Il Petrarchismo è una malattia cronica della letteratura italiana. A
cominciare dai tempi stessi del poeta che gli diede il nome, e a venir
giù sino a quelli dei nonni o bisnonni nostri, ogni secolo della nostra
storia letteraria se ne mostra, non voglio dire infetto, che potrebbe
parere troppo irriverente verso la causa prima e non volontaria del
male, ma soprappreso, o colpito, in varii modi e con diversità di
grado e di effetti. È una specie di febbre ricorrente, da cui non so
se possiam dirci ancora in tutto e per sempre guariti, ma che già più
di una volta c’ebbe a tornar perniciosa. Il Petrarca era ancor vivo e
vegeto che molti già, com’egli stesso ci dice, si facevano belli delle
sue spoglie, tentavano di tramandare sull’ali stesse dell’ingegno
di lui il nome loro ai posteri. Costoro, che spacciavan per proprii
i versi stessi del cantore di Laura, sono certo i petrarchisti più
petrarchisti che sieno mai stati. Poi, subito dopo, comincia la
imitazione, comandata, in certo qual modo, da quella riputazione
strabocchevole, e forse senza riscontro, la quale, avendo accompagnato
il poeta in vita, non fece, lui morto, se non accrescersi e
confermarsi. Zenone da Pistoja, che in due migliaja di fastidiosissimi
versi deplorò quella morte, fa dire al mondo, vedovato del suo poeta:
Quest’era la colonna del mio stato
Quest’era luce mia universale,
Come dal sol da lui illuminato.
E, veramente, a questo sole ebbero a scaldarsi infiniti, cui Febo molto
volentieri avrebbe lasciato morirsi di freddo, nel bujo.
Ebbe petrarchisti il Trecento; ebbene il Quattrocento, e non pochi;
ma il secolo in cui il petrarchismo galla, lussureggia, trionfa e
strabocca, è il Cinquecento: così che quando si parla di petrarchismo,
subito la mente corre a quel secolo, come se a quello esso appartenesse
strettamente ed in proprio.
Quali le ragioni del fatto?
A tale domanda alcuni storici della letteratura non dànno risposta di
sorta, paghi di descrivere incompiutamente, o anche solo di registrare
il fatto; altri rispondono assai per le spicce, con pericolo grande di
risponder male[1].
Il buon Settembrini, che batteva sempre su quel suo chiodo (ma
non sempre a torto, intendiamoci) della oppressione civile ed
ecclesiastica, nemica così del pensiero, come della unità e libertà
d’Italia, dice a tale proposito[2]: «La Lirica è essenzialmente
affettuosa: tra gli affetti il solo amore era libero, non dava sospetto
ai principi ed alla Chiesa: il Petrarca fra gli antichi ed i moderni
è il maggior poeta di amore: i monumenti antichi di recente scoperti
e pubblicati fecero stabilire come principio di arte l’imitazione:
ecco come fu imitato il Petrarca». A ciò si risponde che significare
altri affetti nel verso non era poi così rigorosamente vietato,
provando il contrario gli esempii noti del Guidiccioni, dell’Alamanni,
e di quant’altri, e non furono pochi, ebbero allora a deplorare i
mali d’Italia, a esecrarne le cagioni, a ricordare con dolore e con
desiderio i tempi e le glorie antiche; che il petrarchismo non è tutto
contenuto nella poesia imitativa di quei lirici; che il fatto, ben
lungi dall’avere una causa sola, ne ha parecchie, le quali si potranno
vedere specificate più oltre.
Uno storico tedesco della letteratura italiana, il Ruth, cerca le
cause del petrarchismo del Cinquecento in una innata ed incurabile
debolezza dell’ingegno italiano, e dice che, senza una tale debolezza,
il Petrarca non sarebbe stato mai, come fu, canonizzato massimo
poeta[3]. A quest’affermazione sommaria, che fa torto ad uno storico
di professione, troppe cose ci sarebbero da opporre; ma basterà, per
mostrare quanto sia vana ed ingiusta, ricordare che il Petrarca non fu
meno ammirato nella rimanente Europa di quello fosse in Italia; che di
petrarchisti ce ne furono in Ispagna e in Portogallo, ce ne furono in
Francia, ce ne furono in Inghilterra, ce ne furono, sebbene più tardi,
come di ragione, in Germania; e che però quella presunta debolezza,
se è del popolo italiano, è anche di tutti gli altri popoli a cui si
allargò la coltura del Rinascimento. Certamente il Settembrini e il
Ruth, per non parlare di altri, o non colgono il vero, o lo colgono
solamente in parte.
Il petrarchismo del Cinquecento è un fatto storico e letterario assai
complesso, e le cause di esso sono molteplici e variamente composte
e intrecciate, per modo che non riesce troppo agevole determinare
il prima e il poi dell’apparire e dell’operar loro; ma le più, se
non tutte, si possono riferire, come a principio, o a recapito, alla
coltura del Rinascimento, la quale, com’è noto, si specifica, non
solamente in una moltitudine di forme, ma in una moltitudine ancora
di tendenze e d’indirizzi. In queste forme, in queste tendenze, in
questi indirizzi, sono da ricercare le ragioni del petrarchismo; mentre
in forme, tendenze, indirizzi di opposta natura sono da ricercare
le ragioni dell’antipetrarchismo, che, come fenomeno di reazione, o
sintomo di nuova evoluzione, si appalesa in quel medesimo secolo. Nelle
pagine che seguono io mi propongo di parlare, così del petrarchismo,
come dell’antipetrarchismo, e, secondo l’ordine richiede, comincio dal
primo.
Il petrarchismo del Cinquecento è, come ho detto, un fatto complesso,
che prende varie forme: studiando queste forme, quali la vita del tempo
ce le vien presentando, noi potremo, senza sforzo, darci ragione delle
cause che lo produssero.
La forma più appariscente assunta da esso è la imitazione, quale la
ci mostrano i canzonieri degli innumerevoli petrarchisti: dico la più
appariscente, e, se vuolsi, anche la principale; non certo la sola. Di
cotesta imitazione si parla in tutte le nostre storie letterarie; ma
un po’ troppo in succinto, e senza la debita distinzione e l’opportuno
apprezzamento dei modi, dei gradi, delle vicende. Dire che la lirica
nostra di quel secolo è, presso che tutta, imitazione del Petrarca,
gli è dire la verità, ma non tutta la verità; giacchè dentro al fatto
generale ci son molti fatti particolari, i quali han tutti la loro
significazione, e meriterebbero di essere diligentemente raccolti
e ordinati. Io non intendo di supplire qui al difetto delle storie
letterarie, al che si richiederebbe lavoro molto maggiore di questo; ma
solo di ricordare alcune cose già note, e di metterne innanzi parecchie
altre che fanno al proposito.
Antesignano, corago e campione dei petrarchisti del Cinquecento è
messer Pietro Bembo, uomo di mediocre ingegno, ma di molta e varia
erudizione, educato in tutte le finezze e peregrinità di quella coltura
nelle Corti di Urbino e di Roma, nella impareggiata Venezia; non vero
poeta, ma studiatore e rifacitor di poeti; ringrandito dalla fama
fuori d’ogni misura, gridato meraviglia e fenice del secolo. Se s’ha
a credere a quanto scrive nel _Dialogo della storia_ Sperone Speroni,
Aldo Manuzio confessava che prima del Bembo il Petrarca non era
conosciuto in Lombardia e nel Veneto[4], dove, per contro, fu poi tanto
cognito, e tanto studiato, che Giangiorgio Trissino poteva con tutta
sicurezza affermare intendersi il Petrarca meglio in Lombardia che in
Firenze[5]. E Venezia diventò appunto il propugnacolo e la principal
sede del petrarchismo in Italia. Sulle orme del Bembo si accalca un
popolo di rimatori d’ogni generazione e d’ogni temperamento, in mezzo
a cui, a far fede della forza dello andazzo, si trovano storici e
politici, come il Machiavelli; veri poeti, come l’Ariosto; poeti da
succiole, come Lodovico Paterno; medici insigni, come il Fracastoro;
eruditi di peso, come il Trissino; buoni mariti, come il Rota; buone
mogli, come Vittoria Colonna; scapestrati, come il Molza; cortigiane,
come Tullia d’Aragona; uomini gravi, come il Varchi; artisti, come
Michelangelo; attrici, come Isabella Andreini; e cardinali, e frati, e
cortigiani, e guerrieri, e mecenati, e parassiti, e pedanti.
Tutti costoro imitano, ma non tutti ad un modo; chè anche in ciò
l’indole propria di ciascuno, gli studii, certi abiti della mente,
la condizione di vita, dovevano, o poco o molto, farsi sentire. C’è
chi studia di appropriarsi quanto più può la lingua, lo spirito, la
maniera del Petrarca, e procaccia poi di rifare il modello, senza
altrimenti curarsi di conformare in qualche modo a quel modello se
stesso, e alla vita di quello la propria vita. Per costoro l’arte del
Petrarca è una veste che s’attaglia a ogni dosso. Così il Bembo ruba
le forme di cui il Petrarca aveva rivestito il suo purissimo amore
per Laura e ci caccia dentro l’amore troppo diverso per quella sua
Morosina, che lo fece padre di parecchi figliuoli. Certo, non si può
frantendere più di così l’indole e il magistero della poesia. Gerolamo
Muzio petrarcheggiò in onore di quella famosissima Tullia d’Aragona,
che, non giova nasconderlo, figura in certa _Tariffa_ dell’inclita
città di Venezia; e Bernardino Rota, men malamente, scrivendo le _Rime
in vita e in morte_ della propria moglie, Porzia Capece. Altri, con
alquanto più di buon giudizio, procurava di rifar dentro di sè l’anima
del Petrarca, e intorno a sè alcuna condizione della vita di lui,
o lasciava credere che così facesse. Il Cariteo scovava a dirittura
un’altra Laura, e spasimava per lei dodici anni; e quattordici durava
lo struggimento del Sannazaro per la bella Carmosina; undici quello del
buon Guidiccioni per non ricordo quale _fera_ virtuosa e bella. C’era
chi si attaccava alle falde del maestro, e non osava scostarsi un passo
da lui; e c’era chi, pure imitando, si studiava di metter qualche cosa
di suo ne’ suoi versi. Così ebbero lode, per alcuna tentata novità,
Giovanni Della Casa, Angelo Di Costanzo, ed altri. Parecchi imitatori
si accozzavano insieme, e di pezzi componevano un nuovo Canzoniere,
come può vedersi nelle _Rime di diversi eccellenti autori in vita e
in morte dell’illustrissima signora Livia Colonna_, stampate in Roma
nel 1555. Più che imitatori erano i centonisti, i quali rifacevano il
Petrarca con lo stesso Petrarca, e spesso i versi di lui forzavano a
dire ciò che mai non avevano detto: e abbiamo centoni del Sannazaro,
di Bernardino Tomitano, d’Isabella Andreini, di un Fabrizio Accolti,
di un Luc’Antonio Ridolfi, di altri. Un Giulio Bidelli, mostro di
pazienza, giungeva a mettere insieme _Dugento stanze e dui capitoli,
tutte de versi del Petrarca_. Si usava anche di lardellare con versi
del Petrarca i proprii componimenti. Così Isabella Andreini compose un
capitolo in cui ogni terzetto finisce con un verso del Petrarca, e il
medesimo, già molto prima, aveva fatto per celia Pietro Aretino: un
Fabio Cavofigli, da Bitonto, morto nel 1570, compose un poema in sei
canti, intitolato _L’Esiglio_; dove ogni stanza termina con un verso
del Petrarca.
Non mancava chi, lasciando al _Canzoniere_ i suoi versi, ne rubava le
rime, per avere il gusto di accodarvene altri, di sua fattura. Un po’
meno che imitatori direi coloro i quali pigliavano dal Petrarca di
seconda o di terza mano, facendosi seguaci dei seguaci di lui, come a
dire del Bembo e di monsignor Della Casa. Si veniva ad avere per tal
modo un Petrarca assottigliato e annacquato con processo che ricorda
certe soluzioni ripetutamente diluite dei chimici; e se i versi dei
primi imitatori posson rassomigliarsi a un vinello di poco spirito e
manco sapore, quelli dei secondi sono a dirittura la risciacquatura
del tino. C’era ancora chi pensava di dover compiere o rifare il
_Canzoniere_, oppure dargli un opportuno riscontro. Uno Spina componeva
_Il bel Laureto_ (Milano, 1547) tutto in lode di Madonna Laura, che, a
suo giudizio, non doveva essere stata dal Petrarca abbastanza lodata.
Nel 1552 si pubblicavano in Venezia _I sonetti, le canzoni, et i
trionphi di M. Laura in risposta di M. Francesco Petrarca per le sue
rime in vita, et dopo la morte di lei pervenuti alle mani del magnifico
M. Stephano Colonna_. E senza più, Ludovico Paterno osava chiamare
_Nuovo Petrarca_ un suo sciattissimo canzoniere in vita e in morte di
una madonna Mirzia (Venezia, 1560). Per agevolare la imitazione, o il
furto, si moltiplicarono i _Rimarii del Canzoniere_.
La prosunzione in molti di questi imitatori era assai grande, e più
d’uno si credette d’aver superato il maestro, o che il superasse fu
creduto da altri. A noi le rime di monsignor Della Casa non pajono
veramente gran cosa: ma il Varchi, il Tasso ed altri non isdegnarono
di studiarci sopra, di esporle e di commentarle: il primo di aprile
del 1616 Orazio Marta mandava al conte di Castro un suo parere, in
cui quasi quasi pone il Casa sopra il Petrarca. In un suo epigramma
latino Marc’Antonio Flaminio dà al Molza più gloria che a Tibullo e al
Petrarca, e ciò per aver egli saputo riunire in sè il pregio dell’uno
e dell’altro poeta. Il marchese di Mantova scriveva a Pietro Aretino
il 27 d’agosto del 1524: «La canzone mi è sommamente piaciuta in la
imitazion aveti fatto di M. Francesco Petrarca: lo avete molto, secondo
il nostro judizio, superato, e nel corso lassatolo drieto a voi un gran
pezzo»[6]. E sì che messer Pietro non ci teneva punto a passare per un
gran petrarchista.
Il Petrarca era maestro massimo di poesia; da lui si ripetevano e si
ricavavano tutte le parti e le norme dell’arte. Il poeta che senza
paragone si cita più di frequente nelle Poetiche del Cinquecento, è
lui; veggane le prove chi vuole nelle Poetiche di Bernardino Daniello,
di Mario Equicola, del Muzio, del Minturno, di Andrea Gilio e di altri.
E non è a dire se versi del Petrarca occorrano spesso nel _Tesoro di
concetti_ poetici del Cisano e in altre consimili raccolte. A mostrare
di quanto favore egli abbia goduto in quel secolo basta ricordare
che le edizioni del _Canzoniere_, di trentaquattro ch’erano state nel
Quattrocento, salirono a centosessantasette, per cadere a diciasette
soltanto nel secolo successivo; mentre le edizioni della _Divina
Commedia_ furono rispettivamente in quei tre secoli di quindici, di
trenta e di tre. Dante ebbe anche nel Cinquecento ammiratori ardenti,
come, per citarne due, Michelangelo Buonarroti e Giambattista Gelli; e
qualcuno ce ne fu che, come il Cosmico, osò porlo sopra il Petrarca;
ma, ad ogni modo, la fama sua fu ben poca a paragone della fama di
questo. Ed era lo spirito del secolo tutto intero che voleva così.
Il Cinquecento era fatto per intendere il Petrarca e per non intender
Dante. Fermiamoci un poco a considerare perchè.
Immaginatevi il rigido e sdegnoso Alighieri, quell’Alighieri, che, come
dice Giovanni Villani, _quasi filosofo mal grazioso non bene sapeva
conversare co’ laici_, in mezzo ad uno di quei crocchi eleganti dove la
coltura, l’ingegno, la beltà, la cortesia, gli affetti teneri e gentili
si stimolavano a vicenda, si davano scambievolmente risalto e valore;
uno di quei crocchi che formavano la principale attrattiva della vita
in Urbino, in Ferrara, in Mantova, in Roma, in Venezia: certamente egli
vi si sarebbe trovato molto a disagio, ed anche agli altri sarebbe
stato cagion d’imbarazzo. Poneteci per contro il Petrarca e vedrete
subito ch’egli ci si trova, come si suol dire, nel suo centro. Gli è
che il Petrarca, malgrado le melanconie ascetiche e i disgusti profondi
che di tanto in tanto lo soprapprendono, è quasi, già nel Trecento, un
uomo del Cinquecento; è il maestro insuperato e insuperabile di tutte
le squisitezze e di tutte le eleganze. Un secolo come il Cinquecento,
che ricerca in ogni cosa la peregrinità e la grazia, che tutto affina
e illeggiadrisce, che, rifuggendo istintivamente da quanto è semplice,
primitivo, ingenuo, fa della vita un’arte, per non dire un artificio,
doveva riconoscere nel Petrarca il solo poeta volgare degno d’essere
posto in ischiera coi poeti dell’età augustea, e compiacersi della
poesia del Canzoniere come di quella che meglio assecondava, blandiva,
esprimeva i gusti e gl’ideali suoi proprii. A dirla in una parola, è
la cortigiania del secolo XVI, presa nella sua duplice e più larga
significazione di forma di coltura e forma di vita, che leva sugli
altari il Petrarca, e in molteplici guise ne promuove il culto. Però
s’intende quale sia il pensiero di monsignor Della Casa, quando, nel
_Galateo_[7], appunta di disonestà alcuni vocaboli e versi di Dante,
e dice che dal poeta della _Commedia_ non si può apprendere _l’arte di
essere grazioso_. Al Petrarca, nè monsignore, nè altri, avrebbe potuto
muovere così brutto rimprovero.
In fatti noi troviamo il petrarchismo in istretta relazione anche con
la cortigiania più frivola e scioperata, quella che si spendeva tutta
nelle graziosità non sempre di buona lega della vita esteriore, senza
dignificarsi nell’amore degli studii e delle buone arti. Dice Pietro
Aretino nella _Cortegiana_[8] che certi cortigianuzzi effeminati e
sciocchi avevano molto a mano il Petrarca; e altrove, per bocca di
quella sua Nanna[9], descrive i leggiadri cavalieri di Roma, quali
usavano mostrarsi per le vie, «andando soavi soavi co’ loro famigli
a la staffa, ne la quale tenevano solamente la punta del piede,
col Petrarchino in mano, cantando con vezzi». Il Petrarchino era il
_Canzoniere_, in edizione elegante, di piccolo formato[10]. In una
scena del _Furbo_, commedia di Cristoforo Castelletti, l’innamorato
Aurelio si presenta con un Petrarca in mano, regalatogli dalla
diva[11]. Sì fatti stucchevoli vagheggini descrive quel cervel balzano
del Garzoni nella sua _Piazza universale di tutte le professioni del
mondo_[12]: «caminano tutto il giorno vestiti come ninfati Narcisi, col
fiore nell’orecchia, con la rosa in mano, coi suoi guantetti profumati,
con la gamba attilata, col passo artificioso, col motto galantino,
con l’andar lesto, che pajono daini di Soria, e qui si fermano un
tratto, danno una occhiata, fanno un cenno, tranno un sospiro, fan di
pennacchino una volta, salutan sotto voce, si raccomandano alquanto,
ricevono un risetto forbito, un guardo maliziosetto, e allora col
farsetto pien di gioja partono cantando, e vanno a casa a comporre
una sestina, o un madrigaletto, dove il cieco d’Adria non s’accorge
che la mariuola gli ha furfato in versi, senza essere discoverta da
veruno». Una genía che vive e prospera ancora, come si vede. Costoro
dovevano molto spesso rassomigliare a quel messer Simpliciano che
descrive il Bandello[13], dicendo, tra l’altro, che era «il più
polito ed il più profumato giovane di Milano; e teneva un poco, anzi
che no, del Portogallese; che ogni dieci passi, o fosse a piede o
cavalcasse, si faceva da uno dei servidori nettar le scarpe». Aveva
ragione il Castiglione, che gli escludeva dal consorzio dei veri e
buoni cortigiani[14]: «Questi, poi che la natura, come essi mostrano
desiderare di parere ed essere, non gli ha fatti femine, dovrebbono,
non come buone femine essere estimati, ma, come publiche meretrici, non
solamente delle corti de’ gran signori, ma del consorzio degli uomini
nobili esser cacciati».
Anche costoro, dunque, dovevano, alla lor maniera, favorire il
petrarchismo, mentre non dovevano certo, da parte loro, contrariarlo
quegli Spagnuoli che, maestri di scioperata e sdilinquita cortesia,
avevano, come dice l’Ariosto, messa _la signoria sino in bordello_.
Quei Don Cirimonia di Moncada e quei Signor Lindezza di Valenza, di
cui ride il sempre arguto Aretino, stretti in cintura, come li ricorda
il Sanga, _attillati, odoriferi, schifi....., la spadiglia a canto,
fumosi, il mozzo dirieto, per vida de la Imperadrice, e con l’altre lor
lindezze attorno_[15], sempre _assassinati d’amore_, dopo aver veduto
il Petrarca godere di tanta considerazione in casa loro, dovevan dar
mano ad allargarne il culto anche tra noi. E c’è memoria di un Don
Diego, il quale osò persino d’imbrancarsi col gregge degli imitatori,
facendo così venire la muffa al naso al buon Lasca, che sotto nome di
messer Goro della Pieve, gli scaraventò contro un sonetto, esortandolo
a levarsi di Firenze. Non si può ragionevolmente non credere che
costoro facessero spalla con molto impegno al petrarchismo, se è vero
ciò che dice il Mauro, che cogli Spagnuoli entrò in Italia una nuova
usanza di sospiri:
Non era in uso quel baciar di mani
Nè ’l sospirar sì forte alla spagnola,
Ch’or è sì proprio de’ napoletani[16].
E chi al mondo sospirò più di messer Francesco? Così la cortigiania
favoriva il petrarchismo, non meno con le sue tendenze cattive che con
le buone.
Si capisce come il Petrarca, riconosciuto maestro insuperabile e
modello unico della poesia lirica, dovesse tirarsi dietro a rimorchio,
oltre agli ingegni migliori, anche un infinito popolo di poetastri
e poetucoli da strapazzo, pei quali la imitazione era ineluttabile
necessità, mentre per gli altri, almeno sino ad un certo punto, era
libera elezione. La molta e diffusa coltura, se reca alla società cui
appartiene benefizii grandi e molteplici, reca pur qualche danno, fra
gli altri quello di promuovere e di stimolare un dilettantismo non
sempre di buona lega. Ciò si vede in ispecial modo in quel secolo XVI,
nel quale la smania di passare per letterato, d’imbrattar fogli e di
stampar libri, assume il carattere di una vera e propria epidemia.
Aggiungasi che il mecenatismo, falso o sincero, dei tempi, suscitava
molte facili speranze, e faceva seguaci delle muse molti ch’erano nati
per la striglia, e pur vagheggiavano il pane con poca fatica lucrato,
gli onori e i favori delle Corti. Per tacere degli altri, i poeti, o
direm meglio, i verseggiatori di quel secolo sono come l’arene del
mare. _Può far Domenedio che i poeti ci diluvino come i Luterani?_
esclama l’Aretino nel prologo della _Cortegiana_. E nella commedia[17]
ricorda un Cinotto, un Casto da Bologna, un prete Marco da Lodi, e nel
Capitolo all’Albicante un fra Porro, tutti d’una buccia e d’un midollo.
Alcuni, come il Querno, il Baraballo, il Brittonio, il Gazoldo,
riuscirono per singolare concorso di casi, a tramandare ai posteri
un nome vituperato; ma quanti altri mai affondarono irrevocabilmente
nel mar dell’oblio? quanti vissero e morirono senza che il nome loro
uscisse fuori di quei tristi e luridi tinelli, dove dividevano cogli
staffieri e coi mozzi di stalla la scarsa pietanza? E a che cosa doveva
riuscire tra le mani di costoro il Petrarca? Contro uno di questi,
certo Eufrosino Lapini, si scaglia con un veemente sonetto il Lasca:
Oh gran gagliofferia,
Veder le vostre goffe e fredde stanze,
Piene di passerotti e discordanze;
E per belle creanze
Metter quei versi del Petrarca in guisa
Che chi li legge crepa delle risa!
Ma il Petrarca non era solamente l’oracolo della poesia; era ancora
l’oracolo della lingua. E perchè? Anche di ciò la ragione è da cercare
nella coltura del nostro Rinascimento. Di mezzo a quella coltura vien
fuori quel particolar gusto, quel complesso di opinioni e di indirizzi,
quella suscettività e intolleranza in materia di lingua, che formano
il purismo. Considerare il purismo nostro non altrimenti che come un
fatto di rigidità e di grettezza accademica, solo perchè l’Accademia
della Crusca ne fu massima fautrice e tutrice, non è nè ragionevole
nè giusto. In sostanza il purismo non è se non la esagerazione e la
conseguenza finale di quelle stesse tendenze per cui, in mezzo ad un
popolo, viene a formarsi, diversa dalla volgare, la lingua colta,
letteraria od aulica che voglia dirsi. Come tale il purismo non è
cosa propria della nostra storia letteraria soltanto, ma comune,
quando in una, quando in altra forma, a tutte le storie letterarie:
sebbene possa tra noi, per le condizioni stesse della coltura nostra,
essere riuscito più che altrove fastidioso ed eccessivo. La soverchia
raffinatezza, già tendente a leziosaggine, della coltura e del
costume, importa, insieme con molt’altre cose, anche una elezione
minuziosa, schifa e sofistica nel fatto della lingua, la quale vuolsi
rivesta quel carattere di signorile ed inappuntabile eleganza, che è
proprio di tutte l’altre cose, e delle forme e dei modi a quella vita
appartenenti. Come per veste ed ornamento del corpo si scelgono allora
i panni più costosi e più belli, così per veste del pensiero le parole
più nobili e più peregrine; e l’uso artificioso che un’arte men degna
fa di quei panni, un’arte più degna, o più presuntuosa, fa di quelle
parole. Nascono per tal modo ad un tempo la preziosità della lingua
e la preziosità dello stile, per cui l’uomo colto e cortigianesco,
nel fatto del parlare e dello scrivere, come in ogni altra cosa, si
distingue e separa dal volgo. E poichè quel medesimo lavoro di scelta
si viene ancora esercitando sulle cose di cui è lecito parlare, e
sulle idee che è lecito esprimere all’uomo di finita coltura, e che
perciò la materia del discorso si viene restringendo entro una cerchia
sempre più angusta, ne segue che tutta quella parte di lingua, la
quale risponde a cose e a pensieri non contenuti in tale cerchia, è
facilmente considerata come impura, guardata con sospetto, e messa
in contumacia, se non rinnegata affatto. Così nasce quella grande
smanceria e quella solenne pedanteria che si chiama il purismo, il
quale, per una parte di buono che possa avere, ne ha nove di cattivo,
e, quando giunga alle ultime sue conseguenze, dissangua la lingua,
uccide il pensiero, cancella di sana pianta le cose. E un altro fatto
si consideri. L’umanesimo ebbe per lungo tempo in dispregio il volgare;
era però naturale che il giorno in cui si piegava a fargli un po’ di
posto a canto al greco e al latino, si mostrasse assai schifiltoso e
severo, e si desse a cercare, per levarlo a tant’onore, il volgare men
volgare che fosse possibile di trovare. L’umanesimo, quanto a lingua,
era divenuto assai schizzinoso studiando in Cicerone e in Virgilio, e
in tutto oramai recava la tormentosa preoccupazione dell’aureo.
Così stando le cose, qual altro miglior esemplare di lingua poteva
scegliere il Cinquecento che il Petrarca, il sempre purgato e sempre
manieroso Petrarca, il quale avendo da esprimere i pensieri e i
sentimenti più delicati e più nobili, e da ritrarre le cose più
piacenti e leggiadre, poteva schiumare, per uso suo, la parte più
odorifera e linda del vocabolario, e lasciar tutta l’altra da un canto?
Nessuno, certo, almeno per la poesia. Gli è vero che quel grandissimo
pedante del Salviati ebbe a dire Dante più puro del Petrarca[18], e che
il medesimo disse pure Torquato Tasso[19]; ma questa non era opinione
molto cattolica. Gli è vero ancora che accanto al Petrarca si ponevano
Dante e il Boccaccio; ma quando si dice accanto, s’intende ai fianchi,
egli nel mezzo. Così li vide veramente il Caporali nella reggia di
Parnaso:
Nella più badiale e ricca sede
Stava il Petrarca, ed a man destra Dante
E ’l gran Boccaccio alla sinistra siede[20].
Niccolò Liburnio intitolò _Le tre fontane_ certa sua opera grammaticale
fatta sugli esempii di Dante, del Petrarca, del Boccaccio; ma se la
fontana principale era per la prosa il Boccaccio, per la poesia era
il Petrarca. Anzi il Giovio, nei suoi _Elogia_, chiama a dirittura il
Petrarca _italicae linguae conditorem et principem_. Le regole della
grammatica si cominciarono più particolarmente a fissar sul Petrarca;
e anche qui ci troviamo dinanzi, se non primo, certo uno dei primi,
messer Pietro Bembo, il quale, se ebbe in sè molti buoni ingegni, non
ebbe però mai il sentimento della lingua viva, e in fatto di lingua
e di stile aperse una scuola di pedanteria, che da ben poco può dirsi
chiusa[21]. Frughi chi ha tempo le molte grammatiche del Cinquecento e
vegga il posto e l’officio che vi tiene il Petrarca.
Insomma il Petrarca è maestro e signore, così del vocabolario, come
della grammatica, e in suo nome si fanno le leggi, e in suo nome
si assolve e si scomunica. Egli è in lingua ciò che San Tommaso in
teologia. Ond’è che il Castelvetro, volendo dare in capo al Caro per
ragione di quella sua canzone dei _Gigli d’oro_, comincia asciutto
asciutto con un _Il Petrarca non userebbe_, e ci attacca una filatessa
di voci e di modi che pare a lui abbiano dell’eretico. Ma certo non a
tutti doveva riuscire agevole l’uso di quelle parole melate e di quelle
graziette confettate del Petrarca, e qualcuno se n’aveva da avvedere.
E pare se ne avvedesse quello sciocco innamorato di Gerozzo, nella
_Pinzochera_[22] del Lasca, quando invasato dal pensiero della sua
bella, si lasciava scappar di bocca: «ch’è di quella ladra, traditora,
rubacuori? maledetto sia il Petrarca!» O non dev’egli parere tanto
più strano, che in quello sciagurato gergo ch’ebbe nome di lingua
jonadattica entrasse l’uso, secondo attesta Nicola Villani[23], di dire
_anima Petrarca_ per anima di pietra, come si diceva studiare il Boezio
per essere un bue, e _leggere il Mattioli_ per avere del matto?
Perchè il Petrarca non era solamente il grande erudito, il grandissimo
poeta; ma era ancora il solennissimo innamorato, il maestro e il
dottore di tutti gli innamorati; onde ben a ragione lo chiamava il
Domenichi _gran maestro per pratica e per scienza di tutti gli affetti
amorosi_[24]. E qui ci si scopre un’altra e principalissima ragione di
simpatia fra il nostro poeta e quegli uomini del Rinascimento.
L’amore, che tiene un gran posto nella vita di tutti i popoli e
di tutti i tempi, ne tiene uno grandissimo nella vita italiana del
Cinquecento, e ci si presenta con forme e con caratteri che, parte
sono generali e comuni, parte sono specifici e proprii. Dico amore e
dovrei dire amori; perchè quell’amore è di due maniere, teoretico e
pratico; e certo in nessun tempo corse tanta diversità dal teoretico
al pratico quanta allora si vede. Che cosa fosse l’amore pratico nel
Cinquecento sa chiunque abbia una qualche cognizione dei costumi e
della vita di quella età, e può ognuno vederne i documenti e udirne
le testimonianze parlanti nella novella, e in molt’altra parte di
letteratura contemporanea: amore sensuale e brutale, senza pudore
e senza velo; amore che non è altro ormai se non un rigoglio e un
impeto di appetiti animali, l’istinto che si sfrena e soverchia.
Questo è l’amore che risponde alla furia di godimento ond’è invasata
e agitata allora la società italiana, furia che la trascina su tutte
le vie della dissolutezza e la esercita in tutte le forme della
colpa e del vizio. Una triste istoria che a me non tocca narrare! Ma
di contro a questo l’altro amore si leva, l’amore che risponde alla
intellettualità fiorita dell’umanesimo ed ha suo luogo fra gl’ideali
più elaborati di quella coltura. Già col restaurato platonismo era
sorta tutta una dottrina d’amore puro ed etereo, che se in molte parti
si rassomiglia a quella dell’amore cavalleresco, se ne distingue e
disgiunge pel carattere essenzialmente filosofico de’ presupposti e
degli argomenti, e continua e svolge la dottrina degli antichi lirici
nostri. Oltre di ciò, data la società del Cinquecento, dati quegli
uomini educati in tutte le raffinatezze del pensiero, del sentimento
e del costume, non era possibile che per essi non s’indagassero, non
si tentassero le forme più immateriali, più delicate, più difficili
a reggersi ed a serbarsi, della relazione affettuosa fra l’uno e
l’altro sesso. Non era possibile che uomini, il cui animo era aperto
ad ogni incanto di bellezza e di venustà, non riuscissero talora a
levarsi alla contemplazione serena, non conturbata da grossolanità di
appetiti, della bellezza e della venustà muliebre, e a farne obietto
di culto. E nei crocchi dove la donna sedeva regina, e dove i più
culti intelletti gareggiavano di ingegnosità e di acume, i sentimenti
e i pensieri attinenti a quel culto dovevano rivestire le forme più
delicate e più peregrine. L’amore, i suoi caratteri, gli effetti,
porgevano assai frequente argomento di discorso e di disputa a quelle
geniali conversazioni. «L’avervi io conosciuta savia ed ingegnosa più
assai che non fu mai Nicostrata, Diotima, o Targelia», scriveva Ottavia
Bajarda a Camilla Testa, «mi fa confidente e molto ardita a chiedervi
la soluzione di alcuni dubbii che l’altro giorno nella mia casa da
ingegnose donne si trattorno»[25]; e seguita con una lunga filza di
quesiti d’amore.
Formavasi così quella dottrina artificiosa, e anche parecchio
pedantesca, la quale poneva l’amore puramente sensuale e corporeo
agl’infimi gradi della scala, l’amore santificato dal matrimonio,
nel mezzo, e l’amore ideale o platonico, emancipato dai sensi, e
figlio, come dicevasi, di Venere celeste, in sulla cima; e questo
poi considerava come causa, nella natura umana, di molte qualità
ed operazioni virtuose, e come anello di congiungimento con l’amore
divino. Questa dottrina si trova esposta e discussa da innumerevoli
autori del Cinquecento, in iscritture di ogni forma e qualità;
trattati, dialoghi, ragionamenti, lezioni, commentarii. E questi autori
sono varii di condizione e d’ingegno, filosofi, storici, novellatori,
poeti, cortigiane: sì, persino cortigiane, giacchè la celebratissima
Tullia di Aragona scrisse un dialogo della _infinità_ di questo amore,
lei che pur aveva dell’altro sì pertinente ed ampia cognizione. Al
quale proposito è da notare che la stessa grande, anzi eccessiva
depravazione dei costumi, contribuì forse a far sorgere, o a dar
risalto, per ragion di contrasto, a questo amore puro e spirituale.
Così in tempi di corruzion soverchiante viene in onore la letteratura
pastorale, e l’arte gode di porre a riscontro della turpitudine della
vita reale la innocente serenità dell’idillio. L’amor trascedente si
accompagna in assai facile modo con la scostumatezza.
Del resto andrebbe errato chi credesse che questo amore fosse cosa
assolutamente ed esclusivamente teoretica, vivesse soltanto nei
ragionamenti e nei libri, e non avesse anche nella vita il suo luogo.
Si contan sulle dita gli scrittori del Cinquecento che non abbian
vantato in vita loro alcuno amore purissimo e santissimo: e sappiam
che le donne più illustri allora per beltà, senno, e illibatezza
di costumi, ebbero tutte una corte di adoratori ossequenti, che si
contentarono di adorarle e di celebrarle.
Certo, molti di questi amori, anzi la grandissima parte, furono
tutti di testa, furono un’eleganza tra l’altre eleganze, furono una
ostentazione, o una divisa, che non aveva nulla di vero, fuori delle
parole che la esprimeva; molti altri furono men puri che non piacque
agl’interessati di dire; ma ce ne fu pure qualcuno di reale e di
sincero: basterà ricordare per tutti l’amore che per Vittoria Colonna
nutrì la maschia anima di Michelangelo. Di molti di quei pretesi
innamorati platonici e lodatori dell’amor platonico, sappiamo che
nella vita pratica indulsero a tutt’altre voglie che non son quelle
da essi ostentate nelle loro scritture; ma noi siamo pure in grado
d’intendere come uomini dissoluti, che senza ritegno alcuno appagavano
i sensi, potessero, ajutati da felice coltura di mente, in certi
tempi e condizioni, compiacersi di un amor peregrino e puro, con quel
sentimento medesimo con cui si compiacevano dei più squisiti miracoli
d’arte; potessero fregiarsene e insuperbirne.
Io non ho bisogno di entrare qui nella disamina di quella sottile
scienza d’amore elaborata dal Cinquecento, la quale, se molto ha
del sofistico e del fastidioso, e troppe occasioni di chimerizzare
senza costrutto porse a moltissimi scioperati, mostra peraltro, in
compenso, uno studio spesso meraviglioso dell’animo e degli affetti
umani, un’arte in sommo grado penetrativa nello sceverare gli elementi
del sentimento. Di ciò si ha la prova, per non parlar d’altri,
negli _Asolani_ del Bembo, e nel terzo libro del _Cortegiano_ del
Castiglione; ma quel tanto che ho detto basta a fare intendere come,
anche per questa parte, il Petrarca dovesse tornare molto accetto
alla culta società del Cinquecento, e dovesse inoltre con le sue
rime molto efficacemente promuovere in seno ad essa quella dottrina e
quell’entusiasmo d’amore. Giacchè fu egli un grandissimo innamorato,
del carattere appunto che quella dottrina vagheggia, ed è il suo
canzoniere un libro, dove, con arte non mai sorpassata, e non ostante
il molto falso che vi si trova, sono analizzati, descritti, chiariti,
con osservazione acutissima, con inesauribile copia di pensieri e
d’immagini, i fenomeni tutti, o, come allora dicevasi, gli accidenti
della passione amorosa. Agli uomini del Cinquecento parve il Petrarca
ciò che ancora, e giustamente, pareva all’Alfieri,
Quel sì gentil d’amor, mastro profondo;
e quanti ebbero allora animo aperto all’amore furono necessariamente
suoi discepoli. Abbiam veduto che i poeti innamorati usavano il suo
linguaggio, e che i vagheggini imbertoniti cantavano i proprii suoi
versi. «Come farei io bene uno assassinato d’amore», fa dire l’Aretino
all’Istrione, nel Prologo della sua commedia _Il Marescalco_; «non
è Spagnuolo, nè Napolitano, che mi vincesse di copia di sospiri,
d’abbondanza di lagrime, e di cerimonia di parole; e tutto pieno di
lussuriosi taglietti[26] verrei in campo col paggio dietromi vestito
de’ colori donatimi da la diva, e ad ogni passo mi farei forbire le
scarpe di terzio pelo, e squassando il pennacchio, con voce sommessa,
aggirandomi intorno a le sue mura, biscanterei:
Ogni loco mi attrista ove io non veggio...».
Il qual verso è appunto un verso del Petrarca. Quanto ai trattatisti,
dirò così, dell’amore, essi citano ogni momento il nostro poeta come
autorità di cui nessun’altra è maggiore.
Così l’Italia s’empieva d’amori alla petrarchesca, in verso e in prosa,
e il Sarrazin avrebbe potuto vederci ciò che più tardi vide in Francia,
ai funerali del poeta Voiture:
Les Amours d’obligation,
Les Amours d’inclination,
Quantité d’Amours idolâtres,
Une troupe d’Amours folâtres,
Force Cupidons insensés.
Des Cupidons intéressés,
De petits Amours à fleurettes,
D’autres petites Amourettes,
Mêmement de vielles Amours,
Qui ne laissent pas d’avoir cours,
En dépit des Amours nouvelles,
. . . . . . . . . . . .
Et, bref, tant d’Amours qu’à vrai dire,
On ne pourrait pas les décrire.
Se il Petrarca era maestro in materia d’amore, non poteva non essere in
materia di bellezza e di leggiadria, egli che aveva celebrata la più
leggiadra e la più bella delle donne. In fatti, nei numerosi trattati
che il Cinquecento consacrò alla bellezza muliebre, il suo nome è
spesso citato, e versi suoi ricorrono con molta frequenza[27].
Ricco di tanta riputazione, e circondato di tanto favore e di sì gran
plauso, non è a stupire se il Petrarca vide allora calar sui suoi
versi, come stormo d’uccelli alla pastura, un nugolo di espositori
e di commentatori, venuti giù dalle gelide plaghe della grammatica
e della retorica, e smaniosi di far anatomia di quel bel corpo del
_Canzoniere_. E anche qui noi troviamo ogni fatta d’ingegni e di
attitudini. Ecco in prima riga i commentatori grossi, che accaparrano
il _Canzoniere_ tutto intero e lo rivendono a lor bell’agio a ritaglio;
ecco poi l’infinita schiera degli espositori minuti, che sudano un
anno sopra un passo oscuro, recitano in pubblico cinque lezioni sopra
un sonetto, scrivono cento pagine sopra un verso. Il famoso sonetto
_Era il giorno che al sol si scoloraro_ fece spiritare da quattro
generazioni di espositori. Il buon Benedetto Varchi recitava nel 1565,
nello studio Fiorentino, la bellezza di otto lezioni sulle così dette
_Canzoni degli occhi_, il che faceva dire ad Alfonso de’ Pazzi:
Le canzoni degli occhi ha letto il Varchi,
Ed ha cavato al gran Petrarca gli occhi.
Ma a che pro moltiplicare gli esempii? Le bibliografie del Rossetti,
del Marsand e del Ferrazzi scusano così ingrata fatica. Fatta eccezione
di pochi buoni e sensati, tutti coloro che si davan aria di esporre
e di commentare son degni d’andarne in ischiera con coloro che si
credevano d’imitare; e come uscisse conciato il Petrarca dalle lor mani
si può immaginar facilmente. Io dovrò riparlare di loro quando verrò
a dire dell’antipetrarchismo: lasciamoli intanto dormire del sonno
profondo che giustamente si sono con le loro fatiche acquistato.
Ma non è da passare in tutto senza qualche ricordo un’altra, e non
iscarsa schiera di scioperati, formata di coloro che, senza troppo
curarsi d’intendere i versi del poeta, si davano ad investigare per
entro la vita di lui certe cose ingarbugliate ed oscure, e a muoverci
sopra dubbii e questioni. Madonna Laura e l’amore del Petrarca per
lei destavano molte e poco discrete curiosità. Nel 1545 ci fu chi
pretese d’avere scoperta la tomba della famosissima donna. Alfonso
Cambi Importuni si affaticò a ritrovare il giorno e l’ora precisa
dell’innamoramento di messer Francesco; un Ludovico Gandino compose
una lezione sopra un dubbio come messer Francesco _non lodasse Laura
espressamente dal naso_. Di questi e di altri fa menzione Anton
Francesco Doni: «Chi dice de’ versi, chi de’ vocaboli; un altro non
vorrebbe che ’l Petrarca avesse fatto i Trionfi, ed a certi non sa
buon loro quel verso: _Standomi solo un giorno alla fenestra_: oltre al
combattimento che s’ode far tutto il giorno di Laura divina e di Laura
umana[28]».
Ma altre testimonianze ed altre prove ci rimangono del favore
grandissimo onde godette il Petrarca nel Cinquecento, degne d’essere
rilevate. Se il _Canzoniere_ era cantato, e probabilmente, almeno in
parte, saputo a mente dai vagheggini di professione, non poteva poi
essere ignorato da una classe di buone persone con cui essi signori
vagheggini solevano avere famigliarità molta, voglio dire dalle
cortigiane. Noi sappiamo come il Cinquecento riproduca, insieme con
molt’altre cose, e fatta ragione di differenze inevitabili, l’etèra
antica. Nè ciò avviene per caso. Le cortigiane si risentono allora
ancor esse di quella che è condizione comune di tutta la società, e non
possono sottrarsi agli influssi della generale coltura. Quella tra esse
che si fosse serbata digiuna di ogni studio, che avesse mostrato di non
aver sentimento di poesia nè gusto d’arte, avrebbe avuto un’attrattiva
di meno e avrebbe scapitato. Perciò noi le vediamo intente a
procacciarsi un certo grado di coltura, e, come allora dicevasi, quelle
virtù che fanno la persona di più grata conversazione[29]. Avrà ragione
l’Aretino, quando fa dire a Ponzio nella _Talanta_[30]: «Sappi che
le ribalde si danno a grattar l’arpicordo, a cicalar del mondo, ed a
cantar la solfa, per assassinar meglio altrui, e guai per chi vuole
udire, come elleno san ben sonare, ben favellare, e bene ismusicare»;
ma fatto sta che esse imparavano a far tali cose e più altre ancora. La
famosa Imperia fu coltissima e imparò a far versi da Niccolò Campano,
detto lo Strascino. Veronica Franco andò celebre per le sue terze rime,
e tutti sanno qual fama acquistasse la già più volte ricordata Tullia.
Nei _Ragionamenti_[31] dell’Aretino è ricordata una famosa cortigiana
romana, conosciuta sotto il curioso nomignolo di _Madrema non vuole_,
la quale, dice l’Antonia, una delle interlocutrici del dialogo, «si fa
beffe di ogni uno che non favella a la usanza, e dice che si ha da dire
balcone e non finestra, porta e non uscio, tosto e non vaccio, viso
e non faccia, cuore e non core, ecc.». E altrove lo stesso Aretino fa
dir di lei a un certo Lodovico[32]: «ella mi pare un Tullio, e ha tutto
il Petrarca e ’l Boccaccio a mente, e infiniti e bei versi latini di
Virgilio e d’Orazio e d’Ovidio e di mille altri autori». Certe lettere
pubblicate di recente[33] mostrano quanto alle volte fosse in coteste
donne il garbo e il buon gusto, quanta la schiettezza nel modo di
pensare e di scrivere, e la (almeno apparente) gentilezza dell’animo.
La Tullia abbiam veduto come imitasse anch’ella il Petrarca, e
Ludovico Domenichi ricorda una disputa che intorno al Petrarca appunto
fecero alcuni gentiluomini in casa di lei[34]; molt’altre di certo
lo leggevano, e, ardisco dire, lo gustavano. In Venezia Lucrezia
Squarcia si lasciava vedere spesso col Petrarchino in mano, e una
Laura sembra si facesse a dirittura chiamare Laura del Petrarca. A
una Fulgenzia il buon Andrea Calmo mandava, o fingeva di mandare, in
regalo il _Canzoniere_ del Petrarca, il _Decamerone_ e un _Libro della
ventura_, accompagnando il tutto con una lettera, di cui giova riferire
il seguente curioso e grazioso passo[35]: «Madona mia speculativa,
prudente, e acorta, tantosto che la secretaria di nostri cuori me ha
mostrao la vostra polizza, la qual reverentemente averta, e con mille
basi onorà, in quel instante anditi a comprar questi tre libri, cusì
a mio muodo, cognossando esser al proposito de la vostra complesion,
de la vostra natura, e del vostro judizio, e anche per imparar,
descorando, qualche bel trattesin, per i nostri debesogni. Adunca vu
lezerè el Petrarca, considerando quanta longhezza de anni el portete
amor a madona Laura, e quante fatighe, passion, suspiri, lagreme e
male note el patite per essa, metandola, in vita, sora de ogni altra
creatura amorosa, e in morte può, tegnir conclusion che la sia intel
pi bel liogo di beai; sì che credo che vu l’averè molto ben da caro, e
tanto pi che, co ’l gustarè, vu butarè da banda quelle vostre fandonie
de istorie, e de zanze trivial, minchione, e material; l’altro è le
Cento novele del Boccazzo dove fè vostro conto che ’l sia un recetario
de tutti i amanti, perchè in quelle diese zornae, ghe se truova el modo
da inamorarse, da meter i ordeni, da sconder el so moroso, da scampar
via, da far le so vendete co i maridi, da risponder a le sansere,
da far la santa, da far la crudel, da far la gofa e breviter da piar
tutti i rimedii, da offender e da defenderse, talmente che oltra ste
circonstanzie, se fa una lengua elegante, se fa bela creanza, e se fa
bonissima memoria; el terzo che ve mando è quel piasevele libro della
Ventura, da star con le parente in berta, e anche int’una compagnia
de femene, e de omeni; tragando quei tre dai se intende le pi gran
stampie, le pi gran zanze, le pi gran busie del mondo».
Quelle _fandonie de istorie e zanze trivial_ sono i romanzi
cavallereschi, e certe storie e fiabe popolari in parte ancor vive, di
cui nelle sue lettere il Calmo fa assai spesso ricordo[36]. _Il libro
della ventura_ è forse quello intitolato _Bugiardello_, che dovette
avere gran voga[37].
Ma torniamo al Petrarca. Racconta il Giraldi Cinzio in una delle
sue novelle, che un certo ascolano, innamoratosi di una bellissima
cortigiana di Napoli, per nome Nea, non avendo denari da poterle dare,
«si diede a comporre versi di varie maniere, a sembianza del Petrarca,
come quegli che di acuto e di gentilissimo ingegno era, e recitando a
costei quando un mandriale, e quando un sonetto, e quando una canzona,
e quando un’altra cosa a sua lode composta, le prometteva, s’ella
di lei il compiaceva, di allogarla nel seno della immortalità». Ma,
soggiunge il buon novelliere: «era di tal natura costei, che se vi
fosse ito il Petrarca accompagnato da Apolline e dalle muse, e non vi
fosse ito colle mani piene,» non avrebbe potuto averne il più picciol
favore[38].
Forse il Petrarca non avrebbe troppo arricciato il naso vedendo il suo
canzoniere tra le mani di così fatte donne, e sentendo ripetere dalle
lor labbra alcuno dei sonetti da lui composti per la divina sua Laura;
ma non so poi che cosa avrebbe detto, se gli fosse toccato di leggere
certo capitolo, dove Lodovico Dolce fa sperticatissime lodi di un suo
_ragazzo_ (κίναιδος in greco), dicendo, tra l’altro:
Avea il Petrarca e gli Asolani a mente,
E a tempo e loco, s’io gliel comandava,
Sguainava un sonettin leggiadramente[39];
e se avesse udito Fidenzio Glottocrisio Ludimagistro tradurre in versi
pedanteschi il primo sonetto del _Canzoniere_ per offrirlo al leggiadro
Camillo, _acerbo lanista_ del suo cuore. Povero messer Francesco, via!
Il Petrarca era dunque in tutte le mani e in tutti i luoghi.
Frequentava le aule dei palazzi coi cortigiani; girava per le vie
in compagnia di melici spasimanti; entrava nella scuola sotto la
magistrale zimarra dei retori e dei grammatici; penetrava in chiesa con
la canzone _Vergine bella che di sol vestita_; saliva sul pulpito coi
predicatori che citavano a gara i detti e i versi sentenziosi di lui,
e, senza troppo confondersi, dava una capatina sino negli spogliatoi
delle etère in voga. Nè finisce qui: noi lo incontriamo ancora in
luoghi che parrebbero meno acconci all’indole ed all’umor suo. Ranuccio
Farnese, trovandosi accampato, co’ suoi cavalleggieri, non molto dopo
il sacco di Roma, sotto Viterbo, un giorno, finito di desinare, prese
in mano il _Canzoniere_, e molto galantemente ne lesse parecchie rime
ai commensali[40]. Anche sul teatro ebbe a mostrarsi il buon Petrarca,
giacchè nel 1579, in Venezia, i comici Gelosi lo fecero comparir
sulla scena per recitar le lodi del Groto[41]. E probabilmente capitò
in altri luoghi ancora, ed entrò nella botteguccia dell’artigiano
e si strofinò alle panche dell’osteria, perchè Niccolò Franco, il
gran nemico dell’Aretino, così dice parlando di lui nel suo dialogo
intitolato _Il Petrarchista_: «l’opra sua (_intendi il Canzoniere_) è
venuta a tale che approvata per un comune conforto di tutte le qualità,
si vede ne le mani fin de la plebe, la quale de le sue cose sa rendere
buona ragione»[42].
Se il Petrarca aveva, nella vita cortigianesca, la parte che s’è
veduto, non parrà strano che versi suoi si togliessero per farne motti
ed imprese. Il Domenichi reca questa impresa di Alessandro Piccolomini:
Sotto la fè del cielo, all’aer chiaro.
_Tempo non mi parea da far riparo_[43].
Scipione Ammirato, nel suo dialogo _Il Rota_, ricorda un cavaliere
che aveva tolto per impresa un albero, i cui rami rompevansi sotto il
carico dei frutti, e cui accompagnava il verso del Petrarca:
Povero sol per troppo averne copia[44].
Ed altre se ne potrebbero notare. Sembra inoltre che certi luoghi del
_Canzoniere_ suggerissero nuove maniere di giuochi alle brigate gaje e
cortesi[45].
Ma una possente ajutatrice del petrarchismo fu senza dubbio la musica.
Abbiam già veduto che gl’innamorati bellimbusti andavan cantando versi
del _Canzoniere_ in omaggio delle loro belle, e, naturalmente, il
cantarli era occasione e cagione dello apprenderli a mente. Ma questo
Petrarca in musica non era cosa da bellimbusti soltanto. È noto come
nel Cinquecento, insieme con tutte le altre arti che abbelliscon la
vita, e il cui esercizio orna la persona, venga in grande onore anche
la musica. Lo studiarla ed il coltivarla era proprio di quanti, uomini
o donne, si piccavano di fine educazion cortigiana; e si ricordano
gli esempii di quegli artisti celeberrimi che all’esercizio di molte
e svariate arti, pittura, scultura, architettura, sentirono il bisogno
allora di aggiungere anche quello della musica, accompagnata spesso con
la poesia. Studiava musica persino un Benvenuto Cellini, uomo certo non
molto ossequente alle leggi del vivere cortigianesco. Il conte Lodovico
da Canossa dice nel libro di Baldassar Castiglione[46]: «Signori...
avete a sapere ch’io non mi contento del Cortegiano, se egli non è
ancor musico, e se, oltre allo intendere ed esser sicuro a libro, non
sa di varii instrumenti». E seguita parlando accortamente dei pregi
della musica e della potenza che essa ha in penetrar gli animi _teneri_
e _molli_ delle donne[47]. Si vede subito quale stretta relazione la
musica, specialmente vocale, dovesse avere, non solamente con gli
eleganti costumi e col gusto fine del tempo, ma ancora, e più, col
donneare cortigianesco e con l’amore. Si cantano versi d’amore per le
vie, e sotto i balconi delle innamorate, la notte; si cantano nell’aule
sfarzose dei palazzi, alla luce abbagliante dei doppieri; si cantano
nei grati ozii delle ville, sotto l’ombre ospitali; e spesso chi canta
è egli stesso autore della musica e dei versi, è preso dalla passione
che sfoga o palesa col canto, come quell’Antonio Bologna di cui
narra il Bandello[48]. Tutta Italia risuona dei melodici languori del
madrigale. Come mai non si sarebbe pensato a vestire di note i versi
del più musicale dei poeti e del maggiore fra gli spasimati d’amore?
Lo stesso Petrarca componeva le sue rime al suono del liuto, e ciò
spiega, almeno in parte, quella grande soavità che ci si sente.
Cominciarono subito a metterle in musica i contemporanei di lui,
e tra gli altri si fa ricordo di Jacopo da Bologna, che intonò,
come allora dicevasi, il madrigale _Non al suo amante più Diana
piacque_[49]. Si seguitò a fare lo stesso nel Quattrocento, finchè,
sopravvenuta la Rinascenza piena e fiorita, l’universal culto che
si rendeva al Petrarca ebbe a mostrarsi, più assai che non si fosse
fatto in passato, anche con le forme della musica. Ed ecco tutta
una schiera di compositori esercitar l’arte loro sui versi di lui.
Certo, si preferivano i madrigali, perchè il madrigale era considerato
componimento musicale per eccellenza; ma non per ciò si lasciavano
l’altre rime. In una sua Orazione al cardinale Pisani, quel curioso
ingegno del Ruzzante finge che un contadino del Padovano vegga, tra il
sonno e la veglia, il Petrarca (Cecco Spetrarca) che lo manda appunto
a quel cardinale, per indurlo a non gettar giù la casa del poeta in
Padova, come aveva intenzione di fare, per ingrandire la Cattedrale.
Parlando della camera in cui era il ritratto del Petrarca, il contadino
dice: «E tanto pì l’è vero quel ch’à ve dighe, que in quella cambaretta
ello ghe fè una bona parte de quiggi smardegalle (_intendi madrigali_),
que sti zovegnatti spua grosso dal tempo d’anchuò va scantuzzando tutto
el dì». Ma molt’altre cose si mettevano in musica in quel secolo, come
mottetti, ballate, ottave, sonetti, per non parlare delle villotte alla
padovana, delle canzoni alla villanesca, delle canzoni alla napolitana,
ecc. I sonetti, cosa che importa a noi di notare, godevano di molto
favore, e persino il Folengo narra nel _Baldo_[50], come per passar la
noja del viaggio, i quattro eroi, Rubino, Falchetto, Cingar e Baldo,
andassero appunto cantando sonetti:
Quatuor hi varios pergunt cantando sonettos.
Non ci dice se fossero del Petrarca; ma è certo che molti di quelli
del Petrarca, e forse tutti, furono messi in musica, e il simile si
fece delle ballate, delle sestine, delle canzoni. Sì, persino delle
canzoni, le quali confrontate con le nostre romanze, potrebbero a noi
parere alle volte un po’ lunghette. Già alcune se ne trovano messe in
musica dal celebre Bartolomeo Tromboncino, che Pietro Aretino ricorda
come vivo nel prologo della _Talanta_[51], e, tra l’altre, le due che
cominciano: _Sì è debile il filo a cui s’attene_, e _Che debbo io far?
che mi consigli Amore?_ E queste stesse, e molt’altre, insieme con
sonetti, ballate, sestine e madrigali, si trovano musicate da Vincenzo
Ruffo, da Francesco Orso, da Stefano Rossetti, da Teodoro Riccio, dal
celebre Cipriano Van Rore e da altri molti. E non solo le rime d’amore
furono messe in musica, ma anche le altre: così Teodoro Riccio intonò
la famosa canzone _Italia mia_, e Cipriano Van Rore vestì di note
il terribile sonetto _Fontana di dolore, albergo d’ira_. Ma le rime
d’amore erano certamente preferite, e chi sa quante volte la gemebonda
canzone, o il sospiroso sonetto dell’innamorato poeta, cantati da
una voce commossa, al fremer soave di un liuto, furono _galeotti_
di nuovi amori, e principio, pur troppo, di nuovi canzonieri. Del
resto, giova avvertirlo, molt’altri versi si mettevano in musica, così
volendo quella quasi frenesia musicale dei tempi. «Se non piacciono
ai petrarchisti i Serafini», dice Antonfrancesco Doni, «lascingli
stare; ci saran bene di quegli che lo impareranno a mente per cantarlo
su la cetera, con far le serenate alla druda»[52]. E intende parlare
di Serafino Aquilano; ma chi si vuol persuadere che anche in ciò il
primato spettava al Petrarca, legga ciò che Luigi Groto narra della sua
concittadina Alessandra Lardi, cantatrice insuperabile e divina (morta
nel 1568), la quale cantando rime del poeta intonate da Francesco
Adriani, rapiva, ammaliava, faceva andare in visibilio la gente[53].
E un’altr’arte s’inspirava dal sommo poeta, la pittura. Si
moltiplicarono in quel secolo i ritratti fatti per mano di dipintori
famosi, e Raffaello ne introduceva la immagine nel suo Monte Parnaso,
e in un suo quadro la introduceva il Vasari. Perin del Vaga ritraeva
la scena della incoronazione in Campidoglio; altri dipinsero il poeta
insieme con l’amata sua donna. Assai probabilmente Raffaello trasse dai
due Trionfi della Fama e dell’Amore l’idea della Scuola d’Atene e del
Monte Parnaso: altri i Trionfi tutti, o alcuni di essi riprodussero col
pennello. A vie più glorificare il poeta gareggiavano con la pittura
l’altre arti sorelle, la scultura e la incisione.
Primo in tante cose, il Petrarca diventa primo in tutte: nel medio evo
si sarebbe fatto senza dubbio di lui un taumaturgo, di lui che ebbe
pure a sostenere un’accusa di magia. Perciò non istupiremo, udendo
dire al Bembo che il Petrarca piaceva oltre modo, non solamente a
coloro che di proposito attendevano a poesia, ma anche a coloro _che
a tutte le altre arti più si danno o sonosi dati che a questa_[54].
Sperone Speroni loda molto l’onestà del Petrarca, e dice che dell’amore
egli fece scala al cielo, e che è da tenere non meno per predicatore
che per poeta[55]. Pare che il buono Speroni, facendo allora officio
di avvocato, non si ricordasse, o non volesse ricordarsi di certe
taccherelle che, senza troppo frugare, si possono trovare in dosso
anche al poeta canonico. Di uno scrittore così costumato e virtuoso non
potevano non occuparsi coloro che attendevano a dare ammaestramenti
e norme circa la educazione, e Lodovico Dolce, parlando nel _Dialogo
della instituzione delle donne_[56], per bocca di un certo Flaminio,
dei libri volgari che una fanciulla può leggere, esce in queste parole:
«Tra quelli, che si debbono fuggire, le novelle del Boccaccio terranno
il primo luogo, e tra quelli, che meritano esser letti, saranno i primi
il Petrarca e Dante. Nell’uno troveranno, insieme con le bellezze
della volgar poesia, e della lingua toscana, esempio di onestissimo
e castissimo amore, e nell’altro un eccellente ritratto di tutta la
filosofia cristiana». E più oltre[57] la Dorotea, con cui quel Flaminio
ragiona, dice appunto di aver letto più volte il Petrarca; mentre
non dice altrettanto di Dante. Non so poi se il Dolce facesse qualche
riserva per certi luoghi del _Canzoniere_ che diedero molto da meditare
a espositori e commentatori, quale, per citarne uno, è quello ove
occorrono i notissimi versi:
Con lei foss’io da che si parte il sole,
E non ci vedess’altri che le stelle.
Solo una notte, e mai non fusse l’alba.
Qualcuno in sì fatto argomento l’avrà certo pensata diversamente
da lui. Lodovico Vives, che raccomanda alle donne la lettura delle
opere di san Gerolamo, di sant’Agostino, di sant’Ambrogio, e di altri
padri e dottori della Chiesa, e quella pure degli scritti di alcuni
gentili, come Platone, Cicerone, Seneca[58], proibisce severamente
il _Decamerone_, e non dice una parola in favor del Petrarca; si
capisce che non doveva averlo in grazia[59]. Ma Lodovico Vives
non era italiano. In Italia non solo si raccomandava, dagli uomini
colti, la lettura del Petrarca, ma il Petrarca stesso era ancora
molto di frequente allegato, come autorità di prim’ordine, in certe
disputazioni. Ricorda il Bandello[60] che, parlandosi in presenza
d’Ippolita Sforza, dei costumi delle donne, alcuni che affermavano
non aver queste pregio maggiore della onestà, citarono il sonetto del
Petrarca:
Cara la vita, e dopo lei mi pare ecc.;
e più raccolte si fecero allora dei _versi morali_, delle _sentenze_,
delle _comparazioni_ e dei _proverbii_ di lui.
Giovanni Boccaccio aveva profetato che il sepolcro del Petrarca
diventerebbe famoso al pari di quello di Virgilio, e che da tutte le
parti del mondo vi trarrebbero le genti in pellegrinaggio. E così
avvenne in fatto. Arquà, dove il poeta era morto, e dove, prossima
all’arca che racchiudeva le spoglie di lui, sorgeva la casa in cui egli
aveva passati gli ultimi anni di sua vita, diventò nel Cinquecento
una specie di san Giacomo di Compostella letterario e laico. I varii
e successivi possessori della modesta quanto famosa casetta, non solo
non ne contesero mai l’accesso a nessuno, ma si adoperarono per dare
ai pietosi visitatori ogni possibile soddisfazione; e forse al troppo
zelo di alcuno di essi si deve l’una o l’altra delle cose stimate del
Petrarca che ancor vi si vedono, lo stipo, la scranna, la gloriosa
gatta. In un breve capitolo in lode del poeta, capitolo attribuito da
alcuni al Doni, da altri al Sansovino o all’Anguillara, si legge:
Mi dite che in Arquato è una bell’arca,
Lontan da Padoa circa dieci miglia,
Dove son Tossa del Toscan Petrarca.
Che ’l luogo ad un Parnaso s’assomiglia.
E d’Italia non pur gente vi corre,
Ma di Francia, Lamagna e di Castiglia.
Che peccato che non ci sia rimasto di quel tempo, come ci è di
tempi più prossimi a noi, un libro dove fossero raccolti i nomi dei
visitatori, e i pensieri che suggeriva loro la vista di quelle sacre
mura! Chi sa quali curiose sorprese ci avrebbe serbate e quante utili
notizie.
Un’altra e capitale testimonianza del culto reso al Petrarca noi
l’abbiamo dunque nei pellegrinaggi che si facevano ad Arquà. Non
ispiacerà pertanto al lettore se io mi soffermo un poco sopra di ciò,
e se, traendo argomento da una, gli mostro quali dovevano essere
in genere quelle visite. Il libro d’onde traggo l’esempio è _Il
Petrarchista_, dialogo di Ercole Giovannini, poeta bernesco morto
nel 1591. L’autore narra di un nobil giovane bolognese, per nome
Claudio Gozzadini, il quale, desideroso di veder cose nuove, lasciata
Bologna, capita in Padova, e di quivi, _per non mancare a se stesso di
tanta conoscenza_, si reca a visitare Arquà. Giuntovi, vede per prima
cosa il sepolcro del poeta, eretto da Francesco da Brossano, e ne fa
prendere esatta misura al servitore. Sopraggiunge intanto un valentuomo
d’Arquà, il signor Paolo Valabio, il quale, accontatosi col bolognese,
lo invita a casa sua, e poi gli fa da cicerone, e gli mostra una per
una tutte quelle meraviglie. Mentre s’avviano alla casa del poeta,
vedono entrarvi un drappello di gentildonne, tratte dalla medesima
curiosità. Il Valabio mostra e descrive all’ospite suo ogni parte della
illustre dimora: ecco le porte, ecco il frantojo e la legnaja, e qui
la scala di pietre cotte che scende in cantina, e là un camerino. Dal
lato destro è la cucina, di contro una camera, poi altre camere, donde
si passa in una sala comoda, dove sono parecchie pitture, le quali
mostrano il Petrarca e Laura che discorrono insieme. Questa è quella
meravigliosa credenza, di stupendo lavoro, che si dice essere stata del
poeta. Viene appresso la stanza dove il poeta stava ordinariamente,
e dove morì. Entrato in luogo di tanta santità, il signor Gozzadini
non può più frenare l’entusiasmo che gli gonfia lo spirito, e prorompe
in quest’apostrofe un po’ da secentista, ma che doveva riprodurre su
per giù i pensieri e i sentimenti della più parte dei visitatori:
«O luogo felice, e degno d’esser smaltato di zaffiri, e delle più
preziose pietre che mai dall’Oriente uscirono. Felice piano, che hai
sostenuto le piante di così onorato colosso di virtù, gloriose mura
che difendeste per tanti mesi dai contrarii accidenti dell’aria quelle
membra, che in terra da tanti si facevan con stupore onorare e riverire
amorosamente. Glorioso coperchio, che fosti cielo a colui che in terra
fu stimato oracolo dei letterati».
In questa felicissima stanza il buon bolognese vede, sopra il camino,
le ossa di quella che fu gatta del Petrarca, e legge i versi latini
che in onor di lei aveva composti il padovano Antonio Querenghi
(1546-1633), discepolo di Sperone Speroni, segretario in Roma del
collegio dei cardinali e referendario delle due segnature, poeta e
prosatore latino di molto grido, _uom principale_ in varie lingue, come
afferma il Tassoni, e che
... tutto a mente avea sant’Agostino[61].
In quegli eleganti distici parla la gatta stessa, e nel primo non si
perita di dire che il Petrarca ebbe due amori, il primo lei, il secondo
Laura, e asserisce poi che a lei si deve se le rime composte in onore
di Laura non furono preda dei topi. Questa gatta dabbene dovette avere
altri lodatori, giacchè il Tassoni, ricordato Arquà, ricordato il
Petrarca, dice di lei che
in secca spoglia
Guarda dai topi ancor la dotta soglia;
e soggiunge:
A questa Apollo già fe’ privilegi,
Che rimanesse incontro al tempo intatta,
E che la fama sua con vari fregi
Eterna fosse in mille carmi fatta:
Onde i sepolcri de’ superbi regi
Vince di gloria un’insepolta gatta[62].
E certo, oltre ai regi, questa vince tutte le altre gatte che furono,
e le celebrate da Ortensio Lando e dal Coppetta, e persin quella
Rosa trucidata da un furioso soldato, la quale allo Stoppino, suo
inconsolabile signore, inspirò quei versi maccheronici sì, ma pieni di
tenerezza:
Sola meae giornos vitae rendebat allegros.
Heu! quid agam infelix, sine te, mea Rosa, quod ultra?
Non potero sine te laetum sperare solazzum.
Dopo la gatta il signor Claudio ammira la sedia del poeta, e sebbene
gli paja povera cosa, e troppo indegna di tanto possessore, pure
ne toglie, a mo’ di reliquia, un pezzetto di certo arazzo che la
copriva; d’onde si vede che i ricercatori di curiosità furono e
saranno in ogni tempo gli stessi: più oltre misura la tavola dello
studio, meravigliandosi che tant’uomo potesse capire in sì picciola
stanza. Girata la casa, il signor Paolo mostra al signor Claudio il
maggior tesoro che sia in quella, cioè molte scritture di mano dello
stesso Petrarca, e lettere di lui a Laura e di Laura a lui, _cose vie
più ricche delli tesori di Creso_, e in una scatola d’ebano, aghi e
spilli, un ditale, un pettine, un pezzo di specchio, tutte reliquie di
Madonna Laura, e in una borsa di damasco verde il _privilegio_ della
incoronazione in bellissima pergamena, e il preteso racconto di essa
incoronazione scritto da Sennuccio Del Bene. Il signor Claudio vede,
tocca, legge, ragiona, ammira, si esalta in se stesso della fortuna
toccatagli e ringrazia quanto più può il cortesissimo signor Paolo.
Visitatori così fatti dovevano essere assai numerosi, e ve ne dovevano
capitar di fanatici, i quali non sempre si saran contentati, come
il signor Claudio, di un pezzettino di arazzo logoro. Anzi io mi
meraviglio che solamente nel secolo XVII, e non prima, si sia trovato
un arrabbiato come quel frate Tommaso Martinelli, che osò rompere
l’arca dentro cui riposava il corpo del poeta, e levarne un braccio
che non si sa dove sia andato a finire. Da altra banda pellegrinaggi
si facevano anche a Valchiusa e alla pretesa tomba di Laura, e con
che anima si facessero dagli adoratori del Petrarca, e che cosa
si ammirasse da loro, dice satireggiando Niccolò Franco nel suo
_Petrarchista_. Tra i visitatori illustri del sepolcro di Laura si
dice sia stato anche Francesco I, il quale compose per la gloriosa
donna un elegante epitafio. Un altro epitafio componeva per lei Giulio
Camillo Delminio, il ciarlatanesco inventore del _Teatro_ in cui si
apprendevano tutte le scienze e tutte le arti.
L’universalità e la vivezza del culto reso durante tutto il Cinquecento
al Petrarca ci prova che noi non abbiam qui dinanzi un fatto
accidentale, una voga capricciosa, o l’effetto di una particolare
oppressione esercitata dal di fuori sopra lo spirito degli italiani. Il
petrarchismo non è una anomalia nella vita e nella coltura del secolo
XVI, ma è un portato del Rinascimento. Non di tutto il Rinascimento,
intendiamoci; perchè lo spirito del Rinascimento stesso è formato
d’ideali e di tendenze molteplici, il più delle volte cospiranti
insieme, ma spesso ancora contrastanti fra loro. Non si dimentichi
che in ogni condizione di vita sociale il moto delle idee si fa di
azione e di reazione. Il petrarchismo vien fuori da quelle tendenze
del Rinascimento che ho enumerate di sopra: da cert’altre tendenze,
disformi o contrarie, vien fuori l’antipetrarchismo. E di questo mi
rimane ora a parlare.