Natale Romantico

Nella chiesetta del convento si celebravano le tre Messe di Natale.

L’altar maggiore si ergeva nel fondo fra i rossi panneggiamenti di

velluto, i veli cerulei e i galloni d’argento, illuminato dai ceri

digradanti in una triplice schiera di fiammelle, coperto di lini e

di merletti su cui scintillavano gli arredi sacri tra le palme di

rose. Sulla gradinata nascosta dal tappeto, i sacerdoti s’inchinavano

nelle gialle stole gemmate: fra la nebulosa profumata dell’incenso:

una visione magnifica, che lasciava ancor più buia e nuda e povera la

piccola chiesa in cui i soggoli e le bende delle monache impallidivano

lontane, confusamente, come una coorte di larve. Giù per le navate

solitarie interdette ai profani, l’organo versava torrenti sonori di

melodie; ora formidabili come il clamore delle trombe d’una legione

d’arcangeli giustizieri; ora dolcissimi, mormoranti appena, come in un

sogno celestiale; ora appassionati e numerosi come mille e mille voci

assurgenti e rincorrentesi nel delirio di un’estasi divina.

Un poco in disparte, sotto la lampada accesa all’altare semibuio di

Michele arcangelo, era prostrata suor Raffaella — la povera monachina

malata e bizzarra, a cui si perdonava tutto, ora che doveva morire. La

mattina stessa aveva sputato sangue di nuovo, e tutto il giorno era

rimasta a letto per obbedienza — ma la sera non le avevano impedito

di levarsi e scendere in chiesa per assistere alle tre messe della

mezzanotte, le tre messe del Natale.

Stava prostrata immobilmente sul duro inginocchiatoio di legno, con

la faccia tra le mani gialle e scheletrite. E non aveva pregato,

nè meditato, nè pianto. Aspettava con l’anima sospesa, l’invocato,

dolcissimo prodigio. Oh Dio non l’avrebbe lasciata morire così,

senza concederle di rivedere una volta il suo amore! poichè ella

non domandava che di rivederlo un attimo, chinargli il capo sul

petto e morire. Chi sà, chi sà! Forse non era caduto a Dogali,

forse s’erano ingannati scrivendo il suo nome nel lugubre elenco, e

bisognava cercarlo ancora, cercarlo invece fra i prigionieri delle

tribù selvaggie, in qualche recesso ignoto della maligna terra dalle

paurose leggende. Oh non poteva esser morto, lui! così ardito, così

giovane, così forte, amato così!... E se era proprio morto, ebbene, lo

rivedrebbe per miracolo; credeva piuttosto a questo che alla certezza

di non ritrovarlo mai più.

Erano anni che aspettava quel momento; anni!

Da principio l’attesa placida, sicura, olimpica, coll’anima stemperata

quasi in un immenso _nirvâna_; poi un periodo inquieto, dubitante,

angoscioso, tremendo, a cui aveva seguito quell’attesa febbrile,

inverosimile, ostinata, di ogni ora, di ogni minuto del giorno e

della notte; un’attesa così intensa, nel fervido desiderare, che la

sua vitalità vi si struggeva come in un crogiuolo ardente.... ed era

la morte: essa lo sapeva, lo sentiva, pur non tentando di lottare:

abbandonandosi anzi, quasi lieta di morire.

Però quella notte uno spiro novo e fresco di speranza la vivificava.

Era la notte di Natale, la notte santa delle mistiche corrispondenze

tra la terra ed il cielo. Gli angeli, quella notte, in infinite e

diafane spire allacciano i mondi, osannando al Messia nell’immensità

che si riempie di parvenze radiose e di musica. Forse Iddio aveva

scelto quella notte luminosa per compiere il miracolo, per renderle il

suo amore.

La seconda messa giunse a metà. Da piè dell’altare evaporò più densa e

più odorosa la nube d’incenso; le campane in alto dindondavano solenni

e gaiamente pie; dall’organo si effondeva sommessamente la cantilena

agreste delle zampogne, la pastorale, semplice e sublime serenata della

notte meravigliosa. E quella nenia ripetuta, ripetuta, ripetuta, nel

ritmo ingenuo e amoroso di una ninna-nanna, blandiva i suoi tumulti, la

cullava, la addormentava. Non aveva più senso di nulla.

Ma quando sentì toccarsi lievemente sull’omero, scattò. No... non era

ancora lui; era suor’Rosalia, la buona giovine novizia, impensierita

della sua immobilità.

— Si sente male, suor’Raffaella?

Ella la fissò con gli occhi spalancati e non rispose. L’altra, appagata

di saperla ancor viva, si rimise a pregare.

Suor’Raffaella volse lentamente il viso aguzzo, che aveva una strana

espressione di stupore, verso l’immagine dell’Arcangelo Michele che

cacciava con la spada fiammeggiante gli angeli decaduti; e i suoi

occhi neri e ardenti s’affisarono lungamente sull’immagine sacra che la

lampadina faceva appena emerger dall’ombra.

— Suor’Raffaella è devota di san Michele — dicevano le suore. Infatti

era sempre là che s’inginocchiava, là che pregava e piangeva, quando

poteva ancora piangere e pregare. La gentile e balda figura del biondo

spirito cavaliere le ricordava il suo amore, fior di gentilezza

e tempra d’eroe; così lo prediligeva e si prostrava a’ suoi piedi

umilmente anche ora, quasi soggiogata da quell’energìa celeste.... o

vinta dalla languida dolcezza d’un sogno.

Questa volta lo affisò a lungo, intensamente, come se avesse dovuto

stare un pezzo prima di rivederlo: poi reclinò ancora il capo fra

le palme, esausta. Sentiva mancarsi il respiro e la vita; le voci

dell’organo le ululavano confusamente negli orecchi, come il frastuono

di un uragano; quelle campane alte e lontane le davano le vertigini; i

vapori dell’incenso la soffocavano. Credette di morire, e la prese un

folle desiderio d’aria, di libertà, di vita. Quelle campane insistenti,

festose nell’altezza fredda e pura, le parlavano, la chiamavano,

la volevano, l’attraevano irresistibilmente, la suggestionavano.

Smemorata, quasi folle, staccò il rosario dal fianco, il rosario che

sapeva le strette convulse delle esili dita che lo afferravano di notte

sotto il capezzale o lo avvoltolavano con una monotonìa disperata nelle

lunghe ore delle giornate vuote e silenti, e lo depose sugli scalini

dell’altare; poi si alzò lieve e quasi incorporea, come un’ombra, e

dileguò dalla porticina accanto all’altare, che conduceva al corridoio.

Di là si saliva pure al campanile; l’uscio era aperto ed ella salì. Le

campane con le loro vibrazioni sonore la volevano; lassù era l’aria,

l’esultanza, la vita. Suor’Raffaella cominciò a salire la stretta

scala a spirale reggendosi al muro, al buio, a tentoni, faticosamente;

il respiro le diveniva ancor più difficile; la scala tortuosa e

ripida le esauriva le ultime forze. Un’oppressione vaga incombeva su

lei, un’oppressione che avanzando divenne un incubo, un terrore per

quelle tenebre ignote e continue addensate nell’angusto spazio. La

scala seguiva non mai interrotta, e nessun spiraglio, nessun lume;

un’oscurità pesante di tomba. E ancora scalini e scalini ascendenti in

una spira diabolica, interminabile. La testa le riddava vorticosamente,

il suo respiro era un rantolo. Saliva, incontrando sempre nuovi

gradini sotto il piede, incespicando, cadendo, rialzandosi, delirando,

immaginandosi di uscire da un abisso sterminatamente profondo, di

esser condannata a roteare così, innalzandosi nel buio, per l’eternità;

sbarrando gli occhi, avidi d’un punto luminoso; spalancando la bocca,

anelante di un soffio d’aria viva. Infine sostò, incapace di proseguire

o di retrocedere, e s’abbandonò sugli scalini, sospesa in quel foro

nero, fra due abissi....

Ma le campane la chiamavano, la volevano, le campane rimbombanti sonore

e vicine, alle cui vibrazioni quel fragile edifizio pareva oscillare. E

suor’Raffaella si levò, galvanizzata, e cominciò l’orribile ascensione

brancicando nelle tenebre, oramai inconscia di sè, cieca, pazza,

morente...

Improvvisamente, a uno svolto, un rettangolo di blanda luce argentina

le s’aprì dinanzi ed essa si slanciò. Era l’uscio che dava sulla

stretta terrazza circolare, a pochi metri dalle campane. L’aria

pungente e mossa l’avvolse tosto in una gelida carezza che la rimescolò

bruscamente. Le parve di svegliarsi da un sogno atroce; battè le

palpebre e sorrise. Era l’aria, la libertà, la vita. Laggiù, laggiù,

tutto intorno la pianura immensa, morbidamente bianca di neve sotto il

vasto plenilunio. Alberi, case, strade, apparivano vaghi e indistinti a

quell’altezza: non rimaneva che la pianura giù, all’imo, candidissima,

e sul suo capo l’etere terso, profondo, gemmato, in cui le pareva

d’essere librata meravigliosamente. Libera, sola, sullo stretto spazio

di quel pinnacolo eccelso, penetrata dalla magica nebulosa d’argento

fluttuante nello spazio, si sentiva ingigantire smisuratamente e

sprigionare dal suo involucro materiale, per trasformarsi in una

parvenza luminosa e fantastica, dileguantesi nell’infinito con le

vibrazioni di quelle campane rombanti accanto a lei che si slanciavano

nel vuoto, gioiosamente.

Finalmente non si ricordava più! non viveva più! non soffriva più!

Era guarita. S’era immersa nell’altezza serena e fredda, come in un

queto Lète dolcissimo e oblioso. L’immagine fascinatrice, abbarbicata

da tanti anni al suo cuore con una tenacità così ardente da assorbirne

la vita, l’immagine che l’inseguiva traverso le ore dell’occupazione,

della preghiera, della meditazione, del riposo; nella veglia, traverso

le lunghe notti invernali; nei sogni, in cui guizzava come uno sguardo,

come una voce, come una parola; l’inebriante e fallace parvenza che

la uccideva di desiderio cocente, l’aveva lasciata; era svanita; aveva

dilagato nell’estasi di quell’ora vaga, fantastica, divina.

Poi il candore vastissimo, lo spazio infinito l’assorbirono

interamente; si sentiva già pronta a librarsi, lieve e immateriale

e vaporosa come un’angelica forma; si sapeva coronata di stelle

rifulgenti; sorrise. Sorrise alle campane che continuavano a slanciarsi

folli, sonanti, mentre lei si puntellava al parapetto, salendovi

faticosamente in ginocchio, rimanendovi un attimo, per slanciarsi anche

lei nel vuoto bianco e luminoso e profondo, nel plenilunio sacro.

Il libro dei miraggi · 第 8 / 35 题