MUNGIÀ.

In tutto il contado pescarese, e a San Silvestro, a Fontanella, a San

Rocco, perfino a Spoltore e nelle fattorie di Vallelonga oltre l'Alento

e più specialmente nei piccoli borghi dei marinai presso la foce del

fiume e in tutte quelle case di creta e di canne, dove si accende il

fuoco con i rifiuti del mare, fiorisce da gran tempo la fama di un

rapsodo cattolico che ha un nome di pirata barbaresco ed è cieco a

simiglianza dell'antico Omero.

Mungià comincia le sue peregrinazioni su i principii della primavera e

le termina nel mese di ottobre, ai primi rigori. Va per le campagne,

guidato da una femmina o da un fanciullo. Tra la grandezza e la forte

serenità della coltivazione, reca ora i lamentevoli canti cristiani, le

antifone, li invitatorii, i responsorii, i salmi dell'officio pe' i

defunti. Come la sua figura a tutti è familiare, i cani dell'aia non

latrano contro di lui. Egli dà l'annunzio con un trillo del clarinetto;

ed al segnale ben noto le vecchie madri escono in su la soglia,

accolgono onestamente il cantore, gli pongono una sedia all'ombra di

qualche albero, gli chiedono le nuove della salute. Tutti i coloni

cessano dal lavoro e si dispongono in cerchia, ancora alenanti,

tergendosi il sudore con un gesto semplice della mano. Rimangono fermi,

in attitudini di reverenza, tenendo li stromenti dell'agricultura. Nelle

braccia, nelle gambe, nei piedi ignudi essi hanno la deformità che le

fatiche lente e pazienti danno alle membra esercitate. I loro corpi

nodosi, di cui la pelle assume il color delle glebe, sorgendo dal suolo

nella luce del giorno paiono quasi avere comuni con li alberi le radici.

Spandesi allora dall'uomo cieco su quella gente e su le cose in torno

una solennità di religione. Non il sole, non i presenti frutti della

terra, non la letizia dell'opera alimentaria, non le canzoni dei cori

lontani bastano a difendere li animi dal raccoglimento e dalla tristezza

della religione. Una delle madri indica il nome del parente morto a cui

ella offre i cantici in suffragio. Mungià si scopre il capo.

Appare il suo cranio largo e splendente, cinto di canizie; e tutta la

faccia, simigliante nella quiete a una maschera corrosa, si raggrinza e

vive nel movimento del prendere a bocca il clarinetto. Su le tempie,

sotto la cavità delli occhi, lungo li orecchi, e poi d'in torno alle

narici e alli angoli delle labbra mille grinze sottili e fitte si

compongono e si scompongono a seconda dell'inspirazione ritmica del

fiato nello stromento. Rimangono tesi e lucidi e salienti li zigomi,

solcati da venature sanguigne simili a quelle che traspariscono in

autunno nelle foglie della vite. E delli occhi, in fondo alle orbite,

non si vede che il segno rossiccio della palpebra inferiore rivolta. E

su tutte le scabrosità della pelle, su tutta quella meravigliosa opera

d'incisione e di rilievo fatta dalla magrezza e dalla vecchiezza, e di

tra i peli duri e corti d'una barba mal rasa, e nei cavi e nelle corde

del collo lungo e rigido la luce si frange, sfugge, si divide quasi

direi per stille, come una rugiada su una zucca piena di porri e di

muffe, gioca in mille maniere, vibra, si spenge, esita, dà talvolta a

quella umile testa inaspettate arie di nobiltà.

Dal clarino di bossolo, a seconda dei movimenti delle dita su le

chiavette malferme, escono suoni. Lo stromento ha in sè quasi direi una

vita e quella inesprimibile apparenza di umanità che acquistano le cose

per l'assiduo uso in servigio dell'uomo. Il bossolo ha una lucentezza

untuosa; i buchi, che nei mesi d'inverno divengono nidi di piccoli

ragni, sono ancora occupati dalle tele o dalla polvere; le chiavette,

lente, sono macchiate di verderame; e qua e là la cera vergine e la pece

chiudono i guasti; e la carta e il filo stringono le commessure; e

ancora si veggono in torno all'orlo li ornamenti della gioventù. Ma la

voce è debole e incerta. Le dita del cieco si muovono macchinalmente,

poichè non fanno che ricercare quel preludio e quell'interludio da gran

tempo.

Le mani lunghe, deformate, con grossi nodi alla prima falange

dell'anulare e del medio, con l'unghia del pollice depressa e violetta,

somigliano le mani d'una scimmia decrepita; hanno su 'l dorso le tinte

di certi frutti malsani, un misto di roseo, di giallognolo e di

turchiniccio; su la palma hanno una laboriosa rete di solchi, e tra dito

e dito la pelle escoriata.

Come il preludio finisce, Mungià prende a cantare il _Libera me Domine_

e il _Ne recorderis_, lentamente, su una modulazione di cinque sole

note. Nel canto, le terminazioni latine si congiungono alle forme

dell'idioma natale; di tratto in tratto, quasi con un ritorno metrico,

passa un avverbio in _ente_ seguito da molte gravi rime; e la voce ha

una momentanea elevazion di tono; poi l'onda si riabbassa e segue a

battere le linee men faticose. Il nome di Gesù ricorre spesso nella

rapsodia; e la Passione di Gesù è tutta narrata in strofe irregolari di

settenari e di quinari, non senza un certo movimento drammatico.

I coloni in torno ascoltano con animo devoto, guardando il cantore nella

bocca. Viene talvolta dai campi su 'l vento un coro di vendemmiatrici o

di mietitori, secondo la stagione, a contendere con la pia laude; e

l'albero al vento si fa tutto musicale. Mungià, che ha fioco l'udito,

continua a cantare i misteri della morte. Le labbra gli stanno aderenti

alle gengive deserte, e gli comincia a colar giù pe 'l mento la saliva.

Egli imbocca il clarinetto, suona l'intermezzo; poi riprende le strofe.

Così va sino alla fine. Sua ricompensa è una piccola misura di frumento,

o una caraffa di mosto, o una resta di cipolle, o anche una gallina.

Egli s'alza dalla sedia. Ha una figura alta e macilenta, la schiena

curva, i ginocchi volti un poco in dentro. Porta in capo una grande

berretta verde e, in ogni stagione, su le spalle un mantello chiuso alla

gola da due fermagli di ottone e cadente a mezza coscia. Cammina a

fatica, talvolta soffermandosi per tossire.

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Quando, nell'ottobre, le vigne sono vendemmiate e le strade sono piene

di fango o di ghiaia, egli si ritira in una soffitta; e là vive insieme

con un sartore che ha la moglie paralitica e con uno spazzino che ha

nove figliuoli afflitti dalla scrofola o dalla rachitide. Nei giorni

sereni, egli si fa condurre sotto l'arco di Portanova; siede al sole,

sopra un macigno; e si mette a cantare il _De profundis_, sommessamente,

per esercizio della gola. Quasi sempre i mendicanti allora gli fanno

cerchia. Uomini con le membra slogate, gobbi, storpi, epilettici,

lebbrosi; vecchie piene di piaghe, o di croste, di cicatrici, senza

denti, senza cigli, senza capelli; fanciulli verdognoli come locuste,

scarni, con li occhi vivi delli uccelli di rapina, con la bocca già

appassita, taciturni, che covano nel sangue un morbo ereditato; tutti

quei mostri della povertà, tutti quei miserevoli avanzi d'una razza

disfatta, quelle cenciose creature di Gesù, vengono a fermarsi in torno

al cantore e gli parlano come a un eguale.

Allora Mungià solleva la voce, per benignità verso li ascoltanti.

Giunge, trascinandosi a fatica per terra con l'aiuto delle palme munite

d'un disco di cuoio, Chiachiù, il nativo di Silvi; e si ferma, tenendosi

tra le mani il piede destro ritorto come una radice. Giunge la Cinigia,

una figura ambigua, repugnante, di ermafrodito senile, che ha il collo

pieno di forunculi vermigli, su le tempie alcuni riccioli grigi di cui

ella par vana, e tutto l'occipite coperto di peluria come quello delli

avvoltoi. Giungono i Mammalucchi, i tre fratelli idioti che paiono

essere nati dall'accoppiamento di un uomo con una pecora, così manifeste

ne' loro volti sono le fattezze ovine. -- Il maggiore ha i bulbi visivi

sgorganti fuor delle orbite, degenerati, molli, d'un colore

azzurrognolo, simili al sacco ovale di un polpo che sia prossimo a

putrefarsi. Il minore ha il lobo di un'orecchia smisuratamente gonfio, e

paonazzo, simile a un fico. Tutti e tre vanno in comune, con le bisacce

di corda dietro la schiena.

Giunge l'Ossesso, un uomo scarno e serpentino, avente le palpebre

arrovesciate come quelle dei piloti che navigano per mari ventosi,

olivastro nella faccia, camuso, con un singolare aspetto di malizia e di

fraudolenza palesante in lui l'origine zingaresca. Giunge la Catalana di

Gissi, una femmina d'età incognita, con lunghi cernecchi rossicci, con

su la pelle della fronte alcune macchie simili quasi a monete di rame,

sfiancata come una cagna dopo il parto: la Venere dei mendicanti,

l'amorosa fonte a cui va a dissetarsi chi patisce la sete. E giunge

Jacobbe di Campli, il gran vecchio dal pelame verdastro come quello di

certi artefici che lavorano l'ottone. Giunge l'industre Gargalà su 'l

veicolo costrutto con rottami di barche ancora incatramati. Giunge

Costantino di Corròpoli, il cinico, che, per una crescenza del labbro

inferiore, pare tenga sempre fra i denti uno straccio di carne cruda.

Altri giungono. Tutti gl'iloti che hanno emigrato lungo il corso del

fiume, dalli altipiani al mare, si raccolgono in torno al rapsodo, sotto

il comun sole.

Mungià canta allora con una più varia ricerca di modi, tentando

altitudini insolite. Una specie di orgoglio, un'aura di gloria gl'invade

l'animo, poichè egli allora esercita l'arte liberalmente, senza prender

mercede. Sale dalla turba dei mendicanti, a tratti, un clamore di plauso

ch'egli a pena ode.

Al termine del canto, come il dolcissimo sole abbandonando quel luogo

ascende su per le colonne corintie dell'Arco, i mendicanti salutano il

cieco e si sbandano per le terre vicine. Rimangono, per consuetudine,

Chiachiù di Silvi, con il piede ritorto fra le mani, e i fratelli

Mammalucchi. Costoro chiedono ad alta voce l'elemosina a chi passa;

mentre Mungià taciturno forse ripensa i trionfi della giovinezza, quando

Lucicappelle, il Golpo di Gasoli e Quattòrece erano vivi.

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Oh gloriosa _paranzella_ di Mungià!

La piccola orchestra aveva conquistata, in quasi tutta la valle

inferiore della Pescara, una inclita fama.

Sonava la viola ad arco il Golpo di Cásoli, un omuncolo tutto grigiastro

come le lucertole dei tetti, con la pelle del volto e del collo tutta

rugosa e membranosa come i tegumenti d'una testuggine cotta nell'acqua.

Egli portava una specie di berretto frigio che per due ali aderiva alli

orecchi; giocava d'arco con gesti rapidi, premendo su 'l piè della viola

il mento aguzzo, martellando le corde con le dita contratte, ostentando

un visibile sforzo nell'azione del sonare, come fanno i macacchi dei

saltimbanchi nòmadi.

Dopo di lui, Quattòrece veniva co 'l violone appeso in su 'l ventre per

mezzo d'una correggia di pelle d'asino. Lungo e smilzo come una candela

di cera, Quattòrece aveva in tutta la persona un singolar predominio dei

colori aranciati. Pareva una di quelle figure monocromatiche dipinte, su

certi rustici vasi castellesi, in attitudini rigide. Ne' suoi occhi,

come in quelli dei cani da pastore, brillava una trasparenza tra

castanea ed aurea; la cartilagine delle sue grandi orecchie, aperte come

quelle dei vipistrelli, contro la luce tingevasi d'un giallo roseo; le

sue vesti erano di quel panno color tabacco chiaro, che per solito

adoperano i cacciatori; e il vecchio violone, ornato di penne, di fili

d'argento, di fiocchi, d'imaginette, di medaglie, di conterie, aveva

l'aspetto di non so quale artifizioso stromento barbarico d'onde

dovessero escire novissimi suoni.

Ma Lucicappelle, tenendo a traverso il petto la sua immane chitarra a

due corde accordate in diapente, veniva ultimo con un passo di danza e e

di baldanza, come un Figaro rusticale. Egli era il giocondo spirito

della _paranzella_, il più verde d'anni e di forze, il più mobile, il

più arguto. Un gran ciuffo di capelli crespi gli sporgeva su la fronte,

di sotto a una specie di tòcco scarlatto; gli brillavano alli orecchi

femminilmente due cerchi d'argento: le linee della sua faccia formavano

un natural componimento di riso. Egli amava il vino, i brindisi in

musica, le serenate in onor della bellezza, le danze all'aperto, i

conviti larghi e clamorosi.

Ovunque si celebrasse uno sposalizio, un battesimo, una festa votiva, un

funerale, un triduo, correva la _paranzella_ di Mungià, desiderata,

acclamata. Precedeva i cortei nuziali, per le vie tutte sparse di fiori

di giunco e d'erbe odorifere, tra le salve di gioia e le salutazioni.

Cinque mule inghirlandate recavano i doni. Un carro, tratto da due paia

di bovi con le corna avvolte di nastri e con i dorsi coperti di

gualdrappe, recava _la soma_. Le caldaie, le conche, i vasellami di rame

tintinnivano alli scotimenti dell'incedere; li scanni, le tavole, le

arche, tutte quelle rudi forme antiche delle suppellettili casalinghe,

oscillavano scricchiolando; le coperte di damasco, le gonne ricche di

fiorami, i busti trapunti, i grembiali di seta, tutte quelle fogge di

vestimenta muliebri risplendevano al sole in un miscuglio di gaiezza; e

una conocchia, simbolo delle virtù famigliari, eretta su 'l culmine,

carica di lino, pareva su 'l cielo azzurro una mazza d'oro.

Le donne della parentela, con su 'l capo un canestro di grano e su 'l

grano un pane e su 'l pane un fiore, si avanzavano per ordine, tutte in

una stessa attitudine semplice e quasi jeratica, simili alle canèfore

dei bassorilievi ateniesi, cantando. Come giungevano alla casa, presso

il talamo, si toglievano il canestro da 'l capo, prendevano un pugno di

grano e, a una a una, lo spargevano su la sposa, pronunziando una

formola d'augurio rituale in cui la fecondità e l'abbondanza erano

invocate. Anche la madre compiva la cerimonia frumentaria, fra molte

lacrime; e con un panello toccava alla figlia il petto, la fronte, le

spalle, dicendole parole di dolente amore.

Poi, nella corte, sotto un'ampia stuoia di canne o sotto un tetto di

rami, incominciava il convito. Mungià, a cui non anche la virtù visiva

era venuta meno nè eran sopraggiunti i mali della vecchiezza, diritto

nella magnificenza di una sua zimarra verde, e tutto sudante e fiammante

e soffiante entro il clarinetto la maggior forza dei pulmoni, incitava i

compagni con battere di piedi su 'l terreno. Il Golpo di Cásoli

fustigava la viola irosamente; Quattòrece con fatica teneva dietro alla

crescente furia della moresca, sentendosi aspri traverso il ventre

passar li stridori dell'arco e delle corde. Lucicappelle, erto la testa

in aria, stringendo con la sinistra in alto le chiavi della chitarra e

con la destra pizzicando le due forti corde metalliche, sogguardava le

femmine che ridevano luminose al fondo in tra la letizia delle

fioriture.

Allora il _Mastro delle cerimonie_ recava le vivande in amplissimi

piatti dipinti; i vapori salivano come una nebbia disperdendosi nel

fogliame; i vasi del vino, dalle anse bene usate, passavano d'uomo in

uomo; le braccia allungandosi e intrecciandosi su la mensa, tra i pani

cosparsi d'anice e i formaggi più tondi che il disco della luna,

prendevano aranci, mandorle, olive; li odori delle spezie si mescevano

ai freschi effluvi vegetali; e di qua, di là, entro bicchieri di liquori

limpidi i commensali offerivano alla sposa piccoli gioielli o collane

dai grossi acini avvolte come grappoli d'oro. Su 'l finire, nelli animi

una gran gioia bacchica si accendeva; i clamori crescevano; fin che

Mungià, avanzandosi, a capo scoperto, con in mano un bicchiere colmo,

cantava il bel distico rituale che nei conviti della patria suol

dischiudere ai brindisi le bocche amiche:

Quistu vino è dòlige e galante;

A la saluta de tutti quante!

San Pantaleone · 第 49 / 64 题