Sulla stesa aromatica, molle, di fieno falciato, la giovine sposa ha
dimenticato o gettato il suo ombrellino purpureo, tutto aperto come
un calice sotto il sollione, tutto fiammeggiante come un’ara accesa.
Una sciarpa di seta morbida e profumata e un piccolo volume di versi
d’amore paiono ardere dentro l’ombrellino come in olocausto, e nella
breve ombra serica, al di fuori, giacciono cuori dorati di margherite
spirate in un’ultima parola di passione.
La giovine sposa non era sola. Una canna d’èbano è confitta lì
accanto, vigile e altera, simile ad una piccola antenna; il manico
d’argento fino sfavilla al sole. Così il gentile trofeo glorioso vive
e s’infiamma nella calda luce meridiana, mentre tutte le campane si
ripetono festosamente il saluto dell’ora feconda, mentre l’animuccia
fragrante di mille fiori falciati s’invola dalle invisibili bocche
moribonde nell’umido tepore della terra, e più innanzi un campo di
grano, già raso e ancora biondo, sorregge i fasci della pingue messe,
e una nidiata novella cinguetta fra i rami frondosi d’un olmo, e due
farfalle tardive, dalle tinte calde, si rincorrono per distruggersi in
un baleno d’amore.
Poi, all’improvviso, una folata di vento del Sud; una nube nera, la
voce del tuono come un comando del destino; ed ecco il libro svolgere
le pagine affannosamente e non quetarsi che a un canto di morte;
ecco la fragile antenna oscillare, ecco la sciarpa candida sospinta
irreparabilmente verso una siepe di spine; ecco una mandra di puledri
inebriati, folli, passare sul gentile trofeo, lacerando, schiantando.