Clotilde entrò un poco sbadatamente, cantando, nel salotto terreno
della villetta dove accanto alla nonna che raccomodava il bucato, suo
fratello declamava con molto fervore, leggendo. C’era anche il loro
vicino, l’avvocato Dardanelli.
— Ssss! — le fece questi con un’energia così brusca che la inchiodò
sulla soglia, muta, sorpresa. Ma Roberto aveva già lasciato ricascare
sulle ginocchia le mani, che reggevano il manoscritto, in atto di
scoraggiamento.
— Quella sgarbataggine... — cominciò a rimproverare seccamente la
nonna, levando la testa piccina e ossuta dall’enorme lenzuolo che la
seppelliva ammonticchiandosi su una sedia di contro. E dopo un momento
di silenzio generale disse a Roberto, guardandolo attraverso gli
occhiali amorosamente: — Continua.
— No, è inutile, — mormorò il giovane con languore annoiato; — già a me
quella spensieratezza ignorante mi fa sempre l’effetto di una secchia
d’acqua sul capo. — E corrugò le sopracciglia, passandosi una mano
fra i capelli biondi e fluenti, come se la secchia lo avesse inaffiato
davvero. — Io son fatto così, che vuole? — riprese sorridendo a fior
di labbra all’avvocato e alla nonna che lo guardavano costernati; —
un nonnulla, in certi momenti di emozione artistica intensa, basta a
smontarmi, a prostrarmi per chi sa quanto... — E dopo un guizzo nervoso
piegò il manoscritto dispettosamente e si levò.
— Questi poeti moderni sono pile di Volta, — osservò blandendo
l’avvocato, mentre la nonna continuava a fissar Roberto con un po’
d’inquietudine.
— Se avessi immaginato, — entrò a dire la ragazza punto intimidita, —
non sarei certo comparsa e, se volete, me ne vado...
Roberto fece una mossaccia ed uscì.
— Ci siamo! — sbuffò la vecchina. — Tu, cara Clotilde, fai e dici
sempre delle sciocchezze. Mi pare che oramai dovresti conoscere tuo
fratello. Già, non c’è rimedio, ci vogliono dei riguardi... Quella
gente là non è come noi, è fatta ad un altro modo, vive in tutt’altro
mondo. Con tutte quelle idee nel cervello, sfido io! E pur troppo in
ogni tempo e in ogni luogo ci fu e c’è qualcuno che li disconosce,
che li deride... Pare impossibile! Roberto, che, per buona sorte, è
cresciuto in un ambiente dove tutti lo apprezzano e lo ammirano, deve
aver per sorella quella monellaccia là che non capisce niente....
Clotilde non sorrise e continuò a tagliarsi le unghie con le forbici
della nonna, ritta in faccia a lei, contro lo stipite della porta
che s’apriva sul giardino, più seccata dalla presenza e dagli sguardi
dell’avvocato, che dalla ramanzina della signora Rita. Gli occhi di
Dardanelli, tondi, piccoli, bruni, maliziosi nel faccione paffuto,
quegli occhi impuri che parevano denudarle corpo e anima, la urtavano
terribilmente. Quindi con bel garbo gli voltò le spalle, borbottando
più per disimpegno che per altro: — Roberto _posa_, nonna mia...
— Sentite chi parla di _pose_! — esclamò la nonna con un atto di
desolata meraviglia. — Chi parla di _pose_! L’ha intesa, avvocato? Lei
che fa la donna emancipata a quel modo! Lei che ha suscitato un mezzo
scandalo con la fissazione di quegli studii... Zitta, zitta per carità!
Clotilde sorrise, questa volta, continuando a rimaner voltata in là
a capo chino. Intanto l’avvocato mangiava cogli occhi quelle spalle
svelte, quella vita sottile, tutto quel bel corpo giovanile e fiorente
costretto nell’abito nero da cui usciva libero e nudo il collo fresco,
velato di capelli biondicci sfuggenti al voluminoso nodo fissato con
uno spillo d’argento sulla sommità del capo.
— Va là col tuo tanfo d’acido fenico — brontolò la nonna con disgusto.
— Non mi ci avvezzerò mai.
Clotilde scese il gradino di pietra e fece qualche passo nel giardino
verde, fiorito, odoroso. Era un tramonto di primavera, roseo, diffuso,
come un’aurora. Ma la nonna la richiamò quasi subito, ed ella dovè
voltarsi, tornare indietro. L’avvocato la guardava avvicinarsi lenta,
a capo chino, occupata sempre delle sue unghie, spiccando nettamente
nella limpidità dell’aria; un ultimo raggio d’oro rosso le ravvivava il
biondo scuro dei capelli. Si fermò a piè dello scalino senza sollevare
il viso nè gli occhi; era assai pallida, sbattuta, e le lentiggini
della sua pelle fina apparivano tutte su su fino nella fronte, che i
capelli rialzati alla giapponese lasciavano scoperta.
— Signora medichessa, faccia il piacere di terminare quest’orlo intanto
— disse più ironica che scherzosa la nonna cedendole il suo posto
accanto alla finestra, e uscì.
La ragazza sedette un tantino soprapensieri e si tirò metà del lenzuolo
sulle ginocchia. Poi si avvide di esser troppo vicina all’avvocato e
con un moto quasi di ripugnanza ritrasse la scranna fin sull’estremo
dello scalino di pietra.
— Perchè s’allontana? — le chiese Dardanelli con la sua voce fessa e
nasale che aveva una intonazione di dolcezza.
— Cerco la luce, non lo sa che sono miope? — e il volto di Clotilde si
colorì leggermente, fuggevolmente.
— Non sarebbe una qualità per una medichessa, — seguitò l’avvocato,
accostando ancora la sua sedia a quella di lei.
— Non mi chiami così, la prego! — Ell’era quasi supplichevole. — Peno
abbastanza a sopportare tutti i giorni le canzonature stizzose della
nonna e le smorfie sprezzanti di Roberto, senza contare tutta la
buona gente che scandalizzo e che mi regala le sue meraviglie, le sue
disapprovazioni, i suoi consigli... Come se non sapessi ancora ciò che
faccio, come se fosse peccato... — La sua voce oscillava. — E anche sua
moglie, sa, anche lei...
— Oh lasci stare mia moglie; è una grulla — s’affrettò a dire
Dardanelli, che le alitava il suo fiato caldo sul viso. — La nonna
è una vecchina all’antica. Roberto è tanto nelle nuvole... A me
invece piace che le donne, quando sono belle come lei, s’emancipino
così. Se ci saranno molte medichesse come lei, vedremo i medici in
liquidazione... e gli ammalati maschi in aumento — finì sorridendo.
Clotilde sentì l’offesa e fece spalluccie. Dardanelli le sfiorava la
persona col suo corpo obeso. — Io ammalerò di certo... Se ammalerò
verrà a curarmi? — le chiese ancora con la sua vocetta che si
stemperava nella tenerezza.
— Io no. Mi dedico alle malattie delle donne e dei bambini, lo sa
pure... — cominciò lei, ruvida; ma s’interruppe con un sussulto. Il
braccio di Dardanelli le allacciava la vita.
— Impazzisce? — gridò Clotilde indignata, ribellandosi; — impazzisce?
— E siccome l’avvocato la stringeva più forte, essa con l’ago gli punse
la mano, violentemente.
Dardanelli si ritirò subito con un moto frettoloso e grottesco,
soffocando un’esclamazione di dolore. — Quanto male mi ha fatto!... —
mormorò poi, occupandosi della puntura con quell’importanza esagerata e
quell’inquietudine propria del sesso forte per le ferite di questa arma
esclusivamente femminile, un’arma da silfo, fatta d’un minuzzolo di
raggio siderale: — Guardi quanto sangue! lei che doveva guarirmi...
— Ho imparato che si guarisce anche facendo del male, — ribattè la
ragazza, rude, andandosene. — Si badi; — è un saggio.
Ella non sapeva d’esser tanto indovina dicendo queste parole.
*
* *
A notte alta, Clotilde, vegliava sola nella sua camera. La lucernina
a petrolio, velata d’un bianco perlaceo, pioveva una luce chiara
e tranquilla sulla giovine testa bionda china sul libro, e si
diffondeva mite a lambire le pareti grigie a mazzi di rose. Nel
fondo biancheggiava un letto stretto, monacale, su cui era un gran
quadro di cui si vedeva soltanto rilucere la cornice. Un altro quadro
stava appeso nell’angolo dov’era il tavolino di Clotilde, tra le due
finestre: il ritratto a olio d’una donna giovine vestita di velluto
nero con un piccolo collare di trina.
All’abito austero, alla posa rigida e convenzionale faceva contrasto
il volto quasi infantile, dall’espressione dolcissima e dallo sguardo
amoroso rivolto verso la fanciulla con quel non so che di mesto, di
stanco, di assorto, che hanno i ritratti dei morti non dimenticati. E
sulla fanciulla, che studiava assidua, protetta da quello sguardo, fra
i cortinaggi di velo delle finestre, alti e candidi come ali, nella
solitudine feconda di quelle pareti gaie e silenti, parevano scendere
benedizioni.
Sul tavolino, fra l’aridità dei libri di scienza, dei trattati
di patologia e di farmacologia, dei cartolari, delle boccette
d’inchiostro, la nota delicata, femminile: un mazzolino di viole e un
ramo di biancospino in un bicchiere.
Clotilde leggeva, segnando in margine qualche periodo o qualche
parola colla matita che si picchiettava poi sui denti stretti con un
movimentino che pareva distrazione, ma che in lei caratterizzava il
massimo dell’occupazione del pensiero in qualche cosa. Le viole e il
biancospino odoravano forte sotto il calore del lume che li avvizziva;
in lontananza, nella campagna, un cane abbaiava con insistenza noiosa
e s’udiva fioco e continuo il gracidare delle rane. A lungo la testa
bionda giovanile rimase china sui libri e sui quaderni di appunti; a
lungo la lucernina diffuse luce e tepore nel silenzio che, inoltrando
la notte, pare addensarsi sempre più come un velario invisibile e
isolatore, intorno a chi veglia nelle case addormentate; Clotilde non
ebbe uno sbadiglio nè un atto di stanchezza. Quando guardò l’orologio
nascosto nella cintura, fece un atto incredulo di stupore. Erano le
tre.
Possibile! le tre? quasi cinque ore di studio continuo sfumate in un
baleno! Era proprio una vera passione la sua, oh si! tanto forte da
raccogliervi intorno tutta la sua giovinezza rigogliosa, fiorita di
sogni. Sogni strani, d’una purezza immacolata, un po’ livida, un po’
mesta, un po’ fredda, come ogni grandiosità: imprese, uomini, cose.
_Pace summa tenent_ era il motto che aveva scelto: pace, ma non quella
di morte! La morte essa l’avrebbe combattuta, accanitamente, con tutte
le forze del suo ingegno e della sua vita, l’avrebbe vinta, incatenata,
fugata sventolando il vessillo della scienza in cui credeva con la fede
ardente e cieca di una neofita; a cui benediva come ad un ideale di
verità e di bellezza; a cui tendeva le braccia come alla felicità.
Forse l’avrebbe trovata, lei, la felicità. L’avrebbe trovata in quel
romitaggio splendido e austero dove sono così pochi gli eletti, così
pochi quelli che vi ascendono, molto amando! La gloria, una posizione
rispettabile, l’interesse materiale, ecco, — pensava Clotilde, —
l’esca di quasi tutti i giovani studenti di medicina; ed anche quelli
che hanno la vocazione vera, viva, sincera, sfrondano così presto i
loro begli entusiasmi! perdono così presto la loro fede gioconda! —
Ebbene, lei no: lo sentiva. Aveva un tesoro di volontà tenace e di
amorevolezza; queste doti eminentemente muliebri, che fanno le eroine.
Poi, la pietà. La pietà, la nota fondamentale del suo carattere,
affinantesi qualche volta morbosamente. Da bambina era svenuta vedendo
dei monelli tormentare un cagnolino cucciolo; e quando la nonna
portava, implacabile, al gatto la trappola che conteneva il topolino
smarrito e umiliato, c’era ogni volta una scena di singhiozzi e di
preghiere che lasciavano la bimba nervosa per tutta la giornata. Si
ricordava anche di aver vuotato tutto il contenuto del suo salvadenaro
nel grembiule di un manovale, per riscattare un passerotto intirizzito,
ed anche, lei, così mite e tranquilla, d’aver amministrato una buona
dose di scapaccioni al fratellino che strappava le ali a una farfalla
viva. Quando cominciò a frequentare la scuola e a formarsi la sua
piccola esperienza intorno alle ingiustizie e alle miserie della
vita, le generosità spontanee, le delicate abnegazioni divennero per
lei un’abitudine, una necessità. Compagne scusate e protette, merende
divise, compiti fatti di nascosto per qualche bambina poco intelligente
e volonterosa, regalucci, elemosine, e con tal frequenza che la nonna
aveva dovuto avvertir la maestra, poichè le bimbe più astute, con un
po’ di commedia, la svaligiavano. Una sera, in principio d’inverno, era
tornata a casa coi piedi nudi negli stivalini perchè aveva dato le sue
calze nuove di lana a una bambina che piangeva dal freddo ai piedi.
I suoi giocattoli, specialmente le bambole, andavano tutte, una dopo
l’altra, a consolare qualche dolore infantile, a rallegrare qualche
malatina, a far dimenticare qualche digiuno... pronta a pigliarsi poi
con filosofica rassegnazione i rabuffi della nonna ed anche qualche
correzione più spiccia dispensata dalle mani della vecchietta, niente
affatto entusiasta di quel lusso di filantropia.
A nove anni suo padre la mise in collegio, e ne uscì a quindici con
tutti i primi premi per gli studi e per la buona condotta; lasciando
edificate dietro di sè maestre e compagne per la sua intelligenza viva,
la sua persistenza tenace nell’operosità, la dignità serena delle sue
maniere che le attiravano intorno una deferenza che pareva rispetto.
Una sol volta fu punita severamente, e fu per aver trasgredito l’ordine
assoluto di non salire a certe camerette dell’ultimo piano, dove stava
rinchiusa da anni una monaca pazza, «pazza per amore» bisbigliavano fra
loro in segreto le educande. Clotilde era salita da lei una volta, poi
due, poi dieci, poi aveva finito per visitarla regolarmente ogni giorno
in un momento o nell’altro, quando poteva sfuggire alla sorveglianza,
mettendo tutta la sua diplomazia e tutta la sua fredda volontà
in quella disobbedienza, dopo che si era accorta d’un lievissimo
miglioramento dell’infelice accarezzata dalle sue cure. Poi un bel
giorno costei le si era avvinghiata al collo, tempestandola di baci con
una furia così selvaggia, che la guardiana se ne spaventò e a scanso di
responsabilità avvertì la Direttrice. Clotilde non potè veder la pazza
mai più. Qualche tempo dopo, la monaca moriva.
Rientrata in famiglia, fra sua nonna, suo padre, un militare in
ritiro, e suo fratello, la giovinetta andava dicendo di volersi far
suora di Carità. Ma la nonna, che odiava le romanticherie, fu la
prima ad opporsi con una risolutezza che le accendeva il desiderio
continuamente, più forse delle elette e spirituali figurine che vedeva
passare nei discorsi di suo padre, quando evocava con lei i suoi
ricordi di campo e di ospedale. L’attraeva il mistero gentile delle
bende, quel mistero in cui non raggia che un viso e un nome: un viso
sempre dolce, un nome soave che le fa migrare attraverso il mondo
invisibili e sconosciute come una falange di angeli custodi scendenti
dalle regioni in cui non c’è patria nè personalità. L’attraeva quella
gran pace attiva nell’oblìo e nel riposo e nell’ignoranza d’ogni
cosa, come se una blanda riviera letèa avesse dilagato sulle passioni
e sui ricordi della vecchia vita naufragata; l’attraeva sopratutto
l’abnegazione efficace, la carità feconda, la castità austera di quelle
esistenze. Ella, che sognava di avere le braccia della Provvidenza per
attirare e consolare tutti gl’infelici e i dolenti della terra, avrebbe
potuto finalmente profondere quel tesoro d’affetto e di pietà che le
si accumulava nel cuore. Oh esser utile e benefica! ardente e pia! Il
miraggio tranquillo di quella vita turbava i suoi sonni di vergine come
un desiderio d’amore.
A deviare quella corrente che minacciava di portare serie burrasche in
famiglia, venne un vecchio medico, amico di casa, una simpatica figura
di patriota e di cavaliere, volta a volta brusco e cortese, un po’
strambo anche, ma sempre ameno e arguto come un monello.
— Ebbene, — aveva risposto alla ragazza che gli confidava i suoi
crucci; — ebbene, studia medicina. È press’a poco la stessa cosa, sai.
È un apostolato filantropico e consolatore come l’altro e d’una carità
più militante. Una donna vi può far miracoli. Prova.
Ed avendo lei addotto timidamente la difficoltà degli studi, del
tirocinio, egli le rispose con uno sguardo ironico e una scrollata
di spalle: — Dell’ingegno e della volontà ne hai da dare a me; di
freddezza e di una certa disinvoltura spregiudicata e dignitosa non
devi difettare, se ti sentivi pronta a peregrinare per il mondo sola,
pronta ad assistere a tutte le miserie degli ospedali e dei tuguri. Fa
la medichessa.
Questa volta Clotilde non aveva risposto nulla ed era rimasta un po’
di tempo a guardar diritto dinanzi a sè co’ suoi occhi larghi e neri
che la miopia rendeva misteriosi. Forse si sarebbe limitata a pensarci
su, se un incidente non l’avesse decisa. Furono i pettegolezzi di
una vecchia serva. Essendo un giorno rimasta in casa sola con lei,
la donnicciuola incominciò non richiesta a narrarle molti particolari
della malattia che aveva spinto nel sepolcro la madre di Clotilde nel
fiore della giovinezza. Clotilde, a cui avevano lasciato credere che
il tifo l’avesse uccisa, seppe così che la mamma era morta dopo aver
sofferto lungamente, eroicamente, di un male interno, cancrenoso, che
nascondeva a tutti come una vergogna per non farsi curare da un uomo.
Quando se ne accorsero era già tardi e ancora nessuno potè vincere
quella ripugnanza invincibile, selvaggia. E il pudore la uccise.
Clotilde a questa rivelazione rimase scossa rudemente, profondamente,
intensamente, e tutta la pietà del suo cuore si sollevò come di fronte
ad un’enorme ingiustizia. Una cosa orribile, inumana, il lento suicidio
pieno di spasimi di quella madre che voleva vivere, in lotta con la
donna che si lasciava morire avvolgendosi nell’ultimo velo della sua
castità. L’anima delicata della fanciulla vibrò dolorosamente, senza
che le lagrime o le convulsioni di compassione della sua infanzia
sensibile si rinnovassero in questa grande amarezza, nella più grande
compassione della sua vita.
Rimase tre, quattro ore in camera, sola, in ginocchio dinanzi al
ritratto della sua morta senza pregare nè piangere, muta, intontita,
come se l’avessero appena portata al cimitero; rimase là con un un
gran peso sul cuore, e nel cervello una fissazione sottile, acuta,
insopportabile. Sua madre avrebbe potuto non morire dunque! Bastavano
due mani bianche e una dolce voce femminile sul suo letto di dolore,
nient’altro... E il mal di cuore non tormenterebbe il babbo incanutito
innanzi tempo, e lei avrebbe veduto vivi, animati, per la casa quel
sorriso e quello sguardo che erano un compendio di tenerezze e che
oramai non ricordava che immobili così...
Quando si risollevò, la sua decisione era presa. Studierebbe medicina.
La mamma, Dio, glielo suggerivano, glielo imponevano come un dovere,
come una missione. Era una specie di rivendicazione del suo cordoglio,
una vendetta spirituale contro la morte, cui avrebbe tolto cento altre
madri se le aveva rapita la sua. Il babbo la appoggiò e la nonna non
osava opporsi troppo, pensando forse che era meno male medichessa
che suora di Carità, o meglio, sperando che la via lunga e ardua la
stancherebbe. Ma ciò non fu. Tutta la forte volontà, la prontezza
dell’ingegno, la memoria viva, l’elasticità della fibra, tutta la
ricchezza dei suoi quindici anni la fanciulla donò alla sua idea. Lo
studio divenne la sua distrazione, il suo rifugio, il suo conforto,
la sua dolcezza. Quando il babbo, che languiva, si spense, dopo le
prime giornate di desolazione, Clotilde si rimise allo studio con più
ardore, domandandogli l’oblìo come ad un’ebbrezza; e sovente, nelle
ore che le ravvivavano il ricordo della sventura sofferta, le accadeva
di reclinare la fronte con un lieve singhiozzare su qualche grosso
trattato di Patologia che rimaneva aperto sotto quella testa bionda
come per accogliere il suo dolore.
Così fece tutti i corsi insieme agli studenti, ed ogni esame era
per lei un trionfo. Riservata, semplice, modesta, i professori la
preferivano francamente, e nessuno dei suoi compagni pensava a serbarle
rancore, anzi pareva che cercassero anche loro di favorirla; forse
per quel tal sentimento quasi di protezione cavalleresca che nasce
dall’affratellarsi dei due sessi nella medesima scuola. Le altre
studentesse erano meno indulgenti; ma poi Clotilde non si poteva dir
bella e si vestiva e si pettinava così dimessamente che pareva lo
facesse apposta per non dar nell’occhio, quindi in grazia di ciò, molto
del suo talento le veniva perdonato.
Entrata all’Università, le opposizioni della nonna ricominciarono.
Clotilde, che non poteva contare sull’unico appoggio rimastole,
quello del fratello, un egoista inutile, assorto sempre nelle sue
visioni di gloria, si limitò a tener sodo senza difendersi; e questa
resistenza silente e tenace irritava la vecchietta già inasprita dalla
sventura. Se avesse usato un pizzico di diplomazia, l’urto sarebbe
stato attenuato; ma la fanciulla era troppo franca, troppo fiera per
fingere o anche solamente esagerare una sommessione affettuosa che
avrebbe rasentato l’ipocrisia. Tutte le tenerezze della nonna erano
per Roberto, ella lo sapeva bene, nè se ne lagnava per una gran dose
d’alterezza e di filosofia, forse anche per un fondo d’indifferenza
ch’era nel suo carattere. E non le aveva mancato di rispetto mai: nè
con un atto, nè con una parola.
Eppure la nonna, con quella minuta e fredda crudeltà che hanno talora
i vecchi, non lasciava di stuzzicarla e di mettere a prova la sua
fermezza, affidandole mille faccenduole da sbrigare, o noiosi lavori
d’ago che le rubavano quasi tutte le sue ore di riposo ed anche
qualcuna di studio. Clotilde tranquillamente si rifaceva vegliando.
E la signora Rita, che non sapeva come fare a pigliarsela, si sfogava
coi vicini, atteggiandosi a vittima di quella stramba ragazza che si
impuntava a correr su e giù in tram dall’Università alla villetta e
viceversa, mentre avrebbe potuto viver agiata e tranquilla fra il suo
telaio di ricamo e i suoi fiori aspettando un marito, qualche buon
giovine assennato e danaroso che certo non le sarebbe mancato. Ma
così! chi doveva aver coraggio di avvicinarla? Una ragazza che studia
medicina! che deve veder tutto e saper tutto... Uno scandalo, uno spino
continuo, il cruccio della sua vecchiaia. E i vicini compiangevano in
coro.
Clotilde si spogliava nell’intimità della sua camera. Aveva spento la
lucerna e acceso la candela sul tavolino da notte; la sua ombra sulla
parete volteggiava lieve ed enorme. Che giornata faticosa! E quelle
ore, là al teatro anatomico con quell’odore... E poi alla clinica
quel bambino che urlava e quella madre così pallida e il professore
che non finiva più di dimostrare, di spiegare... Ebbe ancora un
brivido, ripensando quella scena che aveva scosso così rudemente,
così dolorosamente la sua sensibilità femminile; e un vago sgomento le
stringeva il cuore, pensando alla lunga serie di miserie, di strazi,
a cui avrebbe dovuto ancora passar in mezzo, ancora e sempre, tutta
la vita, come in una corsia infinita d’ospedale; cloroformizzandosi
spiritualmente per non turbare con le sue sensazioni l’opera della
scienza; scacciando le emozioni come un egoismo, la compassione come
una crudeltà.
Era rimasta con la sottanina breve di flanella a righe azzurre e
bianche e con la sottovita di maglia grigia. Si spettinava, e così
con le braccia levate in un atteggiamento grazioso di sirena o di
dea, tutte le forme opulente del suo bel corpo sbocciavano. Il nodo
dei suoi capelli era fermato da uno spillo d’argento, una specie di
pugnaletto donatole da suo fratello che vi aveva fatto incidere su un
motto cavalleresco: «_Non ti fidar di me se il cor ti manca._» Levato
lo spillo, il torciglione si allentò mollemente ed ella con una mossa
del capo lo fece ricascare sulle spalle allargandolo con le dita,
sciorinandolo prima di farsi la treccia per la notte. I suoi capelli
non erano lunghi, ma fini, abbondanti, ondulati e d’un bel castano che
al sole s’indorava.
..... Oh le povere piccole membra contratte dallo spasimo...! oh il
martirio intimo, muto di quella madre, e la voce del professore così
calma...! e le sue dita così rapide e sicure quando avevano guidato il
piccolo bisturi....! Quella visione d’angoscia non le si levava dalla
mente. Anche la Ginoli, l’altra studentessa, era assai pallida: gli
assistenti si affollavano, come se la curiosità vincesse la pietà. Ma
non era curiosità soltanto, lo sapeva... Qualche profilo caratteristico
o amico le si delineò nella mente: Santarelli biondo e scialbo col suo
collo d’oca; il testone d’Embrici così timido e goffo, martire dello
studio e dei compagni; Altarini, un saccentuzzo dalla voce stridula
che soverchiava sempre; il bel Raimondi, che faceva perder la testa
alla Ginoli; Serralta, detto il gobbino per la sua imperfezione che
gli valeva qualche riguardo dai compagni, i motteggi della Ginoli e
la compassione di Clotilde che si sapeva adorata in segreto da lui.
Un viso da scimmia quello di Serralta, dai lineamenti continuamente
in moto per una specie di tic nervoso, dagli occhietti maligni che si
illanguidivano incontrando quelli della fanciulla, che col suo contegno
severo non aveva mai incoraggiato quell’amore.
Finì di spogliarsi in fretta e si cacciò fra le lenzuola candide e
ruvide del suo letto duro. Ma non aveva sonno. La stanchezza e la
veglia, che per solito la facevano cader giù addormentata come un
masso, quella notte la tenevano desta in una lieve eccitazione di nervi
tormentosa e dolce. Le pareva che una forza invincibile la obbligasse
a tener gli occhi sbarrati e la fantasia in azione. Tutte le sue fibre
vibravano, e nella sua mente era una ridda faticosissima d’immagini,
di pensieri, di formule, di nomi tecnici, di visioni... Quel piccolo
paziente e quella madre...! Clotilde non sapeva spiegarsi come mai
quell’episodio le fosse rimasto impresso così vivamente nel cervello,
mentre non ne aveva risentito sul momento una scossa esagerata. Non
sapeva come mai quel quadro penoso, sopito nel resto del giorno,
giganteggiasse ora nella solitudine della sua stanza così paurosamente
da diventare un incubo.
Seduta sul letto, con le braccia in croce contro il largo scollo della
camicia che le scivolava dalle spalle, vagava con gli occhi spalancati
negli angoli bui e cheti della sua stanza dove tutto pareva dormire: i
libri ammassati sul tavolino, i mobili ordinati, la lucernina spenta,
i suoi abiti ricascanti su una sedia in atteggiamento di abbandono,
perfino uno de’ suoi stivalini rovesciato per terra. E le bianche
tende, lievi e alte come ali, scendevano come per proteggere il sonno
di tutta quella cameretta innocente. Ma lei no, non dormiva; e la
candela accesa sul tavolino da notte, che dava delle luminosità auree
alla treccia molle e cadente de’ suoi capelli, delle morbidezze alla
nudità delle sue braccia e del suo collo torniti, dei candori languidi
alle coltri e ai guanciali, pareva vegliare anche lei, maliziosamente.
Poi, Clotilde lasciò ricascare la testa e le braccia sulle ginocchia
piegate e si mise a piangere silenziosamente, senza perchè, senza
motivo, così, per tristezza, per la gran tristezza arida della sua
vita che minacciava di atrofizzare il suo cuore; per le scene lugubri
che riempivano quelle ridenti giornate primaverili, giovani come lei;
per quell’atmosfera sinistra d’ospedale e di morte, da cui si sentiva
penetrare ogni giorno più, paurosamente. Intanto quelle lagrime le
rilasciavano i nervi, le facevano bene, ed essa lo sapeva e ne provava
un sollievo sempre più dolce, poichè attraverso alle lagrime che
empivano le sue palpebre chiuse, su quel fondo di malinconia stanca,
una figura virile andava delineandosi, nascondendo gradatamente orrori
e tristezze, fondendo la sua angoscia lugubre in una soavità delicata
e tranquilla che era quasi una gioia. Come l’aveva guardata quella
mattina!...... Strano quello sguardo, che pareva una impertinenza
ed era un’ingenuità. E quel sorriso muto, quando le aveva nascosto
tra un libro il ramoscello di biancospino... E quell’atto sgarbato
accompagnato da una parola che pareva una carezza... e quel saluto
lungo, esitante, scorato; e quella voce armoniosa piena d’impazienze
e di tenerezze. Quanti tesori da contare quel giorno e quanti forse
anche per il giorno dopo, ancora e sempre, tutti i giorni, fino alla
morte, fino all’eternità. Tutti i giorni così, una o due ore con lui,
liberi, tranquilli, senza desiderare di più, senza sperare di più.
Sorrise da sè col capo nascosto, poi si lasciò andare all’indietro
sui cuscini, coll’anima alleggerita, la mente riposata in quell’unico
pensiero blando. Il biancospino e le mammole, invisibili nell’ombra,
dal loro vasetto sul tavolino effondevano una fragranza lieve nella
camera chiusa. Clotilde la sentiva aleggiare su lei, come se tutti
gli spiriti della primavera avessero invaso la sua camera per calmare
i suoi tumulti e cullare il suo sonno con l’emanazione di tutti gli
amori della natura. E si addormentò, con la candela accesa, la testa
rovesciata da un lato, le dita intrecciate al cordoncino d’oro che le
scendeva dal collo fra le pieghe della camicia. S’addormentò, ed ebbe
un sogno d’amore tutto fiorito di mammole.
*
* *
Contro il solito, Roberto scese quella mattina prima di Clotilde e uscì
in giardino a passi lenti, cogli occhi stretti in aria meditabonda,
la sigaretta fra le labbra, il ciuffo biondo de’ suoi bei capelli
più scompigliato che mai. Andò a sedersi sul sedile di ferro fra il
gruppo dei sicomori ancora sfrondati, ma già tutti ricchi di gemme e
di bocciuoli. Ogni immobilità rigida e muta dell’aria, delle piante,
della materia, pareva animarsi all’alito della primavera come al fiato
di Dio. La nova stagione sorrideva tra timida e ardita, tutta grazie
selvaggie, gentili sorprese, contraddizioni e stonature adorabili:
come un adolescente. Dai rami secchi della siepe, ancora stecchita
nel sonno invernale, sbocciavano fitti ed innocenti i fiori di
biancospino; sotto il seccume antico dell’autunno odoravano invisibili
e tepide le mammole; i grappoli della glicine ricascavano sul muro
nudo della villetta fra le due ramificazioni spoglie e nodose. Roberto
fissava, con la mente lontana, una finestra spalancata, che la glicine
inghirlandava e in cui si gonfiavano alla brezza, come vele, le tende
bianche, leggiere.
Clotilde apparve sulla soglia della saletta d’ingresso con un libro
sotto l’ascella, abbottonandosi un guanto. Ma Roberto non la vide, o
finse di non vederla, se non quando gli passò vicino.
— Che miracolo... — disse lei.
— Miracoli della primavera, — rispose Roberto con un accento ispirato;
ed essendogli caduto ai piedi il lapis di Clotilde, lo raccolse e
glielo rese. — C’è da sperare che ne faccia un altro, — aggiunse dopo
un’occhiata esaminatrice; — quello di farti smettere quel cencio di
vestito che fa orrore.
Ella si guardò, indifferente, una manica: — È poi così orribile? Io
non me ne accorgo; non ci sono macchie, quindi..... Povero Roberto!
— continuò sorridendo. — E dire che ti piacerebbe avere una sorella
elegante che sfoggiasse abiti ogni settimana...
— Dallo sfoggio alla miseria c’è tutta una sfumatura, — riprese lui,
piccato. — Questa tua fissazione del nero, con quelle pieghe diritte
come quelle delle monache, con quell’eterna cintura di nastro; quel
cappellino che vorrebbe aver un’aria maschile, quella giacchetta che ti
vedo da tre anni... andranno benissimo, non lo nego, per affermare le
tue idee d’emancipazione, ma danno anche il diritto di deplorarle e la
forza di bandire una crociata contro di voi, rinnegatrici d’ogni grazia
e d’ogni gentilezza, refrattarie a ogni seduzione... profanatrici
dell’eterno femminino...
Clotilde lo affisò, incerta se scherzasse o se parlasse sul serio; ma
Roberto non sorrideva, non scherzava. Gli era rimasto, solo, sul volto
un’ombra dell’intima compiacenza per aver trovato quelle belle frasi
d’oratore. Però seguì su un tono meno aspro:
— Voi donne possedete sole il segreto delle raffinatezze delicate,
delle sfumature indefinibili, delle armonìe indistinte, di tutte le
finezze, di tutte le fragranze sottili, di tutte le cose immateriali
e colorite e luminose che adornano il mondo. È come una grande
volatilizzazione della bellezza che le donne fanno fluttuare su di noi,
inafferabile, divina, inebriante, di cui esultiamo ignoranti e felici
come i fanciulli che non sanno il perchè delle cose. Se rinunziate o
sdegnate questa vostra missione stupenda, chi vi sostituirà? Che sarà
del mondo? che sarà di noi? che sarà di voi, che perderete tutto il
vostro fascino di delicatezza e di leggiadria, senza poter uguagliarci
mai in quella forza, che a torto o a ragione ci rende alteri?
Clotilde non amava le discussioni. Le scansava. Con suo fratello sapeva
poi che non poteva ingolfarvisi senza che uno dei due ne uscisse ferito
sul serio. Egli era troppo innamorato di parvenze, lei della verità.
Rimase a capo chino, guardando il libro nell’attitudine d’una
colpevole. Roberto aveva rimesso tra le labbra la sigaretta e mandava
fuori in silenzio le nuvolette di fumo: — Via, — aggiunse sempre più
dolcemente, — un po’ di rosa, un po’ di viola, un po’ di fiori, un po’
di primavera su quel vestito!
Clotilde posò il libro sul sedile e s’inginocchiò per terra. — Ecco,
— mormorò affondando la mano nel muschio umido e tepido fra cui
spuntavano mammole, — ecco la primavera! — E si infilò le violette in
quell’eterna cintura di nastro nero che si vedeva fra la giacchettina
aperta.
Un trotto cadenzato sulla via maestra la fece balzare. — Il _tram_, —
disse, — bisogna spicciarsi; se no rischio di rimanere a piedi; addio!
— E si mise a correre col suo libro verso il cancello nel lume biondo
del sole mattutino, pronta e gaia al principio della sua giornata
faticosa, mentre Roberto sul sedile, avvolto nella frescura profumata,
vagava con la fantasia intorno a visioni di bellezza e a rime d’amore.
*
* *
Si salutarono con un sorriso e cogli occhi radiosi per la gioia dolce
sempre rinnovellata di quel primo vedersi. Egli, al solito, le prese il
libro, la aiutò a salire sul _tram_, le fece posto accanto a sè sulla
panchina in silenzio. Pareva ormai una cosa convenuta, e per una specie
di tacito accordo o di complicità indulgente, quel posto rimaneva
vuoto finchè ella saliva, oppure chi lo occupava se ne ritraeva subito
premurosamente. E Clotilde non ne rimaneva imbarazzata e lui neppure,
tanta schiettezza mettevano in quel sentimento che li avvinceva; un
po’ più dell’amicizia, un po’ meno dell’amore. Da un anno continuavano
a incontrarsi così tutti i giorni, i giovani, in quella breve gita
mattutina, da quando lui era andato ad abitare una casetta fuori di
porta per consiglio dei medici, che avevano raccomandato a sua madre
l’aria libera della campagna per quel figliuolo, l’ultimo dei cinque
che la tisi aveva spazzato via.
Aroldo dava lezioni di musica; quindi ogni mattina era obbligato a
scendere in città come Clotilde. Questa abitudine comune li aveva
affratellati, poi era divenuta un sollievo per entrambi, poi una festa.
Aroldo saliva alla stazione del _tram_, che era a due passi da casa
sua, e dopo un mezzo chilometro saliva anche la fanciulla che attendeva
il passaggio del carrozzone fuori dal cancello bianco del piccolo
giardino. Quei due chilometri all’aria viva e fresca su quella panchina
di tram, fra un chiacchiericcio animato, le risa, le discussioni gaie,
le canzonature, sfumavano in un baleno; pure essi ne attingevano una
forza insperata per le fatiche della loro giornata operosa: una specie
di elasticità gioconda, che alleggeriva a lui la monotonia triste
delle lezioni, a lei l’oppressione cupa dell’ospedale. Qualche volta
i loro bisticci erano così ameni e le loro risate così spontanee che
gli altri si voltavano a guardarli e sorridevano. Del resto, non erano
numerosi i loro compagni di viaggio e sempre gli stessi: la serva del
parroco col cesto delle spese; due scolaretti di ginnasio; una ragazza
pallida e melanconica collo scialletto tirato sugli occhi, che andava a
lavorare a giornata; il portalettere, un magrolino che aveva l’argento
vivo addosso; un vecchione sonnacchioso; una lattivendola. Tutta gente
che parlava poco, meno il portalettere che sfogava la sua parlantina
toscana coi conduttori del _tram_. Entrati in città, al primo
crocicchio, Clotilde e Aroldo facevano fermare e si lasciavano quasi
senza salutarsi, in un’ultima risata, scendendo uno di qua l’altro di
là, come se scappassero e senza voltarsi indietro. Lei svoltava subito
nel vicolo che fiancheggiava l’Università; lui infilava i portici ampi,
lucenti di marmi e di vetrine.
— Come stanno i suoi malati? chiese Aroldo, appena Clotilde si fu
seduta, colorita e palpitante ancora per la corsa.
— Non mi faccia arrabbiare; oggi non ne ho voglia....
— Come me, dunque! Queste prime giornate di primavera mi mettono
un’uggia addosso, inesplicabile; le lezioni mi diventano un
supplizio... Se sapesse quante volte al giorno mando al diavolo
scolari, musica, compositori, istrumenti, perfino Guido d’Arezzo...
anzi, prima di tutti lui...
Clotilde rise.
— Sì; è una miseria, — disse poi, — questa svogliatezza e questa
tentazione di vagabondaggio in primavera. Almeno piovesse; i nervi sono
più tranquilli....
— I nervi? — ripetè ironicamente Aroldo; — lei non ha diritto
di parlare di nervi sensibili.... con quei suoi bei studi....
ricostituenti....
— Già, — ribattè Clotilde con flemma incrociando le braccia; — ha
ragione.
— Meno male! I nervi? oh! come una damina fragile, lei che deve essere
corazzata contro tutte le debolezze....
— Ha ragione.
— Lei che adesso con tutta disinvoltura va ad analizzare freddamente
tante sofferenze.... a dar dei nomi tecnici al dolore.... ad insozzarsi
in un carnaio....
— No, il rispetto almeno! — interruppe lei, seria, posandogli una mano
sul braccio. — È il mio pudore, la mia sensibilità....
Aroldo si tirò il cappello sugli occhi e seguitò a guardare contro il
sole che gli coloriva il volto sbiancato. Le siepi che fiancheggiavano
la strada luccicavano di rugiada e in un orto al di là era tutta una
fioritura bianca e rosea, tenue, ridente sulla sfumatura cerulea
del mattino come un bosco incantato, come un fantasioso sogno di
redenzione.
— Ma sa che lei è un miracolo? — esclamò a bruciapelo lui, rimandandosi
indietro il cappello sino a metà del capo. E siccome Clotilde lo
guardava tranquillamente coi suoi occhi miopi, velati, sibillini, senza
parlare, egli proseguì brutalmente: — Un miracolo.... un mistero....
non so.... qualche cosa di strano insomma. Alle volte lei è di
ghiaccio, altre volte ha certe risposte che ammutoliscono.... E tutto
ciò senza una parola inutile, con un laconismo terribile e, scusi, non
femminile.... Dopo tanto tempo che ci troviamo insieme ogni giorno, non
so ancora nulla di lei, io.... di lei non ho colto nè un’impressione,
nè un sentimento, nè un’emozione.... Vuol che le dica che questa
freddezza feroce... romana.... mi fa quasi paura?
— Mi onora troppo, — balbettò Clotilde arrossendo e celiando con un
po’ d’imbarazzo. E cacciò le mani nelle tasche della giacchettina
nervosamente, mentre ripigliava guardando dritta innanzi a sè nella
strada bianca fra il verde tenero, rado, della vegetazione novella.
— Ma chi le prova che io sia... quello che mi crede?.... Non mi
piace parlare di me, ecco tutto, nè con lei, nè con nessuno. Tengo
a rimpicciolire la mia personalità più che posso, per tentare di
convincere le persone che amo, della verità, della serietà, sopratutto,
della mia vocazione....
Aroldo corrugò le sopracciglia con un’espressione di dolore e fece un
gesto come per parlare. Ma lei non gliene lasciò il tempo:
— Ci sono dei ragazzi forti, dei giovinotti spregiudicati, perfino
dei vecchi medici, che soffrono di tutta quella miseria; non ne
dovrei soffrir io, donna? Sarebbe una mostruosità. Oh se ho sofferto!
orribilmente, atrocemente... tanto più che erano obbligata a
nascondere i miei terrori che avrebbero dato ragione a quelli che mi
contrariavano... Quante notti senza dormire, tutte piene di incubi
sanguinosi...! Quante giornate piene di nausea, di tetraggine...! Ma la
notte sopratutto, oh la notte era orribile... E qualche volta ancora...
sebbene siano due anni che vado al teatro anatomico... Ma non mi ci
avvezzerò mai, temo...
Aroldo si lisciava la barba breve, biondiccia, ricciuta, fissandosi
le punte dei piedi. Clotilde parlava sommessa e con uno sforzo palese,
arrossendo e impallidendo. Qualcuno de’ loro compagni di viaggio s’era
voltato a guardarli, con una certa aria meravigliata per la apparente
serietà dei loro discorsi di quella mattina. Negli occhi della
ragazza malinconica passava qualche lampo d’invidia, e la serva e la
lattivendola avevano scambiato una parola all’orecchio e un sorriso.
— Eppure ho sempre vinto ogni ripugnanza, ogni debolezza... Ah, quando
si vuole proprio! Neanche uno svenimento, sa? La Ginoli ha durato
otto giorni a svenire... le bastava vedere la tavola di marmo... E gli
studenti anche non scherzano... Ogni volta bisogna accompagnarne fuori
uno. Ma io mai. Pure mi venivano i sudori freddi...
Aroldo, immobile, a occhi bassi, taceva.
— Gli è che, — continuò Clotilde, — a me accade una cosa strana.
Quando risento un’impressione violenta, non è mai sul momento che mi
accorgo di provarla, è sempre, dopo. Sul momento una forza insperata
m’irrigidisce; ma il contraccolpo mi accascia. Durante le prime lezioni
clinico-chirurgiche o le sezioni, mi serbavo fredda e tranquilla; alla
notte battevo i denti dal terrore e ne avevo la febbre...
Aroldo appoggiò le mani e la fronte al pomo del suo bastoncino d’ebano.
— E la prova più rude, chi lo crederebbe?, non è per me l’anfiteatro.
È la visita che faccio nella infermeria dei bambini. Tutti quei poveri
corpicini travagliati, addolorati, straziati, quegli occhietti che
supplicano un sollievo, che non sempre possiamo dare, quelle vocine che
non sanno esprimere, se non piangendo le loro sofferenze e che sembrano
ribellarsi al loro male come ad una crudeltà, a un’ingiustizia...
che non vedono nel medico che un nemico barbaro e nei rimedi che un
tormento... mi fanno l’anima così triste ed oppressa che qualche volta
mi par d’impazzire d’ipocondria... Eppure è per loro che lotto... per
loro che voglio vincere... a loro che sacrifico senza esitare tutti i
sorrisi della vita... e non ho che ventiquattro anni....
Aroldo le afferrò il polso così improvvisamente e così forte da farla
trasalire. I suoi occhi lampeggiavano; i suoi occhi belli e strani che
avevano languori e tempeste inattesi.
— No! no! — esclamò sottovoce, concitato:
— No! — E la fissò negli occhi senza lasciarla, con un’espressione di
sfida, che ella sostenne arditamente, ancora tutta rosea nel volto del
suo entusiasmo di carità.
La ragazza malinconica si voltò un poco sgomenta e il vecchione
sonnacchioso, che dondolava il capo sul petto, aperse due occhietti
imbambolati. Aroldo le lasciò il braccio per nascondersi il volto.
— Non mi parli più di queste cose — pregò prostrato, vinto.
Il sole all’Est li colpiva in pieno corpo e intiepidiva i loro
abiti. Le violette, alla cintura di Clotilde, odorando acutamente,
s’appassivano.
*
* *
Il giorno dopo, lei affettò un po’ di sussiego, lui una disinvoltura
esagerata. Aveva una parlantina facile, briosa, un’aria birichina e
tanta comicità nei suoi atti, che Clotilde dovette finire per riderne
schiettamente. Aroldo contraffaceva una sua scolara, la contessina
sentimentale che da tre mesi rodeva un notturno di Chopin senza
riuscire a far capire che cosa suonasse, neanche approssimativamente.
— ..... allora si dispera, — continuava imitandone le pose languide.
«Ah, professore..... non lo imparerò mai questo notturno indiavolato...
e dire che lo _sento_ tanto.....» Ed io: «Coraggio... studî...
riuscirà...» Ma questa è la risposta delle giornate buone. Quando poi
ho la luna di traverso le rispondo brusco brusco: «Signorina bisogna
decidersi, o avanti o indietro; lei non riuscirà che a farmi odiare
Chopin a questo modo...» Proprio così, sa?
— E quella povera signorina allora?
— La signorina piange invariabilmente. E alla prossima lezione, trovo
invariabilmente la contessa madre in salotto, sola, con una cera tra
il gendarme e la vittima, che mi prega di mettere un po’ di zucchero
nelle mie correzioni, perchè Maria è d’una sensibilità così eccessiva,
così nervosa, che finirebbe per ammalarsi davvero... Uh, quelle
mamme...! Sono il mio spauracchio le mamme, lo crede?... Vi appostano,
vi assaltano, vi circondano per farvi subire interrogatorî senza fine,
e domande suggestive e cortesie insidiose, e tutti i loro pettegolezzi
e i loro apprezzamenti e le loro confidenze; vi mischiano ai loro
puntigli, alle loro gelosiole, alle loro vendette... vi compromettono,
vi tirano in ballo con un accanimento e una ferocia così sbalorditoia
che non c’è forza umana capace di resistere... Altro che sabba
Romantico!...
Clotilde rideva col gomito sul ginocchio e il mento nella mano. Gli
scolaretti, che avevano udito, volgevano altrove la faccia per ridere
anche loro. Aroldo li fece osservare alla fanciulla.
— Lei finirà per compromettersi coi suoi sfoghi, — gli disse Clotilde
ridivenuta seria. Egli fece un moto di noncuranza.
— Già, un giorno o l’altro ho fede di smettere questa vitaccia da
cani... Potessi solamente trovare il modo di far rappresentare la mia
opera... ah! — E giunse le mani lanciando in un sospiro quel desiderio
e quella speranza che erano l’aspirazione della sua vita.
— Io ci credo; ci creda anche lei, — sussurrò Clotilde con quella
intonazione franca e sicura della sua voce che, unita allo sguardo
velato de’ suoi occhi, faceva delle cose ch’essa diceva una specie
d’oracolo: — La fede smuove le montagne....
— Sì, ma gli impresarî e gli editori sono peggio delle montagne! —
ribattè lui con una serietà comica e desolata. — Intanto lavoro —
aggiunge dopo un momento; — lavoro con un accanimento che dispera
la mamma. Ma come fare?... ho tanta roba qui..... in testa, che mi
opprime; che mi canta, che mi assorda, che frulla per sprigionarsi, per
pigliare il volo..... Ed io m’affretto, m’affretto come se avessi paura
di non arrivare in tempo a cantar tutti i canti che mi fluiscono dal
cervello. L’ora fugge... bisogna spicciarsi a raccogliere la mèsse...
perchè l’avvenire è lungo... è breve... chi sà...?
Clotilde ebbe un brivido sottile, doloroso. Aroldo teneva le mani senza
guanti aperte sulle ginocchia, due mani scarne, giallastre, uh po’
adunche. Ella ne vedeva tutti i giorni di quelle mani all’ospedale...
— Forse è un avvertimento, — continuò lui, quasi serenamente. — I
miei fratelli, quattro, sono morti tisici come il povero babbo. Il più
giovine aveva diciotto anni, il maggiore è vissuto fino a trenta. Io
ora ne ho ventisei. Ancora quattro anni, forse...
— Ma non dica così! — esclamò Clotilde con la voce tremante. — Non sa
che questo pensiero solo basta ad uccidere?
Aroldo la fissò con rapida intensità; e negli occhi, parlando di morte,
gli raggiò la vita poichè l’anima della fanciulla in quell’attimo era
riflessa dal volto. La pietà l’aveva tradita...
*
* *
Erano tutti in giardino dopo il desinare. Tutti, anche la famigliuola
dell’avvocato Dardanelli, che veniva spesso, da buon vicino, a bere
il caffè con la signora Rita. La vecchina seduta sul sedile di ferro
fra i sicomori oramai tutti in fiore, metteva la quarta pallottola
di zucchero nella sua tazza con le piccole mani scarne e tremolanti
ascoltando la moglie dell’avvocato, la bella signora Giulia, che
le parlava in fretta con la sua voce grossa e sgradevole. Roberto
passeggiava fumando nel viale più appartato; Dardanelli, al solito,
guardava avidamente Clotilde che chiassava coi bambini.
— E lei non viene a prendere il caffè? — le chiese, andandole incontro
col viso rosso e gli occhi lustri, sbuffante ed eccitato dalla
digestione.
— Sì, sì, — gli rispose la ragazza soffermandosi ridente, gaia, a
braccia alzate per rafforzarsi il nodo de’ capelli con lo spillo
d’argento, mentre i fanciulli le davano ancora delle strappatine
provocanti al vestito, scappando.
— Fermi, monelli! — urlò l’avvocato facendo gli occhiacci e
accostandosi sempre più a lei. Clotilde fioriva in quella tinta strana
e calda d’un tramonto nubiloso. I suoi capelli scompigliati, sfuggenti,
parevano oro fulvo; il volto quasi sempre sbiancato era tutto roseo,
gli occhi ancora tutti pieni del riso di quell’ora di spensieratezza
obliosa.
— Che cos’ha? un pugnale fra i capelli? — E le mani di Dardanelli la
sfioravano.
— Sì, — rispose Clotilde, secca, scansandosi.
— Serve anche quello per i suoi studi di medicina? — chiese ancora
l’avvocato, ridendo scioccamente.
— Potrebbe guarire anche questo... — ribattè pronta la giovinetta con
la sua voce sicura e il suo sguardo misterioso.
Sedette su uno sgabello rustico vicino alla signora Dardanelli, che
le sorrise. Ella aveva molta simpatia per la fanciulla e non si era
mai accorta delle intenzioni poco oneste di suo marito, che credeva
volesse bene a Clotilde come ad una figliuola. La signora Giulia
fra i lillà fioriti pareva una Flora, una di quelle Flore formose e
grossolane che servono qualche volta per ornamento dei giardini. Aveva
i lineamenti regolari, la bocca ombrata da una lanugine bruna, gli
occhi neri di taglio perfetto, ma sempre spalancati in un’espressione
di meraviglia sotto l’arruffio di riccioli neri sfuggenti di sotto
al _foulard_ rosso, annodato elegantemente sul capo come una cuffia.
Quel fazzoletto, i cerchiellini d’oro alle orecchie e l’abito bianco
s’addicevano assai al suo genere di bellezza forte, meridionale.
Clotilde aveva appena appressato la tazza alle labbra, che la Rachelina
le irruppe addosso strillando perchè era inseguita dal fratellino.
Ell’ebbe appena il tempo di salvare la tazza dal naufragio e accolse la
bimba sulle ginocchia.
— Lascialo venire, ci difenderemo! E si difesero infatti con molta
agilità e molta gaiezza dagli assalti bruschi di Nello, che si vendicò
della sua disfatta contro un formicaio.
La fanciulla teneva la testa della bambina appoggiata contro il
seno rigoglioso, amorosamente, e Rachelina si abbandonava tutta, con
quell’aria di riposo fidente che prendono i bambini fra le braccia di
chi li ama assai.
— Sei proprio nata per i ragazzi tu, — osservò la signora Giulia.
— Per quelli degli altri... — aggiunse pungente la nonna.
— Ci sono tanti bambini senza mamma, ci sarà una mamma senza figliuoli,
— rispose subito Clotilde, dolce, risoluta.
La signora Dardanelli, vedendo che la nonna faceva il viso arcigno,
credette di sviare la tempesta chiedendo alla ragazza se non le pareva
che Rachelina avesse l’aria abbattuta da qualche tempo. Clotilde rialzò
il viso della bambina e le esaminò gli occhi, le gengive, le labbra.
— È anemìa incipiente — rispose. — Bisogna consultare il medico per
qualche ricostituente.
La vecchietta si sfogò con una risatina ironica.
— Ma e tu che sei una medichessa? Fa dunque una ricetta, da brava! Dì
dunque qualche altra bella parolona.... _Anemìa_.... _incipiente_....
somiglia a un arnese di cucina.... Saranno vermi, dia retta a me,
Giulia, un po’ di santonina o di calomelano e la bimba è bell’e
guarita....
— No, no, — ribattè Clotilde con forza; — sarebbe una scimunitaggine.
— Che? — gridò la signora Rita; — scimunita a me? Vergogna! Come
vuoi che faccia a stimare la tua scienza se non t’insegna neanche a
rispettare i vecchi? Già tu non hai un briciolo di cuore, nè per i
tuoi, nè per nessuno... sei una saccentuzza arrogante, un’egoista di
prima riga... — Clotilde pigliò in collo la bimba e fece per andarsene.
— Va, va a stuzzicare anche tuo fratello ora! — le strillò dietro la
vecchietta in collera, vedendola avviarsi verso il viale che Roberto
misurava in su e in giù, fumando. — Almeno lui lascia in pace! rispetta
almeno quel povero martire che si scervella per qualche cosa di bello e
di buono....
La ragazza sorrise sarcasticamente e si diresse verso il cancello
d’uscita, perseguitata dalla voce stizzosa della nonna, che finiva il
suo sfogo con la signora Giulia. Sedette sul muricciuolo di pietra,
al di fuori, stringendosi sempre alla bambina, ricacciando con sforzi
inauditi le lagrime che le empivano gli occhi accecandola. Ecco
la giustizia del mondo! Lei era una creatura indegna, senza cuore,
una saccente boriosa, disutile e infingarda; e Roberto un martire
glorioso, lui, che trascinava le giornate intere fra il fumo delle
sigarette e le fantasticherie per concludere con qualche sguaiato verso
d’amore, o qualche veemente tirata contro tutto e contro tutti, senza
che si sapesse troppo bene il perchè, senza che lo sapesse neanche
lui.... Roberto, che con la scusa d’esser poeta si faceva perdonare
ogni stravaganza, ogni birbonata, ogni indelicatezza; e comandava
e s’imponeva come un essere superiore, arbitro di tutto e degno di
adorazione. La nonna lo giudicava una cima senza capir molto dei suoi
versi e meno delle sue prose, condannate tutte, prima di nascere, al
cestino delle redazioni. Roberto, a sentir lei, era un grand’ingegno,
un talento disconosciuto; già, i grandi uomini hanno cominciato
tutti così, poveretti, purtroppo; e qui la nonna non mancava mai di
tirare in ballo Colombo e Galileo, senza che ci avessero troppo a
che fare, veramente; ma lei non ne conosceva altri: e concludeva che
se le creazioni di Roberto non erano accettate, voleva dire che i
giornalisti erano ciuchi o invidiosi di lui che li metteva in sacco
tutti quanti. I versi, oh i versi poi erano destinati senza dubbio a
mettere a soqquadro il mondo...., solamente mancava l’editore.... E
così a furia di batter questo tasto, Roberto, che non era un cretino,
cominciava a diventarlo, convincendosi che lui solo aveva ragione e gli
altri tutti torto, e tirava via a regalare qua e là ai giornali le sue
sgrammaticate invettive o le sue insipide pornografie, che ognuno si
guardava dal mettere alla luce, e s’atteggiava di più in più a genio
incompreso.
Ingiustizie! Clotilde baciava sui riccioli la bambina, piangendo. Ella,
così forte, così padrona di sè, aveva di queste debolezze improvvise
quando le tristezze le venivano da chi avrebbe dovuto raddolcirle
la via già così scabrosa, già così triste. Era dunque una colpa
consacrarsi ai dolenti? Una colpa seguire quel interno impulso, che
la sospingeva ogni giorno più, riverente, ammirata, verso la scienza,
l’iddia severa e bella che non abbaglia con promesse vane, che conquide
lenta, sicura, formidabile?... Una colpa rinunziare per il trionfo
d’un’idea, forse alla felicità, certo alla pace serena e ridente della
vita? L’arte, oh! un’egoistica magnificenza che fa molti disgraziati;
la scienza, una gran carità distribuita a tutti gli umani per farli
meno poveri, meno infelici! Ed era ancora la pietà che le traboccava
dal cuore.
Roberto veniva verso il cancello: ella s’asciugò gli occhi in fretta,
furtivamente, e si mise subito a parlare alla bambina sorridendo. Il
giovine senza curarsi di lei venne a sedersi sul muricciuolo di fronte
stiracchiandosi i baffetti con lo sguardo vago. Il sole, laggiù,
all’estrema plaga serena, pareva stemperarsi in una fulgidezza aurea,
incandescente. La nuvolaglia bigia si accavallava più in alto, come una
rovina strana ed enorme di qualche costruzione ciclopica; si andava
diradando verso levante in chiazze dense, fumose, in diafani lembi
d’un velario fantastico stracciato dal vento, in una linea sinuosa e
allungata, come di una costa lontana, avvolta nelle brume e nel mistero
d’un paese di leggende e di sogni, popolato di larve. Tutto un altro
mondo pieno di laghi, di terre, di edifici, di mostri, di forme tenui
e gentili, veduto in miraggio come una gran promessa di purezza, di
pace, di silenzio, come la visione apocalittica d’una patria diafana,
destinata ad accogliere le anime che volano via dalla terra.
Nella bianca strada battuta, e di là dalla siepe di biancospino, di
là dal filare dei pioppi, su tutta la pianura vasta che verdeggiava
appena, il vespro calava così, con una delicatezza muta, soave e
triste, opprimendo. La primavera ha di questi silenzi eloquenti in
cui par di sentire il germoglio interno di tutta la vita della natura,
come si ascolta col volto indifferente il fermento di tutte le passioni
latenti nell’anima. Clotilde calma, quasi sorridente, spasimava.
La Rachelina le scivolò dalle ginocchia e scappò. Roberto e lei
rimasero soli, muti, assorti; seduti, e appoggiati con le spalle ai
pilastri del cancello. Roberto anzi si era steso sul muricciuolo come
in un letto, con una gamba allungata e l’altra piegata, il sigaro in
bocca; Clotilde seduta un po’ di traverso, con le braccia cadenti,
senza atteggiamento alcuno.
Improvvisamente le prime note d’un coro agreste si diffusero sonore.
Le parole si perdevano così allungate nelle note tenute, lente, nelle
parti divergenti e fuse in un’armonia melanconica e dolce, piena di
maestà. Erano contadini che tornavano dal lavoro: le donne tenevano gli
acuti, gli uomini i bassi, e le parti s’allontavano adagio, digradando
melodiose, per riunirsi e risolvere diversamente, come una fuga. Un
classicismo ingenuo, misto a un non so che di languido, di carezzevole;
solenne ed umano.
Roberto si rizzò e tese il braccio accennando a sua sorella
d’ascoltare. E Clotilde ascoltava, immobile.
La frotta dei contadini passò dinanzi a loro, a piedi nudi, sollevando
un po’ di polvere. Prime schierate in fila, coi rastrelli sulla
spalla, le donne, che scorgendo i due giovani ammutolirono ridendo
e motteggiando fra loro un po’ vergognose; poi gli uomini, che
continuarono a fare i bassi, impassibilmente, levando il capo,
scamiciati, con la giacca sull’omero. I più vecchi invece di cantare
dialogavano: qualcuno rimasto indietro per accender la pipa,
raggiungeva correndo i compagni. A venti passi dopo il cancello
ripresero tutti il coro; Roberto ricadde con gli occhi socchiusi,
fumando, nella sua posa pigra di sognatore — Clotilde si levò
adagio per seguire ancora i contadini con lo sguardo. Repente una
soddisfazione, viva come una gioia, le aveva alleggerito il cuore. Era
la coscienza di sentirsi anche lei, come quei suoi fratelli, degna del
riposo.....
*
* *
Il tram si fermò come al solito al cenno di Clotilde che aspettava
sul cancello, tutta fresca nella freschezza stillante del mattino. Ma
Aroldo non c’era, dovette salire senza che nessuno l’aiutasse e sedersi
accanto alla ragazza malinconica che indovinando qualche tristezza
le rivolse un’occhiata di simpatia. Il carrozzone si mosse fra il
cicaleccio della lattivendola e della serva del parroco, che pareva un
papavero, con la sua blusa nuova di mussola rossa a mezze lune gialle.
Uno dei scolaretti riprese col portalettere la discussione un momento
interrotta sulle collezioni di francobolli; e il vecchio sonnacchioso,
vedendo Clotilde sola, non pensava più a richiudere gli occhi.
La fanciulla sorpresa, ferita, si richiudeva tutta, lei,
nell’inquietudine amara che le gravava sul cuore. Il suo amico non
l’aveva abituata a queste assenze, ed ella si trovava a dolersene
come d’un convegno svanito: e mille dubbi la travagliavano. Ammalato?
partito? in collera? una tortura intima, inesprimibile, nel buio,
nell’ignoto, a cui si aggiungeva un senso doloroso di meraviglia come
per un inganno immeritato e beffardo. E a poco a poco, continuando
quella pena opprimente, da quello stupore ne nasceva un altro, pauroso
e dolce, al quale tutte le sue fibre rispondevano con una spontaneità
ribelle che la sgomentava profondamente. Era l’amore dunque? Ma l’amore
poteva cogliere così all’improvviso, insidiosamente, fra un bisticcio
e una risata? Oh no, no, non era ancora l’amore! Un’amicizia viva, un
fascino, una consuetudine soave, nient’altro. Oh l’amore no! E pareva
implorare.
Il sole le raggiava in volto, mitemente, si diffondeva ambrato
nell’aria limpida, sulla doppia giovinezza della primavera e del
mattino, chiara, cristallina, odorosa. Clotilde seguiva coll’occhio
abbagliato il binario che si allungava sulla strada bianca, al sole,
luccicando. Giammai quella gita le era parsa più lunga, più monotona,
più triste; giammai aveva sentito come in quell’ora l’aridità lugubre
dei suoi studi, la solitudine della sua vita. Un principio di rivolta
fermentava in lei e germogliava e minacciava sbocciare nella luminosa
complicità gaia di quel tripudio d’Aprile. Tutto intorno a lei le
cantava la vita ed essa andava a chiudersi nel melanconico asilo
della miseria e della morte. Un brivido le corse il corpo alla visione
delle corsìe bianche, nude, silenziose, che l’aspettavano, popolate di
sofferenze e di severità; al pensiero di andare a respirar quell’aura
fredda di chiostro che raccoglieva l’ultimo soffio dalla bocca dei
moribondi, che passava carica di lamenti, di spasimi, di sospiri, di
imprecazioni....... al pensiero di tutte le fragilità e le miserie
della mirabile macchina umana che si disfaceva ogni giorno sotto i suoi
occhi, che si ricomponeva così a fatica, che si rivelava ognora più
sotto la sua mano, sozza e divina. Membri sanguinolenti, faccie livide,
muscoli contratti, rossori febbrili e pallori di morte passavano in
una lucida fantasmagoria, come in sogno, ed ella si sentiva debole e
ripugnante come il primo giorno che si recò all’ospedale. Un momento la
visione si fece così intensa e inesorabile che Clotilde presa da una
specie di terrore dovè superare con uno sforzo di volontà l’istinto
di levarsi, di scendere, di fuggire attraverso i campi, di immergersi
nel verde, nella fragranza, d’inebriarsene, per dimenticare. E ancora
tornava l’immagine di lui. Che bel sogno andarsene così, soli, liberi,
lungo qualche viottola romita, appena chiazzata d’ombra dalle fronde
novelle, una viottola dai margini fioriti di viole e di margheritine,
una viottola sconosciuta, tortuosa, interminabile, da riempir tutta
di dolcezze e di sorrisi, che resterebbero dietro di loro come se
sfogliassero canestri di rose per una ridente seminagione di petali.
Il viso d’Aroldo radioso e gaio come nei bei momenti di spensieratezza,
in quell’attimo le balenò così evidente ch’ella ne ebbe un palpito e un
sorriso.
In capo alla strada si profilava, con le sue cupole e le sue torri,
la città, rossastra, che acquistava una strana tenuità nei vapori
del mattino. Di là dalle siepi gli orti sfiorivano, invasi già
da l’uniformità del verde. Un capinero nascosto vicino alla siepe
gorgheggiava forte, melodiosamente. La ragazza malinconica raccolse
pensosa un fior di pesco che il vento le aveva portato in grembo.
Clotilde non reggeva più. L’agitazione nervosa la invadeva così
violenta ch’ella temeva di tradirsi. Alla barriera fece fermare e
scese bruscamente, lasciandosi dietro i commenti delle due donne,
i sorrisi del portalettere e la curiosità del vecchione che si
scomodò per seguirla con lo sguardo. Entrò sotto i portici dì quella
via deserta e si mise a camminar lesta per dominarsi, ma giunta al
primo palazzo dovè fermarsi, impedita da un crocchio di curiosi che
facevano ala al portone. Una folla signorile usciva, le signore a
braccio dei cavalieri, frettolose, pallide, scomposte, nelle sciarpe
e nelle pelliccie gettate sull’abito da ballo. Molti equipaggi in fila
aspettavano, e le carrozze si movevano subito dopo il colpo secco degli
sportelli richiusi fra i complimenti, le celie, i saluti, lanciati a
voce alta con l’audacia e l’eccitazione, che durava ancora, di quella
nottata di veglia. E le voci rauche e stonate si soverchiavano, qualche
fiore volava: un bel giovane bruno, senza soprabito e senza cappello,
con la marsina coperta di decorazioni da _cotillon_, corse per un
tratto di strada con la mano attaccata allo sportello d’un coupé da
cui pareva non si sapesse staccare; poi rientrando, scherzoso, rubò
il boa ad una signorina che indugiava sulla soglia per raccogliere un
lembo strappato del suo abito di velo. «È il conte Villi!» si mormorava
intorno al portone, nel pubblico composto in massima parte di serve e
di bottegai. Ma Clotilde, che non voleva e non poteva mischiarsi al
crocchio, cercò di farsi largo, e attraversò proprio nel momento in
cui l’ultimo sciame delle signorine si sparpagliava, chiacchierino,
gaio, in una varietà di veli, di trine, di sciarpe tramate d’oro.
Ella, passando col suo abito nero, severo, chinò il capo come vinta da
quel tripudio giovanile, da quella stanchezza folle, da quella fatuità
brillante che le doveva rimanere ignorata sempre. Pure era un’eroina e
una martire che passava.
*
* *
... Andavano soli, liberi, lungo la viottola romita, dai margini
fioriti di viole e di margheritine, appena chiazzata d’ombra dalla
frondosità novella; una viottola sconosciuta, tortuosa, interminabile,
che Clotilde aveva veduto, non si ricordava dove, forse in sogno. Il
mattino era tanto puro, ed essi così solleciti, che Aroldo le aveva
proposto di scendere in città a piedi invece d’aspettare il tram; e
dopo un bisticcio sulla scelta della strada, si erano rappacificati
e venivano innanzi riuniti, egli col braccio sotto quello di lei,
confidenzialmente, come due sposi. L’anima di Clotilde traboccava
d’una dolcezza languida, penosa; egli appariva nervosamente vivace,
e ciarlava esageratamente; pareva che il silenzio o un pensiero gli
facesse paura.
— ...... Dicevamo dunque?... ah, che ieri sera, stanotte anzi, ho
terminato il Minuetto. Sono così contento... Sa che mi metterò subito
a scrivere una Giga?.. Voglio provarmi nella musica antica; è una
semplicità che riposa da tutto quel Wagnerianismo invadente... Dopo
scriverò una Gavotta, poi forse un tema con variazioni, e mi piacerebbe
anche un coro a sole voci rincorrentesi come un canone perpetuo. Vorrei
poi comporre qualchecosa di sacro: un Offertorio, un’Ave Maria...
— Troppa carne al fuoco, troppa.... osservò lei tranquilla, seria,
crollando il capo. Ed egli fece una risatina di fanciullo, stringendole
il braccio furtivamente:
— Vedrà, vedrà, sentirà anzi.... Ma già, dimenticavo che lei odia la
musica. — Che orrore! — E si sciolse sdegnosamente.
Clotilde lo guardò un po’ sorpresa e si curvò a cogliere due violette
bianche sul margine del fosso. Due o tre raganelle, spaventate,
balzarono dall’erba nel filo d’acqua luccicante.
— Fa orrore perfino alle rane.... — osservò Aroldo battendosi i piedi
con un vincastro. Ma Clotilde non era in vena di scherzare e si fermò
le mammole sul petto, tutta accesa nel volto, quasi vergognosa e ferita
dall’atto e dalle parole d’un momento prima, più di quello che egli
potesse credere.
— Io amo i waltzer suonati dagli organetti, lo sa, disse poi,
levandogli in volto gli occhi con uno sforzo di sincerità che si
tradiva dal rossore insistente. — L’altra musica non la capisco tanto;
poi ho così rare occasioni di udirne.... I waltzer suonati dagli
organetti mi piacciono per quel non so che.... quella specie di cascata
a intervalli regolari.... come spiegarmi?....
— Il ritmo, dica il ritmo....
— Sì, dev’esser così; il ritmo, dunque, che insiste, avvolge, folle
e mesto ad un tempo, come una tentazione e una preghiera trascinate
insieme in un’onda di passione; carezzevole e perfido, insidioso e
vano come tutte le ebbrezze che vi fanno riddare fino al cielo e vi
abbandonano in un cerchio di spuma.
— E che ne sa lei di ebbrezze? interruppe Aroldo con uno de’ suoi
scatti quasi brutali dopo aver ascoltato quella fanciulla parlare così,
con crescente meraviglia. — Lei non ha diritto di parlare di queste
cose...
— È vero — rispose subito Clotilde francamente, ingenuamente; — ma mi
pare che debba esser così, come ho detto io.
Aroldo con la sua verga dava delle scudisciate alla siepe; i petali del
biancospino piovevano lievi, odorosi.
— ...... Però ho avuto torto a parlarne, — insistè lei arrestandosi, —
ho avuto torto come sempre quando parlo di me. Volevo dire solamente
che i waltzer mi piacciono.... perchè mi parlano un linguaggio tutto
nuovo che m’affascina e m’impaura.... È come uno spiraglio da cui mi
balena la vita... Oh Dio! — esclamò con tutta semplicità; — e avevo
detto di non parlare di me!
— Oh ne parli invece, ogni espressione è una meraviglia — soggiunse
lui con una passione dolce, improvvisa. E abbandonandosi all’impulso di
quel momento le allacciò la vita e la baciò sul viso, naturalmente.
L’atto era stato così pronto e delicato che Clotilde non aveva potuto
sottrarsi. Dopo chinò il capo e si velò la faccia con umiltà, come una
colpevole, senza un atto, senza una parola. Aroldo aveva ancora passato
il braccio sotto quello di lei e le parlava sommesso, dolce, come se
fossero già amanti.
— Voglio scrivere dei waltzer ora, per te, tutti pieni di passione e
di languore e di carezze... come quelli di Strauss... Poi cercherò dei
versi malinconici e ardenti e li dirò su quella musica, li dirò fin
che ti abbiano vinta, finchè ti diano l’ali per slanciarti da quello
spiraglio nella vita. La vita è bella, sai? ed è breve; tanto breve,
che non c’è tempo di dormire.... E tu, che vuoi ostinarti nel sonno,
sei colpevole, Clotilde....
Ella fece un movimento per sciogliersi da lui, ma Aroldo la strinse più
forte: — Sei colpevole, sì! le gridò rudemente. — L’amore è la luce,
è l’aria, è la bellezza, è l’anima dell’universo, è la parola di Dio
e tu neghi tutto questo e tu ti seppellisci viva fra l’aridità della
scienza che atrofizza la tua gioventù, la tua bellezza, il tuo cuore,
che in cambio del tuo olocausto, ti lascierà il vuoto e la tristezza
dell’imperscrutabile o ti spezzerà l’esistenza così, senza amore...
Oh vivere senza amore, ma non si può, Clotilde, è vano: non senti che
è vano, tu che parlando del ballo, dianzi, avevi senza volerlo, senza
saperlo, gli accenti della passione?
Clotilde camminava a occhi bassi, tanto pallida che pareva livida su
quell’abito nero: con una ruga verticale sulla fronte, profondissima,
che la invecchiava. Non trovava parole per rispondere e non rispondeva
— poi le pareva che qualche cosa le gemesse nel cuore sotto quel
gran giubilo che la staccava dalla terra, e la faceva inoltrare
macchinalmente, come, abbagliata da una gran luce, che le nascondesse
tutte le cose intorno e le affievolisse stranamente anche il suono
delle parole che le giungevano solamente come una voce, come una
melodia che l’avviluppava. Oh la dolcezza dolorosa di quell’ora,
confusa, lieve, fluttuante, piena di profumi e di ebbrezze indefinite
e inafferrabili come quelli di un sogno! Il nuovo perchè della vita
che la avvolgeva nelle sue spire iridescenti! Le nuove speranze e i
nuovi orizzonti mai conosciuti, eppure non incogniti, che ridevano da
ogni lato fra i lembi della sua esistenza vera che si stracciavano, si
sbandavano, si dileguavano come la nebbia ad una mite irradiazione di
sole! La nuova maraviglia che la assaliva — una maraviglia soffusa di
riverenza come dinanzi a un prodigio, come se fosse stata trasportata
per incantamento in un pianeta splendido e ignoto, destinato per la sua
patria, per la patria di tutti i felici.....
I due giovani inoltravano per la viottola fresca, tortuosa,
affondata fra gli alti margini dei campi bordati di alberi, come
una stradicciuola di montagna. Il verde chiaro e lucente delle
biade novelle, dell’erba, delle fronde che s’intrecciavano, quasi,
sul loro capo e frastagliavano la via d’ombra e di sole, mettevano
nella fulgidezza del mattino una velatura di smeraldo, mite, un
po’ malinconica ma soave, come una luce di Purgatorio Dantesco. Il
rigagnolo scorreva sotto l’erbe, luccicando tra il verde e tra i fiori,
a pause — un rosignolo gorgheggiava forte, gioiosamente, trionfando
sul pispiglio e sui cinguettii sommessi, lontani e vicini di centinaia
di uccelli che celebravano il maggio. Aroldo continuava a versarle sul
cuore parole, senza tregua, senza pietà, teneramente.
— Se tu sapessi da quanto tempo immaginavo, sognavo di parlarti così!
Ma come farlo nella volgarità di quel carrozzone di tram?..... Che
conoscenza strana la nostra, non è vero? C’è tanta poesia e tanto
mistero...! Io non so nulla della tua famiglia, tu nulla della mia; due
veri pellegrini che s’incontrano e si riposano insieme... ma che non si
lascieranno più... — finì sottovoce, guardandola amorosamente sul viso.
Clotilde a capo chino taceva.
— Debbo dirti una cosa — riprese dopo un momento Aroldo con una delle
sue ruvidezze improvvise. — Io presto, presto, parto, vado lontano....
in America.... sì, fra due o tre mesi. Ho un cugino giornalista,
laggiù, che guadagna a cappellate e non fa che invitarmi; mi dà
speranza di metter in scena la mia opera, e mi ha già trovato degli
scolari che mi pagheranno assai meglio di questi. Ho titubato un poco,
poi mi sono deciso. O il viaggio e il clima mi uccideranno, e allora
sarà una cosa spiccia; o mi fortificherò....
Clotilde, sempre in silenzio, con una mossa lenta di subita stanchezza,
reclinò il capo sulla spalla di lui.
— La libertà.... l’amore.... la felicità, — disse Aroldo attirandola a
sè. Le parole esalate nell’abbondanza del cuore sbocciavano in quella
solitudine, nell’orezzo verde, come fiori spirituali. — Sarà un amore
divino il nostro, laggiù, e, non aver paura, non muoio io.... Finchè
sarai con me, tu, così forte, così bella, così buona, non morirò.....
Ella piangeva silenziosamente; piangeva, finalmente! col capo
appoggiato alla spalla di Aroldo, già scheletrita; ed egli la baciava
sul viso, sul collo, sui capelli, sulle mani, mani fredde, inerti.
— Verrai, verrai.... Non è vero che verrai? Sì, lo so, ma dimmelo,
voglio sentirmelo dire... Clotilde... è una parola così breve... è una
parola sola....
Aroldo implorava così, ed ella rimaneva nelle sue braccia, sotto i suoi
baci, senza forze, senza parole, con un gran schianto interno, come se
il cuore le si torcesse; una sofferenza quasi fisica, orribile, contro
la quale si dibatteva come se qualcuno glie l’infliggesse. Eppure era
un lieve sforzo che l’avrebbe liberata, un lieve sforzo di volontà,
tenue, dolce, oh così dolce! verso cui le pareva che tutta la sua vita
interna s’inchinasse come verso una valle fiorita e odorosa veduta
giù, all’imo, da una sommità brulla e cocente. La sua volontà piegava
fino a spezzarsi, ma Clotilde sapeva che non si spezzerebbe, che si
risolleverebbe come una molla, scattando. Intanto fra i tormenti di
quel minuto d’agonia della durata d’un’eternità e della brevità d’un
sogno, nell’innocente voluttà di quell’abbandono lagrimoso, di quei
baci fraterni, di quella parvenza d’amore, ella assaporò tutta la sua
parte di gaudio e di vita. Quando si riscosse sarebbe stata pronta a
morire.
— Addio — gli disse — non mi domandar nulla, io non mi appartengo più.
Le mani d’Aroldo la ghermirono ai polsi come una morsa — ed al contatto
di quelle dita gracili e nervose ella agghiacciò come se uno spettro
l’avesse ghermita. Chiuse gli occhi, ma aveva già veduto passare in
quelli di Aroldo, spalancati, stupiti, una luce di follìa.
— No? — no? — no? — Fra lo smarrimento di tutto il suo essere, questa
parola breve, soffocata, le piombava ad intervalli nel cervello, nel
cuore, come i colpi di una mazza destinati ad ucciderla. Non aveva più
lena. Le dita d’Aroldo si rilasciarono dopo un silenzio pauroso.
— Ebbene vattene, — le disse con la voce che tremava. — Non dirò
una parola di preghiera; non la meriti, non hai cuore, sei già una
scienziata egoista e fredda, incapace d’uno slancio, d’un sentimento.
Vattene.... addio.... ma bada: se violenti te stessa, se respingi
l’amore che Dio comanda, offendi Dio e la natura: il fuoco sacro non si
lascia spegnere senza sacrilegio, bada!
Clotilde si strinse la testa fra le mani colpita da una sola parola:
Non ho cuore, non ho cuore... — mormorò quasi inconsciamente. — Oh Dio,
anche lui... Sarà vero dunque?... Non so amare... non ho cuore... — E
si mise a correre, a correre come una pazza, giù per la viottola verde
e romita. Dietro di sè udiva confusamente la voce di Aroldo che diceva
ancora qualche cosa, poi uno scoppio di tosse, ed ella correva sempre e
quella tosse dietro di lei s’affievoliva, ma continuava, continuava....
*
* *
Clotilde si trovò, quasi senza accorgersene, sotto il loggiato che
girava intorno al cortile interno dell’ospedale, spazioso, freddo, in
cui mormorava una fontana fra un gruppo di pini. Due uomini, reggenti
una barella coperta, sparivano per una porticina; i carri mortuari,
sempre pronti, attendevano. Apparirono una suora e un infermiere
con le braccia cariche di biancheria; la suora, passando oltre in
fretta, salutò la fanciulla. Dallo scalone di marmo intanto scendeva
gente chiacchierando: erano il professore e gli studenti che venivano
nell’anfiteatro per la lezione. Ella si riunì ad essi entrando; la
Ginoli le sorrise con un cenno; Serralta, il gobbino, le si accostò
annunziandole sottovoce che finalmente avevano un bel caso di
_ipertrofia_.
Ma gli infermieri avevano appena recato il letticciuolo su cui posava
l’ammalato, che Clotilde svenne.
*
* *
..... Finalmente la sera, finalmente sola! Ella si richiuse nella sua
cameretta con una specie di esultanza triste, di voluttà dolorosa,
sperando un conforto dalla solitudine, nell’ombra. Andò a sedersi
automaticamente, per consuetudine, dinanzi al suo tavolino di studio
tra le due finestre, e rimase così, con le mani inerti in grembo e
gli occhi chiusi. Ma il conforto non veniva. Anzi il suo pensiero, più
libero in quel vuoto, s’indugiava più a lungo e più profondamente sugli
avvenimenti della giornata. La viottola verde, certi effetti di luce,
i profumi, i cinguettii, le tornavano in mente con un’evidenza così
lucida e acuta da farla trasalire; e la voce di lui, udita a lungo in
quella quiete dirle cose sì insolitamente dolci e paurose, le risuonava
dentro stranamente, come se con le sue parole avesse bevuto il suo
spirito, e lo tenesse, ora, imprigionato nel cuore, di dove continuasse
a parlarle soavemente o rudemente, spossandola. Si sentiva ancora
tentata di domandare pietà.
Nella pace delle cose, tutt’intorno, le giungeva continuo e monotono
il gracidar delle rane dagli stagni, laggiù; poi il festoso schioccar
della frusta di qualche carrettiere lontano; poi il rosignolo che
lanciò qualche nota nell’ombra e tacque subito, come se qualcuno
l’avesse interrotto. Clotilde sentiva accrescersi sull’anima l’affanno
opprimente, quasi sinistro: e non poteva scuotersi, nè piangere che
qualche lagrima, rada, dagli occhi ardenti. Pure dentro di sè gemeva,
piangeva, si ribellava a quell’amarezza invadente che si addensava come
se la seppellisse giù nel buio d’una tomba. Si sciolse gli abiti e andò
a sedersi a piè del letto, appoggiando la fronte sulle coltri fresche e
bianche da cui le venne un vago senso di sollievo, e la memoria confusa
d’una notte insonne per la vibrazione dei nervi troppo eccitati dal
lavoro e da visioni dolorose. Quella notte, si ricordava, l’immagine
di lui le aveva blandito i terrori, calmato i tumulti, le aveva dato
il sonno e un fragrante sogno d’amore. Ora quella figura s’ergeva
minacciosa, terribile, nella sua forza di malato, di moribondo, di cui
lei accelerava la fine, che aveva forse già ucciso, là, sull’erba, fra
due colpi di tosse e uno sbocco di sangue.... Un gelo la paralizzò e
s’aggrappò alle coltri come presa dalle vertigini. Senza cuore! senza
cuore dunque! Eppure tutta la sua vita non era che abnegazione e pietà.
E si uccideva, e uccideva....
La disperazione le diede una forza quasi selvaggia. Ebbene, sì, avanti
ancora, ad ogni costo — malgrado la tortura, malgrado la morte. Non
si vince senza lotta, e non si diserta senza vigliaccheria. Seguendo
il suo impulso di compassione verso quell’uno, ella seguiva l’amore,
ella sostava in un’oasi refrigerante e queta, mentre un popolo di
sofferenti errava nel deserto ardente, lei aspettando. No, essa non si
apparteneva più, non poteva più disporre del suo cuore; il suo cuore
era di tutti gl’infelici, di tutti i malati, di tutti i dolenti; non
poteva defraudar tutti a vantaggio di quell’uno...... La melanconica
pace dell’invincibile aleggiò infine sull’animo suo. Il dolore andava
spegnendosi dalla forte volontà, dalla grandiosità del suo bel sogno
umanitario; rimaneva il rammarico, luttuoso, profondo, dell’infelicità
altrui; la tristezza di questo accumularsi di crucci intorno a sè,
proveniente da lei, involontariamente, inevitabilmente, come per
un’influenza maligna; rimaneva la titubanza e il desiderio ardente del
neofita nell’ultima lotta che precede il martirio.
In questo rilasciarsi delle sofferenze e dei dubbi che l’avevano
travagliata, visioni tenui, antiche, della sua vita di studiosa le
balenarono alla mente e si dilatarono come ripigliando il loro posto
in lei, come immigrando da paesi lontani in cui fossero state esiliate
da un usurpatore, ingiustamente. Rientravano a stuoli, le visioni
antiche, buone, a ripopolare il suo cuore dopo l’uragano. Era la parola
d’un maestro venerato e prediletto che aveva schiuso nuovi orizzonti;
era il ricordo d’una difficoltà vinta, d’uno studio finito, d’un
progresso, d’un trionfo dell’intelletto, d’una vittoria della scienza,
d’una fratellanza simpatica e gaia e gentile; poi la falange delle
speranze baldanzose, sante di pietà amorosa, che alleviavano la grave
fatica e precedevano sicure quella gioventù nella lizza severa. E i
bambini, tutti i bambini che aveva veduto languire malati o correre
sani; tutti i bambini che conosceva e che immaginava; il suo minuscolo
popolo di clienti avvenire, a cui lei avrebbe ridonato il vigore e
la vita, si affollò nella sua mente inondandola di purezza, di pace;
un mare di piccole teste, una selva di piccoli mani tese verso di
lei, imploranti, fidenti, accennanti; e lei, simile alla buona Fata,
inoltrava beneficando fra le giovani vite che sbocciavano come asfodeli
al suo passaggio, mentre le madri da lungi mandavano un’armonia di
benedizioni.
... Clotilde, affranta, si addormentò così, sulla sponda del suo letto,
ninnata da tutta l’infanzia del mondo, come dagli angeli.
*
* *
Era il luglio, afoso. Clotilde da quel giorno memorando aveva deciso
di non riveder Aroldo mai più; e per non incontrarsi con lui, scendeva
in città col primo tram e aspettava l’ora della lezione in casa
della Ginoli. Infatti non si erano più trovati; ella lo aveva però
riveduto un giorno, di lontano, sulla porta d’una birreria fra un
gruppo d’amici. Rideva forte, chiassando. Clotilde ne aveva provato
un’amarezza somma; poi, mano mano che quel giorno si allontanava, un
sollievo sempre crescente, come se le avessero tolto un rimorso. Oramai
era in pace. Le pareva che qualchecosa finalmente si fosse addormentato
in lei, forse per sempre, e ne risentiva un riposo mesto, infinito.
Dopo gli esami aveva continuato a studiare assiduamente nella
tranquillità ombrosa della villetta, tanto più che la nonna le
lasciava, insolitamente, un po’ di tregua. Al riaprirsi dei corsi,
sarebbe entrata in quinto anno, nel penultimo anno di studi. Sarebbe
ammessa alla Clinica regolarmente, avrebbe potuto formare le diagnosi,
eseguire qualche operazione elementare e le varie medicazioni negli
Ambulatorii; le avrebbero affidato qualche malato, le avrebbero
lasciata più libertà d’andare, di studiare; avrebbe così cominciato a
sentire la responsabilità, le soddisfazioni del suo ministero; avrebbe
potuto agire, cimentarsi, misurare le forze del suo ingegno, dei suoi
studi, della sua volontà; cominciare ad occuparsi specialmente del
suo ramo di medicina prescelto: la cura delle malattie delle donne e
dei bambini, per i quali sfogliava già da tempo dei grossi volumi di
Pediatria. E qui la realtà sfumava nel sogno. Se fosse stata ricca a
milioni avrebbe voluto inaugurare un grandioso ospedale per i bambini e
per le loro madri, un ospedale tutto bianco di marmi e di cortinaggi,
luminoso di sole, ridente di fiori: tutto scale, terrazze, fontane
e giardini, sontuoso e romito come un’antica villa papale. Ma ahimè,
non era ricca, e aveva dovuto ridurre il suo sogno a proporzioni più
modeste per sperare di vederlo avverato. Lei, la Ginoli e Serralta,
il gobbino, pensavano già sul serio a comperare qualche casamento del
sobborgo, isolato e non discosto dalla città, per ridurlo ad ospedale
infantile. Essi ne avrebbero la direzione, terminati i loro studi,
e gli darebbero un indirizzo eminentemente moderno, occupandosi più
dell’igiene che della cura, più dei preservativi che dei rimedi.
Ci sarebbe anche una sezione per le donne, in un angolo appartato
e tranquillo, dove tanta femminilità timida e sofferente potrebbe
nascondersi fiduciosa e serena di sapersi affidata a mani sorelle.
Tutto un rinascere di speranze, un germogliare di forze, un trionfo
della vita fra gli effluvi dei fiori e delle benedizioni. Oh il bel
sogno! Clotilde non poteva più passare una volta dinanzi al casamento
adocchiato senza risentire un certo palpito, un certo rispetto per
quel futuro santuario della scienza, in cui sapeva che rassicurerebbe
tante madri nient’altro che con un sorriso e un bacio sui capelli delle
loro creature; sorriso e bacio provenienti da un cuor di donna, in cui
vigila la tenerezza materna, anche quando dorme la maternità.
Ancora due anni di tirocinio penoso, poi la libertà di beneficare,
di amare, di profondere i suoi tesori di carità. Clotilde ci pensava
quella notte buia, affannosa; appoggiata ad una finestra spalancata
della sua camera mentre la nonna dormiva. Non l’avrebbe abbandonata, la
nonna, oh no: e se Roberto non ne avesse voluto sapere, avrebbe presa
con sè la povera vecchina in una bella camera allegra del suo ospedale
a raccontar le fiabe ai bambini.
Pensò un momento a suo fratello che viaggiava: in cerca di un
editore, diceva lui, e affermava la nonna. Ma Clotilde sapeva bene
che si dimenticherebbe dell’editore alla prima stazione balneare. Non
sarebbe la prima volta, e la nonna continuava a illudersi e Roberto a
sbizzarrirsi, scusato, protetto. Pure non lo invidiava e non avrebbe
dato, per un mese di quegli ozî gaudenti, neanche una delle sue
giornate laboriose, così rapide, così feconde; che malgrado la sua
naturale semplicità la facevano avvedere d’acquistare una superiorità
sempre crescente, un’indulgenza sempre più serena.
Clotilde leggeva un articolo in un giornale letterario che le aveva
prestato Serralta. I suoi studi faticosi le facevano ricercare la
cultura del bello come un riposo. Leggeva accanto alla finestra,
alla luce della lucernina posata sul tavolino. La notte era scura,
opprimente, greve; neanche uno spiro d’aria; la fanciulla soffocava
anche così, un po’ discinta nella sua blusa di mussolina blu, tutta
increspata, che lasciava indovinare solamente le forme bellissime del
suo corpo; il nodo dei suoi capelli, fermati dal pugnaletto d’argento,
si allentava; tutta la sua persona aveva quell’aspetto di languore
molle che danno le sere d’estate molto calde, tutte piene d’insidie
e di viltà. Clotilde s’era appoggiata al davanzale. Il giardinetto
s’addensava nell’ombra; all’orizzonte i baleni si seguivano a pause
come guizzi convulsi, le rane gracidavano forte, alla distesa,
implacabilmente. La ragazza aguzzava lo sguardo per penetrare l’ombra,
laggiù, poichè le era parso che qualcuno o qualcosa vagolasse nel
giardino. Ma la sua miopia le nascondeva ogni cosa e quelle rane
assordanti le impedivano di ascoltare. Sporgendosi con un movimento
brusco le scivolò giù il giornale.
«Benissimo,» pensò; «almeno ci fosse qualcuno davvero per rendermelo».
E rimase ancora qualche tempo, spiando attenta, immobile. Ma non
intravide più nulla. «Saranno le ombre dei miei occhi,» concluse. E
si dispose a scendere per raccattare il giornale, poichè ell’era molto
gelosa della roba che non le apparteneva.
Accese la candela, traversò la stanza che divideva la sua dalla camera
di suo fratello, ora vuota; scese le scale adagio, chetamente. Le
faceva impressione di errare a quell’ora nella casa buia e silenziosa;
e, coi nervi e la fantasia eccitati dal lavoro intellettuale,
s’immaginò un momento di recarsi a un convegno furtivo. Allora il cuore
le battè come se fosse vero, e ne sorrise, da sè, nell’ombra. Poi,
una tristezza improvvisa le piombò sull’anima e l’immagine di Aroldo,
in quell’attimo di spontaneità che non ebbe il tempo di domare, le
apparve con un rimpianto. Inoltrò, sgomenta, come le accadeva sempre
ogni volta che i sensi la soverchiavano all’improvviso — posò il lume
per terra nella saletta d’ingresso e aperse l’uscio che metteva in
giardino, chiuso diligentemente dalla nonna nella sua ultima ronda. Era
agitata, nervosa; intuiva vagamente un pericolo — non sapeva quale, nè
perchè. Scese lo scalino di pietra con precauzione poichè non ci vedeva
affatto, e fece qualche passo verso la finestra della sua camera. Di
colpo si sentì ghermire da due braccia robuste e un fiato ansante le
alitò sul viso.
— Ah, lo sapevo! — mormorò lei col cuore tumultuante per l’emozione
inattesa e pur preveduta; — Aroldo!
Ma poi dopo quel momento di silenzio rabbrividì. Aveva indovinato, più
che intraveduto, l’avvocato Dardanelli.
— Clotilde.... Clotilde.... — mormorava la sua voce che a quell’ora
e nel buio assumeva un’intonazione strana; — non ne posso più,
Clotilde... da due ore sono qui a misurare quella finestra... volevo
salire.... io sono pazzo, Clotilde....
La fanciulla istintivamente cercò di svincolarsi, ma quelle braccia
erano di ferro; ella ebbe allora la rapida percezione che lo
smarrimento e la paura l’avrebbero perduta. Con un atto della sua forte
volontà rispose calma, irrigidendosi: — Via mi lasci, è un cattivo
scherzo... M’ha fatto avere uno spavento terribile; mi lasci, mi fa
male a stringermi così...
Ma egli la serrava più forte, inebriato di quella giovinezza opulenta
che sentiva contro il suo corpo.
— Mi lasci, — disse ancora Clotilde irata, puntellando le mani contro
le spalle di lui e arrovesciandosi per allontanarsi da quel viso, per
sottrarsi a quei baci; — mi lasci o grido!
La sua calma fittizia era sparita: oramai non si dominava più, si
dibatteva furiosamente, disperatamente, mentre egli la trascinava
stringendola come fra una morsa, mormorando incoerenti parole di
tenerezza.
— Grido, grido.... — minacciava lei, con la voce strozzata
dall’angoscia, quasi piangendo.
E l’uomo cercava di farla tacere, di calmarla coi suoi baci impuri, e
continuava a stringerla, a trascinarla... Clotilde non aveva più forze
per lottare, ma la sua ira cresceva dalla sua debolezza.
— Vile!... infame!... — esclamò, e gli sputò sul viso. Poi esasperata
si strappò il pugnaletto dai capelli e glielo conficcò a più riprese in
un braccio finchè le braccia si allentarono.
Un lamento, un rantolo di rabbia, d’agonìa, chissà? la seguirono
nella sua corsa rapida verso la casa dove giunse ed entrò e richiuse
l’uscio, proprio mentre Dardanelli che la rincorreva, vi appoggiava le
braccia nerborute per forzarlo, per ripigliarla ancora. Clotilde lo udì
tempestare di pugni la fragile barriera, bestemmiando, con una voce che
non aveva più nulla d’umano.
Ella si lasciò cadere su una sedia semisvenuta, atterrita, esausta.
Un rombare di tuono che crebbe e scoppiò in un fragore di fulmine
soverchiò ogni rumore. Il temporale s’annunziava.
*
* *
— Signora dottoressa, — disse il giorno dopo la nonna a Clotilde quando
furono sedute a tavola, — c’è un ferito da curare. Cerchi di guarirlo
bene, le faranno poi i sonetti...
Ma siccome la ragazza, un po’ pallida, s’affrettava a inghiottire una
dopo l’altra le cucchiaiate della minestra scottante, per evitare
di rispondere, la signora Rita smise quel tono sardonico e disse
naturalmente:
— Davvero, sai, l’avvocato Dardanelli s’è ferito a un braccio. Me lo
ha detto la Giulia poco fa. Stamattina s’era levato molto presto per
lavorare in giardino, e nel rialzare i rami del gelsomino è caduto
dalla scala a piuoli e s’è stracciato manica e carne contro i chiodi
del muro. Sua moglie era tutta nervosa pensando al pericolo.... Se si
fosse trovata presente, quella cadeva in convulsioni....
Clotilde respinse la scodella vuota e disse ad occhi bassi:
— Spero che l’avvocato non mi aspetterà per curarsi....
— Pare di sì, — continuò la nonna, — giacchè non ha voluto chiamare il
dottore. Fra lui e sua moglie hanno fasciato il braccio.... Dardanelli
seguita a dire che è una cosa da nulla... Però gli è venuta la febbre.
Clotilde era stata assalita da un dubbio repente, angoscioso. Dov’era
il suo pugnaletto d’argento? se lo avessero trovato in giardino,
insanguinato.... Lo aveva gettato via o no? Non se ne rammentava.
— Non ci mancava che questa, povera gente; continuò la signora Rita
trinciando il lesso. — Ce n’era d’avanzo della bambina malata... ha un
febbrone, povera creatura.... ma già quando l’incomincia a dar dietro
non si finisce più. Poi, già, la civetta s’è fermata due notti, due
notti in fila, capisci? a cantare sulla finestra... me lo raccontava la
Giulia.... S’ha un bel dire che sono scempiaggini, ma poi i fatti....
E tu hai sentito che temporale, stanotte? Che tuoni e che lampi....
Gesummaria, pareva il finimondo... Poi ha durato tutta notte a
piovere... Bada qui, Clotilde, ohi a che pensi? è un ora che ti stendo
il piatto....
La ragazza si scosse arrossendo; levò i tondi, ne rimise, si prese
il lesso, ma non potè mangiare. Quel pensiero la torturava. E dovette
rimanersene cheta fino al termine del desinare, ascoltando le ciarle
della nonna che di quando in quando la pungeva col sarcasmo o col
dispetto. Allorchè le fu possibile d’uscire, barcollava.
Trovò il pugnaletto sotto i rami spezzati d’un geranio. Il vento e
la pioggia avevano pestato le aiuole a segno che non era possibile
scorgervi traccia di passaggio o di lotta; pure ella si sentì mancare
scorgendo luccicare il suo gingillo fra la terra umida, in quel
luogo. E come le accadeva sempre, il contraccolpo dell’emozione la
terrorizzava. Lo raccolse con uno sforzo della sua volontà avvezza
a superare le ripugnanze insuperabili, ma sentiva che se vi avesse
trovato traccia di sangue non sarebbe più stata padrona di se. Nulla,
invece. La tenue arma lavata dalla pioggia era forbita, riscintillante
al sole. Clotilde salì in fretta nella sua camera e lo gettò sul
cassettone come se le scottasse le mani, poi si abbandonò sul letto,
bocconi, con le tempie, il cuore, le arterie tutte che le pulsavano
violentemente.
Si rialzò soltanto quando udì qualcuno bussare all’uscio e chiamarla
angosciosamente. Andò ad aprire intontita, come balzata dal sonno. Vide
la signora Giulia piangente, pallida, scarmigliata, senza lena.
— La mia bambina muore! Clotilde, presto, aiuto, oh Dio, la mia bambina
muore, aiuto!...
Fu come il bicchier d’acqua che dissipa i fumi dell’ebbrezza. Clotilde
si riprese in un attimo — Andiamo, andiamo — rispose energica, pronta,
risoluta; e si mise a correre tenendo per mano la signora Giulia che si
lasciava trascinare, spiegandosi fra i singhiozzi, a stento:
— Il dottore non si trova... al solito... e la bambina si soffoca...
Eppure ieri pareva nulla, ti ricordi? un po’ di febbre.... ma ora
sta male... oh male... Ah, Vergine Maria, ascoltatemi, voi che siete
madre...
Clotilde traversò il giardino sempre correndo e trascinando sempre
l’altra ansante, lagrimosa. Traversarono così anche la strada maestra
e giunsero quasi subito al casinetto dei Dardanelli, a due passi.
Solamente varcando la soglia ella si risovvenne del padre, ma il
pensiero che le attraversò la mente non la fece esitare. Entrò, salì le
scale e in un baleno fu nella camera dove la bambina rantolava.
Dardanelli era là, presso la culla, tutto sbiancato. Essa agghiacciò
scorgendolo. La signora Giulia si abbandonò sul petto di suo marito: —
Enrico, coraggio.... c’è qui la Clotilde.... ce la salverà, lei....
Clotilde aveva spalancato la finestra e rialzato i cortinaggi della
culla. Al solo vedere i lineamenti contratti della piccina capì. — Ah!
la difterite... — disse dolorosamente nella sua inesperienza morale
di neo-medichessa, e si strinse le mani alle tempie concentrando il
pensiero con uno sforzo inaudito, in quel tumulto di sensazioni in
cui pareva che il suo cervello riddasse. Poi la fermezza vinse. Volle
ricordarsi.... si ricordava di una lezione del professore... della
narrazione d’un caso consimile.... dell’eroismo d’un giovine medico,
come lei ardente di carità....
— Presto, presto, una cànnula, — comandò; — una piccola cànnula
purchessia, vuota, resistente... ma presto! — E mentre gli altri si
affrettavano per la camera in disordine e per la casa, ella prese
la bambina, la portò davanti ad una finestra, l’arrovesciò sulle sue
ginocchia, le aperse la bocca.... Le membrane bianche si dilatavano
sulla gola, maligne, tremende....
— Ah, ma presto — ella gridava ancora, ansiosa, quando la signora
Giulia le tendeva già una piccola canna che serviva per le loro bibite
in gelo, l’estate. E Clotilde, semplicemente, eroicamente, mentre
gli altri tenevano la povera creatura che si dibatteva, le applicò la
cànnula in gola aspirando forte con la bocca, a parecchie riprese e
sputando mano mano delle chiazze bianche sul pavimento; ricominciando
finchè la bambina potè respirare e piangere.
— Ecco, — disse dopo, livida come una moribonda, — mentre si stringeva
al seno la bambina e l’avvocato e sua moglie non potevano che piangere
— la Rachelina per questa volta è salvata. Però non bisogna indugiare a
chiamare il medico per il resto della cura... io non posso assumerne la
responsabilità. Chiamate De Carli; è uno specialista.
La signora Giulia scivolò per terra in deliquio baciandole le mani.
Dardanelli rimasto immobile, ginocchioni sul tappeto, piangeva sempre,
senza ritegno, silenziosamente, senza più curarsi di celare la sua
debolezza. Clotilde pallidissima ma sicura e calma rimise in letto la
Rachelina, le prestò ancora alcune cure suggerendo nel medesimo tempo
alla serva smarrita i soccorsi per la sua padrona. E quando la signora
Giulia inerte, fu adagiata sul largo letto matrimoniale e la serva fu
uscita in cerca di qualche cosa, Dardanelli si trascinò in ginocchio
vicino a Clotilde curva sulla culla; ella voltandosi lo vide così, ai
suoi piedi, gemente, umiliato, implorante.
— Mi perdona? balbettava: Clotilde, mi perdona? lei è una santa, oh
mi perdoni!.... in nome di quell’innocente che le deve la vita mi
perdoni!....
Ma Clotilde si scostò con ribrezzo, raccogliendo le vesti perchè non
la toccasse. — No, — proruppe brusca, altera, — mi ha fatto troppo
soffrire; non posso, se ne vada....
E siccome lui continuava a supplicare, a invocare, ella lo respinse
adirata: — Vada!, — esclamò vada piuttosto a cercare un medico per la
sua bambina... S’alzi, vada... vada! — ripetè con la voce smorzata,
in un impeto di collera che nell’agitazione di tutto il suo essere fra
tante diverse emozioni, minacciava di crescere fino al parossismo, fino
alla follìa....
.... E invece la sua eccitazione si rilasciò subitamente, come la vela
sgonfiata da una tregua di vento. Una strana stanchezza la invase,
un’indifferenza somma per tutte le cose.
— Ebbene sì, le perdono... — sussurrò pallida, debole, vinta — le
perdono...
Ella sapeva che non uscirebbe di là che per porsi in letto e morire.
*
* *
Le imposte erano spalancate al vespro tranquillo, aurato. Un raggio del
sole occiduo entrava dalla finestra di ponente, lumeggiava un angolo
del tavolino ingombro di libri e lambiva la parete dirimpetto, grigia a
mazzi di rose. Il letto, nel fondo, era vuoto, senza guanciali e senza
coltri, con le materasse abballinate come dopo una partenza; nell’aria
vagava ancora un odor d’etere misto ad incenso, soverchiati ambedue
dall’odor acre dei disinfettanti. Sul tavolino da notte era rimasto
un bicchier d’acqua, un piccolo termometro misuratore della febbre, e
uno strumento chirurgico che aveva servito per la tracheotomìa. Sul
cassettone due o tre forcelline di tartaruga, lo stiletto d’argento
col motto cavalleresco: «_Non ti fidar di me se il cor ti manca_», e la
cintura di nastro nero: appesa all’attaccapanni la blusa di mussola blu
che serbava tuttora l’impronta molle d’un corpo. Dalle finestre aperte
veniva un gracidare di rane e lo stridere dei grilli, poi le tende alte
e lievi come ali, gonfiate da un soffio improvviso di brezza uscirono
fra le persiane e palpitarono, in alto, come se volassero via.
In quel punto se n’andava dal giardino una bara infiorata fra il
biancheggiar delle cappe e le fiammelle rosse, irrequiete, dei ceri.
Siccome i preti non avevano ancora incominciato a salmodiare, s’udiva
lontanamente sulla via maestra un organetto suonare un waltzer.