Ella è donna

E di costumi adorna, e di virtude,

Con senil senno in giovenil etade[495].

Dopo quanto abbiam veduto nelle pagine precedenti, quella lode data ai

costumi e quel riconoscimento di virtù non ci debbono far meraviglia.

Un altro adoratore molto acceso, o forse, come ho accennato già, quello

stesso di ora, assevera che, in iscienza e in virtù, Minerva sta molto

sotto alle Veronica, la quale, _con leggiadri e candidi costumi_,

dilettò il mondo in guisa che tutti ardono e si consumano per lei.

Gran pregio, in sè tener unitamente

Rara del corpo e singolar beltate,

Con la virtù perfetta de la mente!

Di così doppio ardor l’alme infiammate,

Senton lor foco di tal gioja pieno,

Che, quanto egli è maggior più son beate[496].

Notevoli versi, che chiariscono più di quanto potrebbesi fare con lungo

discorso, l’indole della coltura in quel secolo, e spiegano il fascino

che le cortigiane simili alla Veronica esercitavano sugli uomini che di

quella coltura eran partecipi.

La Veronica doveva conoscere più lingue, e della italiana doveva

conoscere parecchi di quelli che allora, con impropria denominazione,

addimandavansi stili. In una lettera si dice pronta a rispondere altrui

in qual lingua si voglia[497], e rimbeccando quel tale che in una

canzone l’aveva biasimata, grida bravamente:

La spada, che ’n man vostra rade e fora

De la lingua volgar veneziana,

S’a voi piace d’usar, piace a me ancora:

E, se volete entrar ne la toscana,

Scegliete voi la seria, o la burlesca,

Chè l’una e l’altra è a me facile e piana,

Io ho veduto in lingua selvaghesca

Certa fattura vostra molto bella,

Simile a la maniera pedantesca.

Se voi volete usar o questa o quella,

Ed aventar come ne l’altre fate

Di queste in biasmo nostro le quadrella;

Qual di lor più vi piace, e voi pigliate,

Chè di tutte ad un modo io mi contento,

Avendole perciò tutte imparate.

Per contrastar con voi con ardimento

In tutte queste ho molta industria speso;

Se bene, o male, io stessa mi contento.

. . . . . . . . . . . . . . . .

O la favella giornalmente usata,

O qual vi piace idioma prendete

Chè ’n tutti quanti sono esercitata[498].

Sapeva la Veronica di latino? Direi di no, perchè ella non se ne

vanta, e perchè appena si trova nelle sue lettere un pajo di frasi

latine[499]; ma giova notare che in quel secolo, in cui la lingua di

Roma era il fondamento degli studii, e moltissimi riuscivano a parlarla

e scriverla correttamente, un pochino se ne appiccicava anche a chi

non l’aveva studiata. Tale sarà stato il caso della nostra Veronica,

la quale non ignorava punto del resto, e le lettere sue ne fan fede,

le storie e le favole dell’antichità, i nomi e i libri degli antichi

scrittori, come non ignorava la corrente filosofia de’ suoi tempi. E

allo studio sembra portasse passione sincera. Scrivendo a un signor

N., che ella dice di amare con affezione infinita, si dice lieta che

l’amore, sebbene le procacci molti e aspri tormenti, le dia modo di

esercitarsi negli _studii umani_ con spesso scrivere a lui, _che n’è

tanto assiduo, ed intendente_[500]. Amando, ella coltiva la poesia e

gli altri studii leggiadri:

Lassa! la notte e ’l dì far prose e versi

Non cesso in varia forma e in vario stile,

Sempre a un oggetto co i pensier conversi[501].

Una delle sue lettere, la XVII, è il più curioso documento che

immaginar si possa del gran concetto in che ella ha lo studio e

la coltura, e, insieme, dello spirito di quella età singolare. Un

giovane, innamoratosi perdutamente di lei, la preme con istanze

importune, e nulla ottenendo, dà in ismanie, e vuol partirsi di

Venezia. La Veronica molto saviamente lo avverte che s’egli l’ama

davvero, poco gli gioverà il partirsi, anzi aumenterà le sue pene,

e che, da altra banda, con quell’_andar vagando e strepitando giorno

e notte nell’importuno assedio della sua servitù_, farà poco frutto,

attesochè ella ne lo terrà _giovane ozioso e vano, inclinato alla ruina

dell’appetito più che alla edificazione della ragione_. Se vuole avere

qualche ragionevole speranza dell’amor di lei, tenga altro modo, viva

_vita riposata nella tranquillità dello studio_, e le faccia vedere

spesso il profitto ottenuto _nell’essercizio dell’oneste dottrine_,

chè nessun’altra cosa le può esser più grata di questa. «Voi sapete

benissimo, che tra tutti coloro, che pretendono di poter insinuarsi

nel mio amore, a me sono estremamente cari quei, che s’affatican

nell’essercizio delle discipline, e dell’arti ingenue delle quali (se

ben donna di poco sapere, rispetto massimamente alla mia inclinazione,

ed al mio desiderio) io sono tanto vaga, e con tanto mio diletto

converso con coloro che sanno, per aver occasione ancora d’imparare,

che, se la mia fortuna il comportasse, io farei tutta la mia vita,

e spenderei tutto ’l mio tempo dolcemente nell’Academie degli uomini

virtuosi». Strane meretrici davvero, e non meno strani spasimanti, che

dovevano fare un apposito corso di studii e dar con profitto gli esami

prima di poter entrar loro in grazia! Le Diotime e le Aspasie del tempo

antico non credo chiedessero tanto.

La Veronica aveva, non solo coltura letteraria, ma anche artistica.

In un tempo in cui erano così largamente diffusi il senso e il gusto

dell’arte, e quando il perfetto cortigiano doveva _saper disegnare,

ed aver cognizion dell’arte propria del dipingere_[502] e dell’altre

arti ancora, la perfetta cortigiana doveva ella pure intendersene

alquanto e saperne ragionare a proposito. In Venezia, dove erano

tante mirabili opere di architettura, di pittura e di scoltura, e

tanti sommi artefici, non mancava certo occasione di affinar l’occhio

e il giudizio. Nella lettera XXI, la Veronica, che contava tra’

suoi amici il Tintoretto[503], nega risolutamente che gli antichi

pittori e scultori sieno stati da più dei moderni. «Io ho sentito

dire a galantuomini non poco versati nell’antichità, e di quest’arte

intendentissimi, che sono stati ne’ nostri tempi, e sono oggidì

pittori e scultori, i quali non solo pareggiare, ma anco preporre si

deono agli antichi». Ch’ella poi s’intendesse di musica non occorre

quasi avvertire; cantava con molta soavità, e sonava più strumenti.

Un ammiratore sconosciuto, di cui non sappiamo altro se non che si

chiamava Lorenzo, diceva in un capitolo in dialetto veneziano, inedito

e sconosciuto, dopo aver lodato le meravigliose bellezze di lei:

Co dè per solfezar la vose al son,

Co nasce dall’ut re mi fa sol là,

Vu fe mazor miracoli d’Anfion[504].

La Veronica sapeva d’avere ingegno. Ad uomo di grande pregio amato da

lei, ma di cui ci è ignoto il nome, scriveva:

Non è d’ingegno indizio oscuro e incerto,

C’ha gusto de le cose più eccellenti.

Conoscer, e stimar il vostro merto[505].

Le lodi assai le piacevano, e gliene venivano d’ogni banda, e non

pare le stimasse disdicevoli alla sua condizione, sebbene dicesse

talvolta di crederle troppo maggiori del suo merito. A un amico, che

le aveva mandato quattro sonetti laudatorii, scriveva ricordando _la

sodisfazione, che prende ogni cuor veramente nobile del far cortesia,

massimamente alle donne_[506]. Godeva d’udirsi chiamare _d’Adria ninfa

gentile_, e di veder celebrati, insieme con la bellezza sua, i suoi

versi, il suo ingegno, le sue alte maniere; e se a un poeta vinto dal

furore ascreo veniva in fantasia di chiamarla

Vera, unica al mondo eccelsa Dea,

ella lo lasciava sfogare a suo senno. Era anzi riconoscentissima a

chi la lodava e assai di buon grado lodava a sua volta i lodatori. A

uno di questi promette di voler ornare e innalzare (son sue parole) la

propria lingua col celebramento delle virtù di lui, e fregiarsi l’animo

col ricchissimo concetto de’ suoi gran meriti[507]. Abbiam veduto che

le lodi erano tutt’altro che parsimoniose e tutt’altro che timide; ma

non sappiamo ancora sin dove potessero giungere e che forme sfoggiate

potessero prendere. Per saperlo ci giova udir quelle che fa rimbombar

all’aria l’autore dei due capitoli IX e XI; saranno esse come la chiusa

o il finale strepitoso di un pezzo concertato, o, se meglio piace, come

la sparata che termina un fuoco artifiziale. Angelico è il sembiante

della Veronica; leggiadre e sante sono le _luci_ che splendono in quel

volto di _unica bellezza_, anzi nel _sole_ di quel volto, cui allieta

il _tranquillo seren del vago riso._

Ma l’intelletto, che sì chiaro dielle

Il celeste motor a sua sembianza,

Unito in lei con l’altre cose belle,

Quegli altri pregi in modo sopravanza,

Che l’uman veder nostro non perviene

A mirar tal virtute in tal distanza.

A pena l’occhio corporal sostiene

Lo splendor de la fronte, in cui mirando

Abbagliato e confuso ne diviene.

_Bellezze eterne, splendor celeste,_

Che d’ir al Cielo insegnano il viaggio!

_Terrena Dea, alto e novo miracolo, luce impressa del raggio della

divinità, paradiso!_

L’aura soave, e ’l prezioso odore,

Che da le rose de la bocca spira

Questa figlia di Pallade e d’Amore,

Nutrimento vital per tutto inspira,

Sì ch’a quel refrigerio in un momento

Tutto risorge, e rinasce, e respira.

Queste lodi parvero eccessive alla stessa Veronica, la quale non

si dimenticava poi mica d’esser una cortigiana, come pare se ne

dimenticasse talvolta quella smancerosa di Tullia d’Aragona. Non solo

non se ne dimenticava, ma anzi, a tempo opportuno, se ne teneva. In un

capitolo di risposta all’acceso e querimonioso amatore che compose il

capitolo I, ella vanta, con molta schiettezza e con pari precision di

linguaggio, attitudini e perizie che non son quelle propriamente del

compor versi e del sonare il liuto, e afferma d’aver appreso da Apollo

altre arti che quelle non sieno da lui solitamente insegnate:

Febo, che serve a l’amorosa Dea,

E in dolce guiderdon da lei ottiene

Quel che via più che l’esser Dio il bea,

A rivelar nel mio pensier ne viene

Quei modi che con lui Venere adopra

Mentre in soavi abbracciamenti il tiene.

Ond’io instrutta a questi so dar opra

Sì ben nel letto, che d’Apollo all’arte

Questa ne va d’assai spazio di sopra;

E ’l mio cantar, e ’l mio scrivere in carte

S’oblia da chi mi prova in quella guisa,

Ch’a’ suoi seguaci Venere comparte.

E poc’anzi aveva detto:

Così dolce e gustevole divento,

Quando mi trovo con persona in letto

Da cui amata e gradita mi sento,

Che quel mio piacer vince ogni diletto,

Sì che quel che strettissimo parea

Nodo dell’altrui amor divien più stretto.

Se noi consideriamo tutte queste cose; se riflettiamo le lodi

iperboliche; se ricordiamo la visita di un giovane re; se poniam mente

alle nobili amicizie di cui la Veronica andava lieta e orgogliosa, e

delle quali ho ancora a parlare, ci parrà troppo tenue senza dubbio

il prezzo di due scudi che il già più volte citato _Catalogo_ assegna

ai favori di lei, mentre per altre altri prezzi registra, ben più

cospicui. Che la Veronica Franco del Catalogo sia, non la nostra, ma

un’altra, mi sembra poco probabile; molto più probabile invece, o che

sia corso errore nella indicazione del prezzo, o che l’anonimo autore

abbia voluto, di deliberato proposito, fare ingiuria a colei con cui

aveva forse alcuna ruggine, o che gli premeva di avvilire in cospetto

di una rivale. Ricordiamo che il _Catalogo_ è dedicato _alla molto

magnifica et cortese signora Livia Azalina Principessa di tutte le

Cortegiane Venetiane_, la quale è registrata a suo luogo col prezzo di

scudi venticinque[508]. Nè dell’errore, o della menzogna del _Catalogo_

ci mancano prove, e chi ce le dà è quel signor Lorenzo, di cui ho

ricordato testè un capitolo in dialetto veneziano, capitolo curioso,

che mi duole di non poter trascrivere intero, tanto è sconcio. Ne darò

un’idea. Il signor Lorenzo spasima da un mese per la signora Veronica,

la quale è tanto

bella e pulia

Cara, dolce, zentile e custumà.

Spasima per lei, perchè tutta la sua dolcezza e il suo piacere è sol

colà

Dov’è virtù, dov’è lascivitae,

dove l’amore è condito dalla gentilezza, dalla grazia, e da _quel certo

che se chiama umor_. Ma egli non osa farsi innanzi, perchè sa che la

Veronica è un _carigolo boccon_; sa che non concede un bacio per meno

di cinque o sei scudi, e almeno cinquanta ne vuole per quella che il

Montaigne avrebbe chiamato la _négociation entière_. Ora, egli ha letto

nell’Aretino

Che ’l servir e ’l pagar è un latin falso.

Che no l’accorderave el Calepin.

Egli l’ama e l’adora; ma appunto perchè l’ama e l’adora non vuol pagare.

So che no ghe xe lege, no gh’è ghiosa

Che vogia che l’amante dieba dar

Altro ch’el proprio cuor alla morosa.

Sia dunque liberale; usi a lui quella cortesia che usata nulla toglie a

lei di pregio, e si ricatti coi vagheggini di professione, coi vecchi

sfreddati, coi frati, che araffano alle badie le migliaja di ducati,

co’ monsignori, che vanno dietro a ogni cosa disonesta.

Attraverso il Cinquecento · 第 28 / 46 题