Donna Cristina Lamonica intanto mandò a chiamare la Cinigia, una femmina
del volgo, che faceva professione di magia e di medicina empirica con
molta fortuna. La Cinigia già qualche altra volta aveva scoperta la roba
rubata; e si diceva ch'ella avesse segrete pratiche con i ladroncelli.
Donna Cristina le disse:
"Ritrovami la cucchiara, e ti darò 'na regalía forte."
La Cinigia rispose:
"Va bene. Mi bastano ventiquattr'ore."
E, dopo ventiquattr'ore, ella portò la risposta. -- Il cucchiaio si
trovava in una buca, nel cortile, vicino al pozzo.
Donna Cristina e Maria discesero nel cortile, cercarono e trovarono, con
grande meraviglia.
Rapidamente, la novella si sparse per Pescara.
Allora, trionfante, Candia Marcanda si diede a percorrere le vie. Ella
pareva più alta; teneva la testa eretta: sorrideva, guardando tutti
nelli occhi come per dire:
"Avete visto? Avete visto?"
La gente su le botteghe, vedendola passare, mormorava qualche parola e
poi rompeva in uno sghignazzío significativo. Filippo La Selvi, che
stava bevendo un bicchiere d'acquavite fine nel caffè d'Angeladea,
chiamò Candia.
"'Nu bicchiere pe' Candia, di questo qua!"
La donna, che amava i liquori ardenti, fece con le labbra un atto di
cupidigia.
Filippo La Selvi soggiunse:
"Te lo meriti, non c'è che di'."
Una torma di oziosi erasi ragunata innanzi al caffè. Tutti avevano su la
faccia un'aria burlevole.
Filippo La Selvi, rivoltosi all'uditorio, mentre la donna beveva:
"L'ha saputa fa'; è vero? Volpe vecchia...."
E battè familiarmente la spalla ossuta della lavandaia.
Tutti risero.
Magnafave, un piccolo gobbo, scemo e bleso, unendo insieme l'indice
della mano destra con quello della sinistra, in un'attitudine grottesca,
e impuntandosi su le sillabe, disse:
"Ca... ca... ca... Candia... la... la... Cinigia..."
E seguitò a far de' gesti e a balbettare con un'aria furbesca, per
indicare che Candia e la Cinigia erano comari. Tutti, a quella vista, si
contorcevano nell'ilarità.
Candia rimase un momento smarrita, co 'l bicchiere in mano. Poi, d'un
tratto, comprese. -- Non credevano alla sua innocenza. L'accusavano di
aver riportato il cucchiaio d'argento segretamente, d'accordo con la
strega, per non aver guai.
Un impeto cieco di collera allora la invase. Ella non trovava parole. Si
gittò su 'l più debole, su 'l piccolo gobbo, a tempestarlo di pugni e di
graffi. La gente, con una gioia crudele, in cospetto di quella lotta,
schiamazzava a torno in cerchio, come dinanzi a un combattimento
d'animali; ed aizzava le due parti con le voci e con le gesticolazioni.
Magnafave, sbigottito da quella furia improvvisa, cercava di fuggire,
sgambettando come uno scimmiotto; e, tenuto dalle mani terribili della
lavandaia, girava con rapidità crescente, come un sasso nella fionda,
sinchè cadde con gran veemenza bocconi.
Alcuni corsero a rialzarlo. Candia si allontanò tra i sibili; andò, a
chiudersi in casa; si gittò a traverso il letto, singhiozzando e
mordendosi le dita, pe 'l gran dolore. La nuova accusa le coceva più
della prima, tanto più ch'ella si sentiva capace di quel sotterfugio.
"Come discolparsi ora? Come chiarire la verità?" Ella si disperava,
pensando di non poter addurre in discolpa difficoltà materiali che
avessero potuto impedire l'esecuzione dell'inganno. L'accesso al cortile
era facilissimo: una porta, non chiusa, corrispondeva al primo
pianerottolo della scalinata grande; per togliere l'immondizie o per
altre bisogne una quantità di gente entrava ed usciva liberamente da
quella porta. Dunque ella non poteva chiudere la bocca alli accusatori
dicendo: "Come avrei fatto ad entrare?" I mezzi per condurre a termine
l'impresa erano molti ed agevoli; e su questa agevolezza si fondava la
credenza popolare.
Candia allora cercò differenti argomenti di persuasione; aguzzò
l'astuzia; imaginò tre, quattro, cinque casi diversi per spiegare come
mai si trovasse il cucchiaio nella buca del cortile; ricorse ad artifizi
e a cavilli d'ogni genere; sottilizzò con una ingegnosità singolare. Poi
si mise a girare per le botteghe, per le case, cercando in tutti i modi
di vincere l'incredulità delle persone. Le persone ascoltavano quei
ragionamenti capziosi, dilettandosi. In ultimo dicevano:
"Va bene! Va bene!"
Ma con tal suono di voce che Candia rimaneva annichilita. -- Tutte le
sue fatiche dunque erano inutili! Nessuno credeva! Nessuno credeva! --
Ella, con una pertinacia mirabile, tornava all'assalto. Passava le notti
intere pensando sempre a trovar nuove ragioni, a costruire nuovi
edifizi, a superare nuovi ostacoli. E a poco a poco, in questo continuo
sforzo, la sua mente s'indeboliva, non sosteneva più altro pensiero che
non fosse quello del cucchiaio, non avea quasi più coscienza delle cose
della vita comune. Più tardi, per la crudeltà della gente, una vera
manía prese il cervello della povera donna.
Ella, trascurando le sue bisogne, s'era ridotta quasi alla miseria.
Lavava male i panni, li perdeva, li faceva strappare. Quando scendeva
alla riva del fiume, sotto il ponte di ferro, dove erano raccolte le
altre lavandaie, a volte si lasciava fuggir di mano le tele che rapiva
per sempre la corrente. Parlava continuamente, senza stancarsi mai,
della medesima cosa. Per non udirla, le lavandaie giovani si mettevano a
cantare e la beffavano nei canti con rime improvvise. Ella gridava e
gesticolava, come una pazza.
Nessuno più le dava lavoro. Per compassione le antiche clienti le
mandavano qualche cosa da mangiare. A poco a poco ella si abituò a
mendicare. Andava per le strade, tutta cenciosa, curva e disfatta. I
monelli le gridavano dietro:
"Mo' dicci la storia de la cucchiara, che nun la sapemo, zi' Ca'!"
Ella fermava i passanti sconosciuti, talvolta, per raccontare la storia
e per arzigogolare su la discolpa. I giovinastri la chiamavano e per un
soldo le facevano fare tre, quattro volte la narrazione; sollevavano
difficoltà contro li argomenti; ascoltavano sino alla fine, per poi
ferirla con una sola parola. Ella scoteva il capo; passava oltre; si
univa alle altre femmine mendicanti e ragionava con loro, sempre,
sempre, infaticabile, invincibile. Prediligeva una femmina sorda, che
aveva su la pelle una sorta di lebbra rossastra e zoppicava da un piede.
Nell'inverno del 1874 la colse un male. Fu assistita dalla femmina
lebbrosa. Donna Cristina Lamonica le mandò un cordiale e un cassetto di
brace.
L'inferma, distesa su 'l giaciglio, farneticava del cucchiaio; si levava
su i gomiti, tentava di far de' gesti, per secondare la perorazione. La
lebbrosa le prendeva le mani e la riadagiava pietosamente.
Nell'agonia, quando già li occhi ingranditi si velavano come per
un'acqua torbida che vi salisse dall'interno, Candia balbettava:
"Non so' stata io, signó.... vedete.... perchè.... la cucchiara...."