L’ombra della angusta cappella è rotta appena dalle due lampade
veneziane di ferro, a vetri rossi, appese dinanzi all’altare. Fuori,
la neve turbina nell’aquilone diaccio e si ammonticchia sul davanzale
dell’alta finestra contro i piccoli vetri rotondi, imbiancando la
luce come un’alba; il vento ulula, sbatte e flagella, ma nell’interno
regnano supremi il silenzio e l’immobilità. L’altare verdeggia
cupamente di semprevivi, ma dai gradini sale e si effonde un’acuta
fragranza di giacinti e di viole da un indistinto cespite.
Una forma si agita sull’inginocchiatoio e si queta.
Subito una folata violenta si ingolfa e spalanca i vetri dell’antica
finestra, come per dar adito a qualche cosa di spirtale. Le lampade
oscillano — i semprevivi rabbrividiscono; un rosario penzolante
dall’inginocchiatoio ondeggia: si discerne ora nel nuovo chiarore una
gran ghirlanda di giacinti e di viole a piè dell’altare e una forma
umana raccolta in una pelliccia, prostrata, col volto nascosto fra le
braccia immobilmente. La neve entra dalla finestra e fiocca lenta e
lieve sul pavimento; il vento spegne le lampade, arriccia i merletti
dell’altare, sbatacchia rabbiosamente il rosario contro il legno
dell’inginocchiatoio, disperde il profumo dei fiori, intirizzisce.
Tutto si lamenta o si ribella, eccetto la forma umana prostrata
sull’inginocchiatoio, eccetto una lastra di marmo, dirimpetto alla
finestra, che sta pallida e forte sotto il flagello della bufera. Nel
chiarore nivale si legge su quella lastra: _Pax_.