Il libro è aperto e attende. Un gran libro niveo dalle pagine orlate
di raggi. Ma chi lo scriverà il poema immacolato? Qual mano sarà
così lieve e qual fantasia così alata per fissarlo in tutta la sua
indeterminatezza misteriosa e divina?... La mano di un angelo, forse,
e la fantasia d’una fata; le due figure vaporose fra cui si snoda
l’innocente spira delle piccole anime che ingentiliscono il mondo.
L’angelo, che veglia alto e fulgente a capo d’ogni culla, come sulla
prora della navicella dantesca, potrebbe cantarci, forse, dei paesi
dove vagano gli spiriti dei bambini addormentati sotto le cupole di
trina o sotto gli scialli sdrusciti; ci dipingerebbe il paradiso che
sognano, pieno di testine alate e di bambini morti che hanno portato
fra le nuvole le loro bambole e i loro burattini, e danzano intorno
ad un eterno Albero di Natale, e giocano con un Dio bambino come
loro. Potrebbe rivelarci che cosa pensano quando esultano ad uno
splendore o piangono ad una musica; quando rimangono assorti nella
contemplazione d’un fiore e d’un viso; che avvertimenti ci danno quando
la loro piccola mano ci avvince e ci trae; quando ci domandano una
carezza e ci negano un bacio. L’angelo, forse, ci direbbe chi insegna
loro a consolar così bene senza parlare, a persuadere, a riunire, a
redimere, solo con la freschezza delle loro bocche, con l’espressione
inconscia del loro sguardo, col profumo de’ loro riccioli, con la pace
del loro respiro. Ci direbbe, l’angelo, come sanno certe parole così
efficaci, così immaginose, così solenni, così tremende... ci narrerebbe
le tristezze dei piccoli infermi, le malinconie degli abbandonati,
le tentazioni dei vagabondi, gli odî degli oppressi, i rancori dei
posposti: tutte le loro lotte, le loro vittorie, i loro martirii, i
loro spaventi, i loro dolori, i loro palpiti, tutta la loro vita intima
così pura, così vergine, su cui aleggia ancora l’alito di Dio! la
loro vita che qualche volta non è che una breve sosta fra due voli — e
l’angelo dalle grandi ali lo sa, egli che veglia sulle culle ridenti,
sulle bare ornate come trionfi, sulle tombe infiorate e incise di nomi
brevi che non hanno passato.
E la fata, la bella fata dall’abito di broccato e dalla corona di
regina verso cui salgono le invocazioni, i sospiri, i desiderî di tutta
l’umanità minuscola che s’agita nei palazzi e nei tugurî, sa bene,
lei, gl’ideali infantili! A lei, la loro Musa, i bambini confidano i
sogni di gloria e di felicità; lei aspettano centinaia e centinaia di
scarpette fra gli alari di bronzo dorato, sotto le cappe gigantesche
dei vecchi camini, nel povero focolare, accanto agli sportelli delle
stufe, vicino alle bocche dei caloriferi, ad ogni varco del labirinto
buio e misterioso e fantastico per cui sanno che Ella peregrina la
notte dell’Epifania. Lei sperano i piccoli cenciosi rannicchiati,
intirizziti e digiuni; i duchini, che hanno sorpresa la mamma a
piangere fra i cuscini di raso; le bambine timide e sensibili, che
si nascondono per pregare ginocchioni e affratellano la sua immagine
all’immagine di Maria. La bella fata potrebbe ridirci gli sgomenti
paurosi, i terrori di tante testine cacciate sotto le coltri per non
veder giganteggiare l’Orco o il Lupo Manaro nell’ombra; i desiderî
fervidi di galoppare sui cavalli di legno verso le plaghe incantate
dai castelli di diamante e dalle arancie d’oro, le visioni di paesi
della cuccagna, dalle case di confetti e dai mobili di cioccolata, dove
i bambini non studiano, dove le mamme non sgridano; dove Cappuccetto
rosso, Puccettino, Cenerentola, la Bella, si rincorrono in un gran
prato fra tutti i giocattoli del mondo. E additandoci il suo gaio
corteggio di gnomi, di burattini, di spauracchi, di falconieri, di
geni, ci spiegherebbe, lei, perchè i bambini sono così adorabilmente
grotteschi qualche volta, così comici, così iperbolici, così eleganti,
così sovrumani. Ci direbbe, lei, il segreto della fantasia infantile,
ingegnosa, gentile, che alimenta qualche volta il primo germoglio d’un
fiore divino.
All’angelo e alla fata dunque, ad essi che sanno, il tracciare
l’immacolato poema. E nei margini alluminati con le sfumature più
ridenti, con le luminosità più gioconde, le figurine infantili lo
ravviveranno. Tutti i bambini: dalle testoline idealmente bionde dei
_baby_ nordici, ai musetti sudici degli spazzacamini, dai piccoli
chinesi tutti goffaggine, giù giù sino ai corpicini agili e nudi dei
bronzei marmocchi africani; tutti i bambini, di tutte le classi, di
tutte le età, di tutti i tipi, di tutti i paesi: una fantasmagoria, una
piccola moltitudine varia, innocente, primaverile.
E sera e mattina, dal poema immacolato fra la vivente ghirlanda,
s’effonderà un effluvio refrigerante, poichè le piccole anime si
schiudono nei crepuscoli, e gli affetti e le preghiere evaporano sino
al cielo, avvolgendo il mondo d’un incenso ideale, purificatore;
significante agli scettici, ai dolenti, che sulla terra c’è ancora
qualche cosa di puro, di bello, di vero, poichè ci sono loro...
_Natale 1891._
Treccia bionda.
Max, il giovane compositore di musica, finiva d’abbottonarsi l’abito,
ritto dinanzi al grande specchio nel tepore, nella luce blanda, nel
disordine della sua elegante camera di scapolo. Voleva esser calmo,
ma le mani avevano movimenti bruscamente nervosi; ma sul viso pallido
e serio si diffondeva un’ombra cupa, forse il riflesso di un’interna
lotta. Nient’altro che un’ombra; eppure era già troppo per lui giovane
e ardente di passione per la donna che lo aspettava ad un convegno
d’amore.... Quell’ombra pareva un tedio ed era rimorso; giacchè egli
non era un seduttore volgare, e gli si affacciava spesso in tutta la
sua reale crudezza il pensiero tormentoso di tradire quell’uomo... il
compagno della sua giovinezza, dei suoi studi, delle sue speranze, dei
suoi disinganni: l’uomo generoso che lottava con lui e per lui, per
assicurargli i trionfi, l’avvenire, la gloria, nella carriera difficile
e ardimentosa; l’amico che lo aveva sempre consolato e moderato, con
la calma benevola di un padre amoroso, negli scoraggiamenti o nelle
ebbrezze della sua impetuosa natura. Max doveva tanto a quell’uomo
e lo tradiva; gli doveva la rigogliosa vitalità dell’ingegno che
lo rendeva ricco e felice, e gli toglieva la sua ricchezza, la sua
felicità. Quando gli si figgeva questo pensiero nel cervello Max si
sentiva vile e miserabile; ma il dualismo gli tumultuava nel cuore,
ed era una strana passione quella che gli paralizzava l’anima e gli
accendeva i sensi, prestandogli mansuetudini e timidezze di fanciullo,
ribellioni titaniche, gelosie feroci. Inoltre con tutta la sua fervida
fantasia d’artista, continuamente eccitata dalla creazione musicale,
credeva al fato, al fato dell’arabo, al fato del medioevo, e vi si
abbandonava, e si saturava di quelle teorìe che lo spogliavano d’ogni
responsabilità, che gli facevano compiere gli atti più importanti
della sua vita dietro una causa futile e comune per ogni altro, ma in
cui egli vedeva maravigliose predestinazioni. Se qualche ostacolo gli
avesse attraversata dapprima quella via d’amore così facile, e così
piana, forse la sua esagerata dignità sarebbe rimasta spaurita dalle
finzioni volgari, e quel suo misticismo superstizioso lo avrebbe fatto
trionfare nella lotta. Ma pareva invece che un destino dolce e tremendo
avvincesse la sua alla vita di Giselda con un delizioso laberinto
di fila segrete che si serravano ogni giorno di più. Nulla gliela
contendeva oramai: nè la vigilanza del marito assurdamente fiducioso,
nè apparente scrupolo in lei addormentata in un fascino profondo, nè
circostanze difficili, nè contrattempi, nulla; Giselda era sua, egli lo
sapeva. Vinta dal suo sguardo, dalla sua voce, dalle sue melodie, ella
non si difendeva, non tergiversava, non lottava: si abbandonava anche
lei a occhi chiusi, incrociando le braccia, alla corrente fatale. Non
sapeva che tremare e impallidire; come la prima volta sulla terrazza
deserta, quando gli abbandonò le mani e il capo sul petto, — nell’aria
molle, nel profumo, nell’incanto di quella notte di primavera...
Guardò l’orologio. Ancora un’ora, un’eternità.... Si buttò sul divano
facendosi vento col fazzoletto, poi terse qualche stilla di sudore
sulle tempie. E s’ella si fosse scossa infine? se le voci della dignità
e del dovere l’avessero svegliata dal sogno oblioso e fiorito? se
fosse partita come minacciava, come implorava, quasi, dalla sua stessa
volontà?
S’alzò, si mise a passeggiare per la camera intorno ai mobili artistici
di un gusto severo, passandosi le mani sugli occhi, ricacciandosi
indietro i capelli convulsamente: il tappeto ammorzava i suoi passi;
pareva un’ombra errante con l’alta statura, il viso smorto, l’abito
nero. Passò davanti al balcone che si schiudeva sul Canal grande, ed
ebbe appena uno sguardo indifferente, lui artista ed entusiasta della
sua Venezia, per la lunga schiera incantata dei palazzi dirimpetto,
sorgenti fra l’acqua e il cielo nel vasto silenzio e nella placida
luce d’opale e di madreperla che solo i crepuscoli veneziani hanno.
— «È meglio che mi levi di qui, — concluse; — almeno mi toglierò
dall’inferno dell’attesa in questa solitudine...». — E s’avviò a
pigliare i guanti sulla mensola, nell’angolo, ingombra di cofanetti
e di gingilli: poi con lo sguardo vago, la mente assorta negli occhi
neri, nel profumo, nel fascino di lei, pigiò macchinalmente il dito
sulla molla di uno fra quei piccoli scrigni, lo aperse, vi cacciò
la mano sbadatamente.... ma la ritrasse tosto con un brivido che lo
agghiacciò, anima e corpo. Invece della liscia ed unita superficie
del guanto, aveva sentito sotto le sue dita delle filamenta morbide e
sottili come d’una matassa di seta.
— Ah, che sacrilegio! — esclamò con vero ribrezzo; poi tentò di
superarsi e volle richiudere il cofano frettolosamente. Ma la treccia
bionda della morta ricascava fuori dallo scrigno, sollevando il
coperchio, ricusando di togliersi alla sua vista, di rientrare nella
sua tomba — imponendosi....
Max era rimasto immobile, con gli occhi fissi, la fantasia, sàtura
di fatalismo, paurosamente colpita. Per la prima volta gli accadeva
di aprire storditamente quel reliquiario che conteneva la memoria
più soave, più mesta, più santa della sua vita; memoria da lui
custodita con tutta la venerazione segreta di cui era capace la sua
natura dolorosamente sensibile e trascendentale. Povera Maria! che
profanazione! Egli s’assise là, nell’ombra di quel cantuccio sommerso
nel crepuscolo, levò adagio, con le mani un po’ tremanti, la lunga
treccia voluminosa a cui era avvinto strettamente un piccolo gruppo
di seccume — fiori in un tempo lontano — e la lunga treccia gli
scivolò sulle ginocchia in un molle abbandono di cosa morta, spiccando
opacamente bionda sull’abito nero.
Intanto, all’aprirsi del breve reliquiario, usciva lo sciame dei
ricordi, e la memoria evocava fedele l’immagine della giovinetta: la
delineava, come sempre, bianca, mite, gentile, sul balconcino gotico
del vecchio palazzo tetro; nella gondola nera e slanciata fra la
luminosità della laguna rispecchiantesi nei grandi occhi sereni di lei
in tutte le sue misteriose e profonde trasparenze; nella vasta piazza
marmorea sotto un cielo di cobalto, innanzi a San Marco scintillante
di colori e d’oro, come un gioiello, nella calda fulgidezza del sole
meridiano; mentre una frotta di colombi scendeva serrata, attorniava
lei, bionda e ridente, poi si levava a volo sparpagliandosi con un
brusco frullo d’ala. Rivedeva la sua fanciulla passare nelle tortuose,
umide calli, benefica e soave come una buona fata; la rivedeva
scendere e salire i ponti, lesta, leggiera, colla testa alta, il
viso colorito, inebriata di gioventù, d’aria, di luce; la ritrovava
prostrata sotto il lumicino rosso di una lampada moresca che faceva
rilucere i mosaici nell’ombra della cattedrale bizantina; la ripensava
come una sera estiva, ai Giardini, nel bianco lume lunare, appoggiata
alla balaustra di marmo sulla laguna che si stendeva luccicante di
riflessi d’acciaio; ricordava il lungo silenzio e il turbamento che li
aveva colti all’improvviso in quella gran pace; ricordava il movimento
quasi inconscio della manina sottile che sfogliava un fiore: persino
le piccole fosforescenze dell’anellino di brillanti ricordava; e
sopratutto di non averla veduta mai tanto idealmente bella come in
quella sera, tutta irraggiata come una candida parvenza che dovesse
svanire nelle ombre del Giardino, o nella serenità fredda del vasto
plenilunio.
Erano cresciuti assieme; si volevano bene come fratello e sorella;
si vedevano tutti i giorni, a tutte le ore. Max non trovava ricordo
dolce o triste della sua prima giovinezza che non fosse confuso alle
risatine fresche, allo sguardo sereno, alle lagrime silenti, alla
voce soave di Maria. Quante volte ella aveva spianato con le bianche
dita una ruga precoce del volto, dileguato con gli occhi azzurri una
nebbia uggiosa dal cuore del suo compagno! Quanti consigli miti, quante
parole ragionevoli, quanta logica semplice adoperava per persuaderlo,
per frenarlo, per animarlo, per fargli mutare un cattivo proposito di
svogliatezza o di vendetta! Ed era cosa rara la sconfitta di Maria,
giacchè anche lui allora era giovane, buono, impressionabile, pieno
di entusiasmi e di fede. — Povera fanciulla! Come era leggiadra
quell’ultima sera al suo primo ballo! come era lieta, spensierata e
bella nell’abito bianco vaporoso, senza gioielli e senza fiori, lei,
fiore e gioiello vivente con la carnagione d’una freschezza rosea e
vellutata di petalo, le lunghe treccie di fili d’oro! Max ritrovava
il fremito di delizioso sgomento che lo aveva assalito quella sera al
contatto delle morbide treccie voluminose, quando volle puntarle un
mazzolino in testa, proprio fra le ondulature delle trecce di fili
d’oro. Rammentava il loro respiro ancora ansante dopo quel valtzer
vertiginoso, il viso acceso, l’espressione ingenuamente maliziosa degli
occhi color del mare, i movimenti della testolina irrequieta di Maria
che si divertiva della goffaggine di lui, delle sue mani tremanti, del
suo riso imbarazzato e nervoso. «Ora sei proprio bella!» le aveva detto
poi, ed ella si era ammirata ad uno specchio, mormorando scherzosa:
«Ebbene non lo leverò più!» E non lo aveva più levato, povera bambina!
Si era ammalata l’indomani e la morte l’aveva portata via col mazzolino
nelle treccie bionde... Ed ecco finalmente la tetra, la mestissima,
l’incancellabile visione... il lettino bianco nella camera a colori
ridenti, dove egli entrava per la prima volta e perchè ella moriva.
Ecco il volto affilato, livido, in cui parevano sinistramente belli
gli occhi color del mare; il sorriso buono; le piccole mani che gli
si allacciavano al collo, la voce soave, fioca, all’orecchio: «Max,
ho ancora il tuo mazzolino nelle treccie, vedi?... Quando non ci sarò
più, riprendilo... ma pigliati pure la treccia, una delle mie treccie
bionde che ti piacevano tanto: così il mazzolino non ne verrà separato
e ti resterà qualchecosa di me...» Egli adolescente, innamorato, con
la testa piena di romanticismo, nello strazio di quell’ora vagheggiò
il suicidio; ed ella lo stringeva più forte con le piccole mani,
persuadendolo, come quando faceva desistere da un cattivo proposito
lo scolaro ribelle. «No, vivi, Max; vivi per i tuoi genitori, per mia
madre... per la tua bell’arte vivi, lotta, studia, diventa artista,
diventa celebre.... ma non ti dimenticare....» Ed egli aveva sentito
sulle gote le lagrime di quella povera giovinezza morente — la sua
ultima ribellione — il suo ultimo rimpianto alla vita.
..... Una fredda esistenza, un’esistenza di tumulti, un vuoto,
un’aridità erano venuti dopo la morte della sua fanciulla... Uno
sfrondamento di illusioni, di entusiasmi, di speranze... Un brulicame
di basse passioni, di piccole menzogne... E quanto arrabattarsi per
la felicità, per l’amore, per la gloria, veduti sempre all’orizzonte
e sfumati sempre come splendidi miraggi! Oh se Maria non fosse morta,
sarebbe la sua sposa, la sua difesa, il suo angelo custode, la pace e
il riposo dell’esistenza sua. Ma la bionda visione era cancellata per
sempre... Max, in quel cantuccio sommerso nell’ombra, con lo sguardo
sulla treccia, viveva così nel passato senza più nozione del tempo e
della realtà....
..... — Signorino, non mi comanda di accendere i lumi? — disse la
voce tremula e discreta del vecchio servo dalla soglia della camera
elegante.
Max diede un balzo e guardò l’orologio. L’ora del convegno era passata
da quaranta minuti; l’ora attesa febbrilmente e sognata ardentemente
aveva potuto dunque dileguarsi così? Egli non battè ciglio, non si
mosse, ma qualche cosa moriva dentro di lui in tutti gli strazî di
un’agonia disperata e tremenda. «Tu non lo vuoi, dunque, Maria; tu non
lo vuoi! — » ripeteva il suo pensiero fra il tumulto de’ suoi sensi,
fra quell’ultima lotta. E la bionda treccia, nel suo abbandono molle,
pareva rispondergli, trattenendolo, tenue e possente come il braccio
di un bambino che gli si fosse addormentato in grembo. Max chinò il
capo come piegando ad una forza superiore. Una lenta stanchezza lo
invase; uno scoramento, un languore indicibili; un senso di debolezza,
d’impotenza a lottare col destino che gli si rivelava all’improvviso
tremendo; un desiderio latente di finirla col dualismo che gli tendeva
i nervi, gli assopiva le facoltà della mente, gli velava l’alta
serenità fulgida dell’arte, in cui l’anima sua era solita a librarsi,
a spaziare, a cercare le migliori compiacenze, le consolazioni più
pure e più efficaci della sua vita tempestosa. Poi Maria era in lui;
Maria, la bionda morta evocata: ed il basso brulichio delle passioni
e dei desiderî sensuali non reggeva a quel confronto e fuggiva e si
sperdeva da tutti i lati come le tenebre al raggio trionfale del sole.
Le sue ebbrezze, il suo amore, la sua dissimulazione, tutta la miseria
infine della sua condotta passata, lo disgustarono, lo umiliarono, lo
nausearono come il ricordo d’un sogno oscenamente bugiardo....
Ebbene, no; non avrebbe da rimproverarsi una simile viltà: la viltà di
prendere una povera donna debole e onesta; la viltà di tradire l’uomo
che lo aveva beneficato. No, non avrebbe una macchia simile sulla sua
coscienza d’uomo leale, sulla sua vita elevata dall’arte. Rialzò il
capo alteramente, più calmo, poichè la sua immaginosa e mistica natura
era già allettata dalla poesia del sacrifizio che gli aleggiava nel
cuore sperdendo i resti di quell’ardente soffio di passione.
Uscì sul balcone e rimase là finchè la notte scese sul Canal Grande
e nel cielo palpitarono rilucenti le stelle. Nessun lume nelle enormi
masse nere dei palazzi dirimpetto; qualche gondola appariva e spariva
col rosso lumicino riflettentesi in striscia purpurea, verticale e
tremolante nell’acqua bruna. Un bisbiglio di voci, un tonfo di remo,
un breve, mite sciaguattìo; poi il silenzio, ancora il silenzio delle
notti veneziane pieno di misteri, di dolcezze, di malinconie.
Quando Max ebbe l’anima penetrata di quel silenzio e di quell’incanto;
quando ebbe ascoltato tutto ciò che gli dicevano la notte stellata e
i ricordi già lontani del suo grande amore domo dalla bionda morta
innocente, passò nel suo salotto di studio ornato di opere d’arte
antica e moderna, s’assise al pianoforte nascosto da vecchi arazzi e
suonò. Suonò l’intera notte, nella sala semibuia, e cantò tutti i canti
che gli fluivano dal cuore. Fu in quella notte che cominciò a comporre
il capolavoro che gli diede la rinomanza e la gloria.