[1] Tre scritti conosco in cui di proposito si parla del petrarchismo,
tutti e tre assai insufficienti, e sono: _I petrarchisti_, di
LUIGI CARRER, inserito nel vol. II delle _Prose_, ediz. di Firenze,
1855, pp. 500-5; _I petrarchisti_, di LUIGI LA VISTA, in _Memorie e
scritti_, Firenze, 1863, pp. 359-63; _Del petrarchismo e de’ principali
petrarchisti veneti_, di GIOVANNI CRESPAN, nella raccolta _Petrarca a
Venezia_, Venezia, 1874, pp. 187-252.
[2] _Lezioni di letteratura italiana_, nona edizione, Napoli, 1883,
vol. II, p. 99.
[3] _Geschichte der italienischen Literatur_, Lipsia, 1844-7, parte II,
p. 624.
[4] _Opere_, ediz. di Venezia, 1740, t. II, p. 269.
[5] _Il Castellano, Opere_, ediz. di Verona, 1729, t. II, p. 232.
[6] A. BASCHET, _Documenti inediti su Pietro Aretino_, in _Archivio
storico italiano_, serie III, t. III, parte 2ª, p. 116.
[7] Cap. 22.
[8] Atto I, sc. 22.
[9] _Ragionamenti_, parte I, giornata III, Cosmopoli, 1660, p. 120.
[10] Antonio Magliabechi scrive in una sua lettera al canonico Lorenzo
Panciatichi: «Il Petrarchino non può essere mai più bello, essendo
infino di carta scelta, giacchè, se ne tasterà una pagina, sentirà
quanto sia più grossa dell’altra ordinaria. Il sommacco è di quello
grosso da durar cento anni, e credo, che sia legatura forestiera».
[11] _Il Furbo_, Venezia, 1584, atto II, sc. 1.
[12] Ediz. di Venezia, 1587, disc. CXVI, pp. 700-1.
[13] _Novelle_, parte II, nov. 46.
[14] _Il Cortegiano_, ediz. di Firenze, 1854, l. I, XIX.
[15] ARETINO, _Ragionamenti_, parte II, giornata I, p. 215.
[16] Capitolo _Del Letto_.
[17] Atto II, sc. 11.
[18] _Avvertimenti della lingua sopra ’l Decamerone_, l. II, c. 12.
[19] _Apologia in difesa della Gerusalemme liberata, Opere_, Pisa, 1820
sgg., vol. X, pp. 61-2.
[20] _Descrizione del suo viaggio al Parnaso._
[21] Una grande bugia diceva il buon Lodovico, quando diceva:
là veggo Pietro
Bembo, che ’l puro e dolce idioma nostro,
Levato fuor del volgare uso tetro
_Quale esser dee_, ci ha col suo esempio mostro.
(_Orl. Fur._, c. XLVI, st. 15). Ma egli ne disse tant’altre in quel suo
poema.
[22] Atto II, sc. 6.
[23] _Ragionamento sopra la poesia giocosa_, Venezia, 1634, p. 8.
[24] _Dialogo d’amore_, in _Dialoghi_, Venezia, 1562, p. 38.
[25] _Lettere di molte ingegnose donne_, Venezia, 1549, f. 49. Se
queste lettere sieno autentiche, o meno, a noi non importa indagare,
bastando che sieno del Cinquecento, e faccian fede delle idee e dei
costumi del tempo.
[26] Le tagliature, o sparati, che si moltiplicavano fuor di misura
sugli abiti degli azzimati moscardini.
[27] Vedi, per un esempio, _Il libro della bella donna_ di FEDERICO
LUIGINI, Venezia, 1554.
[28] _La Zucca_, ediz. di Venezia, 1589, f. 192 v.
[29] Vedi più oltre lo studio: _Una cortigiana tra mille_.
[30] Atto II, sc. 2. Cfr. _Ragionamenti_, parte I, giorn. III, p. 141.
[31] Parte I, giornata II, p. 106.
[32] _Ragionamento fra il Zoppino fatto frate e Lodovico puttaniere_,
p. 442.
[33] _Lettere di cortigiane del secolo XVI_, Firenze, 1884.
[34] _Facetie, motti et burle di diversi signori et persone private_,
edizione di Venezia, 1599, p. 332.
[35] _Le lettere facete di messer_ ANDREA CALMO, riprodotte da VITTORIO
ROSSI, Torino, 1888, l. IV, lett. 22, pp. 301-2.
[36] Per esempio, in una lettera ad un’altra cortigiana, una certa
signora Frondosa, ricordate molte maniere di giuochi con cui solevano
spassarsi le allegre brigate, soggiunge: «e torna tutti a sentar
digando le pi stupende panzane, stampie e imaginative del mondo, de
_comar coca_, de _fraibolan_, de _osel bel verde_, de _statua de
legno_, del _bossolo da le fade_, di _porceleti_, de _l’aseno che
andete remito_, del _sorze che andete in pellegrinazo_, del _lovo che
se fese miedego_, e tante fanfalughe che no bisogna dir. Quei che ha
pi sal in zuca recita la istoria de _Ottinelo e Giulia_, e quella de
_Maria per Ravena_, el contrasto de la _Quaresema e de Carneval_,
_Guiscardo e Ghismonda_, de _Piramo e Tisbe_, _l’è fatto el beco a
l’oca_, e de _ponzè el matto cugnà_». Ediz. cit., l. IV; lett. 42, pp.
346-7. Vedi ivi stesso, pp. 349-50, le note del Rossi.
[37] Vedi ROSSI, _Le lettere del Calmo_, Appendice IV.
[38] _Ecatommiti_, nov. 6 dell’Introduzione.
[39] Capitolo _A M. Anselmi_.
[40] BANDELLO, _Novelle_, parte I, nov. 41, dedica.
[41] GROTO, _Lettere famigliari_, Venezia, 1606, f. 110 v.: lettera al
P. Pietromartire Locatelli.
[42] Ediz. di Venezia, 1543, f. XI v.: la prima ediz. è del 1539.
[43] DOMENICHI, _Ragionamento nel quale si parla d’imprese, d’armi e
d’amori_, in seguito al _Dialogo delle imprese_ del GIOVIO, Venezia,
1557, p. 99.
[44] _Opuscoli_, Firenze, 1640-2, vol. I, p. 401.
[45] SCIPIONE BARGAGLI, _I trattenimenti_, Venezia, 1587, parte I, p.
25.
[46] _Il Cortegiano_, l. I, XLVII.
[47] Vedi su questo argomento della musica nel sec. XVI BURCKHARDT,
_Die Cultur der Renaissance in Italien_, terza ediz., Lipsia, 1877-8,
vol. II, pp. 131 segg., e una bella memoria di PIETRO CANAL, _Della
musica in Mantova_, in _Memorie del Reale Istituto Veneto_, t. XXI,
parte III, pp. 655-774. L’importantissimo tema è, del resto, quasi
vergine ancora.
[48] _Novelle_, parte I, nov. 26.
[49] V. TRUCCHI, _Poesie inedite di dugento autori_, Prato, 1846, vol.
II, pp. 141-42; FANTONI, _Storia universale del canto_, Milano, 1873,
vol. II, p. 98.
[50] Maccheronea XX.
[51] Doveva essere allora assai vecchio, se è vero ch’ei nacque
verso il mezzo del secolo XV. L’Aretino fa dir di lui all’Istrione:
«Farei fare madrigali in sua laude (_intendi dell’innamorata_) e dal
Tromboncino componervi suso i canti».
[52] _Attavanta_, ediz. di Firenze, 1857, p. 59.
[53] _Orazioni_, Venezia, 1589, oraz. VIII.
[54] Lettera a Bartolomeo della Valle, _Opere_, Venezia, 1729, t. III,
p. 207, col. 2.
[55] _Sommario in difesa della casa del Petrarca, Opere_, ed. cit., t.
V, p. 558. Si tratta anche qui della casa di Padova.
[56] Terza impressione, Venezia, 1553, l. I, f. 19 r.
[57] Lib. II, f. 42 v.
[58] _De institutione foeminae Christianae, Opera_, Basilea, 1555, t.
II, p. 659.
[59] È curiosa, e merita d’essere riferita, la lista dei libri di cui
il Vives sconsiglia o proibisce la lettura. Ecco le sue stesse parole
tradotte di latino in italiano (pp. 657-8): «Libri pestiferi sono
in Ispagna i romanzi di _Amadigi_, di _Splandiano_, di _Florisando_,
di _Tirante il Bianco_, di _Tristano_; alle quali scempiaggini non è
misura nè fine, e tutti i giorni ne vengono fuori di nuove: aggiungasi
_Celestina_ mezzana, madre delle nequizie, ricettacolo degli amori. In
Francia ci abbiamo _Lancilotto del Lago_, _Paris e Vienna_, _Ponto e
Sidonia_, _Pietro di Provenza e la bella Maghelona_, _Melusina_, donna
inesorabile: nel Belgio, _Florio e Biancofiore_, _Leonella e Canamoro_,
_Curias e Floretta_, _Piramo e Tisbe_. Alcuni son tradotti di latino in
volgare, come le infacete _Facezie_ del Poggio, _Eurialo e Lucrezia_,
il _Cento novelle_ (_Centum fabulae_) del Boccaccio (!); i quali libri
tutti furono scritti da uomini oziosi, scioperati, dediti ai vizii e
all’immondizia, nè arrecherebbero diletto di sorta se non blandissero
i nostri mali istinti». Questi libri erano del resto sparsi per
tutta Europa e notissimi anche in Italia. La famosa tragicommedia di
_Celestina_ vi fu tradotta e molte volte stampata. Pare che il povero
Vives credesse il _Decamerone_ tradotto dal latino.
[60] _Novelle_, parte I, nov. 36, dedica.
[61] _La secchia rapita_, canto V, st. 26.
[62] _Ibid._, canto VIII, st. 32-3.
[63] Parte II, _Della stampa_, ed. Fanfani, Firenze, 1863, vol. I, p.
226.
[64] Per quanto spetta a quest’ultimo scrittore, vedi O. BACCI, _Le
«Considerazioni sopra le Rime del Petrarca di Alessandro Tassoni»_,
Firenze, 1887.
[65] Ediz. di Venezia, 1550, f. 19 v., 20 r.
[66] _Lettere facete_ raccolte dall’ATANAGI, Venezia, 1601, l. I, p.
232.
[67] _Le lettere_, ediz. cit., l. I, lett. 19, p. 46.
[68] Capitolo già citato e attribuito al Doni, al Sansovino,
all’Anguillara.
[69] Lettera a monsignor Leone Orsino, _Le pístole vulgari_, Venezia,
1532, f. 21 v.
[70] Altra lettera a monsignor Leone Orsino, _ibid._, f. 154 v.
[71] Lettera a re Francesco I, _ibid._, f. 48 r.
[72] Risposta della Lucerna, _ibid_., f. 193 v.
[73] Lettera a Gian Giacomo Lionardi, _ibid_., f. 61 v.
[74] Ediz. di Venezia, 1543, f. XII r.
[75] _Dialoghi_, ediz. di Venezia, 1541, dial. VIII. Questo Sannio vuol
essere lo stesso Franco, secondo si rileva da una lettera dell’Aretino
a Lodovico Dolce.
[76] _Opere_, ediz. cit., vol. I, pp. 223-4.
[77] _Le pístole vulgari_, f. 195 r.
[78] In altro di quei sonetti è introdotto Priapo che scaccia i
petrarchisti vituperosamente.
[79] Lettera citata a Gian Giacomo Lionardi, f. 61 v.
[80] Risposta della Lucerna, f. 193 v.
[81] _La piazza universale di tutte le professioni del mondo_, ediz.
cit., pp. 933-4.
[82] Lettera a Giovanni Pollastra, _Lettere_, vol. I, f. 141 v.
[83] _La dipintura di sè stesso_, a don Lorenzo Venturi.
[84] _Lettere_, t. V, f. 147 r.
[85] Ediz. cit., l. I, XXXVII.
[86] _Lettere famigliari_, Padova, 1739, vol. II, p. 268.
[87] _Lettere famigliari_, ediz. cit., f. 3 r.
[88] _Lettere_, t. V, f. 147 r.
[89] _Lettere_, t. I, f. 123 r.
[90] _Lettere di diversi eccellentissimi uomini_, raccolte da LODOVICO
DOLCE, Venezia, 1559, l. I, p. 45.
[91] Nella satira _A Giulio Doffi_. Ecco le sue parole:
Non credo che si trovi canta in banco,
Che non sappia compor qualche cosetta,
Che volesse il Petrarca al lato manco:
E ch’a ciascun non chieda la berretta,
E che non vada gonfio e dritto in schiena;
Ma il pan è poi quel che gli dà la stretta.
Più tardi ad Alessandro Allegri toccava ancora dire di certi poetastri:
Crede la brigataccia ch’un sonetto,
O dal Casa travolto, o dal Petrarca
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
Faccia l’uom reverendo e ammirando.
[92] _L’Orlandino_, cap. VI, st. 1.
[93] Anche il Franco nella Risposta della Lucerna: «Veggo i lauri di
Parnaso, le querce di Dodona, le palme d’Iduna, i bussi di Citoro, le
canne di Menalo, Federe d’Ippocrene, i mirti d’Aganippe».
[94] _Lettere_, t. I, f. 123 r.
[95] _Lettere_, t. I, f. 248 r.
[96] _Lettere_, t. II, f. 77 v., 140, r. t. V, f. 131 r., 161 r.
[97] Questo capitolo fu pubblicato dietro il _Dialogo della infelicità
dei letterati_ di PIERIO VALERIANO, Milano, 1829.
[98] _Le satire alla berniesca_, Torino, 1549. _Dello stile berniesco._
[99] _Discorso intorno al comporre delle comedie e delle tragedie_,
edizione di Milano, 1864, p. 31. Luigi Tansillo, che lodò la galera,
l’aglio, la gelosia, solo per celia dice in uno dei capitoli dove la
galera appunto è celebrata:
Non è il mio de’ capricci e de le vene
Che corron sì per Roma oggi e tra preti,
Di che, più che del mar nausea mi viene.
Vorrei che i buon’ scrittori e i buon’ poeti
Dicesson ben del bene e mal del male,
Come appartiene agli uomini discreti.
Chi celebra il pestel, chi l’orinale,
Ed a suggetto spendono gl’inchiostri,
Che a l’onor poco, a l’utile men vale.
_Capitoli giocosi e satirici di_ LUIGI TANSILLO _editi ed inediti_,
Napoli, 1870, p. 58.
[100] _Lettere_, t. I, f. 21 v.
[101] _Le pístole vulgari_, f. 239 r.
[102] _Lettere famigliari_, f. 3 v.
[103] _Discorso intorno al comporre dei romanzi_, ediz. di Milano,
1864, p. 89.
[104] _Scelta di curiosità letterarie_, disp. CLXXXIV, Bologna, 1881,
pp. 31-2.
[105] _Le pístole vulgari_, f. 191 r.
[106] Satira _A M. Alessandro Campesano_.
[107] Vedi una lettera del Bembo a lui, _Opere_, t. III, p. 247, col. 2.
[108] Ediz. cit., vol. II, p. 37. Cfr. DOMENICHI, _Facetie, motti_,
ecc., p. 312.
[109] _L’argute e facete lettere, di novo ristampate_, Pavia, 1567, f.
34 v.
[110] Notisi che quell’ultimo terzetto deve leggersi così, e non come
si ha guasto nelle edizioni castrate. Vedi _Rime, poesie latine_, eco.,
di F. BERNI, ordinate e annotate da A. VIRGILI, Firenze, 1885, p. 138.
[111] Sette libri de Cataloghi, ecc., Venezia, 1552, l. VI, p. 479.
[112] Libretto stampato nel 1545 e rarissimo. Vedi LUZIO-RENIER,
_Contributo alla storia del malfrancese ne’ costumi e nella letteratura
italiana del sec. XVI_, nel _Giornale storico della letteratura
italiana_, vol. V, p. 425.
[113] È un zibaldonaccio manoscritto di 317 fogli numerati, e più
altri non numerati, che si conserva nella Casanatense in Roma. Ne
diede notizia Guido Suster nella _Domenica Letteraria_ del 16 marzo
1884 (anno III, nº 11). L’autore ci avverte egli stesso che cominciò
a scrivere il suo libro ai 20 di gennajo del 1589 e lo condusse a
compimento gli 8 di giugno di quell’anno medesimo.
[114] L’autore è Giammaria Cecchi. Fu stampata nel 1582. Il sonetto è
del Berni.
[115] _Le lettere_, ediz. cit., l. III, lett. 2, p. 163.
[116] _I sonetti del Pistoia giusta l’apografo Trivulziano_, a cura di
RODOLFO RENIER, Torino, 1888, son. 3, p. 3.
[117] _Discorso intorno al comporre dei romanzi_, ediz. cit., p. 89.
[118] Vedi CIAN, _Un decennio della vita di M. Pietro Bembo_, Torino,
1885, pp. 46, 158.
[119] _Storia della letteratura italiana_, 3ª edizione, Napoli, 1879,
vol. II, p. 127.
[120] _Lezioni di letteratura italiana_, 9ª edizione, Napoli, 1883,
vol. II, p. 176.
[121] _Francesco Berni_, Firenze, 1881.
[122] _Saggio di uno studio su Pietro Aretino_, Roma, 1882.
Nell’_Avvertenza_ l’autore promette un più largo lavoro, che, sino ad
ora, non è comparso.
[123] _Lettere_, ediz. di Parigi, 1609, vol. I, ff. 76, 82 sg., 85, 99,
162, ecc.
[124] _Op. cit._, pp. 240-2, 259-60.
[125] _La vita di Pietro Aretino_, Padova, 1741, pp. 1 sgg.
[126] _Dell’istoria della volgar poesia_, Venezia, 1730, vol. IV, p. 44.
[127] _La famiglia di Pietro Aretino_, in _Giornale storico della
letteratura italiana_, vol. IV, pp. 361-88.
[128] _Lettere_, vol. IV, ff. 269-72.
[129] Atto I, sc. 4.
[130] BASCHET, _Documenti inediti su Pietro Aretino_, in _Archivio
storico italiano_, serie III, t. III, parte 2ª.
[131] Vedi CAMPORI, _Pietro Aretino ed Ercole II duca di Ferrara_, in
_Atti e memorie delle rr. deput. di storia patria per le prov. mod. e
parm._, vol. V, Modena, 1870, pp. 29-37.
[132] Vedi la Vita del Doni scritta dal BONGI, e preposta ai _Marmi_ di
esso DONI ripubblicati dal FANFANI, Firenze, 1863, vol. I, p. LVI.
[133] _Epistolarum seu sermonum libri VI_, Parigi, 1585, p. 305.
[134] ORESTE GAMURRINI, _Pietro Aretino e i suoi tempi_, estratto dal
giornale _Il Fanfani_, anno I, Firenze, 1882, pp. 12-3; SINIGAGLIA,
_Op. cit._, p. 338.
[135] _Le satire alla berniesca_, Torino, 1549. Capitolo _Della Corte_.
[136] _Rime_, Perugia, 1770, p. 295.
[137] _Rime di Francesco Coppetta ed altri poeti perugini, scelte da_
G. VINCIOLI, t. I, Perugia, 1720, p. 284.
[138] _La Piazza universale di tutte le professioni del mondo_,
Venezia, 1587, Discorso LXII, p. 530.
[139] _Dialoghi_, Venezia, 1562, p. 274.
[140] _Stanze_, 10.
[141] SANSOVINO, _Sette libri di satire_, Venezia, 1560, f. 188 v.
[142] Ha molta somiglianza con questa dell’Alamanni una satira di
Mathurin Regnier sullo stesso argomento. Non ho bisogno di avvertire
che biasimi delle corti e invettive contro le corti si trovano, sebbene
non in tanta copia come nell’italiana, anche in altre letterature.
[143] Satira _Al fratello Galasso_.
[144] Atto II, sc. 6.
[145] _Rime edite ed inedite_ per cura di A. CAPPELLI e S. FERRARI,
Livorno, 1884, p. 80. Veggasi inoltre sopra il tinello: BANDELLO,
_Novelle_, parte II, nov. 51; DOMENICHI, _Facetie_, ediz. di Venezia,
1599, pp. 222-3; FRANCESCO PRISCIANESE, _Del governo della corte d’un
signore in Roma_, Roma, 1543; ristampa fatta in Città di Castello,
1883, pp. 22, 26-7; CESARE EVITASCANDOLO, _Dialogo del maestro
di casa_, Roma, 1598, pp. 161 sgg. Le miserie del tinello diedero
argomento alla _Tinelaria_ dello spagnuolo TORRES NAHARRO, che fu
in Roma ai tempi di Leone X. A voler fare on elenco di tutti coloro
che nel secolo XVI scrissero in biasimo delle corti troppe pagine si
potrebbero riempiere.
[146] _Lettere_, vol. I, f. 17 v.
[147] _Lettere_, vol. I, f. 34 v.
[148] _Lettere_, vol. I, f. 199 r.
[149] _Lettere_, vol. I, f. 85 r. Vero è che molti anni dopo il Franco
scriveva in uno dei sonetti contro l’Aretino:
Muojon di fame, e per l’Italia vanno
Mille buon spirti miseri e dolenti,
Ignudi e scalzi, dibattendo i denti,
Per un ladro spedale che non hanno.
E chiamava quei buoni spiriti a raccolta, li invitava ad esser tutti di
un parere, e a levar alto la voce
Contro l’infami e pessime brigate
Che ne potrien volendo sostenere.
[150] _Lettere_, vol. I, f. 33 r.
[151] _Lettere_, vol. IV, f. 131 r.
[152] _Lettere_, vol. I, f. 264 r.
[153] _Lettere_, vol. III, f. 225 r.
[154] Capitolo _Della poesia_.
[155] _Opere_, ediz. di Venezia, 1740, vol. I, pp. 220-1.
[156] Vedi CAPPELLI, _Pietro Aretino e una sua lettera inedita a
Francesco I re di Francia, in Atti e mem. delle rr. Deput. di st.
patria per le prov. mod. e parm._, t. III, pp. 75-88.
[157] _Lettere di diversi eccellentissimi uomini_ raccolte dal DOLCE,
vol. I, Venezia, 1559, p. 227.
[158] Atto V, sc. 12.
[159] _La Scolastica_, atto III, sc. 4. Vedi anche ciò che l’Ariosto
dice agli spettatori nel Prologo dei _Suppositi_, e cfr. la sua satira
_A Pietro Bembo_.
[160] _Sul Genesi_, XIX, 4, 5.
[161] _Vita Leonis X_, l. IV.
[162] _Le rime burlesche edite e inedite di_ ANTONFRANCESCO GRAZZINI
_detto il_ LASCA, per cura di CARLO VERZONE, Firenze, 1882, pp. 336,
515. Vedi anche pp. 638, 639.
[163] _La Cortegiana_, atto I, sc. 22; _Il Marescalco_, atto II, sc. 4
e sc. 11. Vedi pure ciò che l’ARETINO dice della sorte che toccava ai
paggi, _Ragionamento delle corti_, Venezia, 1539, f. 7.
[164] _Les vies des dames galantes_, ediz. di Leida, 1722, vol. I, p.
216.
[165] _Op. cit._, disc. LXXIX, p. 622.
[166] _Vita_, l. II, c. 29.
[167] Vedi il capitolo _Sopra un garzone_.
[168] Vedi anche ciò che dice nel capitolo _Alli signori abati_. Cfr.
l’_Orlando innamorato_ rifatto da lui, l. III, c. 9.
[169] Vedi _Le rime di_ MICHELANGELO BUONARROTI, _cavate dagli
autografi e pubblicate da_ C. GUASTI, Firenze, 1863, pp. 5-21, 26, 162.
[170] Vedi SOLERTI, _Anche Torquato Tasso?_ nel _Giornale storico della
letteratura italiana_, vol. IX, pp. 431-40.
[171] Capitolo _Delle campane_.
[172] Veggasi pure nel rarissimo volume intitolato _Poesie da fuoco di
diversi autori_, Lucerna, 1651, una certa _Persuasiva efficace_, ecc.
[173] _Lo Ipocrito_, Prologo.
[174] GALLICCIOLI, _Delle memorie venete antiche, profane ed
ecclesiastiche_, Venezia, 1795, vol. I, p. 260; GAMBA, _Serie degli
scritti impressi in dialetto veneziano_, Venezia, 1832, p. 58.
[175] Molte notizie concernenti il vizio in Venezia si hanno nel volume
_Leggi e memorie venete sulla prostituzione sino alla caduta della
Repubblica_, a spese del conte di Orford, Venezia, 1870-2.
[176] MUTINELLI, _Storia arcana ed aneddottica d’Italia raccontata dai
veneti ambasciatori_, Venezia, 1855-8, vol. I, p. 50.
[177] MUTINELLI, _Op. cit._, p. 121. Vedi per altre notizie CORRADI,
_Nuovi documenti per la storia delle malattie veneree in Italia dalla
fine del Quattrocento alla metà del Cinquecento_, in _Annali universali
di medicina_, volume CCLXIX, 1884.
[178] _Novelle_, parte I, nov. 6 e nov. 30. Vedi pare la novella 13
delle _Porretane_ di SABADINO DEGLI ARIENTI.
[179] Il CANELLO, in quel suo ingegnoso capitolo sulla _Vita privata
del Cinquecento_, che è il secondo della _Storia della letteratura
italiana del secolo XVI_ (Milano, 1880), sostenne, tra l’altro (pp.
20-2), che il vizio decrebbe nel Cinquecento, anzi cessò pressochè
interamente. È questa una opinione in tutto erronea. Il vizio crebbe
anzi a dismisura, e una delle ragioni del suo crescere fu il propagarsi
della sifilide.
[180] _Lettere_, vol. I, f. 85 v.
[181] GIOVANNI BURCHARD descrive la seguente mascherata fatta in Roma
nel decembre del 1502 (_Diarium sive rerum urbanarum commentarii_,
ediz. di Parigi, 1883-5, t. III, p. 227): «Post prandium iverunt ad
plateam S. Petri triginta mascherati habentes nasos longos et grossos
in formam priaporum sive membrorum virilium in magna quantitate,
precedente valisia cardinalari habente scutum cum tribus taxillis,
quam sequebantur scutiferi et illos mallerii, post quos equitavit
unus in veste longa e capello antiquo cardinalari: etiam mallerii
equitabant asinos, et aliqui eorum tam parvos quod pedibus eorum terram
tangebant et simul cum asinis ambulabant, illis insidentes. Ascenderunt
ad plateolam inter portam palatii et audientiam ubi ostenderunt
se Pape qui erat in fenestra supra portam in logia Paulina; deinde
equitaverunt per totam Urbem». Di così bella mascherata, della quale
si sarà compiaciuto non poco il sollazzevole papa Alessandro, non fa
cenno l’ADEMOLLO nel libro suo _Alessandro VI, Giulio II e Leone X nel
carnevale di Roma_, Firenze, 1886.
[182] Bernardino Arelio parla di una _Puttana errante_ e la sua lettera
è del 17 d’ottobre del 1531. Il poema del Veniero venne fuori appunto
in quel torno di tempo; però è da creder senz’altro che ad esso alluda
l’Arelio.
[183] Qui mi bisogna intrattener di me, per un istante il lettore. Il
sig. CARLO DEJOB, nel suo recente libro _De l’influence du Concile
de Trente sur la littérature et le beaux-arts chez les peuples
catholiques_ (Parigi, 1884), attribuisce a me (cap. VI, pp. 275
sgg.) le stesse opinioni professate dal Canello circa la pretesa
rigenerazione morale d’Italia nel Cinquecento, e me le attribuisce in
grazia di uno scritto vecchio già d’una decina d’anni, e che io non
avrei mai immaginato dovesse procurarmi una così fatta sorpresa. (Vedi
ne’ miei _Studii drammatici_, Torino, 1878, lo studio intitolato _Tre
commedie italiane del Cinquecento_). Non so come il sig. Dejob abbia
lette quelle pagine; so che io non pensava allora della moralità del
Cinquecento diversamente da ora. Se poi egli non riesce a vedere la
satira morale nè nella _Mandragola_ del MACHIAVELLI, nè nel _Candelajo_
di GIORDANO BRUNO, la colpa veramente non è mia.
[184] Vedi un documento di vivo e delicato amor paterno nella lettera a
Sebastiano del Piombo, vol. I, f. 114 v.
[185] Vedi G. LAFENESTRE, _La vie et l’œuvre de Titien,_ Parigi,
(1886), pp. 124-6.
[186] _Lettere_, vol. IV, f. 184 v.
[187] _Lettere_, vol. I, f. 42 v.
[188] _Lettere_, vol. I, f. 56 v.
[189] _Lettere_, vol. II, f. 33 r.
[190] _Lettere scritte a Pietro Aretino_ emendate per cura di Teodorico
Landoni, Bologna, 1873-5, vol. I, parte I, p. 319.
[191] Vedi nella _Nuova Antologia_, serie II, t. LIII, uno scritto del
PANZACCHI dal titolo _Pietro Aretino innamorato_.
[192] _Lettere_, vol. I, f. 33 r.
[193] _Lettere_, vol. I, f. 81 r.
[194] _Lettere_, vol. I, f. 86 v.
[195] _Lettere_, vol. I, f. 145 r.
[196] _Lettere_, vol. I, f. 21 v.
[197] Ciò si rileva da una lettera inedita che è nell’archivio di
Mantova. SINIGAGLIA, Op. cit., p. 101.
[198] _Lettere_, vol. I, f. 204 r.
[199] _Lettere_, vol. III, f. 340 r.
[200] _Op. cit._, p. 127.
[201] _Op. cit._, vol. II, p. 127.
[202] _Études sur W. Shakspeare, Marie Stuart et l’Arétin_, Parigi,
1851, p. 387.
[203] Il Sinigaglia di questo ritratto non dice altro, se non che
appartenne già ad un signor Carovana di Firenze.
[204] _Lettere_, vol. I, f. 279 v., 280 r.
[205] _Lettere_, vol. II, f. 36 r.
[206] _Lettere_, vol. IV, f. 161 r.
[207] _Lettere_, vol. V, f. 299 r.
[208] _Lettere_, vol. V, f. 320 r.
[209] _Lettere_, vol. I, f. 136 r.
[210] _Lettere_, vol. I, f. 247 r.
[211] Vedi, per es., la lettera a Lodovico Dolce, vol. I, f. 122 r.
[212] _Lettere_, vol. V, f. 16 r.
[213] _Lettere_, vol. V, f. 1 r.
[214] _Lettere_, vol. II, f. 118 v.
[215] _Op. cit._, p. 132.
[216] _Lettere_, vol. II, f. 7 r.
[217] _Lettere_, vol. II, f. 43 v.
[218] _Lettere_, vol. I, f. 21 v.
[219] _Lettere_, vol. II, f. 122 r.
[220] _Lettere_, vol. I, f. 210 r.
[221] _Lettere_, vol. I, f. 226 v.
[222] Vedi in questo volume lo scritto che segue: _I pedanti_.
[223] _Lettere_, vol. III, f. 157 v.
[224] _Lettere_, vol. III, f. 72 r.
[225] _Lettere_, vol. I, f. 431 r.
[226] _Lettere_, vol. I, f. 431 r.
[227] _Lettere_, vol. III, f. 72 r.
[228] _Lettere_, vol. I, f. 99 r.
[229] _Lettere_, vol. II, f. 75 r.
[230] _Lettere_, vol. II, f. 52 r.
[231] _Lettere_, vol. I, f. 21 v.
[232] _Lettere_, vol. III, f. 288 r.
[233] _Lettere_, vol. I, f. 106 v.
[234] _Lettere_, vol. II, f. 121 v.
[235] _Lettere_, vol. I, f. 253 v.
[236] _Lettere_, vol. III, f. 48 v.
[237] _Lettere_, vol. II, f. 27 r.
[238] _Lettere_, vol. II, f. 82 v.
[239] _Lettere_, vol. I, f. 146 v.
[240] _Lettere_, vol. I, f. 193 v.
[241] _Lettere_, vol. I, f. 202 v.
[242] _Lettere_, vol. I, f. 169 v.
[243] _Lettere_, vol. I, f. 215 r.
[244] SANSOVINO, _Sette libri di satire_, f. 198 v.
[245] Venezia, 1550, f. 33 v.
[246] _Lettere_, vol. V, f. 284 v.
[247] _Lettere_, vol. VI, f. 5 r.
[248] _Lettere_, vol. V, f. 185 v.
[249] _Op. cit._, pp. 470-1.
[250] _Lettere_, vol. I, f. 226 v.
[251] Cap. I, st. 17 sgg.
[252] _Die Cultur der Renaissance in Italien_, 3ª ediz., Lipsia,
1877-8, vol. I, p. 191.
[253] _Menagiana_, vol. II, p. 109.
[254] _Lettere_, vol. V, f. 185 r.
[255] Ediz. di Firenze, 1570, p. 60.
[256] Vedi ciò che del vestire e dell’aspetto del pedante in genere
dicono: il CARO, nel Commento di ser Agresto, ecc.; Pietro Aretino,
_Ragionamenti_, parte I, giornata II, Cosmopoli, 1660, pp. 77-8; CESARE
CAPORALI, nella prima parte di quel suo capitolo che appunto s’intitola
_Il Pedante_, d’onde attinse MATHURIN RÉGNIER pel suo _Repas ridicule_;
TOMMASO GARZONI, nella _Piazza universale di tutte le professioni del
mondo_, ediz. di Venezia, 1587, p. 91.
[257] Parte X.
[258] _Loc. cit._
[259] Se ne può vedere qualche esempio nelle _Facezie_ del DOMENICHI,
ediz. di Venezia, 1599, pp. 63, 382; nella _Saggia pazzia_ di ANTONIO
MARIA SPELTA, Pavia, 1607, l. II, c. 4; nel _Diporto dei viandanti_
di CRISTOFORO ZABATA, Pavia, 1596, p. 120; nel _Fuggilozio_ di TOMMASO
COSTO, Venezia, 1601, p. 245.
[260] _I Marmi_, ediz. di Firenze, 1863, vol. I, p. 104.
[261] Cent. I, ragg. 77.
[262] _Le pistole vulgari, Risposta della Lucerna_, ediz. di Venezia,
1542, f. 192 v.
[263] _Ragguagli di Parnaso_, cent. I, ragg. 53.
[264] Nel dialogo intitolato _Antonius_.
[265] _Genialium dierum_, I, 21; III, 19. Il Pontano ed Alessandro
degli Alessandri parlano di grammatici latini; ma lo SPELTA si lagna
anche molto della pedanteria dei grammatici volgari, _Op. cit._, l. II,
c. 5.
[266] GARZONI, _loc. cit._
[267] FRANCO, _Dialogi piacevoli_, ediz. di Venezia, 1541, f. 70 r.
[268] Ediz. cit., dial. II.
[269] Tale epistola non si legge, se non erro, che nella prima edizione
delle _Pístole vulgari_, Venezia, 1539.
[270] _Op. cit._, p. 319.
[271] _Loc. cit._ Tali esempii sono riferiti anche dallo SPELTA, _Op.
cit._, pp. 29-30.
[272] _Essais_, c. XXIV.
[273] _Poesie di_ FRANCESCO RUSPOLI, Livorno, 1882, son. LXXV.
[274] Venezia, 1554, ricordo CXXIII.
[275] Vedi qui addietro pp. 125 sgg. Del resto diceva sin da’ suoi
tempi il Boccaccio che di quel vizio si credevano comunemente macchiati
i grammatici, _Commento della Divina Commedia_, ediz. di Firenze, 1863,
vol. II, p. 420.
[276] _Mondi celesti, terrestri et infernali_, Venezia, 1583, p. 250.
[277] Maccaronea II.
[278] _Le diece veglie_, Treviso, 1602, p. 264.
[279] _La vie de Gargantua et de Pantagruel_, l. I, cc. XIV, XV. I
varii libri ricordati dal Rabelais furono veramente tutti molto usati
nell’insegnamento.
[280] _De pueris statim ac liberaliter instituendis._
[281] _Loc. cit._
[282] Lettera al pedante Picard. _Oeuvres comiques, galantes et
littéraires_, Parigi, 1858, p. 154.
[283] _Li capitoli faceti editi ed inediti di mess._ AGNOLO ALLORI
_detto il_ BRONZINO, Venezia, 1822, capitolo _Del Bisogno_.
[284] Ediz. di Pavia, 1567, ff. 11 r. sgg.
[285] Maccaronea II.
[286] _Op. cit._, p. 28.
[287] Atto III, sc. 2.
[288] Parte I, giornata II.
[289] _Le satire alla berniesca_, Torino, 1549.
[290] _Le rime burlesche sopra varii et piacevoli soggetti_, Venezia,
1570, capitolo XLII.
[291] Dialogo IV, ediz. cit., f. 70 v.
[292] _Della famosissima compagnia della Lesina, Dialogo, Capitoli,
Ragionamenti_, ediz. di Venezia, 1664, p. 157.
[293] _Op. cit._
[294] Veggasi, per esempio, ciò che ne dice STEFANO GUAZZO nel suo
libro intitolato _La civil conversatione_, Venezia, 1575, p. 383.
[295] _Lettere_, ediz. di Venezia, 1545, lett. LI, al Giovio.
[296] Vedi FONTANINI, _Biblioteca dell’eloquenza italiana_ con note di
Apostolo Zeno, edizione di Venezia, 1753, vol. I, p. 35, e SABBADINI,
_Storia del ciceronianismo_, Torino, 1886, pp. 127 sgg.
[297] _Il Cortegiano_, l. I, c. 37, ediz. di Firenze, 1854.
[298] Dice Aonio Paleario in un dialogo intitolato _Il Grammatico
ovvero delle false esercitazioni delle scuole_: «Non è maggior
sciocchezza al mondo che voler essere volgar latino, o latino volgare.
Da questi errori sono nati gli stili falsi toscani del Polifilo, e gli
stili falsi latini, o moderni, di che è impestato il mondo». Seguita
dicendo che alle scuole dei grammatici si imparava a scrivere il latino
grammaticalmente, ma non latinamente; che usciti dopo molti anni di
scuola, i giovani non sapevano scrivere nè una epistola latina, nè una
epistola volgare, e che i grammatici imbastardivano così l’una come
l’altra lingua. Il dialogo fu stampato la prima volta in Milano, nel
1557, poi in Perugia nel 1717.
[299] Vedi GENTHE, _Geschichte der macaronischen Poesie_, Lipsia, 1836,
pp. 83-94.
[300] Il sonetto è curioso: eccolo.
Fra gli Hetrusci gloriosi, et il collegio
Di noi magistri, che la lingua vetere
Sostenemo, e inalciamo fin all’aethere,
È nobil lite, et un dissidio egregio.
In contumelia nostra, et in dispregio,
Allegan quei, che dal Donato flectere
Non sapemo il sermon, nè men connectere
Fabula alcuna senza l’Apulegio.
Considerar devrian pur questi Tusculi,
Che del Donato senza li principii
L’antica lingua si potria dispergere.
Così veggiamo di giustitia emergere
Dal Donato Praetore i firmi initii:
Dunque il Donato è sopra gli altri opusculi.
[301] L’_Itinerario_ del Tarsia è forse tutt’uno con un _Viaggio del
pedante_ che Niccolò Villani cita, senza nominarne l’autore, in un
luogo del suo _Ragionamento sopra la poesia giocosa_, Venezia, 1634. Si
ha pure un _Itinere di ser Poi Pedante a Livorno_, composto da AGOSTINO
COLTELLINI; ma essendo il Coltellini nato nel 1613, non è da credere
che al suo poema alluda il Villani. Bensì è da notare che lo stesso
Coltellini ricorda il _Mantovano Itiner di Fidenzio_; ma di questo non
ho notizia.
[302] Molta poesia pedantesca giace inedita e sconosciuta nelle
biblioteche, e moltissima n’ebbe a produrre il Cinquecento. Dice il
RUSCELLI nel suo trattato _Del modo di comporre_ (Venezia, 1563, pp.
74-5): «Molto vagamente pur in questi anni stessi hanno il mio Signor
Domenico Veniero, ed altri nobilissimi ingegni introdotto di scrivere
in versi sciolti, e di terze rime, alcuni soggetti piacevolissimi,
e principalmente volendo contrafar la pedanteria. I quali per certo
riescono con tanta vaghezza e con tanta grazia, che ogni altra sorte
che volesse farsi, sarebbe un levarle in tutto del vero esser loro; e
non so se questa, nè altra lingua, abbia sorte di componimento così
piacevole». Poesie pedantesche di Antonio Querenghi si conservano
manoscritte nella Marciana.
[303] Ciò non vuol già dire che anche fuori non siasi avuto qualche
saggio di lingua pedantesca: leggasi, per esempio, nel l. II, cap. 6,
della _Vie de Gargantua et de Pantagruel_ il discorso messo in bocca
allo studente limosino.
[304] Cena I, nov. 2.
[305] Cena II, nov. 7.
[306] Nov. 5.
[307] _Essais_, c. XXIV.
[308] Atto III, sc. 12.
[309] Atto III, sc. 10.
[310] Atto I, sc. 5.
[311] Atto II, sc. 4.
[312] Atto I, sc. 9.
[313] Atto I, sc. 1.
[314] Cfr. DOMENICHI, _Facetie_, ediz. cit., p. 362.
[315] ALESSANDRO ALLEGRI finse alcune _Lettere di ser Poi pedante_
al Petrarca, al Boccaccio ed al Bembo (Bologna, 1613; ristampate in
Venezia dal Gamba, s. a., e dal Mortara in Casalmaggiore, 1850). Ser
Poi si professa grande ammiratore di tutti e tre.
[316] Atto III, sc. 5.
[317] Atto III, sc. 2.
[318] MARZI, _La Fanciulla_, atto III, sc. 5.
[319] DOLCE, _Il Ragazzo_, atto I, sc. 4.
[320] Abbiamo già trovato un _Metafrasto_, nome reso poi celebre dal
Molière: nella _Olimpia_ di GIAMBATTISTA DELLA PORTA il pedante si
chiama Protodidascalo; nella _Fantesca_, dello stesso, Narticoforo;
Panthemio nei _Falsi Sospetti_ di BERNARDINO PINO; Felisippo nelle
_Querele amorose_ di GIAMBATTISTA RANUCCI, ecc., ecc.
[321] _I Torti amorosi_, atto I, sc. 7.
[322] Atto III, sc. 11. Nella _Bibliographie des ouvrages relatifs
à l’amour_, etc., Parigi, 1871-3, vol. V, p. 465, è registrata una
commedia manoscritta, _Il Pedante geloso_, dove un pedante amoreggia
col discepolo Ganimede.
[323] Atto I, sc. 5.
[324] Atto II, sc. 1.
[325] Atto III, sc. 5.
[326] Atto III, sc. 6.
[327] Atto III, sc. 10.
[328] Atto III, sc. 11.
[329] Atto III, sc. 12.
[330] Atto IV, sc. 11.
[331] Atto IV, sc. 14.
[332] Vedi BARTOLI, _Scenari inediti della commedia dell’arte_,
Firenze, 1880, pp. LI-LIII.
[333] S’ingannava certamente lo STOPPATO quando affermava la presenza
del pedante nella commedia popolare improvvisa prima ancora che nella
erudita. _La commedia popolare in Italia_, Padova, 1887, pp. 72-4.
[334] _Il Teatro delle favole rappresentative_, Venezia, 1611.
[335] Ecco un po’ di bibliografia pel Seicento; ma c’è ben altro.
_L’ardito amante_, di LODOVICO BARTOLAJA, Napoli, 1606; _La Clarice_,
del signor MESTO, accademico Filomato (Ubaldino Malavolti), Siena,
1611; _La Forza d’Amore_, di CAJO GNAVIO, Venezia, 1614; _Olinda
pedante finto_, di GEROLAMO MARTINENGO, Vicenza, 1615; _Le pazzie
giovanili_, di FRANCESCO GATTICI, Venezia, 1624; _La imbriachezza
d’amore_, di LORENZO GUIDOTTI, Roma, 1625; _Gli estinti furori_,
di LODOVICO MORO, Roma, 1628; _Il pedante impazzito_, di FRANCESCO
RIGHELLI, Bracciano, 1628; _Gli accidenti d’amore_, di FULVIO GENGA,
Venezia, 1635; _Gli infelici amori_, di ALFONSO LITTA, Macerata,
1648; _Il pedante staffilato_, Modena, 1651; _Desiderio e speranza
fantastichi, commedia tropologica_ di DESIDERIO CINI, Venezia, 1607;
_Il pedante di Tarsia_, dramma musicale rappresentato la prima volta in
Bologna nel 1680.
[336] Vedi FRANCESCO TORRACA, _Studi di storia letteraria napoletana_,
Livorno, 1884, pp. 100 sgg.
[337] Vedi MICHELE SCHERILLO, _Storia letteraria dell’opera buffa
napolitana_, Napoli, 1883, pp. 260 sgg.; e _Una fonte del Socrate
immaginario_, in _Giornale storico della letteratura italiana_, vol. V,
pp. 186 sgg.
[338] _Carmina ad Pasquillum Herculem obtruncantem Hydram referentem
posita M. D. X._ Roma, per Giacomo Mazochio, 1510.
[339] _Poesie_ di FRANCESCO RUSPOLI, ediz. cit., pp. 129, 185,
187, 189, 191, 193, 195. Per finirla mi contenterò di ricordare,
senz’altrimenti discorrerne, la _Paedagogomachia_ di MARCANTONIO
BONCIARIO, poema latino in otto libri, dove i pedanti sono assai
maltrattati. Con questo titolo, e intero, fu stampato il poema in
Perugia nel 1611; ma una parte n’era già stata pubblicata più anni
innanzi, sotto il titolo di _Oedipus_. Il BONCIARIO stesso dice le
ragioni che glielo fecero comporre nel dialogo intitolato _Estaticus,
site de ludicra poesi_, Perugia, 1616, pp. 95-101. Cfr. la sua _Pro
poemate ludicro apologia_.
[340] Vedi per questi cenni SANSOVINO, _Venetia città nobilissima et
singolare_, Venezia, 1581, l. X. Vedi ancora _Feste e trionfi fatti
dalla Signoria di Venetia nella venuta di Henrico III, discritte
da_ ROCCO BENEDETTI, 2ª ediz. accresciuta, Venezia, 1574; MARSILIO
DELLA CROCE, _Historia della pubblica et famosa entrata in Vinegia
del Serenissimo Enrico III re di Francia et Polonia_, Venezia, 1574;
NICCOLÒ LUCANGELI, _Successi del viaggio d’Enrico III dalla sua partita
di Cracovia fino all’arrivo in Torino_, Venezia, 1574; _Ordre de la
réception et entrée de Henry de Valois, roy de France et de Pologne, en
la riche et florissante ville de Venise_, Lione, 1574.
[341] Il lettore è avvertito che io non intendo delineare, nemmeno in
iscorcio, la storia della prostituzione in Italia, nel secolo XVI;
a far ciò sarebbe poco un volume. Il mio proposito è di ritrarre e
lumeggiare alquanto più compiutamente che non siasi fatto sinora la
figura della cortigiana, la quale da sè sola potrebbe dare tema più
che sufficiente ad un libro, quando fossero conosciuti i numerosi
documenti che la concernono, e che inesplorati ancora giacciono
nelle biblioteche. Io ho cercato di raccogliere in queste pagine
una certa copia di notizie, bastevoli al proposito mio, non senza
giovarmi dell’opera di alcuni gentili, quando si trattò di libri che
io non potei avere tra mani, o di notizie che non potei procacciarmi
direttamente. Onde è che porgo qui i miei più vivi ringraziamenti ai
professori Ariodante Fabretti, Alessandro d’Ancona, Adolfo Tobler,
Vittorio Cian, Cesare De Lollis, al dott. Alessandro Luzio, al signor
Pietro Sgulmero. Uno specialissimo ringraziamento poi debbo al mio
caro e valoroso Vittorio Rossi, il quale rincorso dalle mie insistenti
richieste da Firenze a Venezia, e da Venezia a Firenze, non lasciò di
mandarmi, con pazienza pari alla gentilezza, appunti, estratti e copie.
[342] _Opere_, Venezia, 1740, vol. III, p. 213.
[343] Il nome di cortigiana non avrebbe dovuto darsi mai a meretrice di
postribolo. Il CITOLINI nota espressamente nella _Tipocosmia_ (Venezia,
1561, p. 443): _la puttana, o di bordello, o cortigiana_. La differenza
si sente in questi stessi versi di Pasquino, che pur vorrebbero
negarla:
Lassa andare le cortesane,
Se non voi disfarte al tutto;
Come l’altre son puttane;
Ma più caro vendon lor frutto.
_Consigli utilissimi dello eccellente dottore maestro Pasquino a tutti
gli gentilhuomini, officiali, procuratori, notari, artisti, bravazzi,
et altri che vengono di novo a Roma_, ecc., Roma, s. a., cit. dal
CIAN, _Galanterie italiane del secolo XVI_, Torino, 1887 (estratto dal
giornale _La Letteratura_), p. 60.
[344] Tratto da un codice inedito dell’Archivio Vaticano e pubblicato
da M. ARMELLINI nel periodico _Gli studi in Italia_, Anno IV (1881),
vol. II; anno V (1882), vol. I.
[345] _Diarium sive rerum urbanarum commentarii_, edizione di Parigi,
1883-5, t. II, p. 443; t. III, p. 167. «In sero fecerunt cenam cum
duce Valentinense in camera sua, in palatio apostolico, quinquaginta
meretrices honeste, cortegiane nuncupate, que post cenam coreaverunt
cum servitoribus et aliis ibidem existentibus, primo in vestibus suis,
denique nude. Post cenam posita fuerunt candelabra communia mense
in candelis ardentibus per terram, et projecte ante candelabra per
terram castanee quas meretrices ipse super manibus et pedibus, nude,
candelabra pertranseuntes, colligebant, Papa, duce et D. Lucretia
sorore sua presentibus et aspicientibus. Tandem exposita dona ultima,
diploides de serico, paria caligarum, bireta, et alia pro illis qui
pluries dictas meretrices carnaliter agnoscerent; que fuerunt ibidem in
aula publice carnaliter tractate arbitrio presentium, dona distributa
victoribus».
[346] La storia delle cortigiane indubitamente si lega alla storia
dell’umanesimo; ma dove e in qual modo cominci nel Quattrocento a
delinearsi la figura della nuova etèra, non ci è noto. Gli è curioso,
per esempio, che nell’_Hermaphroditus_ del _Panormita_ (m. 1471) non
la si vegga per anche apparire, o se ne vegga come un’ombra soltanto.
Il Panormita ricorda in quei suoi epigrammi molte meritrici, ma sono,
la più parte, meretrici di un postribolo fiorentino. Vero è che egli
manda loro il suo libro; ma la cosa non si vuole intendere, così alla
lettera, nè prova in modo alcuno che in quelle donne fosse coltura.
Ciò nondimeno qualche cenno in quei versi non manca, che parrebbe
convenirsi meglio a cortigiana che a meretrice comune. Il seguente
epitafio è per una _puella ornatissima_:
Hoc jacet ingenuae formae Catharina sepulcro,
Grata fuit multis scita puella procis.
Morte sua lugent cantus, lugentque choreae,
Flet Venus et moesto corpore moeret Amor.
In un altro epitafio, _pro Nichina defuncta_, dice il poeta:
Pieriae cantent circum tua busta puellae,
Et Phoebus lyricis mulceat ossa sonis;
ma la stessa Nichina dice di sè:
lupanar
Incolui, fulgor fornicis unus eram.
(_Quinque illustrium poetarum_, ANTONII PANORMITANI, etc. _lusus in
Venerem_, Parigi, 1791, pp. 15, 38). Le meretrici di cui fa parola
il POGGIO in alcune delle sue _Facetiae_ (XXV, LXIII, LXXVII, XCII,
CXIII, CLXXXVIII, CCXXXV, CCXLIII) nulla hanno della cortigiana. Così
pure nulla mostrano della cortigiana, e tutto della meretrice volgare,
le Silvie, le Lelie, le Lucie, le Tecle e le Orsole di GIANO PANNONIO
(1434-72), _Poemata_, Trajecti ad Rhenum, 1874, vol. I, pp. 505, 506,
522, 524, 550, 565, 577, 578, 583, 584, 592, 599, 600, 601, 616, 618,
619.
[347] G. CUGNONI, _Agostino Chigi il Magnifico_, in _Archivio della
Società Romana di storia patria_, vol. II (1879), p. 78.
[348] GALLIGO, _Circa ad alcuni antichi e singolari documenti
riguardanti la prostituzione tratti dall’Archivio centrale di Stato di
Firenze, in Giornale italiano delle malattie veneree_, ecc., anno IV
(1869), vol. I, pp. 186-92, 247-53.
[349] Atto III, sc. 10.
[350] _Ragionamento fra il Zoppino fatto frate e Ludovico puttaniere,
Ragionamenti_, Cosmopoli, 1660, p. 442.
[351] _Tariffa delle puttane, ouero ragionamento del forestiere e del
gentil huomo: nel quale si dinota il prezzo e la qualità di tutte le
cortigiane di Vinegia; col nome delle ruffiane; et alcune novelle
piacevoli da ridere fatte da alcune di queste famose signore a gli
suoi amorosi. Stampato nel nostro hemispero, l’anno 1535, del mese
di Agosto._ (Vedi PASSANO, _I novellieri italiani in verso indicati e
descritti_, Bologna, 1868, pp. 114 sgg.). Io cito dalla ristampa fatta
dal Liseux a Parigi, nel 1883. I due versi testè riferiti stanno a pag.
74: ad essi tengono dietro questi altri:
Spesso disputa del parlar toscano,
Di musica, e ’l cervel così le gira,
Che pensa averne il grido di lontano.
[352] Lo stesso Aretino fa dire dalla Nanna alla Pippa, sua figliuola:
«smusica un versolino da te imparato per burla, trampella il monocordo,
stronca il liuto, fa vista di leggere il _Furioso_, il Petrarca, e il
_Cento_ (_il_ Centonovelle, _ossia_ il Decameron), che terrai sempre in
tavola». (_Ragionamenti_, parte II, giornata I, p. 253).
[353] _Lettere di cortigiane del secolo XVI_, pubblicate da L. A.
FERRAI, Firenze, 1884, pp. 31-2.
[354] Allude all’opinione di Pierfrancesco Giambullari che faceva
derivare la lingua italiana dall’aramea, opinione contraddetta dal
Varchi nell’_Ercolano_, e che diede luogo a dispute e a fazioni.
[355] Dice la comare alla balia in uno dei _Ragionamenti_ dell’ARETINO
(parte II, giornata III, p. 391): «Tu parli di construtto; nientedimeno
le gentilezze son gentilezze, ed erano già molto usate le canzoni, e
quella che non ne avesse saputo una frotta de le più belle e de le più
nuove se ne saria vergognata, e cotal piacere tanto era ne le puttane,
come ne le ruffiane». Di una cortigiana chiamata Sirena
Per la dolce armonia che sì le piacque,
è ricordo nel _Trionfo della lussuria di maestro Pasquino_, curioso
componimento, di cui dirò or ora. Del canto di Nannina Zingera diceva
il LASCA in un suo capitolo:
Non è nel ciel fra gli spirti contenti
Soave tanto e sì dolce armonia,
Da fare i monti andar, fermare i venti.
Nella _Lucerna_ di EURETA MISOSCOLO (FRANCESCO PONA), Parigi, s. a.,
dice una lucerna, che un tempo era stata cortigiana (p. 66): «Canto...
di sirena era il mio, perchè con sì fatta vivezza e spirito mi faceva
udire toccando un’arpa, un leuto, o una chitariglia, e cantando, che
avrei fatto languir d’amore un Senocrate, anzi il Disamore». La signora
Calandra, una delle amiche o vere o finte del Calmo, sonava il liuto e
cantava in modo soprammirabile. (_Le lettere di messer_ ANDREA CALMO,
riprodotte da VITTORIO ROSSI, Torino, 1888, l. IV, lett. 19, pp.
295-6). Di tale virtù non era stata priva una gran cortigiana romana,
cui GIOACHINO DU BELLAY fa raccontare la propria storia in uno de’ suoi
_Jeux rustiques_:
J’avoy du luth moyennement appris,
Et quelque peu entendoy la musique:
Quant à la voix, je l’avois angélique,
Et ne se fust nul autre peu vanter,
De sçavoir mieux le Pétrarque chanter.
Il Du Bellay soggiornò alcun tempo a Roma circa il mezzo del secolo
XVI, e ciò dà molta importanza a quella sua poesia, che dovrò citare
più altre volte. Il _Trionfo della lussuria di maestro Pasquino_, testè
citato, e che dovrò citare ancora, è un poemetto di quattro capitoli in
terzine, stampato in Venezia (non so se ce ne sieno altre edizioni) nel
1537. È una specie di visione, in cui lo Zoppino prima, e poi maestro
Andrea dipintore (personaggio che ritroveremo più oltre) mostrano
all’autore varie genti, seguitatrici del carro della lussuria, tra le
quali sono meretrici in gran numero. Questo curioso componimento vedrà
di nuovo quanto prima la luce a cura del sig. G. Baccini.
[356] _Le rime burlesche edite e inedite di_ ANTONFRANCESCO GRAZZINI
_detto il_ LASCA per cura di CARLO VERZONE, Firenze, 1882, capitolo _In
lode della Nannina Zinzera cortigiana_, p. 571.
[357] _Capitolo alla Signora Ortensia Greca, Il secondo libro delle
opere burlesche di_ M. FRANCESCO BERNI _e di altri_, parte I, Leida
(Livorno), 1824, p. 62. Modello di cortigiana elegante e compita
può considerarsi quella Tortora della quale si parla nella _Puttana
errante_ in prosa, molto a torto attribuita all’Aretino. Di lei dice
la Maddalena alla Giulia: «Ella, come ho detto, essendo bellissima, di
corpo nettissima, sta sempre allegra con ogni persona: non che rida
forte e fuor di modo, mostrando [i] denti, soavemente sorride, ed è
sollazzevole con motti pronti, quali non dicono parole ingiuriose ad
alcuni, ma dilettano e muovono a riso. Sempre ella ragiona poi con
tutti moderatamente, ed ha cognizione di molte e varie cose, e sanne
bene ragionare. Conversa con ogniuno con gentilezza, non dice mai
bugie e non inganna, ma va da chi promette, e non chiede nulla avanti
tratto..... A cena beve e mangia moderatamente, nè se mostra avida di
cibi, quantunque al gusto suo fossero soavissimi; anzi quelli che gli
sono posti inanzi moderatamente piglia, e poco ne mangia, premendogli
con le punte de le dita, e mangiali a poco a poco, da un lato solo,
e poi ad agio, senza segno di avidità. Sta sempre con viso quasi
ridente, non parla in orecchi a persona, riguarda solo colui che l’ha
invitata, a cui fa vezzi; e s’egli è appresso, o teneramente gli preme
il piede, o gli tocca, che par a caso, la mano; con lui sorride, e
con lui parla, e sempre a lui s’accosta, e con ogni arte si mostra
accesa di lui, e di qualunque cosa ch’egli faccia». Cito, acconciando,
dalla spropositatissima stampa fatta dagli Elzevir per accompagnare i
_Ragionamenti_. Questa _Puttana errante_ altro non è se non il primo
dei _Dialoghi doi di Ginevra e Rosana_, stampati la prima volta nel
1584. Vuol esser notato che la Tortora, qual è descritta in questo
passo, appare in tutto simile alla etèra Lira descritta da LUCIANO,
_Dialoghi delle cortigiane_, VI.
[358] _Le due cortigiane_, atto III, sc. 1.
[359] _Lettere_, Parigi, 1609, vol. IV, f. 159 r. e v.
[360] _Le lettere_, ediz. cit., l. III, lett. 41, p. 248.
[361] _Novelle_, parte II, nov. 51.
[362] _Novelle_, parte IV, nov. 17.
[363] _Facetie, motti et burle di diversi signori et persone private_,
ediz. di Venezia, 1599, p. 21. Vedi anche pp. 234, 236 e 385.
[364] _Journal de voyage de_ M. DE MONTAIGNE _en Italie par la Suisse
et l’Allemagne en 1580 et 1581_, Roma (Parigi), 1774, vol. II, p. 165.
[365] _La piazza universale di tutte le professioni del mondo_,
Venezia, 1587, discorso LXXV, pp. 605-7. Prima del Garzoni, AGRIPPA
DI NETTESHEIM aveva detto nel libro suo _De vanitate omnium
scientiarum et artium_, cap. LXIV, _De lenonia_: «Oportet ergo
perfectum et consummatum lenonem lenamve omniscium esse, nec ad
unam solam disciplinam, velut ad arcticam stellam tantum respicere,
sed omnes amplecti, eam artem professus cui caeterae omnes serviunt
et famulantur». Il mezzano deve aver famigliari poesia, retorica,
dialettica, aritmetica, musica e le altre arti: deve sapere le storie
di Lancilotto, di Tristano, di Eurialo ed altre simili, avere a mano
gli autori. Di certa mezzana si dice nella _Lucerna_ del PONA (sera
quarta, pp. 191-2): «Ella sapea gli amori di Florio e Biancofiore, di
Paris e Vienna, di Amadigi e Oriana, di Genevra la bella e Isotta la
bionda, e in somma tutti quei ruffianesimi delle istorie di Grecia e
della Tavola Rotonda meglio che il suo nome».
[366] _Il Marescalco_, atto V, sc. 2.
[367] _Lettere_, vol. I, f. 105 r. Bartolomeo Taegio, in un suo
dialogo intitolato _La Villa_, (Milano, 1559), fa dire a uno degli
interlocutori che le donne letterate si hanno comunemente in sospetto,
perchè la malizia naturale, propria del loro sesso, rinforzano con
l’artificiale, che si apprende dalle dottrine (p. 120). Il Tansillo
scrisse due capitoli nei quali prova che non si deve amare donna
accorta e che sappia assai, e un terzo in cui sostiene tutto il
contrario. _Capitoli giocosi e satirici di_ LUIGI TANSILLO _editi ed
inediti_, Napoli, 1870, capitoli VIII, IX, X.
[368] _La Talanta_, atto II, sc. 2, e _Ragionamenti_, parte I, giornata
III, p. 141.
[369] _Op. cit._, discorso LXXIV, p. 597. Cfr. RAO, _Invettive,
orationi et discorsi_, Venezia, 1587, f. 21 v.
[370] GARZONI, _Op. cit._, disc. LXXIV, p. 597.
[371] Alla Imperia senza dubbio si vuole alludere nel _Trionfo della
lussuria_, là dove maestro Andrea dice all’autore:
Vedi colei, che in la tua patria nacque,
Poi per superbia a sè fe’ dire Imperia,
Ch’ogni altra cosa appresso a sè li spiacque.
[372] Dice la Nanna in uno dei _Ragionamenti_ dell’ARETINO: «chi si
fa figliuola del Duca Valentino, chi del Cardinale Ascanio; e Madrema
si sottoscrive Lucrezia Porzia Patrizia Romana, e suggella le lettere
con un segno grande grande». Parte I, giornata III, p. 158. Nello
_Stufajuolo_ del DONI, uno sciocco innamorato, dà, in una sua lettera,
titolo di marchesana a certa cortigiana tedesca.
[373] Nel _Trionfo della lussuria di maestro Pasquino_ è cenno di
una cortigiana, non nominata, la quale in inferno, _di rabbia arde e
sospira_, sapendo di poter essere riconosciuta _pel sangue suo_ che
agogna a _grande onore_. Non può essere Tullia d’Aragona, la quale è
ricordata come viva, e molto _favorita_, poco più oltre. Il _Trionfo_
fu stampato nel 1537 e la Tullia visse fino al 1556.
[374] _Ecatommiti_, nov. 8 dell’Introduzione.
[375] Lo Zoppino parla dei vili natali di _Matrema non vuole_, di
Giulia dal Sole, della Beatrice, di Angela Greca, di Cecilia Veneziana,
di Tullia d’Aragona, di Lucrezia Padovana, della Angioletta, di Tina
Baroncella e di altre. _Ragionamento_ cit., pp. 442-7. Il VENIERO,
nella _Puttana errante_, assegna ad Elena Ballerina una assai
vituperosa genealogia.
[376] _Ragionamento_ cit., pp. 431-2.
[377] GARZONI, _Op. cit._, disc. LXXIV, p. 597.
[378] Satira _A M. Flaminio_.
[379] Vedi _Lea femmes blondes selon les peintres de l’école de
Vénise, par deux Vénitiens_ (ARMAND BASCHET et FEUILLET DE CONCHE),
Parigi, 1865, pp. 45-106, 271-309, dove è data notizia di parecchi
libri curiosi. Dell’arte d’imbiondire i capelli parla pure il Calmo in
parecchie delle sue lettere, ediz. cit., 1. IV, lett. 6, 31, 46. Vedi
anche, per questa e per altre pratiche d’arte cosmetica, PICCOLOMINI,
_La Raffaella, ovvero della bella creanza delle donne_ (1539), ristampa
di Milano, 1862, pp. 24-31; _Ricettario galante del secolo XVI_, edito
a cura di O. GUERRINI, Bologna, 1883, _Scelta di curiosità letterarie_,
disp. CXCV.
[380] _Op. cit._, capitoli VII, VIII.
[381] Di certo sapere più occulto, e di certe arti più recondite
delle cortigiane lascio di discorrere; ma non parrà strano che tali
donne fossero maestre di secreti, la conoscenza e l’uso dei quali non
disdicevano troppo, sembra, nemmeno alle donne maritate. Vedasi per un
esempio, ciò che dicono la signora Virginia, la signora Ardelia e la
signora Angioletta nella _Camilletta_ del GUTTERY, Parigi, 1586. Cfr.
ARETINO, _Cortegiana_, atto II, sc. 6, e _La vieille courtisane_ del DU
BELLAY.
[382] Pel vestire delle cortigiane in varie città d’Italia, vedi
l’opera di CESARE VECELLIO, _Habiti antichi et moderni di tutto il
mondo_, edizione di Venezia, 1598, ff. 25, 26, 107, 114, 203, e pel
vestire loro più particolarmente in Venezia quelle di GIACOMO FRANCO,
_Habiti d’huomini e donne venetiane_, ecc., Venezia (1610), e _Habiti
delle donne venetiane_, s. l. ed a.
[383]
Stì le vedi po andar fuora de ca,
Le par novizze al sangue de Sier Polo,
Con scuffie d’oro e con veste instoccà,
Annei in deo e caenelle al colo;
E i poveri meschini che no sa
Che tutte ste bagaje è tolte a nolo,
I crede aver cattà qualche signora,
E ’l mejo che l’ha in casa se una stuora.
_Le berte, le truffe, i arlassi, e le magnarie che usa le puttane
a i so bertoni, recitae da Nico Calafao da l’Arsenale. Delle rime
piasevoli de diversi auttori, nuovamente accolte da_ M. MODESTO PINO
_et intitolate La Caravana_, Venezia, 1576, f. 19 r. In una commedia
del CONTILE intitolata _La Cesarea Gonzaga_, è una cortigiana Marina,
che si fa prestare veste, collana, anello da un ebreo cui si concede
talvolta. In Venezia era vietato dar panni a nolo alle meretrici.
(_Leggi e memorie venete sulla prostituzione fino al cadere della
Repubblica_, Venezia, 1870-2, a spese del conte di Orford, p. 282).
[384] Questo, per altro, lo dice LORENZO VENIERO, _La Zaffetta_,
edizione di Parigi, 1861, p. 22.
[385] Il Calmo scriveva a una signora Alba, promettendole un gattino:
«E’ vojo al tutto darve anca un gatesin bianco a mo la neve, el pi
umele bestioleto che mai avè visto: vardè, el no ha tre mesi ch’el
salta, el tombola, el se rampega, e fa tante matierie co si l’avesse
intelletto...... e sì è può de razza da piar sorzi no ve posso dir; e
sì ha tanta descrezion che el no tocca ni carne, ni pesce, si no ghe ne
vien dao. Talmente che vojo, apresso el vostro papagà e faganelo, che
vu siè cusì ben servia de animali, quanto altra cortesana che viva».
Ediz. cit., l. IV, lett. 44, p. 353. Vedi inoltre la lettera che lo
stesso Calmo scriveva alla signora Brunella, p. 285. Della liberalità
delle pratiche fruivano naturalmente anche le bestiuole di casa.
L’Agnola, serva dell’Angelica, nel _Martello_ del CECCHI (atto III, sc.
5):
Quei che vengono
Di nuovo fan per noi; i danar ballano;
I presenti gagliardi ciascun cavane;
Serve, cuochi; che insino allo scojattolo
E al catellino e al mucino ne cavano
Le sonagliere.
[386] Della ghiottornia delle cortigiane è fatto cenno assai spesso.
La Nanna dell’Aretino ricorda tra l’altro come non era _canova di
prelato niuno che non fosse sverginata per lei_. (_Ragionamenti_, parte
I, giornata III, p. 140). In certa invettiva in dialetto veneziano un
giovane dice all’antica sua druda:
Ma pezo po che ti gha un altro vicio,
Che se domanda el peccao della gola,
Che mandarave un stato in precipicio.
(_Bandito in questo luoco solitario tramutato per un giovine che
haveva il mal francese, con un capitolo in lingua venetiana contro una
cortigiana, molto bello nè più stampato_, s. l. ed a.). Dice la Bettina
nei _Germini sopra quaranta meretrici della città di Fiorenza_:
... mangiai venzei tortole ad un tratto,
E trenta dua piatti di gelatina,
Perchè non ero ancor satolla affatto.
Il titolo intero di questo curioso poemetto è, nella stampa fiorentina
del 1553, appresso Bartolomeo di Michelangelo, dalla quale cito, il
seguente: _I Germini sopra quaranta meretrici della città di Fiorenza,
dove si conviene quattro ruffiane, le quali danno a ciascuna il
trionfo ch’è a loro conveniente dimostrando di ciascuna il suo essere.
Con una aggiunta nuovamente messa in questi. Opera piacevole._ Ce ne
furono anche altre edizioni. Questo poemetto sarà ancor esso, insieme
col _Trionfo della lussuria_, ripubblicato dal sig. G. Baccini. La
signora Brunella, a cui è scritta una delle lettere del Calmo, voleva
ogni sorta di _boconi licaizzi, paoni, galinazze, polastri de India,
gali salvadeghi, pernise, tordi, quaje, pernigoni,..... e da può cena
codognato, marzapan, e le so canele inzucarae, de vin e pan e formazi_.
(_Le lettere_, l. IV, lett. 16, p. 285). Di certa Orsa aveva già detto
il PANORMITA in uno degli epigrammi dell’_Hermaphroditus_:
Si mihi sint epulae totidem, quot in alite plumae,
Uno luxuriens edet has Ursa die.
Si mihi sint totidem vegetes, quot in aequore pieces,
Uno subsitiens ebibet Ursa die.
Le primizie, e i bocconi più ghiotti erano per le signore cortigiane:
gli adoratori non mancavano di farne loro presente. Parlando di
Ferrara, dove la uccellagione era, in parte, di prerogativa ducale,
dice Corbolo nella _Lena_ dell’ARIOSTO (atto II, sc. 3):
Non ponno a nozze ed a conviti pubblici
I fagiani apparir sopra le tavole,
Chè le grida ci sono; e nelle camere
Con puttane i bertoni se li mangiano.
Il FRANCO dava merito alle cortigiane, non solo d’aver fatto rifiorire
l’età dell’oro; ma ancora d’avere introdotte le squisitezze tutte e
le eleganze della tavola: «Nè solamente avete rivocata si fatta età,
ma postala anche ne la debita sua grandezza, e toltale la rustica
semplicità, ed ogni ruvidezza di vivere. Invece de le ghiande, de le
morole, e de le fragole, avete introdotte le suntuose vivande, e gli
apparecchi de i cibi delicatissimi sopra i mantili ed i ricchi tapeti».
_Le pístole vulgari_, Venezia, 1542, _Pístola a le puttane_, f. 223 v.
[387] _Diarii_, t. XIX, col. 138. E soggiungeva: «ozi 8 zorni si farà
per li musici una solenne messa a Santa Catarina, funebre, e altri
officii per l’anima sua».
[388] I cocchi, che vennero in uso dopo la carrette, offrivano, tra
l’altro, comodità _agli esercizii di Venere_, secondo avverte il MODIO,
_Il Convito, overo del peso della moglie_, Roma, 1554, p. 15. Cfr. _Les
heures perdues d’un Cavalier français_ (1616), _Le Carosse_. Intorno
ai cocchi vedi GOZZADINI, _Dell’origine e dell’uso dei cocchi, e di due
veronesi in particolare_, Bologna, 1864.
[389] _Ragionamento fra il Zoppino_, ecc., p. 429. Nella _Puttana
errante_ attribuita all’Aretino è già citata, dice la Maddalena (p.
5): «Hai tu veduto, o Giulia, come questa mattina la Tortera era
riccamente vestita? Certamente quand’ella entrò in Sant’Augustino io
non la conobbi, e stimai ch’ella fosse una baronessa, perciochè aveva
due famigli ed un paggio davanti e quattro serve dietro, ed un giovane
vestito di velluto che giva ragionando con essa lei».
[390] A costei è indirizzata una lettera, o, per dir meglio, una fiera
invettiva, fra le _Lettere di diversi autori raccolte per_ VENTURIN
RUFFINELLI, libro primo (ed unico), Mantova, 1547, ff. III r. a XIII
r. CIAN, _Op. cit._, p. 56. Di certa Fausta dice la serva Rosa nella
_Majana_ del CECCHI (atto II, sc. 6) che
dovunque la va vuol seco l’ordine
E i cariaggi come fanno i principi.
La cortigiana introdotta dal Firenzuola nella sua commedia i _Lucidi_
non vuol certo essere delle principali, ma ha nondimeno a’ suoi servigi
un cuoco, un’ancella, un ragazzo. Non è senza curiosità il vedere un
riflesso di tali costumi nella _Rappresentazione della conversione_
_di S. Maria Maddalena_ (D’ANCONA, _Sacre rappresentazioni dei secoli
XIV, XV, e XVI_, Firenze, 1872, vol. III). Maddalena va ad udire Gesù
accompagnata da quattro cameriere. Gesù entra nel Tempio, sale in
pergamo e comincia a predicare: notato ciò, la didascalia soggiunge
(p. 272): _Ora giunge Maddalena con la sua compagnia, e’ suoi donzelli
parano una sedia dinanzi al pergamo, e lei tutta pomposa vi si posa su,
guardando a suo piacere_ ecc.
[391] Le quali stufe servivano a parecchi usi, in Italia e fuori
d’Italia. Vedi GARZONI, _Piazza_, ecc., disc. CXXIV, p. 815; RABUTAUX,
_De la prostitution en Europe depuis l’antiquité jusqu’à la fin du XVIe
siècle,_ nuova ediz., Parigi, 1881, p. 73. Cfr. la commedia del DONI,
_Lo Stufajuolo_.
[392] Dice la Nanna alla figliuola Pippa: «accaderà che andrai al
Popolo (_Santa Maria del Popolo_), alla Consolazione, a San Pietro,
a Santo Janni, e per l’altre chiese principali ne’ dì solenni; onde
tutti i galanti signori, cortigiani, gentiluomini, saranno in ischiera
in quel luogo che gli sarà più comodo a veder le belle, dando la sua
a tutte quelle che passano, o pigliano de l’acqua benedetta con la
punta del dito, non senza qualche pizzicotto che cuoca. Usa in passare
oltre gentilezza, non rispondendo con arroganza puttanissima; ma o
taci, o di’ riverenza, o bella, o brutta: Eccomivi servitrice; che ciò
dicendo ti vendicherai con la modestia. Onde al ritornare indirieto ti
faranno largo, e ti si inchineranno fino in terra; ma volendo tu dargli
risposte brusche, gli spetezzamenti ti accompagnerieno per tutta la
chiesa, e non ne seria altro». _Ragionamenti_, parte II, giornata I,
p. 231. Dice Ludovico in altro Ragionamento già citato (p. 428), che
le cortigiane si traevano dietro le turbe nelle chiese, e che la gente
lasciava la messa per veder la Lorenzina. Con quale sfoggio poi di
vesti e di giojelli si recassero, in Roma stessa, alle chiese, si può
vedere da un passo del _Diarium parmense_ (ap. MURATORI, _Scriptores
_, t. XXII, coll. 342-3). Se lo sconcio era, come abbiam veduto, assai
grande in Roma, non doveva esser punto minore in Venezia, dove si
cercò ripetute volte, ma, sembra, con poco frutto, di toglierlo. Con
parte del 12 settembre 1539 ci si vietava alle _meretrice publice_ di
frequentare le chiese nell’ore stesse in cui le frequentavano le donne
oneste. Un’altra parte, mandata fuori quattro giorni dopo, recava un
altro divieto, e lo stendeva alle cortigiane: «... niuna meretrice,
over cortesana, sia de che condizione esser si voglia, non possi.....
andar in Chiesia alcuna il giorno della festa e solennità principal
di quella, acciò non siano causa de mal esempio con molti atti, parole
ed opere lascive a quelli, over a quelle, che vano a bon fine in ditte
Chiesie....». A far prova della sua inefficacia il divieto si rinnova
poi di tanto in tanto e sino nel secolo seguente. (Vedi _Leggi e
Memorie venete_ già citate, pp. 100, 101, 102, 119, 122, 125, 136). E
poi c’era sempre modo di deluder la legge, o di sottrarsi alla pena,
la quale era, del resto, assai mite. Nel maggio del 1543 è condannata
a lire tre di multa Giulia Ferro per essere stata in chiesa in giorni
proibiti; ma in quello stesso anno, in quel medesimo mese, una Lucietta
Padovana, rea dello stesso mancamento, si difende con dire d’essere,
non meretrice, ma cortigiana, e maritata, e i Provveditori alla Sanità,
_vista la legge, visis videndis, et consideratis considerandis_, non
volendo _tuor la fama a dita Lucieta Padovana_, ne la mandano assolta
(_Op. cit._, pp. 273-5).
[393] Ricordando i bei tempi della sua giovinezza e de’ suoi trionfi,
dice la cortigiana del Du Bellay:
Un escadron j’avoy de tous costez
De courtisans pompeusement montez
M’accompagnant ainsi qu’une princesse,
Fust au matin, quand j’allois à la messe,
On fust au soir, alors qu’il me plaisoit
De me trouver où le bal se faisoit.
Per i bravi vedi ARETINO, _Ragionamento fra il Zoppino_, ecc., in
principio, e _Ragionamenti_, parte I, giornata III, pp. 129, 133,
423; GIRALDI CINZIO, _Ecatommiti_, nov. 8 della Introduzione; GARZONI,
_Piazza_, ecc., p. 599. Il Brantôme dice che le cortigiane in Italia
avevano sempre un bravo _pour les défendre et maintenir_, vol. II, p.
321. Una Betta del Basadonna, ricordata nella _Tariffa_, fece bastonare
certo suo amante da quattro bravi. La cortigiana della _Lucerna_ del
PONA, favoriva un giovane assai valente, che più volte fece valere le
ragioni di lei con la spada. (Sera seconda, pp. 78-9). L’Angelica del
_Martello_ del CECCHI sposa Lanfranco bravo. Vedi anche STOPPATO, _La
commedia popolare in Italia_, Padova, 1887, pp. 121-7.
[394] JOST AMMAN’S _Frauen-Trachtenbuch_, Francoforte sul Meno,
1586; riproduzione di Lipsia, 1880. Una delle figure di questo volume
rappresenta una cortigiana romana. Il Grossino, uno dei famigliari
che accompagnarono a Roma nel 1510 il marchesino Federico Gonzaga,
dando ragguaglio di più cose alla madre di lui Isabella, diceva in una
lettera del gennajo del 1512, che a certa solennità, nella basilica
di S. Sebastiano, era accorsa tutta Roma, e _grandissima quantità_ di
cortigiane, con pompe assai, molte vestite da uomini, quali su mule,
quali su cavalli, e soggiungeva a Roma essere difficile _a conoser una
dona da bene da una cortesana_. LUZIO, _Federico Gonzaga ostaggio alla
corte di Giulio II_, estratto dall’_Arch. d. R. Soc. rom. di storia
patria_, vol. IX, 1887, p. 29-30.
[395] ARETINO, _Ragionamenti_, parte I, giornata I, p. 18.
[396] _La Pescara_, Milano, 1550, atto I, sc. 5.
[397] Vedi più oltre, appendice A, il _Vanto della cortigiana
ferrarese_.
[398] _Mondi celesti, terrestri et infernali_, Venezia, 1583, pp. 306-7.
[399] _Catalogo di tutte le principal et più honorate Cortigiane di
Venetia, il nome loro, et il nome delle loro pieze, et le stantie
ove loro habitano, et di più ancor vi narra la contrata ove sono
le loro stantie, et etiam il numero de li dinari che hanno da pagar
quelli Gentilhuomini, et al che desiderano entrar nella sua gratia._
Il _Catalogo_, compilato da un A. C., e da lui dedicato alla _molto
magnifica et cortese Signora Livia Azalina, Principessa di tutte le
Cortigiane venetiane_, fu riprodotto nel volume _Leggi e memorie
venete sulla prostituzione_, ecc., e in _Les courtisanes et la
police des mœurs à Venise_, 1886. Questo secondo lavoro è una povera
abboracciatura piena di spropositi; quel tanto di buono che ci si
trova è tolto dal volume precedente. Della _Tariffa_ in versi ho già
fatto cenno. Nel 1566, Gerolamo Calepino, stampatore in Venezia, fu
processato per avere stampato senza licenza quella o un’altra, e fu
condannato a pagare un ducato di multa per ogni copia impressa (_Leggi
e memorie_ ecc., p. 9). Tariffa e cataloghi così fatti non dovevano
mancare nelle principali città d’Italia. Nel _Vecchio geloso_, commedia
del _Riccioli_ (Viterbo, 1605), uno dei personaggi si fa dare _il
catalogo di tutte le puttane del bordello con il lor prezzo_.
[400] GIRALDI CINZIO, _Ecatommiti_, nov. 7 dell’Introduzione. I
guadagni variavano assai anche secondo la fortuna dei tempi. In anno di
carestia ERCOLE BENTIVOGLIO scriveva nella satira _A suo fratello_:
Sper’io ch’uguanno a i piacer nostri aremo
Queste più altere e nobili puttane,
Se ’nvece d’un fiorino un pan daremo.
E c’era chi si spassava a predire alle cortigiane miseria grande e
malanni d’ogni sorta. _Vedi Pronostico alla villota sopra le putane,
composto per lo eccellente dottore_ M. SALVAOR, _cosa molto bellissima
et piacevole_, Venezia, 1558; riprodotto in _Leggi e memorie venete_,
ecc., pp. 295-8.
[401] _Les courtisanes et la police des mœurs à Venise_, p. 44.
[402] _Novelle_, parte III, nov. 42.
[403] Vedi intorno alla Imperia VALÉRY, _Curiosités et anecdotes
italiennes_, Parigi, 1842, pp. 234 sgg. Racconta il GIOVIO nel suo
libro _De piscibus romanis_, c. V, una graziosa storiella, che appunto
si lega all’amicizia del Chigi e dell’Imperia, e che qui giova riferire
in succinto. I venditori di pesce in Roma usavano, per consuetudine
antica, far presente ai Conservatori delle teste delle ombrine e
degli storioni, stimate boccone assai ghiotto. Era a quei tempi in
Roma un certo Tamisio, uomo assai lepido, ma golosissimo parassita,
il quale teneva appositamente sul mercato del pesce un servo, che lo
doveva far avvertito di quanto potesse importare alla sua gola. Saputo
una mattina che una grossissima testa d’ombrina era stata recata ai
Conservatori, monta sopra una sua mula e va in Campidoglio, con la
speranza di buscarvi un desinare. I Conservatori avevano già mandato
la testa in dono al cardinale Riario. Tamisio allora vola al palazzo
del cardinale; ma questi, imitando la generosità dei primi donatori,
manda la testa al cardinale Federico Sanseverino. Tamisio, biasimando
la inopportuna munificenza, si rimette in sella e trotta al palazzo del
magnifico Sanseverino. Ma il magnifico Sanseverino deve molti quattrini
al banchiere Chigi, e vuole usargli cortesia presentandogli la gloriosa
testa. Tamisio vola, sotto la sferza del sole, agli orti del Chigi
in Trastevere; ma giuntovi appena, tutto affannato e molle di sudore,
vede l’agognata testa, adorna di fiori, andarsene alla volta della casa
dell’Imperia. Pien di sdegno si rimette in via, e vola a Ponte Sisto,
dove finalmente gli è dato di desinare con la bellissima cortigiana.
Ponte Sisto un tempo era come dire il quartier generale delle
cortigiane in Roma, le quali da CELIO SECONDO CURIONE sono chiamate
_Vestales romanae, quae regionem pontis Sixti colunt_ (_Pasquillus
ecstaticus_, ediz. s. l. ed a., p. 163). Cfr. DOLCE, _Il Ragazzo_, atto
II, sc. I. L’Imperia, quand’ebbe l’amicizia di Angelo Dal Bufalo, abitò
in Banchi.
[404] MALESPINI, _Novelle_, parte I, nov. 31; ARETINO, _Ragionamenti_,
parte I, giornata III.
[405] BANDELLO, _Novelle_, parte II, nov. 51; BRANTÔME, _Les vies
des dames galantes_, Leida, 1722, t. I, p. 236. Vedi a questo stesso
proposito ciò che di una Cicilia Viniziana dice il FIRENZUOLA nel
_Dialogo delle bellezze delle donne, Opere_, Firenze, 1848, vol. I, p.
255, e cfr. coi _Dialoghi delle cortigiane_ di LUCIANO, V.
[406] _I Marmi_, ediz. di Firenze, 1863, vol. I, p. 106.
[407] _Al Capitano Flaminio Nelli_.
[408] La Zaffetta nella _Zaffetta_, e la Ballerina nella _Puttana
errante_. Che questo secondo poemetto sia stato pure composto dal
Veniero in vituperio dell’Angela, è erronea opinione di parecchi,
messa innanzi dall’HUBAUD in un opuscolo che appunto di tale argomento
trattava, e intitolato _Dissertation sur deux petits poèmes_,
Marsiglia, 1840. La _Puttana errante_ fu ristampata dal Liseux, in
Parigi, nel 1883.
[409] _Le carte strozziane del R. Archivio di Stato in Firenze,
Inventario pubblicato a cura della R. Sopraintendenza degli Archivi
toscani_, serie I, p. 409. Questo maestro Andrea è senza dubbio quel
medesimo di cui, come d’uomo assai piacevole, fa ricordo l’Aretino
nei _Ragionamenti_ e nella _Cortegiana_, e che compose un _Purgatorio
delle cortigiane_ più volte stampato. L’abbiamo già incontrato fra
i personaggi del _Trionfo della lussuria di maestro Pasquino_. Vedi
intorno ad esso ROSSI, _Le lettere del Calmo_, appendice I, pp. 385-92.
[410] VENIERO, _La puttana errante_, canto IV, ediz. cit., p. 118 (le
prodezze di Elena Ballerina sono _notate sopra ’l capo a Pasquino_);
_Le lettere del Calmo_, ediz. cit., p. 87, n. 7. Scritture contro le
cortigiane sono nel secolo XVI molto frequenti, e a parecchie porge
argomento il dispetto o la gelosia. Dice il GARZONI (_Op. cit._, pp.
599-600): «Già si comincia dare all’arma, i sdegni principiano, l’ire
si generano, le minacce vanno in volta, i dispetti non han fine, i
bravi si trovano, i pennacchini s’armano, i bertoni s’infuriano, le
bastonate s’apparecchiano, i sfrisi si preparano, le morti si tramano
da queste insidiose e maladette meretrici. Non si parla più di vezzi,
non si favella di carezze, non si ragiona d’aver commercio insieme,
cessano i messi, restano le polizze, mancano i presenti, vengon meno
i saluti e le riverenze, si richiedon indietro le fedi, si dimandano
i quadri, si rinvogliono i ritratti dell’imagini miniate dentro a’
scatolini, e con rabbia, con furore, con insania di mente, si rompe,
si spezza, si calpesta ogni cosa con gli piedi. Quindi si giura, si
scongiura, si sacramenta di non far mai pace. Marte e Bellona scorrono
da ogni banda; le faci si accendono ogni ora a più potere. Non più
sonetti, non più madrigali, non più canzoni, non più sestine da
innamorato spiran le muse graziose: Apollo asconde la lira, Euterpe
va a spasso, Cupido sfratta, Venere va in chiasso, Archiloco solo
si lascia vedere, e Pasquino trionfa in mezzo delle piazze. Ora si
scoprono gli altari da dovero, si contano gl’inganni, le malizie, i
tradimenti, le doppie de i bertoni, il tener su la stanga de’ ganimedi,
la trappola dei togati, le perfidie con questi, gli assassinamenti con
quell’altro, lo spender della robba, il perder della vita, l’arrischio
dell’onore, il consumar dell’anima, il vuotar della borsa, il cruccio,
il travaglio, il martire, il dispetto, la gelosia, l’inquietudine
grande che da lor procede. Pasquino si mette a narrar le superbie, nel
star sul grave, nel concorrer con le signore di vesti, di drappi, di
serve, di carrozze, e sopra tutto di voler essere d’ogn’ora cortigiane,
ecc.». Tali invettive e libelli erano, sembra, assai temuti dalle
cortigiane. Ammonendo la figliuola Pippa, dice la espertissima Nanna:
«non ti mancherebbe altro, se non che un tale ti facesse i libri
contra, e che per tutto si bandisse di quelle ladre cose che sanno dir
de le donne; e ti staria bene che fosse stampata la tua vita, come non
so chi scioperato ha stampata la mia». (ARETINO, _Ragionamenti_, parte
II, giornata I, p. 198). È ricordo di una Polinda Valenziana, che fece
ammazzare a furia di pugnalate uno spagnuolo, che co’ suoi versi, prima
l’aveva levata a cielo, e poi trascinata nel fango. (TOMMASO COSTO, _Il
Fuggilozio_, Venezia, 1601, pp. 344-5; G. F. ASTOLFI, _Della officina
istorica_, Venezia, 1605, p. 218). Agli scritti contro le cortigiane da
me ricordati in queste pagine, si aggiunga: _Bravata che fa uno giovane
innamorato d’una cortigiana, et lei dandogli la baglia_ (sic) _ma gli
volse aprir la porta; cosa da ridere_, s. l. ed a.; una canzonetta,
pure in dialetto veneziano, riportata dal ROSSI, _Le lettere del
Calmo,_ pp. 288-9; una invettiva in ottava rima e similmente in
dialetto veneziano, che il lettore troverà più oltre appendice B; A. DI
PALMA, _Opera nova dove si contiene le astutie delle cortigiane_, ecc.,
s. l. ed a. Francesco Scambrilla, vissuto in sul principio del sec.
XVI, compose in dispregio delle cortigiane due sonetti assai acerbi,
che si conservano in un codice Vaticano. (TRUCCHI, _Poesie inedite_,
eco., vol. III, p. 139). Il codice Marciano Ital. IX. 173 contiene un
gran numero di poesie in dialetto veneziano, molte delle quali contro
cortigiane. (Ci son vituperate, fra altre, una Paolina Gonzaga, una
Livia Verzotta, e la nostra Veronica). Di un capitolo da lui composto
contro una cortigiana, e in cui altre cortigiane illustri erano
nominate, fa cenno l’ARETINO nei _Ragionamenti_, parte I, giornata III,
p. 159. In molte commedie compajono cortigiane, ma non mai per farvi
buona figura. Vogliono ancora essere ricordati: _Avvertimenti a quelli
che amano le cortigiane, opera nuova e dilettevole_, Milano, 1600;
GARZONI, _Serraglio degli stupori del mondo_, Venezia, 1613 (stanza
settima, pp. 749-50), e GIOVANNI ANTONIO MASSINONI, _Il flagello delle
meretrici_, Venezia, 1599. La letteratura italiana non fu sola ad
avere così fatti componimenti nel sec. XVI, sebbene ne abbia avuti,
senza paragone, più d’ogni altra. Per citare un esempio, in un poema
intitolato _L’enfer de la mère Cardine_, ecc., stampato nel 1568, sono
vituperate tutte le cortigiane di Parigi.
[411] _Novelle_, parte I, nov. 50, dedicatoria.
[412] _Ecatommiti_, deca VI, nov. 7. Il buon LAFONTAINE racconta
(_Contes et nouvelles_, l. III, 6) la storia di una cortigiana romana,
altrettanto superba quanto bella, la quale disprezzando ognuno, e
solo facendo qualche conto dei cardinali, s’innamorò pazzamente di un
giovane gentiluomo, e fu da lui sposata.
[413] _Lettere_, t. V, f. 147 v. Altra lettera ivi stesso, f. 176.
[414] _Ecatommiti_, nov. 3 dell’Introduzione. A Nannina Zinzera,
innamorata di un bellissimo giovane, e godente l’amor suo, indirizzava
il LASCA uno dei suoi madrigoloni (_Opere burlesche_, edizione
cit., pp. 244-5). A un’altra cortigiana, giovane assai e bellissima,
Anna Raugea, che di Firenze si tramutava in Roma, lo stesso Lasca
raccomandava (_ibid._, p. 400):
Dall’ira e dallo sdegno vi guardate,
E sopratutto non v’innamorate.
La cortigiana del Du Bellay s’innamorò perdutamente di un giovane,
che l’abbandonò dopo averle mangiato, in men d’un anno, vigne, case e
denari.
[415] LUZIO, _Un’avventura della Tullia di Aragona_, in _Rivista
storica mantovana_, vol. I (1885), pp. 178-82. Di una Spagnuola, della
quale era innamorato Giovanni della Casa, e che aveva lui a noja più
che il mal de’ fianchi, fa cenno il MAURO nel capitolo _Delle donne di
montagna_.
[416] _Lettere_, vol. 1, f. 233 r.; vol. VI, f. 72 r. Lo stesso Aretino
compose per l’Angela il seguente madrigale, che leggesi nella parte II,
giornata III, dei _Ragionamenti_, p. 400:
L’esser prive del cielo
Non sono oggi i tormenti
De le mal nate genti.
Sapete voi che doglia
L’alme dannate serra?
Il non poter mirar l’Angela in terra.
Sol la invidia e la doglia
Ch’elle han del nostro bene,
E ’l non aver mai di vederlo spene,
Le affligge a tutte l’ore
Ne l’eterno dolore;
Ma se concesso a lor fosse il suo viso
Fora lo inferno un nuovo paradiso.
Il TRUCCHI ripubblicò questo madrigale come inedito, _Poesie inedite_,
ecc., vol. III, p. 216.
[417] Ciò si rileva facilmente leggendo il poemetto, e basterebbero a
farne prova questi due versi che il Veniero dice in persona propria:
Venni e subbiai per farvi riverenza,
Ma dal balcon mi fu data licenza.
Il Veniero si duole assai dell’albagia della Zaffetta, che si crede
esser maggiore
Che non è di San Marco il campanile.
Del resto il famoso trentuno, di cui nel poemetto si narra, non fu dato
davvero, e le parole stesse del poeta lo dicono.
[418] _Lettere_, vol. V, f. 27 r. L’Aretino fa pure gran lodi di una
Lucrezia Ruberta. Vedi anche il nobile atto di una cortigiana di Padova
narrato dal GIRALDI CINZIO negli _Ecatommiti_, Introduzione, nov. 10.
[419] _Pro poemate ludicro apologia_, Perugia, 1616, pp. 160-1.
[420] Vedi una lettera di Gerolamo Negri, scritta il 29 decembre 1522
da Grottaferrata a Marcantonio Micheli, _Lettere di principi_, ecc.,
Venezia, 1881, lib. I, f. 110 r.; COLOCCI, _Poesie italiane_, Jesi,
1772, p. 29 n. Il Negri dice: «Questo caso tanto più è degno d’esser
celebrato, e quasi preposto al fatto di Lucrezia, quanto che questa
donna fu figlia d’una pubblica e famosa meretrice, che fu l’Imperia,
cortigiana nobile in Roma, come sapete».
[421] Vedi CIAN, _Op. cit._, pp. 25-35.
[422] _Le rime di_ MICHELANGELO BUONARROTI _cavate dagli autografi e
pubblicate da_ CESARE GUASTI, Firenze, 1863, p. 165.
[423] CUGNONI, _Agostino Chigi il Magnifico_, pp. 78-9.
[424] La poesia in lode delle cortigiane fu certo assai copiosa,
e chi sa quanta ne giace incognita nelle nostre biblioteche. Essa
dovette vestir tutte le forme e prendere tutti i tuoni. Abbiamo già
veduto qualche capitolo: ecco qua ora un madrigale e un frammento di
canzone tratti dal cod. magliabechiano Cl. VIII, nº 16, assai graziosi
e di fattura di Alfonso de’ Pazzi. Il madrigale è indirizzato _Alla
Contadina Cortigiana_:
Chi vuol beltà divina
Vedere in cosa umana,
Oggi venga in Toscana,
E miri l’alma nostra Contadina,
Che fatta è cittadina,
E di sì bei costumi
Che Arno re dei fiumi a lei s’inchina:
Oh bella Contadina!
Il frammento di canzone è _Alla Porcellina cortigiana_:
La Porcellina nuota
Nell’amorosa fonte,
La nuota sotto il ponte,
Ell’esce e fa la ruota;
La Porcellina nuota.
La nuota come un pesce,
Ell’entra sotto e esce,
E non tocca la mota:
La Porcellina nuota.
[425] _Le lettere_, l. IV, lett. 50, p. 364.
[426] La Panta qui ricordata è senza dubbio quella stessa che nel
1570, sotto Pio V, fu pubblicamente frustata in Roma. L’_Avviso_ che
dà notizia di tale frustatura, dice: «La Panta, famosa meretrice, così
per 300 mila scudi che ha speso qui, come per l’autorità ch’ha avuta
in altri tempi». Vedi BERTOLOTTI, _Repressioni straordinarie alla
prostituzione in Roma nel secolo XVI_, in _Rivista delle discipline
carcerarie_, anno XVI (1886), p. 516, docum. XVIII.
[427] DOMENICHI, _Facetie, motti_, ecc., p. 204.
[428] Pag. 429.
[429] BURCHARD, _Diarium_, ediz. cit., t. III, p. 290.
[430] Lettera di Stazio Gadio al marchese di Mantova, LUZIO, _Federico
Gonzaga_, ecc., p. 46-7. Detto della cena in casa del cardinale di
Mantova, il Gadio soggiunge: «Sonate le cinque ore ogniuno andò a casa
lor: da Cornaro credo che Albina fosse allogiata, perchè facevano assai
l’amor insieme». Il TRUCCHI (_Poesie inedite_, ecc., vol. III, p. 212)
fa cenno di un sonetto del cardinale Santa Croce in lode di Angiola
Greca. In una pasquinata venuta fuori subito dopo la morte di Clemente
VII, si ricorda il cardinale Grimaldi che innamorato pazzo della
Flaminia (probabilmente la famosa di cui parlano il Mauro e altri) fu
da lei cacciato. LAFON, _Pasquin et Marforio, histoire satirique des
papes_, Parigi, 1861, p. 107.
[431] CIAN, _Op. cit._, pp. 13, 18.
[432] FABRETTI, _La prostituzione in Perugia nei secoli XIV e XV_,
Torino, coi tipi privati dell’autore, 1885, edizione di 24 esemplari,
p. 46.
[433] Atto II, sc. 6.
[434] Capitolo _A messer Ruberto Strozzi_.
[435] _Le lettere_, l. IV, lett. 20, p. 298.
[436] _Novelle_, parte II, nov. 48.
[437] MUTINELLI, _Storia arcana ed aneddotica d’Italia raccontata dai
veneti ambasciatori_, Venezia, 1855-8, vol. I, p. 170.
[438] CIAN, _Op. cit._, p. 8.
[439] L’AFFÒ (_Dizionario precettivo, critico ed istorico della poesia
volgare, s. v. Pasquinata_) e il TIRABOSCHI (_St. d. lett it._, ediz.
dei Classici, vol. XII, p. 1725) fanno ricordo di una _Passione d’amor
de Mastro Pasquino per la partita della signora Tullia, et martello
grande delle povere Cortigiane de Roma con le allegrezze delle
Bolognese_. A me non è riuscito d’averne altra contezza.
[440] Un testimonio oculare della battaglia di Fornovo (1495) il medico
veronese ALESSANDRO BENEDETTI, racconta nei suoi _Diaria de bello
Carolino_ d’aver veduto il giorno dopo la battaglia, fra le spoglie
del re vinto e fuggiasco, un libro in cui erano dipinte immagini
di cortigiane, varie per età e per abito, libro che esso re portava
seco in memoria dei suoi facili amori. CIAN, _Op. cit._, p. 40. Certa
Susanna, che aveva portato un tempo il vanto della bellezza sopra tutte
le cortigiane di Firenze, si gloria nei _Germini_ d’essere stata in
Lione onorata dal Delfino:
S’innamora ciascun che mi sta a canto:
Fu’ in Lion dal Delfin onorata,
Che quando mi partii fece gran pianto.
[441] Il Panormita, di certa Alda, nell’_Hermaphroditus_:
Non mingit, veram si mingit, balsama mingit
Non cacat, aut violas, si cacat, Alda cacat.
[442] _Ecatommiti_, nov. 5 della Introduzione.
[443] Parte I, giornata III, p. 158.
[444] Capitolo cit., _A messer Ruberto Strozzi_.
[445] Il 19 d’ottobre del 1546, Cosimo I, duca di Firenze, mandò fuori
un bando, il quale vietava, fra l’altro, alle cortigiane di _portar
vesti di drappo nè seta d’alcuna ragione_, e ingiungeva loro l’uso del
famoso segno giallo, che doveva distinguerle dalle donne oneste. Tullia
d’Aragona, che trovavasi allora in Firenze, con una corte d’adoratori
intorno, fece, consigliata da Don Pedro, nipote della duchessa
Eleonora, e con l’ajuto del Varchi, una supplica, che fu, probabilmente
a mezzo dello stesso Don Pedro, recapitata alla duchessa, e da
questa al duca. L’effetto fu che la Tullia ottenne il suo desiderio,
di vestir cioè come le piaceva, e di non portare il segno giallo,
grazia concessale, come dice il decreto, in riconoscimento della
_rara scienzia di poesia e di filosofia che, con piacere de’ pregiati
ingegni_, trovavasi in lei. Vedi BONGI, _Il velo giallo di Tullia
d’Aragona_, in _Rivista critica della letteratura italiana_, anno III
(1886), p. 90.
[446] _Tutti i Trionfi, Carri, Mascherate o Canti carnascialeschi
andati per Firenze dal tempo del Magnifico Lorenzo de’ Medici fino
all’anno 1559_, Cosmopoli, 1770, vol. II, p. 332.
[447] MUTINELLI, _Op. cit_., vol. I, pp. 53-4. Vedi per altre curiose
notizie in proposito lo scritto già citato del BERTOLOTTI, _Repressioni
straordinarie alla prostituzione in Roma nel secolo XVI_. Un codice
Marciano conserva di quel tempo il curioso Lamento di un anonimo, che
mostrando di disprezzare tutte l’altre donne, delibera, o di seguitare
le cortigiane esulanti, o di farsi frate. CIAN, _Op. cit_., pp. 61-2.
[448] GALLIGO, _Art. cit._, nel Giornale cit., anno IV, vol. I, pp.
127-28.
[449] BANDELLO, _Novelle_, parte IV, nov. 17.
[450] Non mancavano, al bisogno, protettori ed intercessori possenti.
In Venezia, ogni po’, si lamenta che il mal costume cresce, che la
tracotanza delle meretrici passa ogni termine. In una parte del 12
aprile 1543 si dice espressamente le leggi non potersi applicare
per «li tanti favori che hanno simil persone di mala e pessima
condizione», e in un’altra si ordina che nessun nobile possa in modo
alcuno intercedere per _persona infame_. (_Leggi e memorie venete_,
ecc., pp. 109, 110). Nel giugno del 1532, una certa Vienna, _famosa
Signora_, rea d’aver tolto dalla Pietà una bambina senza licenza,
e d’averla poi rimandata in capo di certo tempo, fu assolta dalla
Quarantia criminale con 33 voti favorevoli e 5 contrarii: «la qual
Viena», dice ingenuamente il buon Sanudo, «avia uno favor grandissimo
di nostri zentilomeni, nè meritava per questo esser condanada».
(_Leggi e mem_., ecc., p. 269). La Nora, nei _Germini_, confessa d’aver
rubate certe lenzuola, e dice che meritava d’essere scopata, ma che
per la raccomandazione di certi amici che aveva andò immune. Odasi la
cortigiana del Du Bellay:
Je n’avois peur d’un governeur fascheux,
D’un barisel, ny d’un sbirre outrageux,
Ny qu’en prison l’on retint ma personne
En court Savelle, on bien en tour de Nonne:
N’ayant jamais faulte de la faveur,
D’un Cardinal, ou autre grand seigneur,
Dont on voyoit ma maison fréquentée:
Ce qui faisoit que j’etois respectée,
Et que chacun craignoit de me fascher,
Voyant pour moy les plus grands s’empescher.
[451] Vedi più oltre, appendice A, il _Lamento della cortigiana
ferrarese_. Del secolo XVI è pure un opuscoletto intitolato:
_Grandissimi dolori, et gli insopportabili tormenti che patiscono le
povere cortigiane, e chi le seguita. Donde e’ si intende in quanti
modi sono tormentate dagli acerbi dolori del mal francese_. Vedi
_Catalogue de la bibliothèque de_ M. L[IBRI], Parigi, 1847, num. 1510,
p. 244. Nella commedia del CONTILE intitolata _La Cesarea Gonzaga_,
è una cortigiana infranciosata, per nome Masina, la quale ha dato il
male a molti. La cura Maestro Grillo, medico, e questi in certa scena
le dice (atto V, sc. 5): «Vengo da Caterina piemontese, da Polisena
da Lucca, da la Romana e da Francesca Ferrarese, che lavorano con
Francia, e guardono le ricette c’ho lor fatte». Il _Purgatorio delle
cortigiane_ di quel maestro ANDREA in cui ci siamo già imbattuti, non
è il purgatorio ordinario, ma l’ospedale di San Giacomo, detto degli
Incurabili, in Roma,
In cui si vede paurosi mostri.
Qui è di Franza il dilettevol male,
E di San Lazer la lebbra gioconda,
Cancheri e malattie universale.