I.

Che intorno a Pietro Aretino s’è formata una specie di leggenda,

si vede subito, appena si confrontan fra loro i racconti varii

della sua vita e si notano le contraddizioni. E tutto favoriva,

a dir vero, la formazione di sì fatta leggenda: la fortuna grande

e quasi inesplicabile dell’uomo; il mal animo di chi procacciava

sfogo all’invidia denigrando e mentendo; il sacro orrore delle anime

timorate, che ingigantiva, come sempre suol fare, la perversità di lui,

e inconsciamente le conferiva quant’era mestieri perchè riuscisse piena

ed intera. Non si dimentichi che gli uomini, in ogni tempo, ebbero

bisogno, come di tipi di santità, così di tipi di scelleraggine.

L’Aretino stesso in parecchie sue lettere si lagna dei molti invidiosi

che dicevano di lui cose non vere, e gli attribuivano scritti a cui

non aveva tampoco pensato, e discorsi che non aveva neppure sognati; si

lagna più particolarmente di certi _cortigianuzzi_ che si dilettavano

di _soffiare nel fuoco_[123]. Alcuni di costoro erano forse in buona

fede; argomentavano da ciò ch’egli avrebbe potuto fare il fatto.

Così fu che gli si attribuì il troppo famoso opuscolo _De tribus

impostoribus_, attribuito a tant’altri, e così è che il Virgili vuole

ad ogni modo ch’egli abbia avuto parte nella composizione di certi

sciagurati libercoli di Lorenzo Veniero, sebbene questi ne rivendichi

a sè tutto il merito, e sebbene di quella partecipazione non siavi una

prova al mondo[124]. Appunto qui noi vediamo la leggenda porre in opera

uno dei suoi procedimenti speciali, che consiste in torre agli oscuri

per dare agli illustri, a chi viene sempre più campeggiando e prendendo

figura nella finzione. Gli è in virtù di tal procedimento che si sono

formati gli eroi leggendarii; e come a Carlo Magno fu dato vanto di

imprese che altri compierono prima o dopo di lui, così a Pietro Aretino

fu dato carico di libri che altri scrisse, non egli.

La leggenda aretinesca, come ogni altra leggenda, prende le mosse

dalla nascita dell’eroe, e lo seguita poi, un po’ interrottamente, a

dir vero, sino alla morte. Essa si prefigge, innanzi tutto, di dargli

vili, o anche sconci ed illegittimi natali, affinchè l’infamia sua

cominci col nascere, e appaja, in certo modo, originale e necessaria.

Anton Francesco Doni, nel _Terremoto_, per meglio giustificare la

identificazione ch’ei fa dell’Aretino con l’Anticristo, lo dice figlio

di un terziario e di una pinzochera; ma anche _vilissimo figliuolo d’un

ciabattino._ Niccolò Franco, in quegli obbrobriosi sonetti che gli

compose contro, ora chiama il padre di lui contadino, ora calzolajo.

L’autore di quella sconcia _Vita_ che andò già sotto nome del Berni, e

non si sa propriamente di chi sia, parla di un padre villano e di una

madre schiavona e baldracca. E sulla fede di un così fatto narratore

infiniti ripeterono che Pietro Aretino nacque di una Taide di bassa

lega. Quanto al padre ci fu chi mise fuori un’altra favola, meno

ingiuriosa se vuolsi, ma non meno falsa. Il buon Mazzuchelli[125] si

affatica a dimostrare che l’Aretino fu figliuolo naturale di Luigi

Bacci, cavaliere d’Arezzo; e prima di lui aveva affermato il medesimo

quel dabben uomo, per non dirgli altro, del Crescimbeni, che a sua

volta aveva trovata la bella notizia nelle _Glorie letterarie di

Valdichiana, opera inedita di Jacopo Maria Cenni, rimasa in Napoli,

ove l’autore morì_[126]. E subito questo padre fu accettato per buono

e per autentico da quegli stessi infiniti che dalle mani dell’anonimo

libellista avevano accettata la madre. Ora è da notare che il signor

Jacopo Maria Cenni morì circa un secolo e mezzo dopo l’Aretino, e

che l’anonimo libellista, il Doni, il Franco, i quali tutti conobbero

l’Aretino di persona, del cavaliere Luigi Bacci non dicono verbo, e

non ne dice verbo nemmeno un Medoro Nucci, che fu tra i nemici più

pericolosi dell’Aretino, e che per essere appunto di Arezzo era in

grado di saper certe cose, e non si sarebbe fatto riguardo di dirle.

Anche costui fa l’Aretino figliuolo di un calzolajo.

Alessandro Luzio, in un buon lavoro pubblicato non ha molto[127],

sbugiardò tutta questa leggenda dei natali dell’Aretino, e sceverò

la verità dalle calunnie e dalle favole. Il padre dell’Aretino fu un

povero calzolajo per nome Luca; la madre una buona e bella popolana

chiamata Tita. Costei, non solo non fu quella svergognata che si

volle far credere; ma fu anzi una donna di ottima indole e di onesti

costumi, teneramente amata dal figlio, e da lui sempre ricordata con

ammirazione ed orgoglio. S’ella fosse stata una prostituta, l’Aretino

si sarebbe ben guardato dal parlarne altrui, e non avrebbe chiesto con

tanta insistenza, quanta certe lettere dimostrano, copia del ritratto

di lei al Vasari; nè il Vasari stesso avrebbe ardito di prenderla a

modello per l’immagine della Vergine Annunziata da lui dipinta sopra

la porta della chiesa di San Pietro in Arezzo; nè i cittadini d’Arezzo

avrebbero certo comportato un tal vituperio. Quanto al padre, l’Aretino

lascia scorgere, è vero, di vergognarsene; ma questo suo vergognarsene

prova appunto che gli era figliuolo, e toglie ogni probabilità a quella

storiella di Luigi Bacci. Se l’Aretino avesse saputo d’esser figlio

di costui, o se avesse saputo che tale era reputato da alcuni, non

avrebbe mancato di diffondere e di confermare quella opinione, da cui

poteva venirgli più onore che biasimo. Giacchè egli, che pure amando

svisceratamente le sue figliuole, non si curò mai di legittimarle,

adducendo a scusa che le aveva in modo legittimate con l’animo da non

richiedersi altra cerimonia, viveva in un secolo poco soggetto agli

scrupoli. E come avrebbe egli potuto vergognarsi di essere bastardo,

vedendo tutto giorno principi e papi con le masnade dei bastardi

intorno, e bastardi salire ai supremi onori e sedere in trono? Certo

egli si sarebbe trovato in assai numerosa compagnia, e avrebbe potuto

con miglior animo e più sicurezza esprimere quel giudizio a lui caro,

che difficilmente e di rado opera cose degne nel mondo chi è di origine

abietta.

Ma se nulla di vero c’è nella leggenda dei genitori dell’Aretino,

vediamo se alcun che di vero ci sia, o almen di probabile, in quanto

si narrò di altre persone della sua famiglia. Pietro non fu il solo

figlio di Luca e di Tita; egli ebbe alcune sorelle, almeno due; di

fratelli non è ricordo. Ora, verso queste sorelle, la leggenda non

fu nè più riguardosa, nè più giusta di quello fosse verso la madre.

Francesco Berni, in un sonetto notissimo, e che più altre volte dovrò

ricordare, fa menzione di due sorelle che l’Aretino aveva, secondo

lui, _a grand’onore_, nel lupanare della sua città natale. Il Franco,

in varii de’ suoi sonetti, parla, quando di una sorella, quando di

due, esercitanti il vituperoso mestiere. Che poi molt’altri abbiano

ripetuto quelle accuse senza punto curarsi di accertarne la verità, è

quasi soverchio avvertire. E sì che non è poi tanto difficile avvedersi

della loro falsità. Un primo dubbio già avrebbe dovuto far nascere il

fatto della nobiltà e del gonfalonierato conferiti a Pietro da’ suoi

concittadini. Per quanto que’ d’Arezzo potessero essere di manica

larga, è difficile pensare che volessero, coprendo sè di ridicolo

e di vergogna, fare quella dimostrazione ad un uomo le cui sorelle

erano state in Arezzo stessa, e forse erano tuttavia, inquiline di

postribolo. Ma il vero si è che le due sorelle dell’Aretino, delle

quali è memoria, furono entrambe maritate, l’una con un messer

Scipione, l’altra con Orazio Vanotti, soldato, e lasciarono, morendo

entrambe innanzi all’Aretino, quella due figliuole, questa due maschi

gemelli. Della prima l’Aretino ricorda come ardentemente desiderasse di

collocare una delle figliuole nel nobile monastero di Santa Caterina

in Arezzo, e com’egli si adoperasse per farcela entrare. L’altra morì

assai giovane, di puerperio, nel 1542, ed è quella stessa che, essendo

ancora zitella, nel 1536 fu inchinata dal duca Alessandro de’ Medici,

di passaggio per Arezzo, come gloriando ricorda pur l’Aretino in una

lettera di quell’anno medesimo scritta a esso duca[128]. Certo, non

mancano nemmeno in quel secolo esempii di prostitute che attendono al

mestiere pur essendo maritate; ma questi esempii occorrono di solito

fra le cortigiane propriamente dette, che vivono libere, non fra

le meretrici di bassa mano raccolte nei lupanari. Ora, nel 1536, la

seconda sorella di Pietro era ancora in casa, come si ha dalla lettera

suddetta, e certamente non faceva la prostituta. Come credere, in

fatti, che Alessandro de’ Medici, per poco schizzinoso che fosse in

materia di onestà e di decoro, volesse ossequiare pubblicamente una

sgualdrina? E come credere, d’altra parte, che le nobili religiose di

Santa Caterina volessero accogliere nel loro monastero la figliuola

di una donna, non solo di bassa condizione, ma infame? Tutte le prove

dunque del meretricio di quelle due sorelle consistono in alcuni versi

del Berni e del Franco, entrambi nemici acerrimi dell’Aretino, e l’un

di essi, il secondo, a causa della velenosa sua lingua, impiccato per

la gola. Confessiamo che in qualsivoglia giudizio le affermazioni di

testi così sospetti non sarebbero accolte se non con grande riserbo,

e che diedero saggio di molta leggerezza, per non dir peggio, coloro

che senza più le gabellarono per veridiche e per sicure. Aggiungiamo

che essi mostrano di conoscere assai poco e assai male l’Aretino, se

credono che un uomo come lui, così abile a trar vantaggio di tutto,

a riunire e coordinare tutti gli elementi del successo, potesse

commettere il grossolano, l’incredibile sproposito, di lasciare le

sorelle sue in una condizione da cui a lui stesso non poteva ridondare

che discredito e infamia. Questo sproposito l’Aretino non lo commise.

Noi lo vediamo adoperarsi con ogni impegno, ricorrere a tutte l’arti

ond’era maestro, per mettere insieme un po’ di dote alla sua sorella

più giovane: qualora egli non avesse ciò fatto per semplice ragione

d’amor fraterno, certo l’avrebbe fatto per accorgimento d’uomo che ha

una condizione e una riputazione da conservare.

Che cosa rimane dunque di tutta questa leggenda obbrobriosa che nemici

arrabbiati e libellisti senza nome fabbricarono intorno alla nascita e

alla famiglia di Pietro Aretino? Nulla di nulla, o solo una prova della

malignità o dell’errore loro. Vediamo se si possa prestar più fede ad

altri racconti che tutti, quali in un modo, quali in un altro, tendono

sempre a quel medesimo fine di screditare, di svergognare l’Aretino.

Io non affermo già che alcune delle cose che vi si narrano non possano

anche esser vere; ma dico che in generale quei racconti sono, o per una

o per un’altra ragione, tali da destare grave sospetto, e da non poter

essere ricevuti per veri finchè non sieno suffragati da più sicure

prove. Un tribunale non li accoglierebbe che a titolo di semplice

informazione.

Si dice che l’Aretino, quasi fanciullo ancora, dovette fuggirsene

dalla patria per certo sonetto da lui composto contro le indulgenze.

Ciò dovrebbe provare come, sino dai più teneri anni, fosse stata in

lui quell’indole maligna e insolente di cui s’ebbero poscia a vedere

gli effetti. Ma chi è che lo dice? Gerolamo Muzio, suo nemico mortale.

E quando lo dice? Quando importa far credere al mondo che l’Aretino,

oltre ad essere una sentina di vizii, è anche un miscredente o un

eretico. La stessa intenzione appare in un’altra storiella, ove è

detto, che avendo l’Aretino, in Perugia, veduta nella pubblica piazza

una pittura che rappresentava Maria Maddalena a’ piè di Cristo, con

le braccia aperte, andatovi di nascosto, dipinse tra quelle braccia un

liuto. Ma tale storiella non ha più antico narratore di Carlo Caporali,

che visse un secolo dopo l’Aretino, e non dice d’onde l’abbia tratta.

Entrambi i racconti sono poi in contraddizione diretta coi modi che

l’Aretino serbò tutto il tempo di vita sua in materia di religione.

Uno dei fatti più spesso ricordati e più universalmente tenuti per

veri, è che l’Aretino fosse alcun tempo legatore di libri in Perugia, e

ogni suo sapere acquistasse in quell’esercizio, con occasione di vedere

e leggicchiare le carte che andava cucendo. Ma ciò si trova affermato

la prima volta in una nota al già citato sonetto del Berni, nella

stampa vicentina del 1609: e con quale scopo si trova affermato? Con

quello evidentemente di dare alla coltura dell’Aretino, qual ch’ella si

fosse, una origine in tutto umile e fortuita, e d’ispirarne altrui un

assai povero concetto.

Andiamo innanzi.

Nel libello anonimo già ricordato si narra che l’Aretino dovette

lasciare la casa di Agostino Chigi, il ricchissimo e munificentissimo

banchiere senese, per avervi rubato una tazza d’argento. Ora, nè

il Berni, nè il Franco, nè il Doni, nè altri sanno nulla di questa

tazza; chè se qualche cosa ne avessero saputo, non avrebbero mancato

di aggiungere ai molti titoli vituperosi che gli dànno anche quello

di ladro. Del resto, questo del rubare non era vizio che potesse

facilmente accordarsi con certe qualità, buone o cattive che fossero,

dell’Aretino, il quale fu egli sì molte volte rubato e da chi più

godeva della sua fiducia. Inoltre egli non lascia occasione di levare

a cielo il Chigi, ricordandone la umanità e la larghezza, il che non

avrebbe certamente fatto, anzi avrebbe in tutto taciuto di lui, se ne

fosse stato cacciato di casa per ladro.

E molt’altre cose si narrano in quella _Vita_: che, sendo d’anni

diciotto circa, si fe’ cerretano, e andossene in Lombardia, e cantò in

banca a Vicenza, avendo compagno in tal mestiere un certo Calcagno;

che poi s’acconciò per garzone con un oste in Bologna; che stanco di

fare il garzone, si rese frate in un convento di Ravenna; che toltosi

anche di là, si mise per mezzano, per pazzo e per buffone con Leone X,

ed ebbe compagni altri mezzani, altri pazzi e buffoni, e alcuna volta

si adoperò a voltar lo spiedo in cucina; che si acconciò, dopo, per

istaffiere con Giovanni de’ Medici, il gran capitano; che morto costui,

se ne tornò a Roma, e servì Clemente _di quello che prima aveva servito

Leone_; che dopo il famoso sacco, e dopo un certo scherzo che ebbe a

patire dagli Spagnuoli, se ne andò, truffato un Ferrarese, a Venezia,

ecc. ecc. L’anonimo autore dice aver udito narrar tali cose, parte a

Niccolò Franco, e parte al Marcolini, il famoso stampatore, compare

dell’Aretino; ma quanto al Franco mente di certo, perchè costui, se le

avesse sapute, non avrebbe mancato di metterne qualcuna in quei suoi

sonetti, che pur sono più centinaja. Aggiungasi che nè il Berni, nè il

Doni ne fanno ricordo.

Molte altre cose racconta l’autor della _Vita_, alcune delle quali

di tanta turpitudine che non si possono nemmeno accennare, e tali che

appena avrebbe potuto risaperle chi sempre fosse stato alle calcagna di

Pietro e avesse fatto vita con lui; altre di tal qualità che mostrano

l’indole bugiarda di tutto il racconto. Così egli dice che la madre di

lui, la notte innanzi al parto, sognò un otre di vino; che compiuti

appena i cinque anni, il fanciullo si mise a studiare la Maccaronea

di Merlin Coccajo, nel qual caso questi avrebbe dovuto egli stesso

comporla in età di cinque o sei anni; che essendogli stati posti

dinanzi Virgilio e il Petrarca da un canto e la _Regina Ancroja_ e gli

Amori di Luciano dall’altro, egli tolse questi e lasciò quelli; che

fatto altro simile esperimento con rame, argento ed oro, egli acchiappò

l’oro alla bella prima. Poi gli attribuisce certi strani componimenti,

e fra gli altri alcune pappolate e cantafere che lo stesso Aretino,

nella commedia _La Cortegiana_, fa gridare da un _furfante che vende

istorie_, e cioè; _la guerra del Turco in Ungheria, le prediche di

Fra Martino, il Concilio, la cosa d’Inghilterra, la pompa del Papa

e dell’Imperadore, la circumcisione del Vaivoda, il sacco di Roma,

l’assedio di Fiorenza, lo abboccamento di Marsilia_[129]; e poi ancora

l’istoria del becco all’oca, che si ha inserita nel _Mambriano_ del

Cieco da Ferrara, e la novella di Biancofiore, _rubata_ al Boccaccio.

Per mostrare del resto quanto l’autore si curasse di esser veridico,

basta avvertire ch’egli fa dire al Berni la vita dell’Aretino potersi

facilmente comprendere in quella commedia, e al Mauro, l’altro

interlocutore del dialogo, che l’Aretino _sarà stato_ tutto quello che

in detta commedia dice di sè stesso il Rosso ad Alvigia: frate, garzone

di oste, giudeo, alla gabella, mulattiere, compagno del bargello, in

galera, mugnajo, corriere, mezzano, cerretano, furfante, famiglio degli

scolari, servitor dei cortigiani, il diavol e peggio. La storia di

Lazarillo di Tormes!

Sarebbe fatica sprecata voler mostrare la poca consistenza e la minore

credibilità di tutto il racconto dell’anonimo diffamatore; ma non

sarà fuor di luogo far vedere con un pajo di esempii come egli alteri

i fatti e mentisca. Primo esempio: egli dice che l’Aretino servì

Clemente _di quello che prima avea servito Leone_, cioè di mezzano,

di buffone e di pazzo, lasciando intendere con ciò che assai vile era

la condizione sua in corte del pontefice. Ora, certe lettere scritte

dal duca di Mantova all’Aretino, e dall’agente di Mantova in Roma

a esso duca, lettere uscite dall’Archivio Gonzaga, e su cui non può

cader dubbio di alterazione[130], provano che l’Aretino in corte del

pontefice godeva di molta considerazione, e molto poteva sull’animo del

pontefice stesso. Secondo esempio, che serve anche contro il Doni. Dice

l’autor della _Vita_: «Scrisse al Duca di Ferrara il poeta chiedendo

denari: non volse Ercole che un furfante si vantasse che un Signore si

degnasse di lui: ebbe a male il poeta e scrisse del Duca. Ercole il

seppe e tenne uomini per ammazzarlo a Venezia. Non successe tal cosa

perchè egli stava serrato in casa, parte per questo, parte per debiti».

«Onde deriva che il Duca di Ferrara vive con tanta quiete? Perchè non

vi dona», dice messer Antonfrancesco nel _Terremoto_, e afferma inoltre

che il Duca lo fece sacchettare di santa ragione. Ma mente egli e mente

l’anonimo, e della menzogna d’entrambi ci sono le prove autentiche

e chiare. A più riprese il Duca fece all’Aretino regali; e troviamo

ricordo di una veste di raso nero assai pomposa, di un anello con un

diamante, di cinquanta scudi d’oro, di altri cento scudi d’oro, di una

coppa d’argento dorato, di due altre vesti assai ricche; nè gli donò

solamente, ma gli si fece ancora raccomandare dal proprio segretario

Bonleo, il quale scriveva al Divino di non porgere orecchio a chi gli

dicesse male del Duca[131].

Tralascio altre accuse, o di minor rilievo, o in tutto generiche, e

vengo a quanto fu narrato, creduto, ripetuto e ammesso universalmente

per certissima verità circa la morte dell’Aretino. Questa storia è

nota a tutti. Un giorno, l’Aretino, udendo narrare non so che fatti

di quelle sue sorelle meretrici, preso da un irrefrenabile impeto di

riso, e arrovesciatosi, per ridere più spappolatamente, sulla scranna

che lo reggeva, cadde allo indietro, e percosso il capo in terra,

rimase morto sul colpo. La fine parve degna dei principii e di tutta

intera la vita dell’uomo nefando, incontrò il gusto del pubblico,

ebbe conferma dai moralisti, fu rinarrata in novella e rappresentata

in pittura. Ma chi è il primo che parli di sì fatta morte? Un Antonio

Lorenzini, fiorito sul principio del secolo decimosettimo. Si vede

subito di quali elementi, in virtù di quali suggestioni la leggenda

siasi formata. Bisognava che l’ultimo atto dell’Aretino sulla scena del

mondo confermasse quella vita tutta di turpitudini, anzi, in certo modo

la epilogasse e concludesse come nell’ultima pagina si epiloga e si

conclude un libro. E certo non si poteva immaginare favola che meglio

mostrasse in breve la infamia della famiglia dell’Aretino, il cinismo

di lui, e la giustizia e congruenza della punizione. A taluno parve

che l’Aretino non si dovesse lasciar morire a quel modo, senza fargli

dire qualche cosa che provasse l’empietà di lui, come il fatto provava

la svergognatezza; e così alla favola principale si attaccò un po’ di

coda, e si disse che lo scelleratissimo uomo non morì subito subito, e

che ricevuta la estrema unzione, profferì un’ultima bestemmia, dicendo:

Guardatemi da’ topi or che son unto.

La leggenda, dico, era formata ingegnosamente e tale da ottenere

universale credenza, tanto più che in essa c’era, come vedremo, una

parte di vero: ciò nondimeno non potè fare che altre leggende non

nascessero. Qualcuno ci fu che lo volle morto di apoplessia[132], forse

come morte conveniente a una vita di stravizii; ma altri pure ci fu che

non si contentò nè di una morte naturale, nè di una morte violenta, ma

fortuita. Non meritava l’Aretino di morire impiccato? ebbene, egli morì

impiccato. Così almeno racconta in un suo sermone latino Michele de

l’Hôpital, il famoso cancelliere di Francia[133]. Non dimentichiamo che

tal morte era stata, in certo modo, profetizzata dal Berni all’Aretino

e che le profezie fanno venire altrui la voglia di vederle avverate. Il

Berni ebbe anche a toccare di certo squartamento che sarebbe seguito

alla impiccagione; ma l’autor della favola, non s’intende perchè, non

volle profittarne. Doveva essere persona discreta.

Ora si sa come morì l’Aretino, e tutte le leggende si dileguano

dinanzi al documento irrefragabile che porge di quella morte autentico

e preciso ragguaglio. È questo un certificato di Pietro Paolo

Demetrio, parroco di S. Luca in Venezia, il quale attesta d’aver

sepolto cristianamente l’Aretino in quella chiesa, e dice che questi

morì di morte subitanea, cadendo da una sedia a bracciuoli, e che

il giovedì santo, _avanti che finisse gli ultimi suoi giorni_, si

confessò e comunicò, _piangendo lui estremamente_, come, dice il buon

prete, _vidi io stesso_[134]. Tale dichiarazione fu fatta dal parroco

venticinque anni dopo la morte di Pietro, nel 1581, e a richiesta di

un Domenico Nardi da Reggio, il quale probabilmente l’avrà domandata

per imporre con essa silenzio alle vituperose dicerie. Giova notare che

il certificato fu fatto con intervento di notajo e che non gli manca

nemmeno la convalidazione ducale. Ciò che in esso si dice della caduta

da una sedia, raccostato a quanto l’Aretino racconta in certo luogo di

sè stesso, dicendo che era suo costume di arrovesciarsi indietro ogni

qualvolta rideva di gusto, mostra come possa esser nata la leggenda

principale circa il modo della sua morte. La fantasia supplì le sorelle

meretrici, prendendole dal sonetto del Berni e da quelli del Franco.

La leggenda dell’Aretino, bugiarda per quanto spetta alla nascita,

bugiarda per quanto spetta alla morte, è senza alcun dubbio bugiarda

per molta altra parte. Questa leggenda, del resto, noi non la

conosciamo nemmeno intera. Essa ci apparirebbe di certo assai più

estesa, se, come giunsero sino a noi le accuse e le imputazioni del

Franco, del Doni, dell’anonimo biografo, così ancora ci fossero giunte

quelle di altri nemici e detrattori suoi, per esempio di quel Colvi,

che anch’egli andava spargendo vituperii dell’Aretino.

Io non dico già che l’Aretino non possa aver fatto, soprattutto in

certi anni più oscuri della sua vita, alcune di quelle cose onde fu

accusato, o alcune, almeno, simili a quelle; ma dico che non ci son

prove per credere ch’ei le abbia fatte veramente. E aggiungo che gli

accusatori suoi, taluno non abbastanza noto, altri troppo noti, altri

necessariamente poco o male informati, non meritan fede nè molta nè

poca. Chi voglia fare un processo all’Aretino non deve in tal caso

tener conto delle testimonianze altrui, ma solo delle confessioni sue

proprie, di ciò ch’egli stesso lascia vedere e indovinare di sè.

Attraverso il Cinquecento · 第 10 / 46 题