V.

Giunti a questo punto, prima di dare un ultimo, ma forse non dispettoso

addio alla cortigiana morta, torniamo col pensiero un istante alla

cortigiana viva.

Povera Veronica! Non so se una pietà che potrà sembrare male spesa a

parecchi mi faccia velo al giudizio, ma pare a me che costei fosse

assai migliore del mestier suo. Non cerchiamo in lei virtù che

non possono essere in cortigiana: cortigiana ella è; ma chi potrà

mostrarmene un’altra che sia più dabbene di lei? A molte cose che di sè

ella o dice, o lascia intendere nei capitoli e nelle lettere, possiamo

non credere; ma non possiamo non credere a tutte, perchè certe bugie,

subito conosciute da chi la frequentava, le avrebbero nociuto e non

giovato, e perciò ella non ci aveva interesse a dirle. Che l’animo suo

fosse naturalmente buono non credo si possa negare, e tutti sanno del

resto come una bontà schietta e nativa s’accordi in certe nature col

disordine e col mal costume. E nemmeno si può negare, credo, ch’ella

sentisse delicatamente, e fosse per natura inclina a gentilezza, come

le molte volte non sentono e non sono, salvo che in apparenza, donne

virtuosamente educate e, magari, virtuosamente vissute. Queste cose

non si possono provare con documenti autentici e con affermazioni

di testimoni; un pochino bisogna indovinarle. Nel memoriale testè

ricordato la Veronica, dolendosi di sua povertà, dice di dover pensare

al sostentamento e al collocamento di parecchi nipoti: ora, se amava

i figliuoli di suo fratello a segno di farsi loro madre, come potremmo

credere che non amasse i figliuoli suoi proprii? come negheremmo fede

alle sue parole, quando, scusandosi con un amico d’avere molto tardato

a scrivergli, narra commossa che due suoi figliuolini le si erano

ammalati di vajuolo ad un tempo, ond’ella fu _occupata e addolorata

fuor di misura_?[579]. Abbiam veduto che a una madre avida e malvagia

ella offriva di far accogliere la figliuola in un asilo, a proprie

spese. Il testamento del 1570 ci dice ch’ella aveva adottato _per fiol

di anema_ il figliuolo di una sua cameriera, chiamato Andrea. Queste

mi pajono prove notabili e non dubbie di bontà e di gentilezza; ma se

ne possono recare dell’altre. La Veronica fu certo capace di amicizia

sincera e operosa: ho già detto che agli amici si profferiva con molta

buona grazia per qualunque servizio ella fosse in grado di rendere

loro. Nel già citato capitolo XV, espressa la speranza che l’amante suo

assente abbia presto a tornare, accenna alla malattia del colonnello

Francesco Martinengo, uno, come s’è veduto, degli amici suoi, e dice:

Mi resta un poco di malenconia,

Ch’egro è ’l mio colonnello, ed io non posso

Mancargli per amor e cortesia;

Sì che gran parte d’altro affar rimosso,

Attendo a governarlo in stato tale,

Ch’ei fora senza me di vita scosso.

In un altro capitolo, il XXIV, ella riprende assai vivamente un tale

di cui le era stato detto come avesse offesa in mal modo una donna

innocente, anzi di lui innamorata, e percossala ancora, e minacciatala

di tagliarle il viso:

Ma voi la minacciaste forte allora,

E giuraste voler tagliarle il viso,

Osservando del farlo il tempo e l’ora.

Strano mi parve udir d’un uom diviso

Dai fecciosi costumi del vil volgo

Un cotal nuovo inaspettato avviso.

Come potè un uomo,

De la virtute amico e de l’onesto,

giungere a tanto eccesso? ella gli ricorda che l’ingiuriar donne è cosa

assai disdicevole, e da cui

La civiltà de l’uom gentile abborre.

Non sono questi tutti segni di bontà e di gentilezza? e ne mostrerò

un altro ancora, che sarà l’ultimo. Il servo di certo amico aveva

disobbedito alla Veronica, di che il padrone voleva castigarlo

aspramente. E la Veronica a scrivere a costui, e a cercare di

dissuaderlo da quel proposito, pregando, e, se occorre, comandando che

perdoni, come ella ha perdonato, e ricordandogli che «la paura e ’l

disprezzo nuocciono grandemente alla cura famigliare, la qual cerca

per suo fondamento il rispetto non diviso dall’amore», e che i castighi

troppo severi riescono al contrario di ciò che si spera[580].

Mi si dirà che, assai probabilmente, la Veronica faceva così, si

atteggiava a donna di gentili e magnanimi sensi, ad arte, e per ragione

di un ben inteso interesse. Non voglio dar troppa importanza a ciò che

la Veronica dice di sè, quando afferma di non essere donna ingorda e

venale[581]; ma rispondo che, più probabilmente ancora, la Veronica

sapeva conciliare, nelle parole e negli atti, l’interesse, ch’era una

triste necessità della sua condizione, con la bontà, ch’era una gentile

virtù del suo animo. E un’altra cosa mi sembra di poter dire. Per quel

tanto che noi sappiamo della sua vita; per quel tanto che dell’indole

sua ci rivelan gli scritti, ella doveva essere donna di un pensar

risoluto, di un sentir vivo, di un procedere franco, e di parole e di

modi, per quanto la professione gliel consentiva, semplici e schietti;

una natura gioconda, impulsiva, spontaneamente affettuosa. Per tutti

questi rispetti io non mi perito di porla molto sopra a quella leziosa,

a quella svenevole di Tullia d’Aragona, che, essendo cortigiana, si

dava aria di duchessa, di musa, di ninfa, tutta contegno, e tutta

schifiltà[582].

Se certe buone qualità morali sono nella Veronica più che probabili,

certissime sono certe qualità intellettuali, buone e non volgari. Tutti

gli scritti suoi ci mostrano in lei uno spirito vivo ed accorto, un

giudizio assennato, una fantasia colorita, un gusto spesso delicato.

Le opere sue, quelle cioè che giunsero sino a noi e furono date

alle stampe, ci son già passate dinanzi; ma non tutte quelle ch’ella

compose ci giunsero. Del poema epico accennato da Muzio Manfredi non

si conosce nemmeno il soggetto, nemmeno il titolo. Le poesie di lei,

secondo si ricava da certi cenni delle lettere, dovettero essere assai

più di quelle che noi conosciamo, e saranno state anche molto più

varie, per soggetti, per metri; e il simile dicasi delle lettere, che

ella scriveva con molta frequenza, a molti. Mancandoci tanta parte

dell’opera di lei, non possiamo formarci della letterata un concetto

esatto ed intero; ma di alcune qualità sue, e di alcuni difetti

possiamo darci conto tanto che basti.

La Veronica (e in ciò ha compagni in gran numero) riesce assai meglio

nel verso che nella prosa. Alcuni de’ suoi capitoli, sebbene non

possano gareggiare coi migliori di quel secolo, che tanti ne produsse,

sono scritti con molta schiettezza di pensiero e di forma, con calore,

con brio, in buona lingua, e con un far risoluto, in che sta forse

la maggior loro attrattiva. Si vede in essi che la Veronica rimava

con facilità e con piacere. Nei men buoni invece abbondano i luoghi

comuni, gli ornamenti e i colori poetici di cattiva lega. La prosa

delle lettere, la sola che conosciamo (per tacere del constituto e del

memoriale che non sono scritture letterarie, e non furono forse nemmeno

dettate da lei) è in generale artifiziata, ampollosa, affettata. La

Veronica sapeva bene che nelle lettere famigliari si deve attendere

più al vero affetto che alle molte parole[583]; ma in pratica non

seguitava poi sempre quel giusto precetto; e se, anzichè a persone

famigliari, doveva scrivere a persone troppo maggiori di lei, se ne

scordava affatto, montava in trampoli, lambiccava i concetti, gonfiava

le parole, e non trovava più il verso di finire i periodi. La lettera

al Duca di Mantova, più che mezzanamente lunga, è tutta in un solo

periodo, e ci si sente un miglio di lontano il Seicento, il Seicento

che vien oltre a gran giornate, anzi si può dire sia già venuto, in

ispirito. Essa comincia così: «Se ben lontanissima corrispondenza,

e quasi disproporzionata proporzione si trova tra le chiarissime

virtù dell’Altezza Vostra e ’l mio desiderio d’onorarla e degnamente

servirla, sì che tutto quello ch’io potessi fare in questa impresa,

sarebbe men che ombra a paragon del vero; nondimeno, in quello dove

mi son mancate le forze, e i convenevoli concetti di celebrarla, ed

esaltarla, m’è sopravanzato l’animo d’esprimerle questo mio virtuoso se

ben impossibile desiderio», _ecc. ecc. ecc._ Le lettere a Enrico III

e al cardinale d’Este sono sul medesimo tono; ma parecchie di quelle

scritte a uomini e non a semidei sono dettate con molta più naturalezza

e semplicità, e riescono di gran lunga migliori. E migliori anche

di queste possiamo credere fossero le molte di carattere veramente

famigliare e intimo ch’ella scriveva giorno per giorno, come la penna

gettava, e senza alcun pensiero di farle stampare. Queste, assai più

dell’altre, ci avrebbero fatto pro, e sono da noi desiderate.

Le _Terze rime_ e le _Lettere_ della cortigiana veneziana non si

ristamparono più mai, tanto che diventarono libri di meravigliosa

rarità, desiderio ardente e inappagato di bibliofili senza numero,

orgoglio di alcuni pochissimi più venturati. Ebbero onor di ristampe

invece il _Dialogo della infinità d’amore_ e il _Guerin Meschino_

in ottava rima della Signora Tullia; ma chi in questo fatto volesse

scorgere una prova di maggior merito, s’ingannerebbe a partito.

La sentenza dell’arguto poeta latino circa la fortuna dei libri si

conviene ai libri delle cortigiane, come a tutti gli altri.

Quando la Veronica venne a morte molt’altre cose morivano di cui ella

era stata spettatrice e parte non ultima. Moriva quel secolo turbolento

e fecondo, luminoso e corrotto, innovatore e carnascialesco; morivano

gli spiriti di quella prestigiosa coltura; moriva la prosperità di

Venezia; moriva, o s’assopiva in lungo torpore il genio d’Italia. Se

non fosse Ninon de Lenclos, Veronica Franco sarebbe l’ultima delle

cortigiane illustri, delle redivive etère, e in Italia è l’ultima

veramente. Dopo di lei le cortigiane ridiventano semplici meretrici,

spesso belle, spiritose, eleganti, garbate, ma senza gloria e senza

nome. I poeti si scostano da loro e si volgono a celebrare, tra

i laureti d’Arcadia, le Corille e le Clori, non sempre più delle

cortigiane virtuose, ma più leziose e più sciocche d’assai.

Attraverso il Cinquecento · 第 32 / 46 题