UN BUFFONE DI LEONE X

In una lettera più volte stampata, e ormai famosa, Alfonso Paolucci,

legato del duca di Ferrara in Roma, descrivendo e narrando, l’8 di

marzo del 1519 al suo signore, una rappresentazione dei _Suppositi_

dell’Ariosto, fatta la domenica precedente in Castel Sant’Angelo, alla

presenza di Leone X e di assai numerosa assemblea, dice, fra molte

altre cose degnissime di nota, che sulla tela, la quale nascondeva,

prima che cominciasse la recitazione, la scena dipinta di man di

Raffaello, vedevasi «pinto fra Mariano con alcuni diavoli, che

giugavano con esso da ogni lato de la tella (_sic_) e poi in mezo de

la tella v’era un breve che diceva: _Questi sono li capreci de fra

Mariano_»[590].

Ma chi era fra Mariano? e quali erano i _capreci_, o vogliam

dire capricci suoi? e qual merito faceva essi e lui degni di così

fatta pittura, opera anch’essa forse, come la scena, del pennello

dell’Urbinate? Il legato del duca Alfonso nol dice, e non aveva,

sembra, bisogno di dirlo. Al par di Leone, e come gli altri duemila

spettatori della facetissima commedia, il duca doveva avere piena

contezza di fra Mariano e de’ suoi fatti, quella contezza che manca a

noi, e che ci studieremo di acquistare almeno in parte. E non si dica

troppo frivolo l’oggetto delle nostre indagini; la storia dell’oscuro

frate sarà per alcun lato la storia del glorioso pontefice. A farlo

subito intendere basterà dire che fra Mariano fu un buffone di Leone X,

uno dei tanti.

Quel trincato di Pietro Aretino, cogliendo con le parole, come molte

volte sa fare, il vero e il vivo delle cose, dice del più gioviale

dei papi in una lettera al conte Manfredo di Collalto: «Certamente

Leone ebbe una natura da stremo a stremo, nè saria opra da ognuno il

giudicare chi più gli dilettasse, o le virtù de’ dotti, o le ciance de’

buffoni; e di ciò fa fede il suo aver dato a l’una ed a l’altra specie,

esaltando tanto questi quanto quegli»[591]. Senza voler risolvere in

tutto la difficil questione, se gli piacessero meglio le virtù dei

dotti o le ciance dei buffoni, si può con sicurezza affermare (e basta

al bisogno nostro) che i buffoni e le lor ciance gli piacquero assai,

più forse che l’ufficio di governare la Chiesa di Dio non chiedesse.

Lodovico Domenichi dice espressamente che il Serapica, _domestico

cameriere_ di Leone, «avea autorità d’introdurre d’ogni ora in camera

pazzi, buffoni e simil sorte di piacevoli», e racconta che volendo

il celebre Marco Musuro chiedere al papa il beneficio d’una badia, e

temendo di non esser introdotto a tempo, si annunziò come un secondo

Baraballo, vago di quei medesimi onori che aveva avuto il primo, e così

fu dal cameriere incontanente introdotto[592]. Questa ed altrettali

novelle non sono forse tutte vere, ma parranno certo verosimili a

chiunque conosca quel gaudioso pontefice, il quale, non solo gradiva e

premiava i pazzi che lo facevano ridere, ma s’ingegnava anche di far

diventar pazzo chi non era[593]; e più che verosimili parvero agli

uomini di quel secolo. Perciò non è da negare in tutto fede a certa

storiella raccolta e ripetuta dal Garzoni, ove si narra che Nicoletto

da Orvieto, con un solo bisticcio, s’acquistò _per tutti i tempi_ il

favore della giovialissima Santità[594].

Non di tutti coloro che, volendolo essi, o nol volendo, fecero ridere

Leone X ci è pervenuta notizia sufficiente, e di parecchi s’è perduta,

senza dubbio, ogni traccia. Si ricordano più spesso que’ poveri poeti

da burle e da legnate, Baraballo da Gaeta, Camillo Querno, Giovanni

Gazoldo, Girolamo Brittonio: poi si ricordano alcuni altri, de’ quali

poco più che il nome ci è noto: un Poggio, figliuolo degenere del

famoso Poggio Fiorentino, un Moro de’ Nobili, lurcone e pappatore

meraviglioso, tutto guasto dalla gotta, un cavalier Brandino, un Andrea

bastardo e matto, levato dall’ospizio di Siena, un frate Martino e il

nostro fra Mariano. Di tutti costoro dice il Giovio[595] che in certi

tempi dell’anno, quando si dà più libero sfogo all’umor solazzevole,

erano ammessi alla parte inferiore ed estrema della mensa papale, a

patto che sopportassero pazientemente i motti, le beffe e le burle dei

sopraintendenti al banchetto. Ma il Giovio, se pur dice il vero, non

dice tutto. La parte di questi compagnacci alle mense del pontefice

non sempre doveva essere così rimessa e passiva come al Giovio piacque

narrarla; e di alcuni di loro almeno si può dir con certezza che se

pativan le burle, spesso anche le facevano, e schernivano forse più che

non erano scherniti.

Ma per non parer troppo duri con Leone X bisogna dire che l’usanza di

tenersi i buffoni d’attorno era usanza comune dei principi, e osservata

anche da qualch’altro pontefice, e che la buffoneria era nel secolo

XVI, ed era stata anche prima, in grande credito[596]. Non è solo

l’Ariosto a dolersi che i buffoni, i cinedi, gli accusatori sieno nelle

corti

Più grati assai che ’l virtuoso e ’l buono[597].

Odasi che cosa dice in proposito Tommaso Garzoni: «Or ne’ moderni tempi

la buffoneria è salita sì in pregio, che le tavole signorili son più

ingombrate di buffoni che di alcuna specie di virtuosi, e quella corte

par diminuta e scema dove non s’oda, o non si veda, un Carafulla, un

Gonnella, un Boccafresca in catedra, che dia trattenimento con favole,

con motti, con piacevolezze, con bagatelle, con mocche, all’onorata

audienza che gli siede intorno. Quivi il buffone recita i testamenti

villaneschi di barba Mangone e di Pedrazzo; adorna l’instrumento che

fa ser Cecco di parole più grosse che quelle del Cocai; narra le fuse

torte che fece la moglie del medico la notte di carnevale; racconta il

dialogo di mastro Agreste con la Togna di S. Germano; discorre di legge

come un Grazian da Bologna; parla di medicina come un mastro Grillo;

favella da pedante come un Fidenzio Glottocrisio; fa del Bergamasco

a spada tratta, come se fosse il primo della vallata; è Magnifico nel

sporgere, Spagnolo nel vestire, è Todesco nel caminare, è Fiorentino

nel gorgheggiare, è Napolitano nel fiorire, è Modenese in fare il

gonzo, è Piemontese nel languire, è la simia di tutto il mondo nel

parlare e nel vestire. Ora si vede il buffone con le ciglia de gli

occhi dentro ascose e gli occhi sbardellati, che par guerzo; ora con

le labbra torte, che pare un mascherone contrafatto, ora con un palmo

di lingua fuori, che par un cagnazzo morto dal caldo e dalla sete; ora

col collo teso, che pare un’impiccato; ora con le fauci ingrossate,

che fa mostra d’aver mille diavoli adosso; ora con le spalle ingobbate,

che pare il Babuino da Milano; ora con le braccia rivoltate, che pare

un Guido propriamente; ora con le mani e con le dita fa gesti tali,

che pare il bagatella dei trionfi. Col moversi finge il poltrone

eccellentemente; col passeggiare fa del fachino raramente; col volgersi

indietro contrafà un bravo stupendamente. Col suono della voce imita

l’asino per spasso, con le parole i balbi e i cocoglieri per trastullo,

col gesto le bertuccie per diletto, col riso fa crepar di riso ogn’uno

che lo vede. Queste son l’eccellenze e le grandezze de’ buffoni, che

vivono allegramente alle spalle de’ gentiluomini e Signori, e trionfano

a’ pasti de’ Prencipi, mentre il dotto poeta, il facondo oratore e

l’arguto filosofo fa la sua residenza nel vilissimo tinello»[598].

Ho voluto trascrivere per intero questo lungo passo anche per dare

un’idea adeguata delle piacevolezze onde i buffoni rallegravano l’aule

e le mense dei signori; tra’ quali ce ne saranno stati forse di quelli

che per gusto lor proprio non troppo le gradivano, ma tuttavia le

sopportavano per conformarsi al costume e per seguitare l’andazzo.

Baldassar Castiglione non si mostra troppo tenero dei buffoni; ma

pur dice che nelle corti _par che si richieggano_[599]. Agostino

Nifo, ricordati i buffoni di Ferdinando il Cattolico, di Carlo V, di

Francesco I e di altri principi e signori, dice che la mala usanza era

talmente cresciuta e fatta generale, che i principi nutrivan buffoni,

non solo per diletto che ne avevano, ma ancora per ambizione, e che in

poco pregio era tenuta quella corte dove non ne fossero alcuni[600].

Parecchi papi, prima di Leone X, accolsero e favorirono buffoni.

Eugenio IV fece un cardinale di quell’Angelotto romano di cui parla

ripetutamente il Poggio nelle sue _Facezie_[601]. Alessandro VI ebbe

caro un Gabrieletto, che accompagnandolo nel ritorno dalla pubblica

benedizione, solita darsi la domenica di Pasqua, fingeva di predicare

in latino ed in ispagnuolo[602]. Il terribile Giulio II permetteva al

Proto da Lucca di distrarlo talvolta dalle cure di quel suo bellicoso

pontificato; e di quali facezie usasse il Proto a tal fine si può

vedere in una novella del Bandello, il quale nella dedicatoria di

un’altra avverte che molti erano al tempo suo i buffoni famosi in

Italia, _e massimamente in Roma_[603]. I cardinali non mancavano

d’imitare l’esempio dei papi, e non poca celebrità ebbero Marc’Antonio

Sidonio, buffone di Ercole Gonzaga, cardinale di Mantova, Francesco del

Lago di Garda, buffone del cardinale Madruccio, il Cimarosto, buffone

del cardinal di Trento, il Bargiacca, stato col Rosso buffone del

cardinale Ippolito de’ Medici, il Carafulla ed altri parecchi[604].

Non parrà dunque troppo strano che Leone X avesse i suoi buffoni ancor

egli, e come grandissimo pontefice ch’egli era, ne avesse più dei

principi secolari e più di altri pontefici stati prima di lui; bensì

potrà parere alquanto strano che tra’ suoi buffoni egli accogliesse

dei frati, e potrà parere strano, non già perchè avrebbe dovuto,

egli capo della Chiesa, avere qualche maggior rispetto alle tonache

e alle cocolle, ma per una ragione in tutto diversa, anzi contraria a

dirittura. A bene intendere ciò è necessario un po’ di commento.

I bei tempi della frataglia erano passati per sempre; il Rinascimento

non era più stagione per essa. Quello che si chiama spirito del

Rinascimento è in contraddizione piena con lo spirito fratesco, e

dove l’uno si leva e vigoreggia è forza che l’altro cada e disvenga.

Nel Cinquecento i frati sono odiati e vilipesi, perchè tutto quanto

appartiene alla vita e ai costumi loro nega ed offende le inclinazioni,

le usanze, gl’ideali buoni o cattivi di quella età. Se divoti

sinceramente, spiace la seccagginosa devozione loro al secolo mezzo

incredulo, che non ha più il capo a quelle melanconie; se ipocriti,

spiace la stomacosa loro simulazione al secolo svergognato e sfrontato,

il quale liberamente ostenta i suoi vizii, e non vuole freni, non

vuole impacci al godere; spiace poi sempre ed in sommo grado, in

mezzo a quella tanta coltura e raffinatezza d’uomini e di cose, la

zoticaggine ed ignoranza loro. Quest’odio contro ai frati si vede già

negli umanisti del Quattrocento; al qual proposito basterà ricordare

le diatribe virulente e le rabbiose invettive di Leonardo Bruni, di

Francesco Filelfo e del Poggio. Angelo Poliziano in un suo prologo

preposto ai Menaechmi di Plauto, e recitato in Firenze ai 12 di maggio

del 1488, si scagliava furibondo contro i

Cucullati, lignipedes, cincti funibus,

Superciliosum, incurvicervicum pecus[605];

e non era lontano il grande Erasmo, che doveva fare dei frati la

pittura che tutti conoscono. Non parlo dei novellieri di quel secolo,

e delle molte commedie, e dei moltissimi capitoli, e dell’altre

scritture senza numero in cui i frati sono scherniti, ingiuriati,

vituperati. Nella stessa corte di Roma quel _pecus_ si odiava. Il

Bembo, uno dei segretarii, come ognuno sa, di Leone X, scrisse di

sè che si travagliava _molto mal volentieri in cose di frati, per

trovarvi sotto molte volte tutte le umane scelleratezze coperte di

diabolica ipocrisia_[606]. Bernardo Dovizi da Bibbiena, il _factotum_

dello stesso pontefice, e l’autore della _Calandria_, aveva ancor

egli una grandissima avversione pei frati, e nessuno spasso stimava

così piacevole come il prendersi giuoco di loro. Lo dice egli stesso

nel _Cortegiano_ di Baldassar Castiglione, dove narra certa burla

ch’egli s’era pensato di fare a un supposto frate, e che riuscì invece

in suo danno[607]. Cinzio de’ Fabrizii dedicò a Clemente VII il suo

libro della _Origine dei volgari proverbii_, riboccante di satira

e d’invettive contro i frati; ma un libro contro ai frati aveva già

dedicato a Niccolò V Timoteo Maffeo.

Del rispetto poi che portava alle tonache lo stesso Leone un bel

documento ci porge Alfonso Paolucci nella lettera sua testè citata,

documento che ci parrà meno strano se pensiamo che il glorioso papa

era figliuolo di quel Lorenzo de’ Medici che diceva da tre cose

doversi gli uomini guardare: dalla parte dinanzi de’ buoi, da quella

di dietro dei muli, e dall’una e dall’altra dei frati. Detto della

rappresentazione dei _Suppositi_, il buon Paolucci ricorda una commedia

di certo frate, recitata, come quella dell’Ariosto, alla presenza del

papa, e seguita con queste precise parole: «e per non essere successa

a molta satisfacione, il papa in cambio de moresca fece balciar questo

bom frate sopra una coltra, e dete una gran panciata sopra el tabulato

de la sena. Dipoi li fece tagliar tute le strenghe intorno e tirare le

calcie a li calcagni, ed il bom frate ne morsicò de quelli palafrenieri

tre o quattro de mala sorte, e fu necessitato tandem a montar cavalo,

e cum le mane li forno date tante sculacciate che, siccome mi è

referto, li sono bisognate molte ventose e su la schena e su le chiape,

e stassi in letto e non bene. _Dicesi che ’l Papa lo fece fare in

esempio de altri frati a ciò se levino de pensier de non farli veder

sue fraterie_». E se questo era il desiderio del papa, bisogna dire

ch’e’ non poteva tenere, per vederne il fine, un modo più spicciativo

e più efficace. Avrebbe anche potuto farli ferrare, come fece Bernabò

Visconti[608]; ma era azion villana e da tiranno, che troppo ripugnava

alla giocondità e umanità sua. A fra Mariano e a fra Martino bisognava

dunque, se volevano la grazia del vicario di Cristo, e salve dalle

spalmate le natiche, far dimenticare con le buone loro qualità di

buffone la pessima qualità di frate[609].

E buffone fra Mariano fu, sembra, in grado eccellente. Il Bibbiena fa

di lui onorata memoria e lo loda per gran maestro di burle, insieme con

un frate Serafino, che esercitava in Urbino la professione sua[610]. Di

dove fosse nativo non trovo, nè so quando propriamente vestisse l’abito

di laico domenicano, sotto il quale esercitò onoratamente le sue

buffonerie. Fetti era il nome della sua casata, e l’arte sua prima fu,

sembra, quella del barbiere, giacchè Pietro Aretino, il quale gli si

mostra (ma non sempre), assai benevolo, dice ch’egli era stato barbiere

di Lorenzo il Magnifico. E qui viene spontanea in mente una congettura;

che il barbiere, cioè, già caro per la sua piacevolezza a Lorenzo e

alla famiglia di lui, andasse a Roma in compagnia del giovane cardinale

Giovanni, e facesse fin da allora col cardinale l’officio che seguitò

a far dopo col papa. Comunque andasse la cosa, gli è un fatto che noi

troviamo in Roma il nostro Mariano, già frate, e già in fama d’uomo

assai sollazzevole, sino dai tempi di Giulio II. Eccone senz’altro le

prove.

Il 2 di luglio del 1512, il giovinetto Federico Gonzaga, che si

trovava in Roma, ostaggio alla corte di Giulio II, desinò e cenò in

una bellissima villa dell’Arcivescovo di Napoli, a Monte Cavallo, e

il Grossino, uno dei famigliari del principe, scriveva alla madre di

lui, la famosa Isabella, che il figliuolo era stato tutto quel giorno

_in grandissimo suo apiacer con una bella compagnia_, e che frate

Mariano, _con li soi caprizi_, aveva fatto ridere assai[611]. Il 10

gennajo del 1513, a proposito di altra cena, il Grossino scriveva alla

marchesa: «Frate Mariano, capo di mati, si portò per eccelenzia con li

soi capricci, e m. Bernardo da Bibiena li ajutava gagliardamente»; e al

marchese, marito d’Isabella, scriveva: «Frate Mariano, capo di tavola,

fece de le pacíe a suo modo in quantità; a mezo la zena a l’improviso

saltò in pede in su la tavola, corendo in fino di capo, menando di man

a Cardinali, a Vescovi; non sparamiava niuno»[612].

Questi documenti, e alcun altro che vedremo or ora, provano che la

reputazione di fra Mariano era già fatta negli ultimi due anni del

pontificato di Giulio II, ed è ragionevole il pensare ch’egli avesse

cominciato a farsela qualche anno innanzi, come è ragionevole credere

che non avesse mancato di far ridere alcuna volta il battagliero

pontefice. E far ridere un papa che bestemmiava come un turco, che con

le proprie mani caricava altrui di legnate, e che, ammalato, chiamava a

gran voce il diavolo, non doveva essere la più facile cosa del mondo.

Ma fra Mariano era certo uomo da riuscirci. In una lettera scritta

il 29 di gennajo del 1513 al Marchese di Mantova, egli si chiama da

sè stesso maestro di Bernardo da Bibbiena, di quel famoso Bibbiena

che fu (son parole del Giovio) maestro mirabile nell’arte di spingere

all’insania uomini gravi per età e professione; e dice come sia andato

a Firenze, sebbene già vecchio, chiamatovi dal suo padrone il cardinale

Giovanni, per ordinarvi durante quel carnevale, in compagnia del

Bibbiena appunto, trionfi, commedie e moresche, e ricorda _tutti li

capricci fatti_ in quella _magna città_[613]. Questa lettera non è sola

a provare che il lepido frate era entrato in grazia anche del Marchese;

un’altra ve n’ha scritta da quello a questo ai 10 di gennajo del 1519,

la qual prova il medesimo, e che dovrò citar novamente[614].

Fra Mariano fu frate piombatore, uno di quei frati, cioè, i quali

attendevano, per proprio officio, a munire della bolla di piombo i

diplomi che si spedivano dalla Cancelleria apostolica. Il mestiere non

era gran che gravoso e rendeva assai. Lo stesso fra Mariano confessava

al Gonzaga che del piombo faceva oro, e da quella sua _bottega_

(così la chiamava), diceva di trarre 800 ducati d’oro l’anno[615].

Di questa _bottega_ credo che egli andasse debitore a Leone X, perchè

nella prima lettera al Gonzaga, il frate non ne fa cenno, e dice che,

passato carnevale, se ne tornerà in Roma, nel suo convento di Monte

Cavallo; mentre nell’altra dice espressamente che egli ha residenza

in palazzo, _nelle stanze di Innocenzio, che si chiamano lo ofizio del

Piombo_, d’onde qualche volta si reca a visitare i suoi frati[616]. In

quell’officio egli succedette a Bramante, e lasciò poi a sua volta il

luogo a Sebastiano del Piombo. Paride de Grassi, cerimoniere di Leone

X, ricorda nel suo diario un frate Bernardo Piombatore, dandogli titolo

di mezzo buffone (_semiscurra_); ma gli è assai probabile che Bernardo

ci stia erroneamente per Mariano[617].

Che il buon frate non si lasciasse vedere alla mensa del papa solo

in certi tempi dell’anno, come vuole il Giovio, si ricava da un passo

di certa Relazione di Luigi Gradenigo, ambasciatore della Repubblica

di Venezia, passo in cui si legge: «il mercore e il sabbato mangiava

(Leone X) cose quadragesimali, stando tuttavia presenti alla mensa

fra Mariano e Brandino, ben conosciuto in questa terra»[618]. Tutti,

del resto, quegli strani commensali di un pontefice che, a detta del

Giovio, fu temperatissimo nel mangiare, ma che faceva andare per la

spesa della sola cucina la metà delle entrate che davano Spoleto, la

Romagna e le Marche, pare sieno stati golosi e mangioni di prim’ordine,

o per parlare più acconcio, fuori d’ogni ordine. Lo stesso Giovio

assicura che furono essi gl’inventori delle salsicce fatte con carne di

pavone; ma questa cosa rimane in dubbio, perchè non può essere altri

che Leone X il _saggio pontefice_ di cui è ricordo in certo Commento

del Grappa, e che faceva fare la salsiccia _di polpette di fagiani,

di pernici, di pavoni e di capponi, mescolandovi l’animelle di un

giovinetto vitello_[619]. Checchè sia di ciò, certo si è che la peggior

burla che Leone X potesse fare a quei suoi commensali si era d’imbandir

loro scimmie e corvi, come sembra abbia fatto talvolta[620].

Ma come per la piacevolezza, così ancora per la voracità doveva fra

Mariano vincere gli emuli suoi, e lo prova quella specie di leggenda

che si formò appunto intorno alla voracità sua, e non si formò intorno

a quella degli altri. Sigismondo Tizio, nella già citata sua Cronaca,

dice che fra Mariano inghiottiva in un boccone un piccioncino, vuoi

arrosto, vuoi lesso, divorava venti capponi, succiava quattrocento

uova[621]. Questo è non più fra Mariano, ma Gargantua, anzi l’Orco, e

gli si potrebbe dire col Dorat:

Digérez-vous? voilà l’affaire:

L’homme n’est rien s’il ne digère.

Nè ciò è ancora tutto. Lodovico Domenichi racconta di un signore

che fece mangiare a fra Mariano _un pezzo di canapo in cambio di un

rocchino di anguilla arrostita_[622], e Ortensio Lando assicura che

il nostro frate, una volta, _si mangiò una veste di ciambellotto per

esser unta e piena di sucidume_[623]. Beveva fra Mariano come mangiava?

Non saprei: gli storici non dicon nulla in proposito. Bevitore famoso

fu il Querno, e, sembra, anche il Moro de’ Nobili, il quale, dice il

Firenzuola, aveva gran rispetto ai baccelli,

Che dan sete la notte insin nel letto[624].

Ma concediamo pure che il nostro fra Mariano mangiasse per quattro,

anzi per dieci; non è men vero che egli sapeva fare anche altro.

I _capricci_ di lui sembra sieno stati notissimi per tutta Italia,

tanto noti che un cenno bastava per ricordarli altrui, senza bisogno

di narrarli altrimenti. Bernardo da Bibbiena dice in un luogo del

_Cortegiano_: «io fui già converso in un fonte, non d’alcuno degli

antichi Dei, ma dal nostro fra Mariano, e da indi in qua mai non m’è

mancata l’acqua». E il Castiglione soggiunge: «Allor ognun cominciò a

ridere, perchè questa piacevolezza, di che messer Bernardo intendeva,

essendo intervenuta in Roma alla presenza di Galeotto cardinale di

san Pietro in Vincula, a tutti era notissima»[625]. Nello stesso libro

Cesare Gonzaga accenna alla dottrina di fra Mariano, secondo la quale

fare impazzire alcuno gli era guadagnar un’anima[626]. In una lettera

che Bernardino Boccarino, segretario del vescovo di Firenze, scriveva

all’Atanagi il 10 di marzo del 1536, passati più che cinque anni dalla

morte del frate, si tocca di non so che _frittata calda calda_ di fra

Mariano[627].

Ma di tali capricci chi ci dà più larga notizia è Pietro Aretino, il

quale parla del frate più che non faccia nessuno dei contemporanei.

Nella giornata I della parte II dei _Ragionamenti_[628] si ha solo

un accenno vago e fuggevole a un qualche motto, o altra piacevolezza

di fra Mariano; ma nella giornata III di quella parte medesima[629],

la comare, lodando l’orto della Nanna, dice che esso disgradava «il

giardino del Ghisi in Trastevere e quello di fra Mariano a Monte

Cavallo». Ora sembra che il giardino di fra Mariano non fosse manco

noto e manco famoso del palazzo e degli orti meravigliosi che aveva in

Trastevere Agostino Chigi, soprannominato il Magnifico. In una lettera

dei 15 di novembre del 1524, Giambattista Sanga, segretario allora di

monsignor Giberti, esortando Giambattista Montebuona in Roma a porre

in buono assetto i giardini del padrone, diceva: «Ricordatevi delle

spelonche d’edera di fra Mariano a Monte Cavallo»[630]. Che razza di

giardino fosse propriamente non so; ma lo stesso facetissimo frate

ne dà qualche contezza, dicendo nella seconda lettera al Marchese

di Mantova: «Non desidererei altra grazia in questo mondo se non

potervi convitare un dì all’orto qui di monte Cavalli nel laberinto,

dove vedresti boschetti ed ornamenti silvestri nel domestico cento,

100 varietà e 1000 capricci; una chiesina poi di avorio lavorata di

straforo, ed atorno profumata ed abellita con molte cose divote; una

sagrestia con paramenti profumati papali di broccato d’oro in oro, dove

in fra tanti paramenti è uno dorsale con una pianeta di velluto rosso,

le quali dicono furono già un palio»[631].

Di altri capricci parla più diffusamente l’Aretino nella parte I del

_Ragionamento delle Corti_. Interlocutori in questo ragionamento sono

il Dolce, il Piccardo e il Coccio. Il Piccardo, raccontata la storia

di certo monsignore avarissimo, che volendo frodare i suoi servidori,

fu in bel modo bastonato dal mastro di stalla, soggiunge: «Fra Mariano,

discreta ricordazione, fu per transire udendola».

DOLCE. Buffone e piombatore.

COCCIO. Non merita tale ingiuria di parole.

PICCARDO. No certo, perchè egli fu così dolce, così affabile, così

onorevole, così utile e così buono quanto persona che fusse mai

in Corte, e i virtuosi trassero gran piacere e gran bene dal suo

favore.

DOLCE. Perchè si dice i capricci di fra Mariano?

PICCARDO. Dirovvelo. Il suo animo, subietto de le piacevolezze, non

finiva mai di trovar facezie astratte da le altre, per ispasso de’

cortigiani, i fastidi de’ quali si consolano ne li intertenimenti

di cotali.

COCCIO. Contatene qualcuna.

PICCARDO. Egli, che fu barbiere di Lorenzo, padre di papa Leone, e

tra i divini suoi costumi allevato, avea _in minoribus_ due voglie

spasimatissime: una era di far frittata rognosa di sè stesso in

quelle ceste d’uova portate da Perugia e da Todi da’ pollajuoli di

Campo di Fiore, nè se la potè mai cavare per non avere il modo di

pagare il danno.

Qui il Piccardo entra a fare un grande elogio del cardinale di Ragona,

cioè d’Aragona, _prete ne l’abito, re ne l’animo, creatura superna,

splendore de la magnificenza_; poi seguita il racconto.

PICCARDO. Ora, per dirvi, Ragona, inteso che fra Mariano era per

farla segnata non adempiendo l’altra sua sbudellata volontà, gli

dice: «Andatevene in Navona, e non ve ne partite fin che non udite

altro». Egli va, e piantasi a sedere in cima della piazza che

sbocca in Parione, patria di Maestro Pasquino, che, se non mi fugge

dal capo, ne parlaremo; e stando attento ad ogni voce, passava

l’ora de lo starvi più, quando, dal di sotto e dal di sopra, un

tara tara e un tantara tantara scoppia fuori di due trombe, e

moltiplicando il clangore con lo abbreviare de lo strepito(?),

appariscono due uomini d’armi sopra due cavalli bardati, con

le lance in su la coscia, e con gli elmi chiusi in foggia di

battaglia; e correndo l’uno al contrario de l’altro, entrarono tra

i piattelli, tra le pentole, tra le vettine, tra le conche, tra i

boccali, tra le scudelle, tra gli scudellini, tra le pozzatoje, e

tra ogni altro instrumento di terra cotta, con tanto fracasso, con

tanto tuono, e con tanto spavento, che si credette che quel punto

fosse fratel bastardo del dì del giudizio; talchè gli ebrei, i

rigattieri, i cambiatori, col resto de la plebe, truccando per la

calcosa, con le loro bagaglie addosso, simigliavano i fuggenti lo

sbombardare del diluvio su l’Arca di Noè; ed il popolo, udendo le

strida de’ padroni de le vasa, cridando serra serra, si credette

che profondasse la Corte.

DOLCE. Questa è de le belle ciance che io udissi mai.

COCCIO. Così dico io.

PICCARDO. Fra Mariano non fece il fine di Margutte perchè fu

sfibbiato a ora. Sì che voi intendete di che sorta erano i suoi

capricci. Dieci volte, sendo la tavola papale coperta d’argenti

con le cose dentro, ha tomato sopra esse, giostrando con le facole

accese a le barbe de’ Mori de’ Nobili, de’ Brandini e del frate

che mangiava le berrette. Io sono stato per perdere tra le parole

il più bel fatto che ci sia. Due uomini del Cardinale, tosto che

la furia venne meno, soddisfecero i padroni de le robe volate al

cielo, atto conveniente a simile prelato, e non a gli spilorci

d’oggidì, salvo la pace di chi gli simiglia.

Qui sbuca fuori un nuovo buffone, di cui non trovo altra memoria: il

frate che mangiava le berrette. Non so chi possa essere, se pur non è

il fra Martino ricordato dal Tizio; ma certo era un degno emulo di fra

Mariano. Il quale, come si vede, non faceva propriamente alla mensa

del pontefice la parte che il Giovio assegna a lui e agli altri. Nè si

creda che l’Aretino esageri. Dei capricci, dirò così, conviviali di fra

Mariano s’è già veduto quanto scriveva il Grossino al Marchese e alla

Marchesa di Mantova: l’11 di gennajo del 1513 Stazio Gadio, descrivendo

al Marchese una cena fattasi la domenica innanzi in casa del Cardinale

di Mantova, cena a cui erano invitati, oltre il marchesino Federico,

anche i cardinali d’Aragona, Sauli, Cornaro, l’arcivescovo di Salerno,

l’arcivescovo di Spalatro, il vescovo di Tricarico, Bernardo da

Bibbiena, fra Mariano, la signora Albina, cortigiana romana, e più

altre persone, dice: «Nanti cena si fecero de le pacíe, che altramente

ove è frate Mariano non si po’ fare, dio ve lo dichi per me. Setati

a tavola, essendo in capo Albina e frate Mariano..... alla secunda

vivanda, li polastri volavano per la tavola caciati dal frate, poi da

li preti; con li sapori e minestre si dipingevano li volti e panni».

Stazio Gadio avrebbe avuto assai altre cose da dire; ma si contenta di

soggiungere (e ce ne rincresce) a mo’ di conclusione: «Doppo cena lasso

judicar a V. Ex. che si fece»[632]. E l’Eccellenza sua avrà certamente

giudicato con indulgenza, dolendosi forse di non essercisi trovato.

I capricci di fra Mariano, quelli almeno che conosciamo un po’ meglio,

non sempre sarebbero ora di gusto nostro, come indubitamente erano

di Leone e de’ suoi famigliari. Il papa e il frate se la dovevano

intendere tra di loro benissimo, giacchè professavano entrambi la

stessa filosofia della vita. Dice Andrea Calmo nel prologo della

_Rodiana_: «Certo la melodia del vivere è un bel che; ella è sì fatta,

che aggiunge quasi al piacere, che si gusta in _celi celorum_, e però

esclama fra Mariano dinanzi a Leone: Viviamo, babbo santo, che ogni

altra cosa è burla». Perciò non credo che il papa abbia voluto pagar

d’ingratitudine il frate, componendogli il seguente epitafio, che un

codice Marciano reca con la intitolazione: _Di Leone Xmo per frate

Mariano_. Anche i versi non pajono degni di sì fatto autore; ma se

pure il papa lo compose, ebbe a comporlo per celia. Eccolo ad ogni

modo[633].

Un frate sotto bianco e sopra nero,

In gola e in zazeria[634] molto eccellente,

Di fuori porco e dentro puzzolente

Mentre visse; ora ammorba un cimitero.

Non acqua benedetta, non saltero

Pigliarai, viator, ma solamente,

Se vuoi far cosa grata a la sua mente,

Buon vin ci spargi e ragiona del zero.

L’altro perso saria, ch’ei credde poco,

Ben che già simulò religione;

Ma lo fe’ per fuggir più tristo gioco.

Perchè tra frati più presto buffone

Fu che compagno, ed aderì al coco

Più che al sacrista, e scherzò col guttone.

E per conclusione

L’alma al fuoco, la fama addusse al basso:

Se non vuoi cader morto studia il passo.

L’epitafio, del resto, l’avrebbe potuto fare il frate al papa, perchè

non solo gli sopravvisse, ma, secondo una delle tante voci che corsero

allora, fu il solo che si trovò presente all’agonia di lui, e che,

vedendolo morire senza sacramenti, gli gridò: _Raccordatevi di Dio,

Santo Padre!_[635] come se il Padre Santo non se ne fosse mai ricordato

in vita sua. E non sembra mal fatto che il buffone, il quale tante

volte aveva esortato il papa a ben vivere, lo esortasse una volta

almeno a ben morire; e forse fu quella la prima e l’ultima volta che,

trovandosi insieme, il papa e il frate stettero serii.

Che fu del buon fra Mariano dopo la morte del magnanimo Leone? Che

cosa fece egli de’ suoi capricci e della ghiottoneria sua durante il

breve ma terribile pontificato di quell’Adriano VI, che spendeva per la

sua tavola un ducato il giorno e fece rincarare in Roma il merluzzo,

tanto l’aveva in pregio? di quell’Adriano per cui il Berni gridava,

esterrefatto come gli altri:

Io per me fui vicino a spiritare

Quando sentii gridar quella Tortosa?

Fec’egli come il ciarlatano, che, a fiera finita pone in un sacco le

sue carabattole, e aspetta nuovo tempo da ritrarle fuori? E fu nuovo

tempo per lui quel papato di Clemente VII,

composto di rispetti,

Di considerazioni e di discorsi;

Di _più_, di _poi_, di _ma_, di _sì_, di _forsi_,

Di _pur_, di assai parole senza effetti?[636].

Da certe parole che si leggeranno qui sotto parrebbe di no. Ciò che

v’ha di certo si è che egli campò altri dieci anni, che seguitò a

tenere tutto quel tempo l’officio suo di piombatore, e che quando fu

morto, tutti coloro ch’egli aveva fatto ridere con le sue piacevolezze

lo piansero amaramente. Addì 4 dicembre del 1531, Sebastiano Luciani,

diventato fra Sebastiano del Piombo, scrive all’Aretino, informandolo

d’essere succeduto nell’officio a fra Mariano[637]; ma già il 2 dello

stesso mese Girolamo Schio, vescovo di Vaison, e maestro di casa di

Clemente VII, aveva scritto a messer Pietro quanto segue: «Fu tanto

a tempo la novella vostra de la canella, che quella bonanima de fra

Mariano la intese, e ne fece tanta festa del mondo; e disse molte

accomodate ed onorevole parole di voi; ed ebbe per più la menzione

che feste de lui, che se una trinca de Re gli avesse scritto. Io son

rimasto essecutore del suo testamento, che fece molto prudentemente;

e son rimasto col secreto de li capricci suoi. Non sciò già se verrà

mai tempo che se possa slegare el sacco ed usarli. Lui morse da bono e

santo omo, con bona lingua e sentimento fino a l’ultimo fiato; e iij

ore avanti, ch’io lo lassai, mi chiese la benedizzione e licenzia,

dicendo che non si vedremo più se non di là. La sua morte ne seria

molto più doluta, se non ce interveniva el temperamento di aver posto

in suo loco el nostro Sebastiano da bene, che ha tante bone parte, che

satisfa alla tanta jattura che ci troviamo aver fatta di quello uomo; e

così andaremo vivendo sin che a Dio piacerà; ma più alegramente che si

potrà»[638].

Chi non direbbe questa lettera scritta in ricordo e deplorazione della

morte di un dottore della Chiesa, pronto ad essere canonizzato? Non

sappiamo in che consistesse propriamente quel secreto di capricci

a cui con tanta discrezione allude il buon vescovo; ma forse non

immaginerebbe il falso chi pensasse a rime giocose, a novelle

piacevoli, in una parola a capricci scritti, che il frate dabbene

avrebbe fatto alternare con quegli altri suoi capricci operati, di cui

abbiam veduto alcun saggio. Quelle due lettere sue che abbiam ricordate

mostrano come fossero in lui ingegno ed umore atti anche a ciò. E se

così fu veramente, noi dobbiamo dolerci che la storia del papato e la

storia della letteratura italiana sieno state defraudate ad un tempo di

così notabili documenti.

Monsignor vescovo di Vaison afferma che fra Mariano _morse da bono e

santo omo_, e noi gli crediamo volentieri; ma visse fra Mariano così

come _morse_? Ebbe egli altre virtù, oltre a quella di far ridere

Leone X e tanti cardinali e tanti principi e cortigiani? Pare di sì.

Ebbe egli tra’ suoi caprici qualch’altro vizio, oltre a quello della

voracità formidabile? È questo un gran dubbio. Di sè il frate non dice

se non bene, ed è giusto. In quella seconda lettera al Marchese di

Mantova così si dipinge: «Io mi trovo umano, mansueto, affabile, basso

ad uso di tartufo, overo pisciacane che nasce terra terra, in modo che

ognuno mi può calpestare e por piè». E séguita dicendo che degli 800

ducati d’oro che gli rendeva l’officio faceva tre parti: «una a Cristo,

da cui viene ogni bene; l’altra alli parenti, che ho tanta canaglia

che non empirebbe loro la gola tutta l’acqua d’intorno a Mantova; la

terza parte per me e mia famiglia, magnare e bere, e bestie e basti, in

modo che ogni anno fo debito trecento ducati». Come desse quei denari

a Cristo non so; e chi può dire in che termini stesse con Cristo il

buon frate? e chi può dire in che termini ci stesse papa Leone? Son

misteri troppo profondi. Ma ciò che è detto dei parenti sarà verissimo,

perchè chiunque avesse officio e grado e rendite in Roma a quel tempo

vedeva pullulare i parenti fuor di terra a mo’ di funghi, a cominciar

dal papa; e verissimo ancora ciò che è detto della famiglia, la quale

non era forse composta di soli servitori. Fra Sebastiano diventò padre

per da vero tra l’un piombo e l’altro. Ad ogni modo il nostro frate

doveva essere un buon pastricciano, se persin l’Aretino giunse, come

s’è veduto, a dir di lui che «egli fu così dolce, così affabile, così

onorevole, così utile e così buono quanto persona che fusse mai in

Corte».

Ma c’è quel maledetto sonetto, dove non solo si dice che fra Mariano

credette poco e simulò religione, ma si tocca in modo anche troppo

chiaro di un zero che non è quello dell’aritmetica. Sarà vero? sarà

falso? Ecco dove ci vorrebbero i documenti, e dove i documenti mancano.

Lodovico Dolce dice in una sua satira a Ercole Bentivoglio:

Dal pergamo gridar grave e sdegnoso

S’ode fra Mariano e i vizii danna;

Ma in cella quando è moglie e quando è sposo;

e dice forse il vero: ma è del nostro fra Mariano o di un altro ch’egli

parla? Impossibile dirlo, impossibile di affermare o di negar nulla: il

dubbio

Animum nunc huc, nunc dividit illuc.

In partesque rapit varias, perque omnia vertit.

Non so se fra Martin Lutero avesse, quando fu in Roma, occasione di

conoscere fra Mariano Fetti, o di udir parlare dei suoi capricci; ma

parmi che l’un frate spieghi, sino ad un certo segno, l’altro. Sono

tutt’e due come il diritto e il rovescio della stessa medaglia. E

questa medaglia fu Leone X a coniarla.

Attraverso il Cinquecento · 第 40 / 46 题