Pochi giorni dopo, Violetta Kutufà abitava un appartamento in una casa
di Don Giovanni, su la piazza comunale; e una gran diceria correva
Pescara. La compagnia dei cantori partì, senza la contessa d'Amalfi, per
Brindisi. Nella grave quiete quaresimale, i Pescaresi si dilettarono
della mormorazione e della calunnia, modestamente. Ogni giorno una
novella nuova faceva il giro della città, e ogni giorno dalla fantasia
popolare sorgeva una favola.
La casa di Violetta Kutufà stava proprio dalla parte di Sant'Agostino,
in contro al palazzo di Brina, accosto al palazzo di Memma. Tutte le
sere le finestre erano illuminate. I curiosi, sotto, si assembravano.
Violetta riceveva i visitatori in una stanza tappezzata di carta
francese su cui erano francescamente rappresentati taluni fatti
mitologici. Due canterali panciuti del secolo XVIII occupavano i due
lati del caminetto. Un canapè di damasco di lana oscuro stendevasi lungo
la parete opposta, tra due portiere di stoffa simile. Su 'l caminetto
s'alzava una Venere di gesso, una piccola Venere de' Medici, tra due
candelabri dorati. Su i canterali posavano vari vasi di porcellana, un
gruppo di fiori artificiali sotto una campana di cristallo, un canestro
di frutta di cera, una casetta svizzera di legno, un blocco d'allume,
alcune conchiglie, una noce di cocco.
Da prima i signori avevano esitato, per una specie di pudicizia, a
salire le scale della cantatrice. Poi, a poco a poco, avevano vinta ogni
esitazione. Anche li uomini più gravi facevano di tanto in tanto la loro
comparsa nel salotto di Violetta Kutufà, anche li uomini di famiglia; e
ci andavano quasi trepidando, con un piacere furtivo, come se andassero
a commettere una piccola infedeltà alle mogli loro, come se andassero in
un luogo di dolce perdizione e di peccato. Si univano in due, in tre;
formavano leghe, per maggior sicurezza e per giustificarsi; ridevano tra
loro e si spingevano i gomiti l'un l'altro, per incoraggiamento. Poi la
luce delle finestre e i suoni del pianoforte e il canto della contessa
d'Amalfi e le voci e li applausi delli altri visitatori li inebriavano.
Essi erano presi da un entusiasmo improvviso; ergevano il busto e la
testa, con un moto giovanile; salivano risolutamente, pensavano che
infine bisognava godersi la vita e cogliere le occasioni del piacere.
Ma i ricevimenti di Violetta avevano un'aria di grande convenienza,
erano quasi cerimoniosi. Violetta accoglieva con gentilezza i nuovi
venuti ed offriva loro sciroppi nell'acqua e rosolii. I nuovi venuti
rimanevano un po' attoniti, non sapevano come muoversi, dove sedere, che
dire. La conversazione si versava su 'l tempo, su le notizie politiche,
su la materia delle prediche quaresimali, su altri argomenti volgari e
tediosi. Don Giuseppe Postiglione parlava della candidatura del principe
prussiano di Hohenzollern al trono di Spagna; Don Antonio Brattella
amava talvolta discutere dell'immortalità dell'anima e d'altre cose
edificanti. La dottrina dell'Areopagita era grandissima. Egli parlava
lento e rotondo, di tanto in tanto pronunziando rapidamente una parola
difficile e mangiandosi qualche sillaba. Egli fu che una sera, prendendo
una bacchetta e piegandola, disse: "Com'è _flebile!_" per dire
flessibile; un'altra sera, indicando il palato e scusandosi di non poter
sonare il flauto, disse: "Mi s'è infiammata tutta la _platea!_" e
un'altra sera, indicando l'orificio di un vaso, disse che, perchè i
fanciulli prendessero la medicina, bisognava spargere di qualche materia
dolce tutta l'_oreficeria_.
Di tratto in tratto, Don Paolo Seccia, spirito incredulo, udendo
raccontare fatti troppo singolari, saltava su:
"Ma, Don Antò, voi che dite?"
Don Antonio assicurava, con una mano su 'l cuore:
"Testimone _oculista!_ Testimone _oculista!_"
Una sera egli venne, camminando a fatica; e piano piano si mise a
sedere: aveva un reuma _lungo il reno_. Un'altra sera venne, con la
guancia destra un po' illividita: era caduto _di soppiatto_, cioè aveva
sdrucciolato battendo la guancia su 'l terreno.
"Come mai, Don Antò?" chiese qualcuno.
"Eh guardate! Ho perfino un _impegno_ rotto," egli rispose, indicando il
tomaio che nel dialetto nativo si chiama _'mbígna_, come nel proverbio
_Senza 'mbígna nen ze mandé la scarpe_.
Questi erano i belli ragionari di quella gente. Don Giovanni Ussorio,
presente sempre, aveva delle arie padronali; ogni tanto si avvicinava a
Violetta e le mormorava qualche cosa nell'orecchio, con familiarità, per
ostentazione. Avvenivano lunghi intervalli di silenzio, in cui Don
Grisostomo Troilo si soffiava il naso e Don Federico Sicoli tossiva come
un macacco tisico portando ambo le mani alla bocca ed agitandole.
La cantatrice ravvivava la conversazione narrando i suoi trionfi di
Corfù, di Ancona, di Bari. Ella a poco a poco si eccitava, si
abbandonava tutta alla fantasia; con reticenze discrete, parlava di
amori principeschi, di favori regali, di avventure romantiche; evocava
tutti i suoi tumultuari ricordi di letture fatte in altro tempo:
confidava largamente nella credulità delli ascoltatori. Don Giovanni in
quei momenti le teneva addosso li occhi pieni d'inquietudine, quasi
smarrito, pur provando un orgasmo singolare che aveva una vaga e confusa
apparenza di gelosia.
Violetta finalmente s'interrompeva, sorridendo d'un sorriso fatuo.
Di nuovo, la conversazione languiva.
Allora Violetta si metteva al pianoforte e cantava. Tutti ascoltavano,
con attenzione profonda. Alla fine, applaudivano.
Poi sorgeva l'Areopagita, col flauto. Una malinconia immensa prendeva li
uditori, a quel suono, uno sfinimento dell'anima e del corpo. Tutti
stavano col capo basso, quasi chino su 'l petto, in attitudini di
sofferenza.
In ultimo, uscivano in fila, l'uno dietro l'altro. Come avevano presa la
mano di Violetta, un po' di profumo, d'un forte profumo muschiato,
restava loro nelle dita; e n'erano turbati alquanto. Allora, nella via
si riunivano in crocchio, tenevano discorsi libertini, si rinfocolavano,
cercavano d'immaginare le occulte forme della cantatrice; abbassavano la
voce o tacevano, se qualcuno s'appressava. Pianamente se ne andavano
sotto il palazzo di Brina, dall'altra parte della piazza. E si mettevano
a spiare le finestre di Violetta ancora illuminate. Su i vetri passavano
delle ombre indistinte. A un certo punto, il lume spariva, attraversava
due tre stanze; e si fermava nell'ultima, illuminando l'ultima finestra.
Dopo poco, una figura veniva innanzi a chiudere le imposte. E i
riguardanti credevano riconoscere la figura di Don Giovanni. Seguitavano
ancora a discorrere, sotto le stelle; e di tanto in tanto ridevano,
dandosi delle piccole spinte a vicenda, gesticolando. Don Antonio
Brattella, forse per effetto della luce d'un lampione comunale, pareva
di color verde. I parassiti, a poco a poco, nel discorso, cacciavan
fuori una certa animosità contro la cantatrice che spiumava con tanto
garbo il loro anfitrione. Essi temevano che i larghi pasti corressero
pericolo. Già Don Giovanni era più parco d'inviti. "Bisognava aprire li
occhi a quel poveretto. Un'avventuriera!... Puah! Ella sarebbe stata
capace di farsi sposare. Come no? E poi lo scandalo...."
Don Pompeo Nervi, scotendo la grossa testa vitulina, assentiva:
"È vero! È vero! Bisogna pensarci."
Don Nereo Pica, la faina, proponeva qualche mezzo, escogitava
stratagemmi, egli uomo pio, abituato alle secrete e laboriose guerre
della sacrestia, scaltro nel seminar le discordie.
Così quei mormoratori s'intrattenevano a lungo; e i discorsi grassi
ritornavano nelle loro bocche amare. Come era la primavera, li alberi
del giardino pubblico odoravano e ondeggiavano bianchi di fioriture,
dinanzi a loro; e pei vicoli vicini si vedevano sparire figure di donne.