Dall’alto pendono grappoli d’uva di un fosco e tranquillo color di
rubino. La vite, l’antica vite, riveste tutto il pergolato che si apre
ad archi sull’orticello regolare, solitario. Ai lati dell’estremo lembo
di sentiero che conduce dritto al pergolato, due aiuole di radicchio
furono sacrificate e coltivate a fiori, i buoni ed ignoranti fiori
degli orti, dalle tinte cariche passate di moda, dal profumo sgarbato o
sgradevole.
Qualche rosaio piantato qua e là simmetricamente, ancora fiorito di
alcune rose che non corrotte dalla soverchia civiltà hanno a gloria
di non aggiungere titoli al loro nome e al loro colore che ha un
patrimonio secolare di madrigali e di canzoni — ai loro piedi si stende
il basilico aromatico che sa i drammi delle povere stanze, e la lavanda
misteriosa che sa i segreti della notte di San Giovanni, e la minuscola
maggiorana, eternamente infantile. Più oltre, cespi di garofano plebeo
paiono raccontare gli idillî grossolani della scorsa estate, e due
piante di gigli pensano al fiore assente, appassito fra le mani ceree
di una monaca morta o fra i lumi di un altare consacrato a Maria;
mentre i girasoli privi dell’ansiosa pupilla d’oro sembrano averla
chiusa finalmente in una stanca rassegnazione.
Un’aura mista di verità e di favola spira nell’orticello solitario;
una giovialità antica e innocente di epigrammi e di allegorie; mentre
sulle nubi fioccose intinte nel tramonto, par di veder passar adagiata
qualche deità dell’Olimpo migrante verso dolci nozze.
Sotto il pergolato c’è una sedia a bracciuoli dalle curve d’una
arretrata eleganza, e un tavolino dai bordi rialzati tutt’intorno,
previdentemente, come una tenue arginatura. Il queto recesso verde è
deserto per poco: sul tavolino Ella ha posato, senza piegarla, la calza
incominciata coi ferri irti, provocanti e insidiosi come un piccolo
arnese di guerra montato per un assalto; il gomitolo è ruzzolato in un
angolo e sarebbe caduto senza la provvida sponda; il libro ascetico,
in cui ella leggeva placide meditazioni, è rimasto aperto sotto i suoi
occhiali levati in fretta; la bellissima tabacchiera dalla miniatura
inghirlandata di diamanti, ch’essa nasconde sempre come una vergogna,
è pure dimenticata sul tavolino, ed anche una delle sue manopole
di lana nera. Sulla spalliera della seggiola è rigettato lo scialle
bigio. S’ella lo vedesse lambire il terreno umidiccio! Qualchecosa di
estremamente dolce o di estremamente triste l’ha chiamata.
Il sole scende pomposo dietro i pioppi in una atmosfera di polvere
d’oro, accompagnato dagli addii dei bronzi di un vecchio campanile, non
mesti, ma gloriosi, come dopo una bella e buona opera coraggiosamente
compiuta. Nella lor bonaria esultanza le antiche campane giungono
perfino a ricordare ritmi e arie di danze perdute che udirono nella
loro gioventù. Così non si affliggono della fine dell’oggi, poichè
entrano nell’ombra celebrando la vigilia dell’indomani.
Un’allodola invisibile canta un epitalamio nelle regioni radiose. Una
schifosa lumaca tenta il passaggio della tabacchiera.