Veniamo ad un’altra accusa mossa all’Aretino, la quale assai più delle
altre mi pare sia ingiusta, e mi darà occasione di porre in rilievo
alcune qualità commendevoli dell’uomo infame. Sarà l’ultima di ordine
morale che dovrò considerare.
L’Aretino, si dice, è, per giunta al resto, un uomo di animo duro, di
natura astiosa e malevola. Ora, a me pare ch’egli sia nel fondo appunto
il contrario, e che se diventa cattivo, diventa per le necessità di
quel suo tristo mestiere. Non ho bisogno di avvertire che certe pessime
qualità possono assai bene andar congiunte con qualche bontà di animo,
e qualche bontà di animo mi par di trovare nell’Aretino, la quale
certamente non era ne’ suoi avversarii.
Di quella sua malvagità si recano parecchi esempii, fra gli altri la
storia dei sonetti feroci ch’egli compose contro il povero Brocardo,
e furono, secondo dice egli stesso, cagione della sua morte. A questo
vantamento disgraziato è da creder poco, perchè non so se nel mondo
siasi mai dato il caso che dei sonetti (i giambi d’Archiloco non erano
sonetti) abbiano ammazzato qualcuno, e nel Cinquecento l’invettiva e il
vitupero erano armi lecite, o, almeno, comunemente adoperate. Ad ogni
modo, altri parecchi si levarono contro il Brocardo con accuse velenose
e rabbiose, e in tutto questo imbroglio mi pare faccia assai più brutta
figura l’onesto, il contegnoso Bembo, il quale sollecitava l’ajuto
della penna dell’Aretino, e si teneva nell’ombra, che non l’Aretino,
il quale si poneva a cimento per lui. E morto il Brocardo, il
virtuosissimo Bembo non cessò d’odiarlo, mentre lo sciagurato Aretino
compose certi sonetti nuovi, in sua lode.
Un altro esempio si cita, ed è quello della guerra fatta al datario
Giberti, reputato uno dei più onorati e virtuosi uomini del suo tempo;
ma bisogna dire che noi non sappiamo propriamente quali ragioni d’odio
ci fossero tra i due, e bisogna soggiungere che non è in tutto levato
il dubbio che quelle pugnalate date allo Aretino in Roma dal bolognese
Achille della Volta fossero date a conto di esso Giberti, e ricordare
che la possibilità di certe vendette poco cristiane è pure accennata
dal Berni, là dove dice nel suo sonetto:
Giovammatteo, e gli altri ch’egli ha presso,
Che per grazia di Dio son vivi e sani,
T’affogheranno ancora un dì ’n un cesso.
In quel benedetto Cinquecento anche gli onesti avevano qualche volta
di strani ghiribizzi, e la vita di un uomo contava poco in un tempo in
cui persino i papi praticavano con tanto buon successo l’assassinio. Io
non so poi che l’Aretino si sia mai sbarazzato dei nemici col metodo
sbrigativo che usava Benvenuto Cellini, e tutti dicono che Benvenuto
Cellini è un grande artista, un po’ turbolento, un po’ stravagante,
un po’ scostumato, ma tanto amabile: nessuno dice ch’egli sia un
ribaldo e un infame. Il Cinquecento è tra l’altro, a dispetto dei
manierati costumi, a dispetto dell’arti fiorite e del _Galateo_, un
secolo di grande efferatezza, un secolo di passioni neroniane, pieno di
malfattori mostruosi e di delitti spaventevoli. Se l’Aretino fosse un
malvagio nel senso che qui s’intende, sarebbe ancora al suo posto e in
buona compagnia; ma egli non è un malvagio.
Sembra strano, a prima giunta, parlare della bontà dell’Aretino, e pure
questa bontà c’è, riconosciuta da molti, fra gli altri da Giovanni
de’ Medici, che a troppa bontà ascriveva certi dispiaceri incontrati
dall’amico suo. Lasciamo stare che l’Aretino osservava le pratiche
della religione in cui era cresciuto, e che il suo confessore in
Venezia, il buon padre Angelo Testa, si faceva da lui raccomandare
al cardinale Santa Croce; lasciamo stare, dico, perchè tenuto conto
della qualità del sentimento religioso nel Cinquecento, di che non è
da discorrere ora, ciò proverebbe assai poco. Ma la sua bontà si dà a
conoscere per altro. L’amore per i congiunti può conciliarsi, è vero,
con molta durezza verso gli estranei, ma esso è pur sempre segno e
prova di umanità. E l’Aretino amò teneramente la madre, e di amore
svisceratissimo le proprie figliuole[184]. Ajutò di buon animo le
sorelle, i cognati, i nipoti e si adoperò perchè altri li ajutasse. Che
lasciasse languire il padre nella più profonda miseria fu detto, ma fu
detto dal Franco, ed è poco probabile, perchè egli ci teneva troppo a
non far cosa che potesse attirargli biasimo dai suoi concittadini.
Ma noi abbiamo altre prove della bontà d’animo dell’Aretino. L’uomo
stimato pessimo tra i cattivi si rallegrava delle venture altrui, si
doleva delle disgrazie: desideroso di godere, gli piaceva che tutti
godessero intorno a lui e insieme con lui. Fra le sue lettere ce ne
sono moltissime con le quali caldamente raccomanda ad amici e fautori
potenti, ora un artista insigne come il Tiziano[185], o Sebastiano del
Piombo, ora un povero diavolo mezzo morto di fame, ora un uomo dabbene
a cui sia stato fatto un sopruso, o un imprudente capitato in qualche
brutto impiccio; e tra le lettere scritte a lui moltissime ce ne sono
di gente che si loda e che ringrazia dei buoni uffizii da lui fatti,
dei benefizii ricevuti. Era umanissimo con le donne che aveva in casa,
ai suoi servigi, e mente il Doni quando dice che minacciando e bravando
tutto il giorno egli si faceva tiranno _della meschinità loro_. Ciò non
si sarebbe potuto accordare con la giovialità della sua natura. Leggasi
invece la lettera con cui egli richiama in casa una Lucietta, fantesca,
la quale se n’era fuggita dopo d’avergli fracassato non so che quantità
di stoviglie, e veggasi com’egli piacevolmente si burli della paura di
lei, dicendo la sua collera essere _più corta che un fumo di_ paglia,
chiamando la casa sua una taverna, dove non si serra il pane e non si
adacqua il vino[186]. L’umanità sua si ribellava ai maltrattamenti,
anche quando fossero inflitti nel nome della giustizia. Raccomandando
al cardinal Santa Croce un povero predicatore perseguitato, egli
esclama: «Cristo, per quel che s’intende nell’umanità sua, non lasciò
nè prigioni, nè ruote, nè corde, nè fuoco»[187]. Pensiero che a ben
pochi allora poteva cadere in mente.
Sentì vivamente l’amicizia e fu pronto ad accoglierne il sentimento
nell’anima, il che certo non è proprio delle nature subdole e bieche.
Egli stesso si dice facilissimo in donarsi altrui[188], e in certe
amicizie si mostra esempio raro di fedeltà e di costanza. Diceva gli
amici essere _stelle poste nel cielo del corso umano_[189], e in molte
delle sue lettere esprime con vive parole il fervore che quell’affetto
gli metteva nell’animo, le gioje che gli procacciava. E se ebbe
amici traditori, che ricambiarono con villanie e con calunnie i suoi
benefizii, ebbe amici sinceri e devoti, che lo amarono com’egli li amò.
Il Tiziano fu una cosa con lui. Senza di lui Giovanni de’ Medici diceva
di non poter vivere. Antonio da Leva gli scriveva avere la sua amicizia
più cara di una città. Veronica Gambara gli scriveva: «... ringrazio
la fortuna, che per ricompensarmi di tutte le offese per sua gentilezza
fin ora fattemi, mi abbia dato la grazia vostra, la qual più estimo che
quanti mali e beni possa o voglia mai più darmi»[190]. Che poi, oltre
a quello dell’amicizia, l’Aretino potesse ricevere nell’animo altri
sentimenti gentili, prova quel suo tenero amore per Perina Riccia[191];
prova la gratitudine lungamente serbata e sovente espressa a Ferraguto
de Lazzara, che due volte gli aveva salva la vita; provano altri fatti
di cui potrebbe farsi ricordo.
Ma la virtù sua principale fu la liberalità. «Se», scriveva egli al
cardinal di Trento, «io potessi tanto dare, quanto mi è forza ricevere,
il mio animo mostrerebbe quel ch’egli è, e non ciò ch’ei pare»[192].
In una lettera a Giambattista Castaldo, parlando di certo furto che gli
era stato fatto, dice: «Ma Dio lo perdoni a chi assassina me, che do a
ognuno quel ch’io ho: per ciò mai niente ho, nè averò, se non cambio
vezzo: la qual cosa non è possibile, perchè io ebbi la prodigalità
per dota, come la maggior parte degli uomini ha l’avarizia»[193];
e la liberalità chiamava una _virtù di natura con arte_[194]. A
quella sua idolatrata Perina Riccia, che dei molti benefizii, e del
grandissimo amore, doveva poi mostrarglisi tanto ingrata, scriveva
«che il vedersi manicar l’ossa è il trionfo di una generosa natura e
non d’una sontuosa boria»[195]. Dava quattrini a comari, a soldati, a
bisognosi d’ogni sorta, e si scusava del poco e del tardi: persin delle
vesti si privava a comodo degli amici, e rimaneva «dispogliato in casa
i sei e gli otto giorni»[196]. Ad amici e protettori mandava piccoli
presenti o grossi donativi, e al duca di Mantova si vantava di aver
regalato per più migliaja di scudi[197]. Che assai volte egli facesse
ciò con mire interessate non si può negare; ma è ingiusto dire che nol
faceva per altro; è ingiusto non tener conto di quella sua prodigalità
istintiva, di quelle sue inclinazioni da gran signore che abbiamo già
notate, e che gli facevano dire: «A me piacciono i filosofi signorili
e pieni di nobili maniere»[198]. La sua casa era un porto di mare,
dove capitava ogni specie di gente, soldati male in arnese, pellegrini
afflitti, letterati affamati, e _ogni sorta di cavalieri erranti_.
E ciò è confermato dal Doni e da Scipione Ammirato. I _servitori
cani_ ci rubavano a man salva. Ad un amico che lo esortava ad essere
meno prodigo e a curar meglio gl’interessi, scriveva: «Mai non sarà
vero ch’io serri alle turbe quell’osteria che gli è stata aperta 18
anni»[199]. E così spese nel corso di sua vita meglio di 70,000 scudi,
grossissima somma a quei tempi.
Ma non si vuole ammettere che l’Aretino potesse far cosa buona;
non si vuol credere che sotto a quei panni ch’egli si procacciava
col suo tristo mestiere potesse esserci un po’ di cuore. La sua
generosità, dice il signor conte Giammaria Mazzuchelli, muove dalla
sua ambizione[200]. Leggendo della prodigalità dell’Aretino, ci torna
in mente quel marchese Alberto Malaspina, trovatore nostro, che rubava
alla strada per aver modo di regalare. Ma l’Aretino fu certamente più
onesto di lui. Avendo un servitore del ricco mercante Battista Vitale
smarriti in sua casa 300 zecchini, egli li fece restituire prontamente,
e non volle di ciò lode alcuna. Quanti, che in cospetto del mondo sono
assai meno infami dell’Aretino se li sarebbero tenuti!
Non dovendo l’Aretino, secondo la sentenza dei giudici suoi, avere
in sè cosa buona, bisogna che anche l’aspetto abbia del cattivo, sia
rivelatore dell’interna tristizia. Dice sì l’Ammirato che difficilmente
si sarebbe potuto vedere _un vecchio più bello, nè più pomposamente
vestito_; ma, in verità, egli doveva essere un brutto vecchio, per
quanto vestito pomposamente, giacchè il viso è specchio dell’anima. Ed
ecco qua, per l’appunto, il ritratto dipinto da quel valentuomo del
Tiziano. «Figura di lupo che cerca la preda», esclama Francesco de
Sanctis. «L’incisore gli formò la cornice di pelle e gambe di lupo,
e la testa del lupo assai simile di struttura sta sopra alla testa
dell’uomo»[201]. Pare chiaro, tanto più che lo Chasles aveva già fatto
prima la stessa, stessissima osservazione[202]; ma per meglio giudicare
di questa somiglianza lupina bisognerebbe confrontare gli altri
ritratti dell’Aretino: in quello pubblicato ultimamente dal Sinigaglia
è assai più facile riconoscere il satiro che non il lupo[203]. Giova
ad ogni modo notare che quello dipinto dal Tiziano non produceva nel
Franco l’impressione che sembra produrre nei critici moderni. Il Franco
ne parla in parecchi de’ suoi sonetti. In uno, toccando della perfetta
somiglianza, dice:
Tutte le sue fattezze son ritratte
Dal vero, così queste, come quelle,
E gli occhi son sì veri e le mascelle,
Che non somiglia tanto il latte al latte.
E in un altro, volgendosi allo stesso Tiziano:
Però ch’egli è miracolo che un atto
Gli abbiate dato ch’aggia dell’onesto,
E che ne paja savio e modesto,
Nè mostri pur aver sempre del matto.
_Onesto, savio, modesto!_ o dov’è il lupo?