premuroso, un po’ triste.
— Guarita, Alberto, guarita! — Letizia ebbe un impercettibile sorriso
sibillino. Poi gli mise lentamente le braccia al collo e gli nascose la
testa sul petto, contro il cuore.
— Dì, Alberto, — susurrò, — mi perdoni le mie bizze, la mia musoneria?
hai veduto? non stavo bene, erano i nervi...
— Già i nervi, quei benedetti nervi... — Alberto le carezzava adagio i
capelli, ninnandola come una bimba.
Erano nella spera di sole che traversava obliquamente la stanza e
s’insinuava nel letto, fra le cortine: Letizia rialzando la leggiadra
testa la ebbe tutta intrisa d’un oro ardente.
— Dimmi, Alberto, quando parti? — gli chiese con risolutezza.
Egli esitò un istante.
— Ma... dissi lunedì, e lunedì è dopodomani. Avresti qualche cosa in
contrario? Mi dispiacerebbe perchè non posso differire...
— .... io no, anzi... — rispose lei tutta rossa e palpitante; — gli è
che.... volevo saperlo.... te l’ho domandato, — aggiunse rapidamente —
perchè vorrei venir con te! Oh, Alberto, portami via con te!
Gli ricadde sul cuore tutta commossa. Alberto rimase un minuto in
silenzio, immobile; poi il signore serio, rigido, sempre dignitoso
e corretto la strinse fra le braccia con uno slancio di giovane
innamorato ripetendo a voce bassissima:
— Sii benedetta; grazie, grazie....
Ma, di colpo, le prese tutte due le mani, obbligandola a rimanere là
dritta dinanzi a lui come dinanzi a un giudice. I suoi lineamenti
avevano assunto adesso un’espressione autorevole, severa, quasi di
durezza.
— Hai scelto dunque? — le disse lentamente, fissandola negli occhi. —
Non te ne pentirai?
— Ah, Alberto! — Era un grido di dolore, ma Letizia sostenne quello
sguardo risoluta, orgogliosa.
— No? — continuò lui scosso più che non lo volesse parere; — no,
proprio? Ebbene, sono contento, Letizia, perchè è quello che mi
aspettava da te. Poichè, vedi, — seguitò freddamente, — avendo la
coscienza di valere di più, ho voluto che tu ci vedessi accanto, per
paragonare, per sce...
— Oh no, per pietà, Alberto, non la ridire l’orrenda parola! — gridò
lei svincolando le mani per posargliele sulla bocca. — Mi crederai
se ti dico che fu un sogno? solamente un sogno della mente malata? un
breve sogno di cui ho rimorso, ma di cui non debbo arrossire? Che sono
ancora degna di te, della tua stima, del tuo amore, del tuo nome.... Mi
credi?
Alberto la guardò negli occhi neri che raggiavano.
— Ti credo, — disse semplicemente.
La gloria dell’ago.
Quasi vil donna che ’l cor d’ozio ha vago
E sol adopri la conocchia e l’ago.
TASSO, _Rinaldo_.
Uscite dall’ombra, o aghi umili, buoni. Uscite senza ritrosia; è il
quarto d’ora della riabilitazione, il quarto d’ora del trionfo.
Ecco, giungono. I primi adescati sono i meno modesti: gli aghi
aristocratici che luccicano come minuzzoli di raggi siderali sulla
felpa degli astucci, sul raso delle cestelline adorne, in cui
trascinano le giornate, oziando, col loro strascico di fili di seta
multicolore, sospinti di quando in quando da un ditale d’avorio o
d’argento, fra la severità d’un artistico ricamo che palpita alla
brezza marina, o ride ai riflessi del sole che s’infiltra tra il verde
d’un ramo, o s’immalinconisce nella penombra d’un salotto, stiracchiato
da una mano fine, nervosa, durante una visita importuna. Poi arriva
la gran moltitudine degli aghi borghesi: aghi solidi, utili, infilati
semplicemente di bianco o di nero, gli aghi più attivi, affacendati
sempre, sempre pronti ad ogni sorta di lavoro, un esercito di carità
che veglia e provvede dalle vedette d’avorio, di legno, di metallo, in
cui li relegano, a gruppi, mani frettolose e sapienti. Questi sono gli
aghi d’esperienza, poichè della vita conoscono le lotte, i trionfi, le
gioie, gli sconforti, i palpiti, i sogni, le miserie, le follie. Quante
cose hanno da raccontarsi, quando si trovano in crocchio a vegliare
negli agorai! Uno è passato fra le trine d’una bianca veste di sposa,
un altro fra il crespo d’un abito di lutto, un terzo in una cuffietta
di neonato, un quarto è andato a rischio di spezzarsi tra la paglia
del cappellino d’una signorina capricciosa, un quinto ha svegliato con
una puntura la giovine cucitrice, stanca e illanguidita, un sesto ha
fatto la spola cento volte fra un tovagliolo logoro d’una vecchietta
avara; il suo vicino invece è ancora indolenzito a furia di rattoppar
calzine d’ogni dimensione. Un altro ancora s’è bagnato delle lacrime
d’una sposina negletta, un altro non ha fatto che..... disfar punti
sbagliati fra dita abbandonate a loro stesse dalla mente assorta in
una fantasticheria, o intenta a sugger parole dolci da una voce virile,
armoniosa....... Oh, aghi, anche galeotti, dunque, qualche volta siete
voi?!...
Vengono, robusti, giganti, gli aghi rustici che rappezzano i sacchi e
le camicie dell’alpigiana e scendono con lei in città, quando diventa
balia in qualche bel palazzo, a ricordarle quell’ultima sera dei suoi
monti, allorchè agucchiava cogli occhi velati e il cuore gonfio accanto
alla culla del suo figliuolino; o quell’altro giorno ancor più lontano,
quando un ago simile si spezzò al bacio improvviso d’un giovane
coscritto a lungo aspettato. Sono aghi ingenui, inoffensivi, che hanno
in sè una poesia fresca e sana e tutta la purezza dell’infanzia che li
predilige, tutta l’ignoranza beatamente grottesca delle bambole e dei
burattini.
Ecco gli aghi scolastici in una minuziosa scala di proporzioni; aghi
silenziosi, discreti, affaticati, qualche volta crudeli, disamorati
sempre, poichè, meno qualche onorevole eccezione, si nascondono,
sfuggono, si spezzano anche volentieri, pur di sfuggire alla tirannia
di quelle ore fisse di ginnastica educatica. Ecco, accanto, gli aghi
del chiostro, muti, eterni, suffusi di luccicori lustrali, e la scarsa
falange degli aghi maschili dai movimenti bruschi, ineleganti, gli
aghi dei tappezzieri e dei soldati, e gli aghi degli ospedali, aghi
malinconici, addolorati, benefici, riparatori, «_Prima di trista e
poi di buona mancia_,» come la lancia del divo Achille, poichè oltre
ciò, voi, aghi, sapete anche punire una mano temeraria e puntare
all’occhiello un fiore desiderato.... Oh, aghi, aghi, chi vi canterà
degnamente? Come rendere tutto il germogliare di sensazioni, il
disegnarsi di miraggi che si levano, al pensiero di voi, nel mio cuore?
Aghi buoni, umili, filosofici, saggi compagni e testimoni eloquenti
della vita muliebre, consiglieri di pace, confidenti di tanti nostri
sogni ingenui, folli, mesti, a cui parete rispondere con una parola di
ritmo pacato, pieno di senno, balenando assidui tra la piega dell’orlo,
o coi ridenti rabeschi che si tramano sul canovaccio come rispecchiando
in un lago tranquillo le chimère splendide e vane dei poveri cervelli
femminili. Aghi, aghi, che sapete tante cose che gli altri non sanno,
tanti palpiti repressi, tante angoscie velate sotto una calma fittizia,
tante fissazioni opprimenti del pensiero assorto da un punto luminoso
di faro, tanti dubbi tremendi, tante supposizioni false che dànno
la voluttà del martirio, tante ore d’attesa, oh quante! le lunghe,
pazienti, logoranti attese femminili a cui è compagno il lavoro, ore
d’un supplizio minuto, crudele, continuato, che l’uomo non sa.
Oh, aghi snelli, rilucenti, dai miti riflessi di luna, antichi maestri
di pazienza, quanto meglio sarebbe ascoltar voi qualche volta, quando
pacificamente incrociati sul lavoro che attende, pare ci consigliate di
non legger quei versi, di non scrivere quella lettera, di non uscire
a quella passeggiata; quando con la soddisfazione intima e schietta
che viene da voi, ci adescate alle dolcezze dei semplici, dei felici
che non conoscono il faticoso errare nei campi stellati e dolorosi
dell’arte, del pensiero! Meglio, si, meglio l’umile agucchiare che
il soave e velenoso intenerirsi ai casi di Lancillotto; meglio l’ago,
che la penna. E noi torneremo all’antico; agucchieremo. Là è un regno
tutto nostro di pace feconda, come la terra beata dell’ultimo sogno di
Faust; là, finora, nessuno ci giudica, nessuno ci motteggia, nessuno
ci sferza. L’ago pesa meno della penna alle nostre mani delicate e....
conclude di più.
_Ave_, dunque, ago, fortezza, difesa, e gloria nostra!