IV.

Pochi giorni dopo, Violetta Kutufà abitava un appartamento in una casa

di Don Giovanni, su la piazza comunale; e una gran diceria correva

Pescara. La compagnia dei cantori partì, senza la contessa d'Amalfi, per

Brindisi. Nella grave quiete quaresimale, i Pescaresi si dilettarono

della mormorazione e della calunnia, modestamente. Ogni giorno una

novella nuova faceva il giro della città, e ogni giorno dalla fantasia

popolare sorgeva una favola.

La casa di Violetta Kutufà stava proprio dalla parte di Sant'Agostino,

in contro al palazzo di Brina, accosto al palazzo di Memma. Tutte le

sere le finestre erano illuminate. I curiosi, sotto, si assembravano.

Violetta riceveva i visitatori in una stanza tappezzata di carta

francese su cui erano francescamente rappresentati taluni fatti

mitologici. Due canterali panciuti del secolo XVIII occupavano i due

lati del caminetto. Un canapè di damasco di lana oscuro stendevasi lungo

la parete opposta, tra due portiere di stoffa simile. Su 'l caminetto

s'alzava una Venere di gesso, una piccola Venere de' Medici, tra due

candelabri dorati. Su i canterali posavano vari vasi di porcellana, un

gruppo di fiori artificiali sotto una campana di cristallo, un canestro

di frutta di cera, una casetta svizzera di legno, un blocco d'allume,

alcune conchiglie, una noce di cocco.

Da prima i signori avevano esitato, per una specie di pudicizia, a

salire le scale della cantatrice. Poi, a poco a poco, avevano vinta ogni

esitazione. Anche li uomini più gravi facevano di tanto in tanto la loro

comparsa nel salotto di Violetta Kutufà, anche li uomini di famiglia; e

ci andavano quasi trepidando, con un piacere furtivo, come se andassero

a commettere una piccola infedeltà alle mogli loro, come se andassero in

un luogo di dolce perdizione e di peccato. Si univano in due, in tre;

formavano leghe, per maggior sicurezza e per giustificarsi; ridevano tra

loro e si spingevano i gomiti l'un l'altro, per incoraggiamento. Poi la

luce delle finestre e i suoni del pianoforte e il canto della contessa

d'Amalfi e le voci e li applausi delli altri visitatori li inebriavano.

Essi erano presi da un entusiasmo improvviso; ergevano il busto e la

testa, con un moto giovanile; salivano risolutamente, pensavano che

infine bisognava godersi la vita e cogliere le occasioni del piacere.

Ma i ricevimenti di Violetta avevano un'aria di grande convenienza,

erano quasi cerimoniosi. Violetta accoglieva con gentilezza i nuovi

venuti ed offriva loro sciroppi nell'acqua e rosolii. I nuovi venuti

rimanevano un po' attoniti, non sapevano come muoversi, dove sedere, che

dire. La conversazione si versava su 'l tempo, su le notizie politiche,

su la materia delle prediche quaresimali, su altri argomenti volgari e

tediosi. Don Giuseppe Postiglione parlava della candidatura del principe

prussiano di Hohenzollern al trono di Spagna; Don Antonio Brattella

amava talvolta discutere dell'immortalità dell'anima e d'altre cose

edificanti. La dottrina dell'Areopagita era grandissima. Egli parlava

lento e rotondo, di tanto in tanto pronunziando rapidamente una parola

difficile e mangiandosi qualche sillaba. Egli fu che una sera, prendendo

una bacchetta e piegandola, disse: "Com'è _flebile!_" per dire

flessibile; un'altra sera, indicando il palato e scusandosi di non poter

sonare il flauto, disse: "Mi s'è infiammata tutta la _platea!_" e

un'altra sera, indicando l'orificio di un vaso, disse che, perchè i

fanciulli prendessero la medicina, bisognava spargere di qualche materia

dolce tutta l'_oreficeria_.

Di tratto in tratto, Don Paolo Seccia, spirito incredulo, udendo

raccontare fatti troppo singolari, saltava su:

"Ma, Don Antò, voi che dite?"

Don Antonio assicurava, con una mano su 'l cuore:

"Testimone _oculista!_ Testimone _oculista!_"

Una sera egli venne, camminando a fatica; e piano piano si mise a

sedere: aveva un reuma _lungo il reno_. Un'altra sera venne, con la

guancia destra un po' illividita: era caduto _di soppiatto_, cioè aveva

sdrucciolato battendo la guancia su 'l terreno.

"Come mai, Don Antò?" chiese qualcuno.

"Eh guardate! Ho perfino un _impegno_ rotto," egli rispose, indicando il

tomaio che nel dialetto nativo si chiama _'mbígna_, come nel proverbio

_Senza 'mbígna nen ze mandé la scarpe_.

Questi erano i belli ragionari di quella gente. Don Giovanni Ussorio,

presente sempre, aveva delle arie padronali; ogni tanto si avvicinava a

Violetta e le mormorava qualche cosa nell'orecchio, con familiarità, per

ostentazione. Avvenivano lunghi intervalli di silenzio, in cui Don

Grisostomo Troilo si soffiava il naso e Don Federico Sicoli tossiva come

un macacco tisico portando ambo le mani alla bocca ed agitandole.

La cantatrice ravvivava la conversazione narrando i suoi trionfi di

Corfù, di Ancona, di Bari. Ella a poco a poco si eccitava, si

abbandonava tutta alla fantasia; con reticenze discrete, parlava di

amori principeschi, di favori regali, di avventure romantiche; evocava

tutti i suoi tumultuari ricordi di letture fatte in altro tempo:

confidava largamente nella credulità delli ascoltatori. Don Giovanni in

quei momenti le teneva addosso li occhi pieni d'inquietudine, quasi

smarrito, pur provando un orgasmo singolare che aveva una vaga e confusa

apparenza di gelosia.

Violetta finalmente s'interrompeva, sorridendo d'un sorriso fatuo.

Di nuovo, la conversazione languiva.

Allora Violetta si metteva al pianoforte e cantava. Tutti ascoltavano,

con attenzione profonda. Alla fine, applaudivano.

Poi sorgeva l'Areopagita, col flauto. Una malinconia immensa prendeva li

uditori, a quel suono, uno sfinimento dell'anima e del corpo. Tutti

stavano col capo basso, quasi chino su 'l petto, in attitudini di

sofferenza.

In ultimo, uscivano in fila, l'uno dietro l'altro. Come avevano presa la

mano di Violetta, un po' di profumo, d'un forte profumo muschiato,

restava loro nelle dita; e n'erano turbati alquanto. Allora, nella via

si riunivano in crocchio, tenevano discorsi libertini, si rinfocolavano,

cercavano d'immaginare le occulte forme della cantatrice; abbassavano la

voce o tacevano, se qualcuno s'appressava. Pianamente se ne andavano

sotto il palazzo di Brina, dall'altra parte della piazza. E si mettevano

a spiare le finestre di Violetta ancora illuminate. Su i vetri passavano

delle ombre indistinte. A un certo punto, il lume spariva, attraversava

due tre stanze; e si fermava nell'ultima, illuminando l'ultima finestra.

Dopo poco, una figura veniva innanzi a chiudere le imposte. E i

riguardanti credevano riconoscere la figura di Don Giovanni. Seguitavano

ancora a discorrere, sotto le stelle; e di tanto in tanto ridevano,

dandosi delle piccole spinte a vicenda, gesticolando. Don Antonio

Brattella, forse per effetto della luce d'un lampione comunale, pareva

di color verde. I parassiti, a poco a poco, nel discorso, cacciavan

fuori una certa animosità contro la cantatrice che spiumava con tanto

garbo il loro anfitrione. Essi temevano che i larghi pasti corressero

pericolo. Già Don Giovanni era più parco d'inviti. "Bisognava aprire li

occhi a quel poveretto. Un'avventuriera!... Puah! Ella sarebbe stata

capace di farsi sposare. Come no? E poi lo scandalo...."

Don Pompeo Nervi, scotendo la grossa testa vitulina, assentiva:

"È vero! È vero! Bisogna pensarci."

Don Nereo Pica, la faina, proponeva qualche mezzo, escogitava

stratagemmi, egli uomo pio, abituato alle secrete e laboriose guerre

della sacrestia, scaltro nel seminar le discordie.

Così quei mormoratori s'intrattenevano a lungo; e i discorsi grassi

ritornavano nelle loro bocche amare. Come era la primavera, li alberi

del giardino pubblico odoravano e ondeggiavano bianchi di fioriture,

dinanzi a loro; e pei vicoli vicini si vedevano sparire figure di donne.

San Pantaleone · 第 40 / 64 题