II.

Le ragioni dell’odio contro ai pedanti erano, come s’è potuto vedere,

parecchie, e non piccole; ma tra esse una era maggiore delle altre, e

nasceva da ciò che più propriamente qualificava il pedante, da quella

angustia d’animo, da quella dottrina arida, da quella seccaggine

prosuntuosa, dal tutto insieme delle qualità fastidiose e ridicole

che appunto costituiscono ciò che si dice spirito pedantesco. Ora, se

si considerano le cose un po’ più da vicino, l’odio può parere, per

questo capo, un po’ ingiusto, perchè lo spirito pedantesco non è nel

Cinquecento così proprio dei pedanti, che anche fuori di loro non se

ne trovi in abbondanza, e perchè quello che in essi è deriva in gran

parte e dipende da quello che alita loro intorno. Vero è che essi lo

accumulano e lo condensano, come certi apparecchi dei fisici fanno

della elettricità.

L’umanesimo nasce con in corpo il germe della pedanteria. La erudizione

ha come una tendenza naturale a diventar pedantesca, e questa tendenza

tanto più si rafforza, quanto più l’oggetto intorno a cui si vanno

esercitando gli studi, sembra nobile, alto, degno di particolare

ammirazione; quanto più esso respinge, come minori e men degni,

altri oggetti di studio, e lega gli spiriti, assoggettandoli ad una

servitù da cui non è più loro possibile emanciparsi. Ora, l’umanesimo

era per una buona metà, se non per tre quarti, erudizione, e, per

giunta, erudizione che aveva dietro di sè, e un pochino anche dentro

di sè, le tradizioni dello scolasticismo medievale. L’ammirazione

appassionata dei classici, lo studio esclusivo ed assiduo dell’opera

loro, dovevano conferire, o rafforzare abiti intellettuali non troppo

disformi da quelli della pedanteria, produrre una nuova superstizione

letteraria, come tutte le superstizioni, intollerante e sofistica. Un

alto disprezzo si spandeva sopra quanto non era antico e classico.

Mentre il verbo greco e latino diventava una cosa sacra, oggetto di

culto geloso, si rifiutava la propria lingua nativa e si schifavano

gli autori che l’avevano recata negli scritti. L’autorità sempre più

s’imponeva nel nome di quei grandi di cui si adoravan le carte; la

imitazione si affermava norma suprema dello scrivere, ed ogni più

lieve trascorso contro a quel nuovo diritto, o diciam meglio, a quella

nuova religione, era giudicato mancamento mostruoso ed inescusabile. Lo

spirito pedantesco informa ed agita tutto un popolo di studiosi, di cui

non è facile dire quanto abbiano giovato, quanto nociuto alla coltura e

alle lettere: grammatici puntigliosi, espositori fanatici, commentatori

arrabbiati, leggitori insaziabili, disputatori implacabili, eruditi

aridi e ponderosi. Dov’è maggior pedanteria che nelle controversie

di quegli umanisti, i quali sopra un vocabolo disputavano gli anni,

vituperandosi a vicenda? E chi più pedante di quei Ciceroniani, con

tanta garbo derisi da Erasmo, i quali non leggevano altro che gli

scritti di Cicerone, passavano la vita a fare indici e repertorii di

tutti i vocaboli, di tutte le frasi, di tutte le eleganze di Cicerone,

avevano in casa loro, per ogni stanza, una immagine di Cicerone,

sognavano la notte di Cicerone, e si credevano in buona fede diventare

altrettanti Ciceroni? Gli umanisti, che spesso furono insegnanti,

dovettero, seguitando le proprie tendenze, contribuire non poco a dare

all’insegnamento un certo indirizzo pedantesco; Vittorino da Feltre,

con la larghezza del metodo e degli intendimenti suoi, è fra essi una

eccezione, se non unica, certo assai rara.

I pedanti sono figli, non in tutto legittimi, se si vuole, ma pur

figli, dell’umanesimo, e l’umanesimo nel Cinquecento, se muta tempre in

parte, se si fa meno bisbetico e più liberale, conserva, ciò nondimeno,

nel fondo, le qualità e gli intendimenti che lo avevano contraddistinto

nel secolo precedente. Gli è nel Cinquecento che il ciceronianismo

si fa più invadente e più intollerante; gli è nel Cinquecento che

noi troviamo oltre a una dozzina di latinisti inferociti, intesi a

screditare in tutti i modi il volgare, e a dire che per gli italiani

era una vergogna scrivere italiano anzichè latino[296]. Come si vede,

i pedanti non erano poi in quel mondo come pesci fuor di acqua, o come

piante venuteci su a dispetto dell’aria e del suolo, e a prima giunta

non s’intende bene perchè il Cinquecento si sia, per mille bocche

e mille penne, tanto burlato dei fatti loro, se i fatti loro erano

un pochino i fatti suoi, e se i burlati potevano rispondere con un

_Medice, cura te ipsum_, o a dirittura con un _De te fabula narratur_.

Ma il Cinquecento ha in sè molte svariate cose e molti, diversi, e

spesso opposti indirizzi; e quando si consideri un po’ più da presso

ciò che gli si agita dentro, e i moti contrarii che lo traggono in qua

e in là, s’intende come esso abbia potuto promuovere e respingere, in

un tempo medesimo, le medesime cose, favorirle e avversarle, volerle e

deriderle. Gli è, del resto, ciò che più e meno avviene in ogni tempo

entro alle civiltà più complesse e più mobili.

A dispetto di non poche titubanze e di non poche contraddizioni, il

Cinquecento è secolo novatore, secolo di ribellioni e di riforme,

pieno di vivi fermenti e d’audace irrequiete. Lo affatica uno spirito

indocile, che sentendosi a disagio entro l’angustia della tradizione,

si sforza di slargare tutto intorno i termini del pensiero e della

vita. Si comincia allora a sfatare la consuetudine, a scuotere

l’autorità. Aristotele, che per tanti secoli aveva rette e disciplinate

le menti, si vede sorgere a fronte risoluti avversarii; il dogma, di

qualunque specie esso sia, è fatto oggetto di libero esame. Nascono le

scienze d’osservazione e di sperimento, chiamate, sin da principio,

a mutar faccia al mondo; nasce la critica; nasce nuova filosofia.

In materie di lettere, se c’è chi fa l’imitazione articolo di fede e

condizion di salute, c’è pure chi la nega e la schernisce, e chiede

e insegna la libertà dell’ingegno e dell’arte; se dieci vogliono

si scriva latino, cento vogliono si scriva, e scrivono, italiano, e

l’italiano pongono sopra il latino; e se nel parlare e nello scrivere

italiano, sono, come dice Baldassar Castiglione, _certi scrupolosi,

i quali, con una religion e misterii ineffabili di questa lor

lingua_[297], spaventano altrui, riuscendo essi stucchevoli, sono pure

moltissimi spregiudicati, i quali parlano e scrivono di vena, con

nativa proprietà, con ispontanea eleganza, e si ridono dei papassi

del si può e del non si può, e dei loro falsi evangeli. In materia

di coltura e di educazione, i migliori, possiam dire i più, sentono

assai largamente. Non si dimentichi che il Cinquecento vagheggia

un tipo ideale di uomo compiuto, capevole di tutti gli amori e di

tutti gli interessi cui può dar esca l’incivilito costume, la vita

varia ed intensa; e nel quale le potenze tutte armonizzate fra loro

si sostentino a vicenda e si promuovano. Un uomo sì fatto non nasce

nelle scuole dei pedanti, e la pedagogia che se lo proponga a modello

non può esser quella di aridi grammatici, di vani, tronfii, miseri

annaspatori di parole. E in fatto non è. Leon Battista Alberti, Maffeo

Vegio, Enea Silvio Piccolomini, Pandolfo Collenuccio nel secolo XV;

nel XVI Antonio Ferrari, Sperone Speroni, il Sadoleto, Bernardo e

Torquato Tasso, Orazio Lombardelli ed altri non pochi, professano

in fatto di educazione dottrine, porgono ammaestramenti, che già

Vittorino da Feltre aveva recati in pratica, e che la scienza dei

giorni nostri ammira, e non disconfessa. In mezzo a una società a

cui Baldassar Castiglione consacrava il suo _Cortegiano_ e Monsignor

della Casa il suo _Galateo_, il pedante sconcio della persona e degli

atti, ligneo d’animo, ispido d’inutile dottrina, estraneo alla vita,

chiuso a ogni senso di bellezza e di gentilezza, non poteva essere

considerato altrimenti che come una negazion vivente degli amori e

delle aspirazioni de’ tempi, non poteva non attirar su di sè l’odio e

la derisione.

E l’odio e la derisione dovevano (in parte l’abbiamo già veduto)

trovare nella letteratura opportunità di soggetti, varietà di

espressione, e segnare, passando da una ad un’altra forma di

componimento, i varii gradi della intensità loro.

La derisione, non dirò men tagliente, ma meno vilificativa, è quella

che investe il gergo pedantesco, e si esercita mediante una imitazione

più o meno ingegnosa, ma caricata sempre, di esso. Questa imitazione

talvolta si unisce ad altri elementi di satira in composizioni di

più largo soggetto; tal altra porge essa l’elemento unico, o almeno

principale, in composizioni apposite. Ne nasce quello che appunto fu

chiamato stile pedantesco; ne nasce la poesia fidenziana.

Il gergo pedantesco non è cosa immaginata a solo scopo di canzonatura,

o di celia, come la poesia maccheronica. S’indovinan subito le ragioni

che dovevano persuadere al pedante l’uso di un linguaggio disforme dal

comune, di un linguaggio intinto e intriso di latino; tanto più intinto

ed intriso quanto più egli era pedante di buona lega; e basta gettar

l’occhio sull’_Hypnerotomachia_ di Francesco Colonna, non volendo

citar altri esempii, per saper subito di che tempra quel linguaggio

si fosse[298]. La poesia fidenziana prende il nome da quel Fidenzio

Glottocrisio Ludimagistro, sotto specie del quale il conte Camillo

Scrofa vicentino stampò, circa il mezzo del secolo XVI, alcuni sonetti,

e qualche altro breve componimento, intitolandoli _Cantici_. Lo Scrofa

non è, come fu creduto a torto, l’inventore di quella poesia[299]; ma

a lui spetta il vanto, qual esso sia, di averla condotta a un grado

di perfezione da cui rimasero non meno discosti i predecessori che gli

imitatori suoi.

La satira dei _Cantici_ non colpisce soltanto, bisogna dirlo, il

gergo pedantesco, giacchè in essi Fidenzio fa manifesta la passione

messagli nelle midolle dalla _eximia alta beltate_ del giovinetto

Camillo Strozzi, passione che lo strazia e lo consuma. L’innamorato

ludimagistro ruba la prima mossa al Petrarca:

Voi, ch’auribus arrectis auscultate

In lingua hetrusca il fremito e il romore;

poi si abbandona al furor poetico. Loda le bellezze e gli atti del suo

Camillo,

plenissimo inventario

D’ogni egregia et notabil pulchritudine.

si duole dei suoi rigori e della mente

D’una cote Caucasea assai più dura,

lamenta gli inutili donativi, dice l’incendio che lo divora maggior

di quello che già distrusse _l’antico et superbo Ilio_, vede per la

prossima morte che lo aspetta

orbato e viduo

Delle lettere humane l’aureo studio;

e si prepara l’epitafio. Chi vuol saperne di più legga i _Cantici_, chè

a noi ora non importa di dirne altro.

Lo Scrofa ebbe, come s’è notato, imitatori in gran numero, e se nelle

loro composizioni la satira prende più particolarmente di mira il

gergo dei pedanti, si volge anche, non di rado, ad altri oggetti.

In un sonetto del Giroldi si accenna alle contese che fervevano tra

i toscani, sostenitori del volgare, e i pedanti, sostenitori del

latino[300]; in un capitolo già citato di Metello Grafagnino, un

pedante ricordando i bei tempi dei Maroni e dei Mecenati, quando, dice

egli, i valentuomini pari suoi erano debitamente tenuti in pregio e

onorati, si lagna forte della mutata condizione delle cose e del secolo

Infido, inerte, vafro e versipelle,

in cui gli è toccato di vivere. Tra i componimenti maggiori di cui va

ricca la poesia fidenziana mi contenterò di ricordare l’_Itinerario in

lingua pedantesca_ di Giovanni Maria Tarsia, stampato in Vicenza nel

1574, e _L’Hippocreivaga musa invocataria_ di Antonio Maria Garofani,

stampata in Ferrara nel 1580, entrambi rarissimi. L’_Itinerario_ è un

lungo racconto in terza rima e cinque capitoli che certo pedante fa

di un suo viaggio, e delle _erumne perpesse tra’ Lucani_. Un putto,

per nome Costanzo, da lui trovato nel tugurio di un pescatore, fa

qui l’officio che nei _Cantici_ di Fidenzio appartiene a Camillo. Il

pedante innamorato della leggiadria e de’ bei modi di lui, esclama:

O età gerula

D’ogni buon giogo quando se’ educata

Con scutica, solertia, amore e ferula.

Dopo varii casi ridicoli e strani il buon maestro capita in Pisa

ed è da quegli scolari accolto con beffe e con dispregi[301].

L’_Hippocreivaga musa_ è un _cantico erudito e preceptorio_ in

centottantasette ottave, cui tengono dietro otto sonetti. Parla in esso

un pedante facendo un guazzabuglio pazzo di nomi mitologici, di favole

e di ogni maniera di classiche reminiscenze[302]. Poesia fidenziana, o

pedantesca, si continuò, del resto, a comporre anche nel secolo XVII;

ma a differenza della maccheronica, essa rimase genere essenzialmente

proprio dell’Italia[303].

La buaggine dei pedanti non poteva mancare di portare acconcio

argomento ai novellieri. Nelle _Cene_ di quel ghiribizzoso ed arguto

ingegno del Lasca son due novelle in cui si narrano burle atroci fatte

appunto a pedanti. Nella prima è un _leggiadro, accorto e piacevole

giovane_, il quale dopo essere stato sette anni sotto la guardia di

un pedagogo, _il più importuno e ritroso che fosse giammai_, trova,

passati altri dieci anni, la opportunità di vendicarsi delle noje

infinite e del danno che ne aveva avuto, e si vendica in modo bestiale,

che io non ridirò[304]. La seconda narra di un altro pedante, il

quale, essendo, come i più de’ suoi pari, _villano, dappoco, povero,

senza virtù e brutto_, ardisce, nullameno, innamorarsi di una giovane

bellissima e nobile, e le scrive lettere, e compone in lode di lei

ballate e sonetti, i più ribaldi che mai si vedessero, e un capitolo

_che non n’avrebbero mangiato i cani_. Il fratello della fanciulla, e

alcuni amici suoi, per punirlo di tanta tracotanza, fattogli credere

che l’amor suo fosse corrisposto, riescono una notte a trarselo in

casa, e quivi, in iscambio del piacere ch’ei si aspettava, gli dànno

tante frustate quante non ne può portare, lasciandolo mezzo morto;

poi un fantoccio fatto ad immagine sua, e rivestito de’ suoi panni,

pongono alla gogna di Mercato Vecchio, e lui da ultimo, dopo avergli

con una fiaccola arso la barba e i capelli, empiendogli di vesciche il

viso, e fatto un altro scherzo da non ricordare, cacciano fuori ignudo,

sotto una pioggia dirotta[305]. Un altro pedante innamorato e burlato

comparisce in una novella di Pietro Fortini[306]: a costui tocca in

premio di rimaner sospeso a mezz’aria per una fune che doveva trarlo

sino alla finestra della donna amata; burla a cui, in certi racconti

del medio evo, si vede assoggettato Virgilio, o Ippocrate.

Assai più che la poesia fidenziana non faccia, queste novelle mostrano

il mal animo che s’aveva contro i pedanti; ma il genere di componimento

in cui la satira che li flagella si fa più piena e vigorosa, è la

commedia, perchè nella commedia il pedante viene in persona a far

mostra di ogni ridicolaggine sua, e ad esporsi al riso e alle beffe.

Padre o progenitore di quanti pedanti comparvero nel Cinquecento, e

poi, sulla scena può considerarsi quel Ludus, che nelle _Bacchidi_ di

Plauto non intende nulla delle inclinazioni e dei bisogni dell’alunno,

nulla dell’amore, nulla di molte altre cose, e predica inutilmente una

inutile sapienza, odiato dal giovane, che non cura i suoi avvertimenti,

non sostenuto dal padre, che ricorda di aver fatto a’ tempi suoi ciò

che appunto fa ora il figliuolo. Ma sarebbe errore il credere che

gli innumerevoli pedanti della cui presenza si allegrano le commedie

del Cinquecento, altro non sieno che riproduzioni di quel primo tipo

plautino. I commediografi potevano bensì tener quel tipo presente

e giovarsene; potevano anche copiarlo in tutto o in parte, come, a

mo’ di esempio, fecero, Lodovico Domenichi nelle _Due Cortigiane_,

e il Bibbiena nella _Calandria_; ma non avevano poi che a guardarsi

d’intorno per trovar vivo e vero il comico personaggio, e bello e

pronto a passare dalla scuola alla scena. Il pedante di quelle commedie

nostre risale dunque, se vuolsi, come il servo imbroglione, come il

parassita affamato, come il capitano millantatore, a una figura del

teatro latino; ma è, bisogna tenerlo presente, più originale, più

autonomo di tutti costoro, e ci si presenta sotto una moltiplicità di

aspetti, con una varietà di movenze, che il servo, il parassita, il

capitano non conoscono.

Michele Montaigne dice in uno de’ suoi Saggi[307]: «Je me suis souvent

despité en mon enfance de voir ès comedies italiennes toujours un

_pedante_ pour badin». In fatto, il pedante che doveva poi trovar luogo

anche nella commedia francese, compare assai per tempo nella italiana.

La già citata _Calandria_ del Bibbiena, rappresentata la prima volta

in Urbino fra il 1504 e il 1508, ce ne mostra il primo esempio. Il

Polinico della _Calandria_, modellato sopra il Ludus delle _Bacchidi_,

già offre alcuni dei caratteri per cui più spicca il pedante sul

teatro; ma alcuni soltanto, e quelli ancora hanno poco rilievo, come

del resto par che si addica all’indole fiacca della intiera commedia.

Egli è bensì, come la regola vuole, poco ascoltato dal discepolo Lidio,

e molto beffato dal servo Fessenio; ma parla lingua piana e naturale,

non l’intruglio di latino e di volgare che tutti i pari suoi usano

sulla scena. Del resto egli non comparisce che una volta sola, e nulla

conta nell’azione.

Nelle commedie dell’Ariosto non troviamo pedanti, nè in quelle di

Francesco d’Ambra, nè in quelle di Giambattista Gelli, di Agnolo

Firenzuola, di Girolamo Parabosco, del Varchi, del Salviati, del

Cecchi, del Lasca, e di molti altri di cui sarebbe assai lunga la

lista. Il Lasca scrisse bensì una commedia intitolata _Il pedante_,

ma egli stesso poi, non sappiamo il perchè, la diede alle fiamme.

Ritroviamo il pedante in due commedie di Pietro Aretino, nel

_Marescalco_ e nella _Talanta_, e se quello della Talanta somiglia

molto al Polinico della _Calandria_, e non merita gli sia fatta

attenzione, quello del _Marescalco_ tocca già la pienezza del carattere

comico che gli si appartiene, e vuol essere considerato come un modello

imitato dopo da molti. Il _Marescalco_ fu stampato la prima volta

nel 1533, e da indi in poi le commedie in cui ha parte il pedante si

moltiplicano fuor di misura: non essendomi possibile di tener dietro

a tutte, e nemmeno di esaminare partitamente e raffrontar tra loro le

principali, io mi contenterò di levare da questa e da quella quanto mi

parrà più acconcio a dare una immagine, non di uno o di altro pedante

in particolare, ma del personaggio in genere.

Come il capitano si dà a conoscere agli spettatori, prima ancor di

aprir bocca, per quella durindana che si trascina dietro, per quella

andatura che pare dia la mossa ai tremuoti, per quella guardatura a

stracciasacco, il pedante dà subito contezza di sè per quel libro

che ha in mano, per quel cappelletto frusto che gli coperchia il

cucuzzolo, per quella gabbanella logora, o per quella toga sdruscita

che lo insacca. Incede compassato, aggrotta le ciglia, leva in alto

l’indice rigido di magistral sufficienza, e da tutta la sua strana

e sparuta figura trasuda la dappocaggine, l’albagia, l’arroganza

e, spesso spesso, la fame. Alle prime parole che gli escon di bocca

l’uditorio si sganascia dal ridere. Egli parla con dottoral gravità,

con sostenuto compiacimento il nobile linguaggio che lo distingue

dal volgo, e poichè nessuno lo intende, si lagna d’aver a fare con

gente grossa ed ignorante. «Non è più satievole et ispiacevol cosa»,

dice Metafrasto nei _Torti amorosi_ di Cristoforo Castelletti, «che

volere aguzzare questi ingegni rozzi, zotichi, scabri, ferruginei,

rubigginosi, rintuzzati e sciocchi»[308]: e nei _Vani amori_ del

Loredano Alfesibeo rimprovera a Torello e Fabrino la loro ignoranza:

«Per essere voi persone idiote e di ottuso cerebro sete esclusi da i

termini di apprehendere gli eloquii retorici, e le speculate figure de

i grammatici»[309]. Allora, come l’Ermogene della _Prigione d’amore_

di Sforza degli Oddi, egli si restringe col suo «Tullio, ad accozzare

insieme tutti i luoghi topici»[310]. La lingua che il pedante parla

di solito è, come s’è inteso, un guazzabuglio di latino e di toscano;

ma questa regola non è senza eccezione. Archibio, nel _Travaglia_ del

Calmo, usa una mescolanza di latino e di bergamasco; Favonio, negli

_Errori_ di Giacomo Cenci, una di latino e di siciliano; Melano nel

_Giardino d’amore_ di Lorenzo Guidotti (secolo xvii) una di latino

e di napoletano. La composizione dell’intruglio varia, secondo che

prevale l’uno o l’altro elemento, e varia ancora la intelligibilità di

esso. Dal non potere o non volere gli altri personaggi della commedia

intendere ciò che il pedante dice, nascono errori, bisticci, diverbii

ridicoli. Nell’_Interesse_ di Niccolò Secchi, Lelio, che è femmina

in vesti maschili, e amante di Fabio, volge a significato osceno, per

adattarlo alla condizion propria, il senso delle parole di Ermogene,

suo pedante. Del gergo del pedante dice il parassita Ciacco nel

_Ragazzo_ di Lodovico Dolce: «Le parole di questo babuasso, mezze per

lettera e mezze per volgare, mi pajono di quegli animali antichi, che

avevano l’aspetto d’uomo e i piè di capra»[311]. Vedendo di non poter

essere inteso, il pedante si risolve talvolta di parlate _idiotamente_,

come nel _Marescalco_ dell’Aretino[312], ma non ci riesce. Sofronio,

nelle _Stravaganze d’amore_ di Cristoforo Castelletti, oltre che nel

solito gergo, parla anche in prosa rimata: «È vana cotesta temenza:

perchè le quadrella de la favella che l’arco di qualunque, quantunque

mordace, bocca iscocca, non sono a fieder possenti le persone lontane,

ecc.»[313].

Il pedante da commedia, come quello vero, di regola non fa stima che

della lingua latina e degli scrittori latini; ma se egli si risciacqua

del continuo la bocca coi nomi di Cicerone e di Virgilio[314], qualche

volta anche si vanta di aver sulle dita le eleganze toscane, di

conoscere a fondo i gran maestri dell’idioma volgare. Il già ricordato

Metafrasto dei _Torti amorosi_ cita Dante e il Boccaccio; Agasone nella

_Fanciulla_ di Giambattista Marzi, e Aristarco negli _Ingiusti sdegni_

di Bernardino Pino, leggono certe stanze da essi composte a imitazione

del Petrarca; Aristarco si vanta di avere commentato la _duodecima_

giornata del _Decamerone_[315]. Ma un genere di componimento di cui

molto si compiace il pedante è il sonetto volgare con le rime latine.

Il pedante del _Marescalco_ ricorda certa sua maccheronea; ma questa è

una eccezione.

Dice Sofronio nelle _Stravaganze d’amore_: «I nostri ragionari deono

esser puri, sinceri, schietti, candidi, ignudi d’ogni velo di stomacosa

affettatione»[316]; ma noi abbiam già veduto come egli osservasse

i proprii precetti. Parlando, il pedante di buon conio osserva la

gradazione, nota figure grammaticali e retoriche, bolla solecismi,

propone etimologie, reca in mezzo definizioni, adduce sentenze,

cita autori, chiosa testi, apre e chiude parentesi, indica persino

l’interpunzione. Non è mai al proposito. Di qualunque cosa gli si

parli, anche quando più stringa il bisogno, egli toglie occasione a

trarre in mezzo qualche bella autorità, o qualche esempio notabile,

ed essendo tutto parole, si vanta, come l’Aristarco degli _Ingiusti

sdegni_, che se molti fossero i pari suoi, tosto tornerebbero al

mondo gli Antonii, i Catulli, i Crassi, i Gracchi e quegli altri

omaccioni del tempo antico[317]. Argomenta secondo tutte le forme del

sillogismo, concede la maggiore, nega la minore, e tenendosi sempre a

cavallo della logica, dice spropositi da cavallo. Ha sempre qualche

regola generale da applicare al caso particolare, non mai qualche

avvedimento o consiglio che possa far pro. Ha egli da ammonire un

giovane innamorato? La natura d’amore si è questa, e Platone dice

così. Si duole taluno con lui di cosa che gl’intravenga? Udite questo

passo di Seneca. Vuol egli biasimare i suoi tempi? Eccolo con l’_auri

sacra fames_, e l’_o tempora, o mores_. Gli è la troppa dottrina che

porta così: Agasone confessa che l’avere troppo famigliare Cicerone

talvolta gli nuoce[318]. Come non dar ragione a Flaminio, quando,

dopo aver sopportato un pezzo i nojosi discorsi del suo precettore,

esclama: «Io non credo che sia il più ladro romper di testa, nè il più

crudo crepacuore che l’esser sforzato di dare orecchia a uno di questi

pedanti!»[319].

Il discepolo che, come quello introdotto da Persio in una delle

sue satire, è sempre svogliato, e a cui un primo amore moltiplica

nell’animo l’odio nativo al giogo magistrale, e il servo che gli tien

di mano, sono i primi e più naturali nemici del pedante, ma non sono

i soli. De’ personaggi che gli stanno intorno nessuno gli è amico

propriamente, nemmeno il padre dell’alunno, ed egli è sempre alle prese

con capitani, con bari, con parassiti, con parabolani, con baldracche,

bastonato spesso, deriso e vituperato sempre. Nel _Marescalco_, un

giovane paggio e quella mala zeppa di Giannico gli appiccan dietro

certi scoppietti, cui poi dan fuoco; nel _Travaglia_ del Calmo è preso

a sassate da un Garbino, ragazzo; nell’_Altea_, di Giovanni Sinibalbo

da Morro, è messo in un sacco; nella commedia di Francesco Bello,

appunto intitolata _Il Pedante_, egli, sebbene si dica _eletto et

approbato da sua Santità, censore et maestro regionario, con stipendio

congruo et condecente_, finisce solennemente picchiato. Non dico nulla

delle beffe e dei biasimi, che cominciano con istravolgere nelle più

strane guise il nome del malcapitato, nome già di per sè molte volte

ridicolo[320], e finiscono con invettive e contumelie. Metafrasto è

dal servo Balestra chiamato _armario, archivio, calendario di tutte le

castronerie, chiavica delle sciocchezze_[321]; nell’_Altea_ di Giovanni

Sinibaldo un altro servo regala al pedante Plauto l’obbrobrioso

nome di Gano di Maganza. Nella _Turca_ di Giovan Francesco Loredano,

Agrimonio, minacciato di legnate, si salva ricordando che _gli Oratori

sono rispettati da tutte le leggi humane_; ma discepolo e servo lo

caricano di vituperii, con versi ridicoli fatti ad imitazione dei suoi.

Nella _Fantesca_ di Giambattista Della Porta, Essandro, minacciando

Narticoforo di andargli dietro sino a Roma per ucciderlo, grida: _Non

so io che abiti vicino al Culiseo?_[322]. Il povero pedante non ha che

un personaggio solo con cui ricattarsi di tutte le beffe e di tutte

le busse che gli toccano, e questo è il capitano, spesso suo rivale

in amore. Il capitano sbravazza, inveisce, ma finge di non volere

adoperar l’arme contro un vile pedante, e allora il vile pedante,

col volume che ha tra le mani, gli dà un picchio in sul capo e gli

fa levar le calcagna. Ho accennato a rivalità d’amore: non di rado

infatti il pedante è innamorato, e s’intende, senza dirlo, che di

quanti pedanti son sulla scena, l’innamorato è il più ridicolo. Allora

i suoi sospiri, i suoi vezzi, le sue smanie, le epistole amatorie che

detta, i versi che compone, i discorsi che studia e manda a memoria,

sono nuova occasione di scherno, e spesse volte di peggio. E come se

tanto non bastasse, dopo avere per tutta la durata della commedia fatto

ridere alle sue spalle, egli, non di rado, rimasto solo sulla scena,

dà licenzia agli spettatori, e con l’ultime sue parole suscita l’ultima

risata.

Il lettore non l’avrà, spero, a male, se dopo avergli mostrato qual

fosse in genere il personaggio comico del pedante, io gli faccio passar

dinanzi un po’ più a bell’agio il pedante di una particolare commedia,

il pedante più perfetto che sia sul teatro, il pedante di quella

singolarissima commedia che è il _Candelaio_ di Giordano Bruno. Egli

si chiama Manfurio e Pollula è il suo discepolo. Entrando in iscena la

prima volta, egli trova costui in compagnia di certo Sanguino, furfante

di tre cotte, e lo saluta benignamente e latinamente: _Bene reperiaris,

bonae melioris optimaeque indolis adolescentule! Quomodo tecum agitur?

ut vales?_ L’alunno si scusa in volgare di non potersi trattener oltre

con lui, ed egli:

Ho buttati indarno i miei dictati, li quali nel mio almo minervale

(excerpendoli da l’acumine del mio Marte) ti ho fatto nelle candide

pagine col calamo di negro _atramento intincto exarare_. Buttati,

dico, _incassum, cum sit_ che a tempo e loco, _earum servata

ratione_, servirtene non sai. Mentre il tuo precettore con quel

celeberrimo _apud omnes, etiam barbaras, nationes_, idioma lazio

ti sciscita, tu _etiamdum_, persistendo nel commercio _bestiis

similitudinario_ del volgo ignaro, _abdicaris a theatro literarum_,

dandomi responso composto di verbi, quali da la balia et

_obstetrice in incunabulis_ hai susceputi, _vel, ut melius dicam_,

suscepti. Dimmi, sciocco, quando vuoi _dispuerascere_?

SANGUINO. Maestro, con questo diavolo di parlare per gramuffo, o

catacumbaro, o delegante e latrinesco, ammorbate il cielo e tutto

il mondo vi burla.

MANFURIO. Sì, se questo megalocosmo e machina mundiale, o scelesto

et inurbano, fusse de’ pari tuoi referto e confarcito.

La scena seguita su questo tono, finchè Marfurio, riconciliatosi

con l’alunno e con Sanguino, gli accomiata dicendo: _Itene dunque

coi fausti volatili!_ Rimasto solo, trova una nuova etimologia di

_muliercula_, derivandola da _mollis Hercules_, e affrettandosi per

andare a notarla nel _libro delle proprie elucubrazioni_, esclama:

_Nulla dies sine linea!_[323].

Sorpasso a una scena comicissima[324] nella quale un messer Ottaviano

finge di non poter reggere alla dolcezza che gli mette nell’animo

il parlar di Manfurio, poi, fattisi recitare da costui certi versi,

scelleratissimi, muta registro e lo schernisce, scimmiottandolo;

sorpasso a un’altra[325], nella quale Manfurio legge a Pollula certi

altri suoi versi, insegnandogli l’arte di fare i punti secondo la

ragione dei periodi e a profferire con la dovuta energia; sorpasso

a una terza[326], in cui Manfurio fa derivare la parola _pedante_ da

_pede ante_, «_utpote quia_ have lo incesso prosequitivo, col quale fa

andare avanti gli erudiendi pueri», e Giovanni Bernardo, pittore, la

fa derivare da _pe_, pecorone, _dan_, da nulla, _te_, testa d’asino;

e vengo alle scene capitali, dove toccano a Manfurio gli ultimi danni

e le ultime vergogne. Corcovizzo, altro furfante, socio di Sanguino,

di Barra e di Marca, fingendo di voler cambiare sei doppioni, arraffa

a Manfurio una decina di ducati[327]. Vedendo il gaglioffo darsela a

gambe, Manfurio grida con quanto fiato ha in corpo: «Olà, olà, qua,

qua! ajuto, ajuto! Tenetelo, tenetelo! A l’involatore, al rurreptore,

al surreptore! Al fure, amputatore di marsupii et incisore di

crumene!». Accorrono Barra e Marca, i quali, fingendo di non intendere

ciò che il pedante si voglia con quel _fure_ e con quel _surreptore_,

si lasciano fuggire il ladro di mano.

BARRA ... E voi per che non cridavate al mariolo, al mariolo? che

non so che diavolo di linguaggio avete usato.

MANFURIO. Questo vocabolo che voi dite non è latino, nè etrusco, e

però non lo proferiscono i miei pari.

BARRA. Perchè non cridavate al ladro?

MANFURIO. Latro, assassinator di strada, _in qua, vel ad quam

latet. Fur, qui furtim et subdole_, come costui mi ha fatto, _qui

et subreptor dicitur a subtus rapiendo, vel rependo_, per che sotto

specimine di uomo da bene, mi ha decepto. Oimè, i scudi! . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

MARCA. Dite, perchè non correvate a presso lui?

MANFURIO. Volete voi, ch’un grave moderator di ludo literario e

togato avesse per _publica platea_ accelerato il gresso?[328].

Soppraggiunge Sanguino, il quale dice di sapere chi sia il ladro,

e dove si appiattì, e promette al pedante di fargli ricuperare gli

scudi, purchè vada con esso loro in traccia del reo. A tal fine gli

fa mutare i panni magistrali coi cenci degli altri due compari[329];

dopo di che i tre lo conducono in una casa con due porte, abitata

da certe meretrici, e lasciatolo sotto un atrio, se ne vanno

tranquillamente pei fatti loro. Questo secondo inganno è narrato dallo

stesso Manfurio[330], e non è l’ultimo: ora viene il maggiore. Ecco in

iscena Sanguino, Marca, Barra e Corcovizzo travestiti da sbirri[331]:

Manfurio, per sua disgrazia, capita loro tra’ piedi. I falsi sbirri

non lo riconoscono per maestro, fingon di credere ch’egli abbia rubato

quel mantelletto che ha indosso, lo assoggettano a un ridicolo esame,

mostrano d’intender male quanto egli dice dei generi e lo chiudono

in una stanza per poi condurlo innanzi al magistrato. Al finire della

commedia lo trascinano di nuovo sulla scena e il capitan Sanguino gli

offre di lasciarlo andar libero a patto che dia tutti i denari che ha

in borsa, o si prenda dieci spalmate, o cinquanta staffilate a scelta.

Non volendo perdere quei pochi scudi che ancor gli rimangono, il pover

uomo nega di averne ed elegge le spalmate; ma, fatto saggio delle

prime, chiede in grazia le staffilate. Barra se lo leva sulle spalle,

Marca lo tien per i piedi, Corcovizzo gli spunta le brache, e Sanguino

comincia a batter la zolfa, ordinando al pedante di tener bene il

conto.

SANGUINO. Al nome di S. Scoppettella, conta, tof.

MANFURIO. Tof, una. Tof, oh, tre. Tof, oh, ohi, quattro. Tof, oimè,

oimè! Tof, ahi, oimè. Tof, o per amor di dio, sette.

SANGUINO. Cominciamo da principio un’altra volta; vedete se dopo

quattro son sette. Dovevi dir cinque.

MANFURIO. Oimè! che farò io? Erano _in rei veritate_ sette.

SANGUINO. Dovevi contarle ad una ad una. Orsù via, di nuovo. Tof.

MANFURIO. Tof, una. Tof, oimè! due. Tof, tof, tof, tre di dio. Tof,

non più. Tof, tof, non più! chè vogliamo, tof, veder ne la giornea,

tof, che vi saran alquanti scudi.

SANGUINO. Bisogna contar da capo, chè ne ha lasciate che non ha

contate.

BARRA. Perdonategli di grazia, signor capitano, per che vuol far

quell’altra elezione di pagar la strenna.

SANGUINO. Lui non ha nulla.

MANFURIO. _Ita, ita_; chè adesso mi ricordo aver più di quattro

scudi.

Invece di quattro, gli sbirri gli trovano sette scudi, e già si

accingono a levarlo di nuovo a cavallo per punirlo con altre staffilate

di quella menzogna, quand’egli li placa, lasciando loro nelle mani,

oltre agli scudi, anche il mantello e la giornea; poi, rubato,

burlato, bastonato, ma non guarito della sua pedanteria, ricomincia a

sgramuffar come prima, e con un ultimo, ridicolo sproloquio accommiata

gli spettatori. Questo Manfurio non è, del resto, il solo pedante

immaginato dal Bruno: un altro se ne trova, come abbiam veduto,

nella _Cena de le ceneri_, e più altri nel _De la causa, principio et

uno_, nel _De l’infinito universo e mondi_, nella _Cabala del cavallo

pegaseo_.

Il personaggio del pedante, come quello del capitano, passando

d’una in altra commedia, si esagera sempre più, si fissa in certi

caratteri, tende, come il capitano appunto, come il dottore, come il

servo, a diventar maschera[332]. Cresce in pari tempo il numero delle

commedie in cui esso compare: Giambattista Guarini lo introduce nella

_Idropica_; Gerolamo Razzi nella _Gostanza_; Giambattista Della Porta

in quattro delle sue dodici commedie, e nelle loro lo introducono altri

parecchi. Poi un bel giorno il pedante passa dalla commedia erudita

nella commedia a soggetto; ma non vi prende quel luogo che parrebbe

vi dovesse prendere. Probabilmente gli nocque il carattere troppo

letterario, e la difficoltà che incontravano autori di poche lettere

a maneggiare la lingua pedantesca[333]. Flaminio Scala compose uno

scenario intitolato per l’appunto _Il Pedante_. Cataldo è un tristo

della peggior risma, il quale si caccia nelle famiglie, e con bei modi

e paroline accorte si fa passare per uomo integerrimo. Maestro del

figliuolo di Pantalone, s’invaghisce d’Isabella, moglie di costui, e

tenta di trarla alle sue voglie. Moglie e marito ordiscono una trama.

Cataldo è colto nella camera della donna e tratto in camicia sulla

scena. Tre servitori, vestiti da beccai, con gran coltellacci tra mani,

vengono per fargli un brutto scherzo; ma ad istanza di certo capitano

si muta il troppo crudo castigo in una solenne bastonatura. Da ultimo

egli è cacciato con gran vergogna, _come uomo infame e vituperoso ad

essempio de gli altri pedanti manigoldi e furfanti come lui_[334].

Come si vede, questo Cataldo ha qualche somiglianza con l’Ipocrito

dell’Aretino e col Tartufo del Molière.

Non solo per tutto il Cinquecento, ma nel Seicento ancora il pedante

rallegra di sua presenza le scene, cacciandosi, oltrechè nelle

commedie solite, in commedie allegoriche e in drammi musicali[335]. Lo

ritroviamo nella _Farza Cavajola della Scola_ del salernitano Vincenzo

Braca[336]; lo ritroviamo, il secolo scorso, nell’opera buffa _Socrate

immaginario_, in cui ebbe mano il Galiani[337]. Con le commedie e con

le compagnie comiche nostre, il pedante passò in Francia, e salì le

scene francesi; mi basterà ricordare a tale proposito il _Pédant joué_

di Cyrano de Bergerac e il _Mariage forcé_, il _Dépit amoureux_, il

_Bourgeois gentilhomme_, e le _Femmes savantes_ del Molière. Il _Dépit

amoureux_ altro non è che una imitazione dell’_Interesse_ del Secchi.

Anche la commedia di Giordano Bruno fu imitata in Francia e pubblicata

nel 1633 sotto il titolo di _Boniface et le pédant_.

Ma non finisce qui la dolorosa istoria del pedante. La poesia

fidenziana fa la parodia del linguaggio ch’ei parla; la novella narra

casi forse non veri; la commedia stessa lo deride assai più che non lo

vituperi; ma tutto ciò non basta; ci vuol anche l’invettiva diretta

e sanguinosa. Pasquino, che se la prendeva con tutti, non poteva non

prendersela ancor coi pedanti: una bella mattina egli mise fuori un

sonetto di mala fattura e di peggior sentimento, dove son questi versi:

Jate in malora, schiuma di furfanti,

Scaccia pagnotte, come un fegatiello,

Ch’a riempir questo vostro budello

Non bastarien le trippe di Elefanti.

Senza vergognia, senza discrezione,

Ch’è madre vostra (?), ne venete a Roma,

Credendo qua spacciar reputazione[338].

Ho già ricordato Francesco Ruspoli: nessuno mai deve avere avuto coi

pedanti _fojosi e sbraculati_ odio maggiore di lui. I parecchi sonetti

ch’egli scaraventa loro addosso, dove toccano lasciano il segno. In

uno li invita a un banchetto, in cui fa bella mostra, fra l’altro,

una _insalatina di rasoi_; in un altro li mette nelle mani di tutti

i diavoli dell’inferno; in un terzo invoca loro addosso _macine in

pezzi, frombole e mattoni_; in più altri tocca certi tasti di assai

cattivo suono, alludendo ai _bei garzoni_ che non sono sicuri nemmeno

_in sagrestia_, chiamando Sodoma _la gran madre de’ pedanti_; in

tutti scaglia loro sul viso le più grosse ingiurie che mai sieno state

scritte. Prendendone uno di mira più particolarmente, esclama:

L’orrenda bocca e le ganasce infami

Di quel pedante spalancate al sole

Spazzino gli assassin colle pistole

Per farvi alle murelle co’ tegami[339].

Era questo certo il modo più sbrigativo per correggerli di ogni vizio,

e, soprattutto, per farli tacere.

Ora i pedanti non figurano più nella commedia, nella novella, nella

poesia. Ciò non vuol già dire che non ci sieno; ma hanno alquanto

mutato pelo. La loro è razza vivace e di buon nerbo; finchè non le

manchi il pane non le mancherà la vita.

Attraverso il Cinquecento · 第 20 / 46 题