SONETTO.

El retratto e la impresa è bona e bella:

L’un perchè el le somegia in quanto brutto;

L’altro che in le puttane Amor fa lutto

Per Amor, e fa fuogo in la facella;

Che l’arde solamente quanto ch’ella

Dal moto e dal scorlar riceve agiuto;

Così chi vuol da vaca aver construtto

Diè strapazzarla in questa parte e in quella.

Mi trovo in tel retratto un sol error,

Ch’è de importanza assae, tanto pi quanto

Non puol gnianche conzar el depentor.

Ch’el tempo è, se no pi, do volte tanto:

Pur ghe è via de salvarlo, e con so onor,

De dir che l’è stampà l’altro anno santo.

La nota non dice per altro che quel Veniero fosse Marco, e se a

Domenico non è da pensare, potrebbe anche essere stato quel Maffeo

ch’ebbe a padre Lorenzo, autore della _Zaffetta_, e che fu poi vescovo

di Corfù. Molte poesie di lui, o a lui attribuite, contiene il codice

in discorso. L’ultima parte del sonetto ha qualche parte di vero

insieme con molta e maligna esagerazione. Nel 1575, anno di giubileo,

la Veronica non aveva più venticinque anni, ma non aveva ancora

oltrepassati i trenta. Il ritratto di cui qui si parla non può essere

tutt’uno con quello di cui dà una breve descrizione il DEGLI AGOSTINI

(_Op. cit._, vol. II, p. 616), e che recava, insieme con la fiaccola e

il motto, la scritta: VERONICA FRANCO ANN. XXIII. MDLXXVI; o se pure è

tutt’uno con esso, e se la diversità, solo apparente, nasce da errore

in quella indicazione di numeri, tale errore non può essere che dello

storico, mentre l’accenno al giubileo toglie che si possa imputare al

poeta. Del resto, nella nota che accompagna il sonetto, non s’intende

bene se quelle parole _fatto l’anno del giubileo in Roma_ vogliano dire

che il ritratto fu fatto in quell’anno in Roma, o che in Roma fu fatto

il sonetto, o che il ritratto o il sonetto fu fatto nell’anno che in

Roma si festeggiava il giubileo.

[510] Capitolo II.

[511] Capitolo VIII.

[512] Capitolo XV.

[513] Capitolo XX.

[514] Capitoli XXI e XXII.

[515] Capitolo XIX.

[516] Lettera XIX, pp. 35-6.

[517] Capitolo VIII.

[518] Lettera XX, pp. 37-8.

[519] Capitoli IX, X, XI, XII.

[520] Lettera XXXVI, p. 67.

[521] Capitolo XVII.

[522] Lettera XLIX, pp. 84-5.

[523] Capitoli XIII e XIV.

[524] Nel testamento del 1564 la Veronica diceva ingenuamente: «Lasso a

m. Jac.mo de’ Baballi el figliuolo, over figliuola che nasceranno de mi

come a suo padre; sia o non sia, Signor Dio scià il tutto». Nel secondo

testamento, fatto, come s’è veduto, sei anni dopo, il 1º novembre

1570, ella dice: «Achille mio fiol e di m. Jacomo Baballi Raguseo,

il qual, quanto a me, credo sii suo fiolo». Il dubbio ch’ella aveva

potevano avere anche altri, e in esso forse è da cercare la ragione di

certe disposizioni contenute nel testamento che nell’aprile di quel

medesimo anno aveva dettato Lodovico Ramberti, famoso nelle storie

veneziane per aver sottratto a morte atroce e infamante il proprio

fratello mediante un veleno somministratogli in carcere. Costui legava

ad Achilletto, _fio de mª Veronica Franco_ (senz’altro) parte della

sua sostanza, lasciandone usufruttuaria la madre sino a che il figlio

avesse raggiunto l’età maggiore, e provvedendo a che Achilletto potesse

avere un compenso, nel caso che la madre, testando, favorisse un altro

figliuolo più di lui. La Veronica poi indicava il Ramberti quale uno

de’ suoi esecutori testamentarii.

[525] Di questo secondo figliuolo, chiamato Enea, è ricordo nel secondo

testamento, ed è da notare che circa la paternità di Andrea Tron la

Veronica non mostra il dubbio che mostra per quella di Jacopo de’

Baballi.

[526] Non è peraltro da tacere che tra le male usanze delle cortigiane

c’era anche quella di simulare gravidanze e parti, e a qual fine

s’intende facilmente. La Nanna dell’Aretino poi così parla dell’uso

loro di prendere bambine negli ospedali: «e scelta la più bella

bambina, che ivi venga, se la allevano per figliuola; e la tolgono di

una età che appunto fiorisce ne lo sfiorire de la loro, e gli pongono

uno de’ più belli nomi che si trovino, il quale mutano tutto dì, nè

mai un forastiere può sapere qual sia il suo nome dritto: ora si fanno

chiamare Giulie, ora Laure, ora Lucrezie, or Cassandre, or Porzie,

or Virginie, or Pantaselee, or Prudenzie, e ora Cornelie; e per una

che abbia madre, come sono io de la Pippa, un migliajo sono tolte

da gli spedali». (_Ragionamenti_, parte I, giornata III, p. 151). La

cortigiana del Du Bellay, enumerando gl’inganni che usava agli amanti,

dice:

Aucunefois je me faisois enceinte.

[527] Capitolo VIII.

[528] Lettera XXI, pp. 38-40, al Tintoretto.

[529] Lettere XXVIII, pp. 54-7; XXIX, pp. 57-9.

[530] Lettere XXXIII, pp. 63-4; VII bis, pp. 13-4.

[531] Lettere X, p. 17; XXIII, pp. 47-8; XXVI, pp. 50-2; XXXIV, pag. 65.

[532] Lettera XLVI, p. 79.

[533] Lettera XXIV, pp. 48-9.

[534] Lettere VII, p. 11; XLIX, p. 84.

[535] Lettera XXV, pp. 49-50.

[536] Lettere XXXVII, pp. 67-9; XXXVIII, pp. 69-70.

[537] Nell’Archivio Gonzaga, per altro, non si conserva documento

alcuno concernente la Veronica. Così mi assicura Alessandro Luzio.

[538] Lettera XLII, p. 75.

[539] Vedi SERASSI, _La Vita di Domenico Veniero_, preposta alla

edizione delle _Rime_, Bergamo, 1751, p. XIII.

[540] Vedi il capitolo XVIII, e le lettere XL, p. 73; XIX, p. 84.

[541] _Lettere brevissime di_ MUTIO MANFREDI, _il Fermo Academico

Olimpico_, ecc., _scritte tutte in un anno_, ecc., Venezia, 1606,

p. 249. Il sonetto della Veronica si legge nella edizione che della

_Semiramide_ fa fatta in Bergamo per Comin Ventura nel 1593.

[542] _Rime di diversi eccellentissimi auttori nella morte

dell’Illustre Sign. Estor Martinengo Conte di Malpaga. Raccolte, et

mandate all’illustre, et valoroso Colonnello il S. Francesco Martinengo

suo fratello, Conte di Malpaga. Dalla Signora_ VERONICA FRANCO. Senza

nessuna nota tipografica.

[543] _De antiquitate et viris illustribus Veronae_, Padova, 1647, l.

I, c. 20.

[544] È il XXV, cioè l’ultimo, e conta non meno di 565 versi.

[545] Molti altri amici nobili e illustri ebbe certamente la Veronica.

Nel secondo testamento ella designa quale uno de’ suoi esecutori

testamentarii il magnifico messer Lorenzo Morosini, e raccomanda i

figliuoli al chiarissimo messer Giambattista Bernardo.

[546] Capitolo XXII. Anche nel capitolo III deplora la Veronica

d’essersi allontanata da Venezia:

E l’ora piango, e ’l dì ch’io fui rimossa

Da la mia patria.

[547] Capitolo XII.

[548] Parlando, nel capitolo XV, del colonnello, fratello di Estor

Martinengo, diceva:

E come donna in questa patria nata,

Vorrei, ch’ov’ha di lui bisogno andasse,

E ch’opra a lei prestasse utile e grata.

[549] Lettera V, pag. 6. Gerolamo Fenaruolo, volendo dissuadere Adriano

Willaert dal partirsi di Venezia, scriveva in un suo capitolo:

Questa Venezia è una città d’assai,

È un novo mondo, un novo Paradiso,

E sarà così fatta sempre mai.

Se voi guardate gli uomini nel viso,

Qui vedrete più vecchi che non sono

E stelle in cielo e gamberi a Treviso.

E questo nasce perchè l’aere è buono,

Perchè sempre si vive in allegrezza,

Perchè quel che si mangia ci sa buono.

L’infinita abbondanza e la ricchezza,

I comodi, i diletti, ed i piaceri

Fan veder vita eterna a la vecchiezza.

E senza tante pinole e cristeri

Tiran dal corpo al fondo del crivello

La soma d’ogni sorte di pensieri.

SANSOVINO, _Sette libri di satire_, f. 193 r.

[550] Di trattenimenti musioali è pur cenno nella lettera XLVI, pag. 79.

[551] Parlando di certa canzone della Ghirometta, dice Scipione

Ammirato in un luogo de’ suoi _Opuscoli_: «Era uscita allor per Venezia

questa canzone in campagna, e cantavasi da piccoli, e da grandi di

giorno, e di notte per le piazze, e per le vie sì fattamente, che

ciascuno avea del continuo gli orecchi intronati dal tuono di questa

canzone». Cito da un opuscoletto per nozze, intitolato _Novelle_ di

SCIPIONE AMMIRATO, Bologna, 1856, p. 10.

[552] V. le lettere del Calmo ad Angiola Sara e alla signora Frondosa,

ediz. cit. l. III, lett. 39, l. IV, lett. 42, pp. 245, 346-7.

[553] Lettera XIII, p. 21.

[554] Nell’opera di GIACOMO FRANCO, _Habiti d’huomini et donne

venetiane_ ecc., sono due stampe che qui vogliono essere ricordate. La

prima rappresenta molte gondole con persone che vanno a diporto. In una

è una tavola imbandita con uomini e donne che mangiano; in altra una

donna che suona il clavicembalo, con altre donne e nomini che suonano

varii strumenti. Sotto vi è scritto: _In questa maniera la state ne’

grandi caldi si va ai freschi per li canali della Città la sera fino a

mezza notte, con musiche di voci e diversi istromenti con grandissimo

diletto, con le signore Cortigiane, e spesso anco si cena in barca con

mirabil piacere._ La seconda stampa mostra come si andasse l’inverno a

uccellare in barca sulla laguna.

[555] Lettera XLIV, pp. 76-8.

[556] Vedi per tali notizie TASSINI, _Op. cit._, p. 40.

[557] Nel testamento del 1570 è cenno di beni mobili e stabili, di

_un filo di perle nº 51 ballotte_, di piatti d’argento e di altra

argenteria con lo stemma della Veronica.

[558] Capitolo XXIII.

[559] Capitolo XVI.

[560] Lettera VIII, pp. 14-6.

[561] Vedi CICOGNA, _Op. cit._, t. VI, pp. 884-5 e TASSINI, _Op.

cit._, pp. 89-97. Il vero testamento del Ramberti è del 19 aprile 1570;

CICOGNA, _ibid._, p. 957; TASSINI, _ibid._, pp. 89-97.

[562] Lettera XLVIII, pp. 82-4.

[563] Lettera XXX, pp. 58-9. Il detrattore cui questa lettera è scritta

aveva commesso in casa della Veronica, a quanto costei afferma, un

_vilissimo mancamento_, non sappiam quale.

[564] Vedi TASSINI, _Op. cit._ pp. 23-5.

[565] SANDONNINI, _Alessandro Tassoni ed il Sant’Uffizio_, in _Giornale

storico della letteratura italiana_, vol. IX, pp. 345 sgg.

[566] Una delle più semplici consisteva in tracciar certi cuori nella

cenere calda, e in recitarvi su questi versi:

Prima che ’l fuoco spenghi

Fa che a mia porta venghi.

Tal ti punga il mio amore

Quale io fo questo cuore.

Vedi pp. 425-6. Cfr. _Ragionamenti_, parte II, giornata III, pp.

406-10. Delle malie che usavano le meretrici per trattenere gli amanti

è cenno in una poesia di VINCENZO BELANDO, intitolata _Scudo d’amanti

dove si scuopre gli assassinamenti, inganni, astutie, forfanterie e

truffarie che usano le puttane per ingannare i simplici giovani_, ecc.,

stampata insieme con le _Lettere facete e chiribizzose_, ecc. dello

stesso autore, Parigi, 1588. Uno stuolo di maliarde faceva comparire il

VENIERO nel trionfo di Elena Ballerina in Roma, _La Puttana errante_,

canto IV. Cfr. _La vieille courtisane_ del DU BELLAY e LUCIANO,

_Dialoghi delle cortigiane_, I, IV.

[567] Lettere XI, pp. 18-20; XXXI, pp. 60-2.

[568] Lettera XXXIX, p. 71.

[569] Lettera XXXVIII, p. 70.

[570] _Ibid._

[571] Lettera XXII, pp. 41-6.

[572] _Novelle letterarie_ per l’anno 1757, pag. 320; CICOGNA, _Op.

cit._, vol. VI, pag. 884; TASSINI, _Op. cit._, p. 65.

[573] Entrambi questi sonetti furono pubblicati dal CICOGNA, _Op.

cit._, t. V, pag. 424.

[574] TASSINI, _Op. cit._, p. 39.

[575] Lo pubblicò il CICOGNA, _Op. cit._, t. V, pp. 414-5.

[576] TASSINI, _Op. cit._, p. 43.

[577] CICOGNA, _Op. cit._, t. V, p. 412.

[578] Anche questo documento fu pubblicato dal CICOGNA, _Op. cit._, t.

V, pp. 416-7.

[579] Lettera XXXIX, p. 71. Della madre la Veronica non fa parola se

non nel suo secondo testamento, dove è detto: «It. lasso a suor Marina,

monaca nel mon. di S. Bernardin in Padova, duc. diese per una volta

tantum, i quali duc. diese ghe lasso per discargo dell’anima di mia

madre, perchè suo padre ghe li aveva lassati, quali gli siino dati

subito venduta la mia robba». Fu la madre forse quella che la spinse al

vizio, o che, semplicemente, la trasse al suo esempio? L’ho già detto:

potrebbe darsi. Nel suo Memoriale la Veronica dice che molte madri

meretrici, «ridutte in bisogno, vendono secretamente la verginità de

le proprie innocenti figliole, incaminandole per la medesima via del

peccato che esse hanno tenuto». Una di tali vendute fu probabilmente la

Veronica.

[580] Lettera XV, p. 23.

[581] Veggasi, per esempio, la lettera XVIII, p. 31.

[582] Vedi intorno a Tullia d’Aragona GUIDO BIAGI, _Un’etèra romana_,

in _Nuova Antologia_, serie 3ª, vol. IV (1836) pp. 654-711.

[583] Lettera XXXVIII, p. 70.

[584] L’edizione più antica di questi due curiosi poemetti credo sia la

seguente: _El vanto della cortigiana ferrarese qual narra la bellezza

sua. Con il lamento per esser redutta in la carretta per el mal

franzese et l’amonitorio che fa alle altre donne. Seguita l’epigramma

con el purgatorio delle cortigiane, per_ GIOV. BAPT. VERINI, Venezia,

1532. Molte altre edizioni se ne fecero, per le quali vedi la

_Bibliographie des ouvrages relatifs à l’amour_, etc., vol. V, p. 241,

vol. VI, p. 384, e ROSSI, _Le lettere del Calmo_, Appendice I, pp.

386-8. Il _Purgatorio_ è di maestro Andrea dipintore; che il _Vanto_

e il _Lamento_ sieno di Giambattista Verini, fiorentino, è probabile,

ma non è provato. Ad ogni modo la scena dei due poemetti è in Roma. Io

riproduco qui l’uno e l’altro secondo una stampa veneziana del 1538,

ritoccando solo la grafia e qualche verso che nel testo non torna,

acconciando alcuno errore. La medesima stampa contiene pure _Il lamento

e la morte de la cortigiana_, in undici terzine; ma è cosa che non

merita d’essere trascritta.

[585] Questi nomi li abbiemo già trovati, e provano che il poemetto

dovette essere composto verso il 1530.

[586] Forse _trinale_ da _trina?_ ma i vocabolarii non l’hanno.

[587] Vedi qui addietro pp. 234-5.

[588] Traggo questa poesia, che non ha altro titolo, dal raro volume

già citato, _Delle rime piacevoli di diversi autori. Nuovamente accolte

da_ M. MODESTO PINO, _et intitolato La Carovana_, parte prima, ff. 25

r. a 27 v.

[589] Vedi qui addietro p. 287.

[590] Vedi la lettera del Paolucci in _Lettere di_ LODOVICO ARIOSTO

raccolte da A. CAPPELLI, 3ª edizione, Milano, 1887, pp. CLXXI sgg.

Primo a pubblicarla fu il CAMPORI nelle sue _Notizie di Raffaello, Atti

e mem. delle rr. deput. di storia patria per le prov. mod. e parm._, t.

I, 1863.

[591] _Lettere_, ediz. di Parigi, 1606, vol. I, f. 26 r.

[592] _Facetie, motti et burle di diversi signori et persone private_,

edizione di Venezia, 1599, pp. 202-4. Lo stesso racconto si ha pure

nel _Democritus ridens_, Colonia, 1649, pp. 378-80. Il Serapica, o

Sarapica, è ricordato più volte anche dall’Aretino, e da altri.

[593] DOMENICHI, _Op. cit._, p. 201.

[594] _L’hospidale de’ pazzi incurabili_, Venezia, 1617, p. 49.

[595] _Vita Leonis X_, l. IV, ediz. di Firenze, 1551, p. 98. A dir

vero il Giovio nomina solamente il Poggio, il Moro, fra Mariano e

Brandino. Fra Martino è ricordato da SIGISMONDO TIZIO nella voluminosa

e manoscritta sua Cronaca di Siena (ap. FABRONI, _Leonis X Pontificis

Vita_, Pisa, 1797, pag. 295, n. 82), e lo stesso Tizio narra pure

con indignate parole come il cardinale Raffaele Petrucci mandasse il

bastardo Andrea al pontefice (V. l’intero passo, che merita d’esser

letto, riferito dal MAZZI, _La Congrega dei Rozzi di Siena nel secolo

XVI_, Firenze 1882, vol. I, p. 73). Ma ce n’erano anche degli altri.

Nella _Cortegiana_ dell’ARETINO (atto I, sc. 12) un pescatore dice

al Rosso, vendendogli certe lamprede: «L’altre l’ha tolte or ora lo

spenditore di fra Mariano per dar cena al Moro, a Brandino, al Proto,

a Troja, ed a tutti i ghiotti di palazzo». Troja era nientemeno che il

vescovo di Troja; del Proto vedremo or ora. Quanto al Rosso introdotto

dall’Aretino nella sua commedia, egli è probabilmente tutt’uno con un

Rosso buffone, ricordato dallo stesso ARETINO nel capitolo _Al principe

di Salerno_, nella giornata II della parte I dei _Ragionamenti_ e

nel _Ragionamento delle corti_, e poi anche dal MAURO nel capitolo ad

Ottaviano Salvi e dal TANSILLO nel capitolo a Cola Maria Rocco e in

quello al duca di Sessa. Dice di lui ORTENSIO LANDO: «Il Rosso buffone,

mentre servì Ippolito cardinale de’ Medici acquistò e facultà e fama

grande, e ne viverà immortalmente» (_Sette libri de cathaloghi a varie

cose appartenenti_, Venezia, 1552, l. VI, p. 501). Non è fuor del

probabile che anche il Rosso abbia frequentata la corte di Leone X.

[596] Vedi, per i secoli che precedono il XVI, un articolo di ADOLFO

BARTOLI, _Buffoni di corte_, nel _Fanfulla della Domenica_ del 1882, nº

11.

[597] _Orlando Furioso_, c. XXXV, 20.

[598] _La piazza universale di tutte le professioni del mondo_,

Venezia, 1587, disc. CXIX, p. 816. Cfr. GIULIO LANDI, _Attioni morali_,

Venezia, 1564, p. 402, sgg.

[599] _Il Cortegiano_, ediz. di Firenze, 1854, l. II, XLVI.

[600] _Opuscula moralia et politica_, Parigi, 1645, _De re aulica_, l.

1, c. 6.

[601] Non so donde il FLÖGEL abbia tratta la notizia che Paolo II

nutrì matti e buffoni (_Geschichte der Hofnarren_, Liegnitz e Lipsia,

1789, p. 434). Il Platina tanto avverso, e per buone ragioni, a quel

pontefice, non fa parola di ciò nella Vita che ne compose.

[602] BURCHARD, _Diarium sive rerum urbanarum commentarii_, edizione di

Parigi, 1883-5, vol. III, pp. 126-7.

[603] Novelle, parte I, nov. 30; parte IV, nov. 27.

[604] Marcantonio Sidonio, Francesco del Lago di Garda e il Cimarosto

sono ricordati da ORTENSIO LANDO, _Op. e l. cit._ Il Cimarosto era

di Brescia e se ne andò, come tanti altri suoi pari, a Roma per

cercarvi fortuna. E in Roma ebbe occasione, se s’ha a credere allo

STRAPAROLA, di far ridere sgangheratamente con certa sua burla Leone

X (Vedi _Le piacevoli notti_, notte VII, fav. 3. Veramente, per un

errore stranissimo ed inesplicabile, lo Straparola parla di un _sommo

pontefice Leone di nazione alemanno_; ma non è dubbio ch’egli intende

di Leone X. Alemanno fu Leone IX [1048-54]. Nelle edizioni espurgate

delle _Piacevoli notti_ Cimarosto rimane, ma Roma si muta in Firenze

e il papa in un senatore). Del Bargiacca narra certa novella TOMMASO

COSTO, _Il Fuggilozio_, Venezia, 1601, giornata V, p. 361. MARC’ANTONIO

MAJORAGGIO accenna, nella sua _Oratio de laudibus auri_, all’uso che

avevano i cardinali di nutrire buffoni. Aveva torto perciò il MAURO di

dire, parlando appunto dei buffoni, nel già citato capitolo a Ottaviano

Salvi:

Non han però virtute in Cardinali,

I quai non ridon così volentieri

Come fan questi illustri temporali;

ma probabilmente diceva a quel modo per celia. Molti altri buffoni

famosi ebbe il Cinquecento. Ricorderò ancora lo Strascino da Siena, che

al mestier di poeta accoppiava quello di buffone, e fece ridere Leone X

con le commedie e coi lazzi suoi; il Bruschetto di Antibo, che dice il

LANDO (_Op. e l. cit._) si guadagnò con le buffonerie diecimila scudi,

e fu fatto maestro delle poste; il Moretto da Lucca, vincitore in molte

gare di buffoneria; un Berto, ricordato dal CASTIGLIONE (_Op. cit._,

l. II, L); un Lionello, ricordato dal GARZONI, (_Piazza_, disc. L, p.

479). Di alcuni buffoni assai noti in Venezia fa menzione ANDREA CALMO,

_Le lettere_ riprodotte da V. Rossi, Torino, 1888, l. II, lett. 34, p.

139.

[605] _Prose volgari inedite e poesie latine e greche edite ed inedite

di_ ANGELO AMBROGINI POLIZIANO, raccolte e illustrate da ISIDORO DEL

LUNGO, Firenze, 1867, p. 283.

[606] _Opere_, Venezia, 1729, t. III, p. 385.

[607] Ediz. cit., l. II, LXXXVII.

[608] _Ghiribizzi di Mess. Bernabò Visconti signore di Milano, scritti

da_ GIROLAMO ROFIA _da S. Miniato_, Modena, 1868, pp. 18-20.

[609] È cosa nota, del resto, che Leone X ebbe speciale avversione agli

ordini mendicanti. Cfr. su questo tema del disprezzo onde sono colpiti

i frati nel Cinquecento, BURCKHARDT, _Die Cultur der Renaissance in

Italien_, 3ª ediz. Lipsia, 1877-8, vol. II, pp. 230 sgg.

[610] _Il Cortegiano_, l. II, LXXXIX. Questo Serafino è pure tra

gl’interlocutori del _Cortegiano_, l. I, IX. Anche il Garzoni ricorda

fra Mariano e fra Serafino quali _burlieri eccellenti, Piazza_, disc.

L, p. 490.

[611] ALESSANDRO LUZIO, _Federico Gonzaga ostaggio alla corte di Giulio

II_, estratto dall’_Archivio della R. Società Romana di storia patria_,

vol. IX, 1887, p. 36. Stazio Gadio, un altro dei famigliari del

principe scriveva ad Isabella, informandola del medesimo fatto: «Stette

tutto il dì in gran piacer di soni e canti e giochi, poi cenò, e frate

Mariano de compagnia, qual fece qualche piacevoleza per far ridere,

benchè mal possa scherzare, perchè è mal sano». _Ibid._

[612] _Id., ibid._, p. 46.

[613] _Id., ibid._, pp. 47-9.

[614] _Id., ibid._, pp. 69-71.

[615] Lettera seconda citata, p. 70.

[616] Il cardinale _Hergenroether_ ha intrapresa, come è noto, la

pubblicazione dei _Regesta_ di Leone X. Non posso dire se nella parte

di essi pubblicata sin ora, e che si stende per i due anni 1513 e 1514,

compaja il nome di fra Mariano, perchè mancando ancora un indice dei

nomi, la ricerca vi è troppo malagevole.

[617] Accresce tale probabilità il fatto che il nome di fra Mariano

non s’incontra nel Diario, o almeno nel manoscritto che se ne conserva

nella Chigiana, secondo m’assicura il ch. professore Giuseppe Cugnoni,

che gentilmente volle torsi la briga di percorrerlo. La stampa

procurata dal DELICATI e dall’ARMELLINI (_Il Diario di Leone X: dai

volumi manoscritti degli Archivii Vaticani_, Roma, 1884), contiene solo

frammenti.

[618] _Relazioni venete_, serie II, vol. III, p. 70-1. Veramente la

stampa ha: _fra Mariano Ebrandino_, e l’editore nota che forse in luogo

di _Ebrandino_ è da leggere _e Martino_; ma un Brandino è ricordato,

oltre che dal Giovio, anche dall’Aretino, come vedremo.

[619] _Comento del_ GRAPPA _sopra la canzone in lode della salsiccia,

Scelta di cur. lett._, disp. 184, Bologna, 1881, pp. 77-8. Parlando

di certi tordi avuti dal conte Manfredo di Collalto, e mangiati in

compagnia del Tiziano, l’Aretino dice che gli erano molto piaciuti,

«come piacquero a fra Mariano, al Moro dei Nobili, al Proto da Lucca,

ed al Vescovo di Troja gli ortolani, i beccafichi, i fagiani, i pavoni

e le lamprede, di che si empierono il ventre con il consenso delle

lor anime cuoche delle stelle pazze e ladre, che le infusero in quei

corpacci, erarii della superfluità della crapula, anzi paradisi delle

vivande solenni...». _Lettere_, vol. I, f. 26 r. Del resto non erano

questi i soli gran ghiottoni. In altra delle sue lettere dice lo stesso

Aretino: «Io li vidi al tempo di Leone X quei cari Cardinali del buon

Dio! oh come le loro anime cuciniere riempivano voluttuosamente i

proprii corpacci!».

[620] GIOVIO, _Op. cit._, p. 98.

[621] Ap. FABRONI, _Op. e l. cit._

[622] _Op. cit._, p. 305.

[623] _Op. cit._, l. III, pp. 188-9. Il Lando ricorda ancora quali

_moderni strenui mangiatori_, un Catellaccio Fiorentino, un D.

Antonio da Lecce, e un Cola Caforzio, _che si mangiava una pezza di

lardo_. Alla voracità di fra Mariano allude senza dubbio anche ERCOLE

BENTIVOGLIO nella satira _A. M. Flaminio_, là dove dice:

... io non son Mariano nè il Rizzuolo,

Che come son levati, immantinente

Sen vanno a far la zuppa nel siruolo.

In quel passo del Tizio anche fra Martino è ricordato quale mangione

famoso: ma di lui non si hanno, che io sappia, più particolari notizie.

[624] Capitolo _In lode della sete_.

[625] L. II, XLIV.

[626] L. I, VIII.

[627] _Lettere facete et piacevoli di diversi huomini grandi, et

chiari, et begli ingegni, raccolte da_ DIONIGI ATANAGI, Venezia, 1601,

l. I, p. 310.

[628] Ediz. di Cosmopoli, 1606, p. 220.

[629] P. 413.

[630] _Lettere facete_ già citate, l. I, p. 167.

[631] LUZIO, _Op. cit._, p. 70.

[632] _Id._, _ibid._, p. 46-7.

[633] _Le lettere di_ A. CALMO, ediz. cit., pp. 64-5.

[634] Pazeria?

[635] Così racconta fra Callisto Piacentino, canonico Lateranense, in

una sua omelia. Il ROSCOE giudica apocrifo tale racconto (_The life

and pontificate of Leo the tenth_, cap. XXIII); ma esso è confermato

da una lettera da Roma, scritta il 21 dicembre del 1521, venti giorni

dopo la morte del pontefice, e riportata dal Sanudo. Vedi GREGOROVIUS,

_Geschicte der Stadt Rom im Mittelalter_, Stoccarda, 1859-73, vol.

VIII, p. 262.

[636] Il sonetto del Berni cui questi versi appartengono non fu

composto contro Adriano VI, come già si credette, ma contro Clemente

VII.

[637] _Lettere scritte a Pietro Aretino_, emendate per cura di T.

LANDONI, Bologna, 1873-5, vol. I, p.te I, p. 14-15. Fra Sebastiano

diede notizia della cosa anche a Michelangelo Buonarroti. Del succedere

di fra Sebastiano a fra Mariano nell’officio di piombatore fa cenno

anche il VASARI nella Vita di quello, _Opere_, ediz. del Sansoni,

Firenze, 1877 sgg., vol. V, p. 576.

[638] _Ibid._, pp. 102-3.

Attraverso il Cinquecento · 第 45 / 46 题