87. =La insurrezione di Lepido e di Sertorio (78-75 a. C.).= — Dopo
la morte di Silla, la consorteria raccogliticcia, discorde, odiosa
per i ricordi delle stragi e delle rapine, a cui egli aveva affidato
l’ufficio della antica aristocrazia, non ebbe più l’autorità necessaria
per governare lo Stato. Subito le vittime della restaurazione
incominciarono ad agitarsi; e uno dei consoli, M. Emilio Lepido,
propose addirittura l’abolizione di alcune tra le più importanti leggi
di Silla: che si ristabilissero le frumentazioni; che si richiamassero
gli esuli; che si restituisse il diritto elettorale e le terre
alle città, a cui erano state tolte. In Etruria, quando si seppe di
questo proposito, i coloni sillani furono espulsi a mano armata dagli
antichi proprietari; e di lì a poco Lepido partiva di Roma per andare
nella Narbonese, assegnatagli come provincia, si fermava in Etruria
ad arruolare i miserabili della regione, mentre un altro nobile,
compromesso nella rivoluzione, Marco Giunio Bruto, si accingeva,
d’accordo con lui, a reclutare un esercito nella valle del Po. Intanto
la rivoluzione risollevava la testa anche in Spagna. Uno dei generali,
che la repubblica aveva spedito nell’83 in Spagna, forse a reclutar
soldati, Q. Sertorio, non solo ci si era mantenuto dopo la vittoria
di Silla; ma, messosi a capo dei Lusitani, aveva, con una guerriglia
tenace ed instancabile, quasi strappato la Spagna ai governatori
romani, sconfiggendo un dopo l’altro quattro proconsoli; aveva chiamato
a sè gli esuli, i proscritti, tutti i malcontenti e le vittime della
restaurazione, e costituito un suo governo di fronte a quello romano.
Lusitani e Celtiberi lo avevano riconosciuto capo e vindice della
loro indipendenza; e, come ad Amilcare e ad Annibale, gli avevano
consegnato in ostaggio i figli delle principali famiglie indigene, che
egli faceva istruire ed educare secondo l’uso romano. Cosicchè sotto
il suo governo, illuminato e forte, la Spagna andava riconquistando la
indipendenza e poteva, ora che il partito vinto riprendeva ad agitarsi
in Italia, offrire un forte appoggio ad una nuova rivoluzione.
In tanta incertezza e mobilità di cose, era necessario domare subito la
rivolta di Lepido. Il senato lo dichiarò nemico pubblico; e incaricò
della guerra contro di lui l’altro suo collega, il proconsole A.
Lutazio Catulo, e Gneo Pompeo, che era stato nella guerra _legatus_
di Silla. Pompeo non aveva neppure trenta anni e non aveva mai
rivestito alcuna magistratura curale: non aveva quindi nessun titolo
per comandare un esercito. Ma era stato un favorito di Silla, il quale
gli aveva dimostrato una benevolenza così singolare, da incaricarlo,
sebbene non fosse nè senatore, nè magistrato, della guerra contro i
Mariani in Sicilia, in Africa; e da conferirgli, dopo la vittoria,
contro il parere del senato, il trionfo e il titolo di _Grande_
(_Magnus_). Questo favore del potentissimo capo, la reputazione di
valente generale, a torto o a ragione acquistata giovanissimo, la
grande paura per quei primi segni di nuova rivoluzione, la scarsezza
di generali valenti e sicuri, gli intrighi e le ambizioni di Pompeo
poterono più che gli scrupoli costituzionali del senato. Pompeo parve
un generale, di cui la consorteria sillana poteva fidarsi, in quel
frangente critico; ed ebbe un esercito. La rivoluzione fu del resto
facilmente domata nel Lazio, nell’Etruria, nella Cisalpina. Lepido
riuscì a fuggire in Sardegna, dove nel 77 morì, non si sa se di
malattia o di ferro.
Repressa la rivolta, il senato si volse alle cose di Spagna, e nel
77 deliberò di farla finita anche con Sertorio. Ma la guerra era
difficile, richiedeva un generale valente. Pompeo si offrì di nuovo.
Questa volta il senato non ne voleva più sapere di un ambizioso così
indiscreto. Ma Pompeo seppe, non solo con gli intrighi, ma anche con la
minaccia, campeggiando con le sue legioni in armi alle porte di Roma,
strappare al senato il comando tanto ambito. Senonchè, mentre Pompeo
partiva per la Spagna, l’Italia incominciava a darsi di nuovo pensiero
degli affari di Oriente. Sinchè Silla era vissuto, nessuno aveva osato
fiatare: ora tutti denunciavano ad alta voce i funesti effetti di quel
trattato di Dardano, che aveva tanto indebolito Roma in Oriente. La
Grecia e la Macedonia erano molestate dai barbari del settentrione; il
bacino orientale del Mediterraneo infestato dai pirati, che catturavano
navi, saccheggiavano città, e avevano fondato addirittura una specie di
Stato nella Cilicia[99]. Mitridate pareva star quieto: ma si diceva a
Roma — e forse non a torto — che egli istigasse i Traci e gli Scordisci
a invadere la Macedonia e la Grecia; che aiutava sottomano i pirati;
che trattava con Sertorio; che macchinava una nuova guerra. Intanto
egli aveva spinto il Re di Armenia, Tigrane, suo congiunto e alleato,
a conquistare la Siria sino ai confini dell’Egitto, a invadere la
Grande Cappadocia e ad assumere il titolo di Re dei Re. Stava forse
per sorgere in Oriente, sulle rovine della Siria, un nuovo impero
più minaccioso di quello del Ponto? Che miniera di recriminazioni
e di accuse contro Silla e il suo partito! Anche le cose di Spagna
aggiunsero esca al fuoco. Sertorio era altro nemico che Lepido; Pompeo
non era riuscito, nell’anno 76, meglio che i suoi predecessori; e
per spiegare il suo insuccesso aveva preso ad accusare il senato di
negargli per invidia i rinforzi e i denari necessari. Cresceva dunque
il malcontento; ricominciavano a spesseggiare le accuse contro i
personaggi potenti del partito al potere; si chiedeva che l’antica
autorità dei tribuni fosse ripristinata e ai senatori fossero ritolti
i tribunali: anzi, nel 75, il console Caio Aurelio Cotta riuscì a far
abolire la legge di Silla, per cui un tribuno della plebe non poteva
più essere eletto ad altra carica.
88. =Il testamento del Re di Bitinia e la nuova guerra con Mitridate
(75-74 a. C.).= — Insomma, sparito Silla, ogni giorno più il governo
si infiacchiva e cresceva il malumore pubblico. In mezzo a questa
torbida situazione, sul finire del 75 o sul principio del 74, mentre
in Spagna la guerra ardeva più violenta che mai, il Re di Bitinia
moriva lasciando eredi del regno i Romani. Accettare quel legato
voleva dire far la guerra a Mitridate, perchè Mitridate non avrebbe
lasciato i Romani insediarsi tranquillamente in Bitinia. Poteva Roma,
con la rivoluzione che covava in casa, con la Spagna in rivolta, con
la Macedonia minacciata, impegnarsi in una seconda guerra con il Ponto
per la Bitinia? Il senato esitava, inclinando a rifiutare la pericolosa
eredità. Ma un sussulto dell’opinione pubblica obbligò questa volta il
senato a mettere da parte i suoi scrupoli e le sue esitanze. Quanti
erano malcontenti, per una ragione o per l’altra, del governo, e lo
sapevano esitante, reclamarono a gran voce la Bitinia: si disse che
la Bitinia era un’altra Asia; a chi ricordava Mitridate, si rispose
che, tanto, una seconda guerra con il Ponto era sicura, che occorreva
cancellare l’onta del trattato di Dardano.... Il senato non ebbe
forza di resistere alla spinta della pubblica opinione; e annettè
la Bitinia.... Ma quelli che temevano Mitridate non avevano torto.
Mitridate da un pezzo si apparecchiava a un nuovo scontro con Roma;
e non solo faceva tutti quegli apparecchi, di cui lo sospettavano a
Roma; ma aveva anche conchiuso un’alleanza con Sertorio. La morte e il
testamento di Nicomede indussero perciò il sovrano a romper gli indugi.
Inopinatamente, nella primavera del 74, quando a Roma si discuteva
ancora comodamente chi comanderebbe la guerra di là da venire,
Mitridate mosse il suo esercito di 120.000 uomini e 16.000 cavalli; una
parte ne mandò, forse al comando di Tassilo ed Ermocrate, a invadere la
Bitinia; con l’altra invase l’Asia, ma non più in proprio nome e quale
conquistatore, bensì come alleato e al seguito di un rappresentante di
Sertorio. Era costui un certo Marco Mario, che entrava nelle città con
le insegne di proconsole e in nome di Sertorio le liberava, condonando
parte dei debiti. Mentre Pompeo chiedeva invano dalla Spagna denari e
rinforzi per combattere Sertorio; mentre a Roma cresceva il malcontento
e il disordine; mentre il senato esitava impotente innanzi alle più
piccole difficoltà, Roma si impegnava di nuovo in una guerra con il
Ponto! Fortuna volle che allora apparisse un grande uomo e un grande
generale: quel Lucio Licinio Lucullo, che abbiamo visto militare in
Asia, durante la prima guerra mitridatica, agli ordini di Silla.
Lucullo discendeva da una famiglia antica nobile e povera, che durante
la rivoluzione era stata perseguitata dalle accuse e dagli odî dei
democratici. Al pari di Catone, aveva vissuto semplicemente; e, benchè
ellenista appassionato, apparteneva al partito tradizionalista. Nell’87
si era recato con Silla in Asia; e aveva reso al suo generale servigi
segnalati come ambasciatore, generale, ammiraglio, senza approfittare
dell’occasione per arricchire, come avrebbe facilmente potuto: era
tornato in Italia con Silla e aveva preso parte alla guerra civile,
ma non aveva messo le mani sui beni dei vinti. Pretore in Africa,
avea trattato i provinciali con dolcezza e onestamente. Dispregiatore
degli avventurieri del suo stesso partito, era giunto alla maturità,
mantenendo fedeltà alla più pura tradizione aristocratica dei bei tempi
antichi, e perciò senza conquistare nè grandissimi onori nè ingenti
ricchezze.
89. =Le prime campagne di Lucullo in Oriente; la conquista della
Bitinia e l’invasione del Ponto (74-72 a. C.).= — Nel 74 Lucullo era
console. Nessuno era meglio preparato di lui, che già aveva tanto
guerreggiato in Oriente, a prendere il comando della guerra contro
Mitridate; ma ci furono intrighi, lotte, esitazioni in quantità,
perchè altri ambivano quel comando e perchè Lucullo aveva in Roma più
nemici che amici. Solo quando giunse la notizia che Mitridate aveva
invaso l’Asia, tutti gli indugi e le esitazioni vennero meno: Lucullo
ricevette il proconsolato di Cilicia e il comando della guerra; ma
dovette anche promettere che le spese della guerra graverebbero
sull’erario meno che si potesse e contentarsi quanto a mezzi del
minimo: 5 legioni. Il senato non voleva spedire in Asia un generale
così esigente come quello che aveva spedito in Spagna e metteva per
tempo le mani avanti. Ma Lucullo era un grande generale davvero[100];
e seppe fare prodigi con poco. Appena sbarcato in Asia non volle
rischiar subito una battaglia contro le forze preponderanti di
Mitridate: ma, raccolto quanto più grano potè, prese a seguire passo
passo il nemico, senza accettare mai battaglia; chiudendosi ogni sera
nell’accampamento e cercando con subite irruzioni di cavalleria di
rendergli difficili gli approvvigionamenti, che giungevano al nemico
dalla Tauride. All’esercito di Mitridate, che per il suo grande numero
aveva in territorio nemico grosse difficoltà di vettovaglie, queste
molestie continue e implacabili divennero alla fine insopportabili.
Per non ripiegare sui porti del Ponto, da cui si riforniva, Mitridate
tentò di conquistare un vasto porto vicino; piombò su Cizico e la
cinse d’assedio. Lucullo lo seguì; e a sua volta assediò l’assediante:
sinchè, Cizico resistendo, Mitridate dovè tentare di sciogliersi dalla
stretta romana. Divise perciò l’esercito in due; e avviò una parte,
la minore, verso la Bitinia, con la speranza dì trarre il nemico sopra
una falsa pista, mentre egli con il grosso dell’esercito si metterebbe
in salvo per un’altra.... Lucullo fece a tempo a distrugger la prima
sul Rindaco, la seconda sull’Edepo. L’Asia era libera, la Bitinia
conquistata al principio del 73.
Queste prime vittorie di Lucullo furono cagione di grandissima gioia
a Roma. Anche in Spagna le cose incominciarono a volgere meglio, meno
per la bravura di Pompeo, che per l’errore, commesso da Sertorio,
alleandosi con Mitridate. Quest’alleanza aveva spento le ancor vive, e
punto sterili, simpatie che covavano per Sertorio a Roma nel partito di
Mario; e che forse non erano estranee al ritardo dei rinforzi spediti
a Pompeo. Il partito di Mario si atteggiava a difensore dell’integrità
e grandezza dell’impero più risoluto e inflessibile del partito di
Silla: quindi non poteva approvar quella alleanza. Prova ne sia il
contegno di un giovane, il quale pure sino a quel momento non aveva
rischiato poco per il partito di Mario: colui che sarà Giulio Cesare.
Cesare era nato nel 100 da un’antica famiglia patrizia impoverita;
era nipote di Mario, che aveva sposato una sorella di suo padre, e
genero di Cinna; era dunque legato per una doppia parentela al partito
di Sertorio e gli aveva tenuto fede, anche quando Silla onnipotente
gli aveva ingiunto di ripudiare la figliuola di Cinna, perchè aveva
rifiutato di obbedire. Morto Silla, aveva incominciato il suo tirocinio
politico nel partito dello zio, accusando due potenti personaggi della
consorteria sillana, Cornelio Dolabella e C. Antonio Ibrida: indi era
tornato in Oriente a continuare i suoi studi a Rodi. Ma saputo che le
vicine città della Caria si ribellavano al governo romano, nel nome
di Mitridate e di Sertorio, il nipote di Mario aveva volto le spalle
alla politica antiromana dei Mariani di Spagna; e, raccolta un’esigua
milizia, aveva fatto di sua propria iniziativa quel che poteva per
frenare la ribellione che dilagava. Come il giovane Cesare, molti altri
membri del partito di Mario si separarono da Sertorio; nel campo stesso
di Sertorio nacquero delle discordie; incominciarono delle defezioni;
spuntò un’opposizione, che trovò per capo un certo Perpenna, un
ufficiale di Lepido, che gli aveva condotto gli avanzi dell’esercito di
costui.
Ma la gioia per le vittorie di Lucullo non fu di lunga durata.
Mitridate, sconfitto in terra, aveva ripigliato la guerra sul mare,
mettendo a profitto le amicizie e le alleanze con i pirati e con le
popolazioni e le città della Tracia. Lo spavento in Italia fu grande:
certo la flotta pontica dell’Egeo intendeva minacciare l’Italia; una
armata per difenderla mancava! Il senato deliberò che Marco Lucullo,
fratello di Lucio, console in quell’anno, facesse come proconsole una
grande spedizione in Tracia per distruggere gli alleati di Mitridate;
votò precipitosamente 3000 talenti perchè Lucullo costruisse una armata
navale; gli prolungò il comando di un anno; forse anche gli diede il
governo della Bitinia. Ma Lucullo non aveva aspettato per agire in
Asia, che il senato deliberasse a Roma: aveva in fretta raccolto una
armata tra gli alleati, e con quella già dava la caccia alla flotta
pontica nell’Egeo, assalendo e distruggendo una dopo l’altra le varie
squadre, mentre i suoi luogotenenti procedevano a ridurre le città
bitiniche ancora in armi, facendo un gran bottino di schiavi e di
oggetti. Verso la metà del 73, Lucullo aveva ridotto in suo potere,
tranne Eraclea, tutte le città bitiniche; e costretto Mitridate a
tornar nel suo regno per mare con gli avanzi dell’esercito condotto
l’anno innanzi alla conquista della Bitinia. La missione, che il senato
gli aveva affidata, era compiuta; molti generali opinavano si dovesse
dar riposo ai soldati e aspettare che Roma deliberasse quel che in
seguito occorresse fare. Ma Lucullo era di un altro parere: invadere
subito il regno di Mitridate e conquistare il Ponto, cancellando
finalmente la vergogna del trattato di Dardano. Era chiaro ormai che
Roma non poteva posseder sicuramente l’ambita provincia d’Asia e il
nuovo acquisto della Bitinia, se non distruggendo il regno del Ponto.
Già infatti Mitridate si ritirava nell’interno montuoso del Ponto, per
preparare un nuovo esercito nel triangolo formato da Cabira, Amasia,
Eupatoria; chiedeva aiuti a suo genero Tigrane, Re di Armenia, a
suo figlio Macare, vicerè della Tauride, e agli Sciti. Se dunque era
necessario incrociare ancora una volta la spada con il Re del Ponto,
meglio valeva assalirlo subito, debole ancora per i colpi ricevuti
in Asia e in Bitinia, prima che avesse avuto il tempo di ricuperare
le forze. Difatti, senza aspettar gli ordini di Roma, attraversate
la Bitinia e la Galazia, Lucullo entrò nel Ponto indifeso e condusse
rapido le legioni sin sotto Amiso e Temiscira, che con una resistenza
vigorosa, obbligarono l’esercito romano a passar l’inverno del 73-72
nelle trincee.
90. =Spartaco e la rivolta degli schiavi (73-71 a. C.)[101].= — Le
cose volgevano dunque bene in Oriente; ma non in Italia, dove nel 73
era scoppiata una rivolta di schiavi, la maggiore forse di quelle che
Roma avea fin allora dovuto combattere, e alla cui testa era un uomo
potente di ingegno, un trace, Spartaco. Fuggito nel 73 dalla scuola
dei gladiatori di Capua, egli era riuscito a comporre di schiavi e
di disperati un esercito di una certa forza, anche se non così grande
come dissero quelli che faticarono tanto a vincerlo: aveva sconfitto
un pretore, che si era illuso di catturarlo facilmente, e si era
gettato nell’Italia meridionale; dove i consoli del 72, che tentarono
affrontarlo, furono, l’uno dopo l’altro, disfatti. L’Italia correva
dunque il pericolo di cadere in potere di schiavi ribelli, mentre in
Asia stava conquistando il Ponto, per merito di un generale capace, che
si era finalmente scoperto? Il malcontento contro il senato, contro
il partito al potere, la costituzione di Silla, era esasperato da
questo scandalo. Quasi a compenso, l’anno 72, i due Luculli e Pompeo
combattevano felicemente in Asia ed in Europa. Lucullo, lasciata una
parte del suo esercito a continuar l’assedio di Amiso e Temiscira,
affrontava con l’altra il nuovo esercito di Mitridate e gli infliggeva
una disfatta decisiva. Nel tempo stesso suo fratello Marco, proconsole
in Macedonia, conquistava la Tracia, al di là dei Balcani, sino al
Danubio; e Pompeo in Spagna riusciva alla fine ad avviare la guerra al
suo termine, non tanto per merito suo, quanto per opera di Perpenna,
che aveva ucciso Sertorio, e incominciava una guerra di devastazione
e di sterminio contro le città, che avevano parteggiato per Sertorio
o che avevano accolto i senatori suoi partigiani. In Italia invece,
quando si indissero le elezioni per il 71, i candidati scarseggiarono,
tanto il terribile condottiero di schiavi faceva paura a tutti! Non si
era mai vista a Roma vergogna simile. Per finirla, il senato affidò il
comando al pretore dell’anno in corso, M. Licinio Crasso, un uomo che
s’era segnalato nella guerra civile, salvando Silla alla battaglia di
Porta Collina, e che era forse il più ricco dei senatori. La scelta non
fu cattiva. Mentre Lucullo conquistava ad una ad una le grandi città
greche del Ponto — Amasia, Amiso, Sinope — Crasso riusciva a debellare
Spartaco; e faceva crocifiggere 6000 prigionieri, lungo la via Appia,
tra Capua e Roma. Dell’esercito di Spartaco scamparono cinque mila
uomini, che tentarono la fuga attraverso le Alpi: ma nell’Italia
superiore li raggiunse Pompeo, reduce dalle Spagne, e li sterminò.
Insieme, i due generali Crasso e Pompeo, giungevano poco dopo alle
porte di Roma.
91. =La fine della costituzione Sillana: il consolato di Pompeo e di
Crasso (70 a. C.); la nuova politica orientale di Lucullo.= — L’aver
goduto di un privilegio è spesso un impegno d’onore o almeno un
puntiglio per chiederne altri. Unico tra tutti i Romani da quando Roma
esisteva, Pompeo, a 36 anni, senza aver esercitato nessuna carica,
senza essere nemmeno senatore, aveva comandato guerre con autorità di
proconsole e ricevuto il titolo di _imperator_. Non è quindi meraviglia
se, avendo vinto Sertorio e ridato a Roma la Spagna, Pompeo tornasse
deliberato a concorrere di primo acchito alla massima tra tutte le
magistrature: il consolato. Dopo aver comandato come proconsole,
Pompeo non poteva acconciarsi a ricominciare, come questore o edile,
il curricolo delle magistrature. Ma quando Crasso seppe che Pompeo
voleva esser console, volle anch’egli essere console, sebbene non
fossero passati i due anni dalla pretura, che la legge imponeva. Il
senato si trovò dunque sulle braccia due candidature illegali, messe
innanzi, in dispregio delle sue leggi, da due amici e luogotenenti di
Silla. Era troppo: i senatori mostrarono chiara e ferma l’intenzione
di opporsi. Ma allora Pompeo e Crasso si intesero tra di loro e —
quel che più monta — si intesero con il partito popolare, che da
tanti anni aspettava il momento di una riscossa. Se essi fossero stati
eletti consoli, avrebbero dato soddisfazione al malcontento pubblico,
proponendo che fossero abolite le parti della costituzione di Silla
maggiormente invise al pubblico. L’uno e l’altro mantenevano intanto
l’esercito in armi sotto le mura di Roma, il che metteva in una certa
soggezione il senato: questa soggezione, l’intesa fra i due candidati,
l’accordo con il partito popolare, il malcontento dell’opinione
pubblica, la stanchezza del partito sillano, che dieci anni di
potere avevano esausto, vinsero le opposizioni. Il senato ammise le
candidature; Pompeo e Crasso furono eletti consoli per l’anno 70.
Mentre queste cose avvenivano in Italia, Lucullo era andato a passar
l’inverno del 71-70 nella provincia di Asia, e cercava di frenare
con diversi provvedimenti la cupidigia dei pubblicani, senza badare
alla potenza dei nemici che irritava. Cose troppo maggiori volgeva
nel pensiero il conquistatore del Ponto! Mitridate era fuggito in
Armenia. Questo paese, abitato da genti affini per razza e per lingua
a quelle che popolavano la Media, la Persia, l’Asia Minore, era
stato un tempo una satrapia dell’impero persiano. Poi era passato ad
Alessandro Magno. Mai durante le guerre dei Diadochi aveva rivendicato
la sua libertà, e invano i Seleucidi di Siria avevano tentato di
riconquistarlo: chè il colpo, che Roma aveva inflitto ad Antioco III,
gli aveva indirettamente giovato. Negli ultimi quindici anni, per via
di matrimoni, di conquiste, di trattati, Tigrane ne aveva ampliato
i confini a settentrione fino al Caucaso, dove i barbari d’Albania
(Schirwan) e d’Iberia (Georgia) l’avevano riconosciuto come sovrano; e
a mezzogiorno, a levante, a ponente, conquistando quasi tutto l’impero
dei Seleucidi, la Cilicia, la Siria propriamente detta, la Fenicia;
invadendo persino alcune province del regno dei Parti. Orbene, Lucullo
pensava nientemeno che di invadere e occupare l’Armenia; e per questo,
mentre attendeva a compiere la conquista del Ponto, mandava a intimare
a Tigrane di consegnargli Mitridate. Lucullo aveva già interpretato
con molta larghezza le istruzioni del senato, allorchè, liberata la
Bitinia, aveva invaso e conquistato il Ponto. Ma il Ponto almeno era
la patria dell’implacabile nemico di Roma! Ora si trattava di ben
altro. Egli voleva affrontare un grande Stato amico, senza un motivo
o una ragione qualsiasi, per propria iniziativa. Quella che egli
faceva, se ne rendesse conto o no, era una vera rivoluzione politica,
che annullava una parte capitale della restaurazione di Silla.
Egli sostituiva sè medesimo, ossia l’iniziativa di un proconsole,
alla autorità del senato nelle cose di guerra; e alla politica del
senato, per lunga tradizione prudente, astuta, versata nell’arte
di aggirare gli ostacoli e di tirare in lungo, proclive a intrigare
e temporeggiare, prudente nella prospera fortuna e paurosa di ogni
sforzo decisivo, sovrapponeva un imperialismo, per usare la parola
moderna, aggressivo, una audacia politica di espansione che affrontasse
deliberatamente i pericoli e le difficoltà.
Era destino che l’opera di Silla fosse distrutta dai suoi amici e
discepoli prediletti. Mentre Lucullo la demoliva nel vasto campo
della guerra e dei trattati, Pompeo e Crasso ne battevano in breccia
gli ordini interni. I due consoli dell’anno 70 avevano mantenuto
le promesse, sebbene tra di loro regnasse poco buon sangue. Leggi
proposte da diversi magistrati e sostenute con vigore dai due consoli,
restituirono ai tribuni i poteri tolti da Silla, compresa la facoltà
di proporre leggi senza sottoporle prima al senato; concessero
un’amnistia a tutti i superstiti della guerra civile, non esclusi i
seguaci di Lepido e di Sertorio; riformarono i tribunali; disposero
che i giudici delle _quaestiones_ fossero estratti a sorte non più
fra i soli senatori, ma promiscuamente, fra i senatori, i cavalieri,
e i _tribuni aerarii_. Chi fossero questi ultimi, non sappiamo dire
con precisione[102]. Inoltre la censura, sospesa da 17 anni, fu
ristabilita; e i censori Lucio Gellio e Gneo Cornelio Lentulo, indetto
il censo in aprile o in maggio, ripulirono con soddisfazione universale
il senato di molti amici di Silla. Molte richieste del partito popolare
erano dunque state esaudite; e molte più sarebbero state, se Crasso
e Pompeo non si fossero sulla fine del consolato guastati: per qual
ragione, è poco noto. Pare che già sin da allora Pompeo volesse essere
mandato come proconsole a sostituire Lucullo, a cui il senato veniva
ogni anno prorogando il comando; e che Crasso si opponesse[103]. Così
tutti e due ritornarono, dopo il consolato, a vita privata e nemici,
nessuno dei due avendo voluto accettare una delle solite e troppo
modeste province.
92. =La conquista dell’Armenia e gli intrighi di Pompeo contro Lucullo
(69 a. C.).= — Lucullo invece invadeva nella primavera dell’anno
69 l’Armenia con due legioni appena e poche migliaia di coorti
ausiliarie indigene: in tutto 20.000 uomini. Passato l’Eufrate, marciò
direttamente su Tigranocerta, respinse per via l’esercito del generale
Mitrobarzane, che era accorso a sbarrargli la strada, e cinse di
assedio la città, dove il Re nascondeva i tesori e l’_harem_. Poi,
quando Tigrane sopraggiunse con un esercito di soccorso, distaccò
dalle milizie assedianti 14.000 soldati; mosse decisamente contro il
nuovo nemico: e allorchè i due eserciti si trovarono di fronte sulle
rive del Tigri, una mattina, ordinato ai soldati di passare a guado
il fiume dalle correnti vorticose, lanciò il suo piccolo esercito sul
nemico cinque volte più numeroso, e lo disfece. A stento il Re riuscì
a salvarsi con una fuga precipitosa. Poco dopo anche Tigranocerta
capitolava. Padrone delle province nemiche a sud del Tigri, Lucullo
ridava ad Antioco l’Asiatico la Siria. Ma non era pago: ricondotti
i suoi uomini a svernare nella dolce Gordiana, vagheggiava disegni
anche più grandiosi: lanciarsi, nuovo Alessandro, sulla Persia e
distruggere in una volta sola l’impero di quei Parti, che Roma non
avrebbe mai distrutti. Senonchè a Roma l’astuto e potentissimo Pompeo
già intrigava per togliergli il comando e riuscire nel disegno, che
nel 70 aveva dovuto abbandonare, a quanto pare, per l’opposizione di
Crasso, Pompeo aveva trovato chi l’aiutava nei suoi intrighi non solo
nel partito democratico, ma anche tra i cavalieri, malcontenti della
giustizia e onestà con cui Lucullo amministrava la provincia d’Asia. Si
cominciò ad aizzare il popolo e il senato contro Lucullo, accusandolo
di fare una guerra illegale per lucro personale. Presto il senato si
impaurì; e per dare una soddisfazione all’opinione pubblica, tolse per
l’anno 68 a Lucullo il governo della provincia d’Asia e l’affidò a un
propretore. Ma Pompeo e i suoi amici trovarono ben presto un insperato
e anche più prezioso aiuto nell’esercito stesso di Lucullo. Se Lucullo
era un generale non meno grande di Silla e di Mario, egli trattava i
soldati come fossero ancora i legionari delle guerre puniche. Il rigore
della sua disciplina, la parsimonia delle sue ricompense, apparivano
veramente intollerabili a gente guasta dalle troppe larghezze delle
guerre precedenti. Soprattutto si rimproverava a Lucullo di dar troppa
poca parte del bottino alle legioni. Alcuni ufficiali di Lucullo, amici
di Pompeo, tra gli altri Publio Clodio, uomo nato a clamorosi destini,
incominciarono a sobillare i soldati contro il generale, assicurandoli
che avevano diritto di esser trattati meglio e più lautamente
ricompensati per le loro fatiche; che Pompeo li farebbe contenti. Nel
68, quando Lucullo raggiunse gli eserciti di Tigrane e di Mitridate sui
pianori del lago Van, per terminare la guerra, potè ancora sconfiggere
Tigrane all’Arsaniade, ma non potè prendere Artaxata, la capitale del
regno, perchè i suoi ufficiali e la maggior parte de’ suoi soldati si
ammutinarono. Poco prima, a Roma, il partito democratico era riuscito
a farlo privare del governo della Cilicia, e a inviare in Asia una
commissione con l’incarico di ordinare la nuova provincia del Ponto. La
rivolta delle legioni era una nuova spinta alla autorità già vacillante
di Lucullo, che Mitridate rovesciò a terra con un ultimo urto: chè, non
appena seppe le legioni ribellate, entrò con 8000 soldati nel Ponto,
sollevò i contadini, riuscì a chiudere il legato, lasciato da Lucullo
nel regno con poche forze, in Cabira; e, quando Lucullo si levò per
accorrere in suo aiuto, le legioni rifiutarono di muoversi, avanti
la primavera del 67. Per fortuna l’ammiraglio di Lucullo, Triario,
potè sbarcare rinforzi nel Ponto e sbloccare il legato da Cabira:
ma non scacciare Mitridate dal Ponto. Dovè quindi svernare in faccia
all’esercito nemico a Gaziura, nel cuore del Ponto, mandando invano a
domandare rinforzi a Lucullo.
93. =La destituzione di Lucullo e la «Lex Manilia» (68-66 a. C.).=
— Anche gli amici più devoti di Lucullo disperavano ormai della sua
causa. Si potevano biasimare acerbamente gli intrighi di Pompeo e
l’indisciplina dei soldati: ma chi poteva ancora sperare che Lucullo
riuscirebbe a riconquistare il Ponto? Un inaspettato accidente
piegò definitivamente le bilance del destino dalla parte di Pompeo.
Nell’inverno dal 68 al 67, Roma e l’Italia furono afflitte da una
grande carestia: per colpa dei pirati — si disse — che intercettavano
sul mare i carichi di grano. Ma dell’onnipotenza dei pirati non erano
forse colpevoli l’inerzia del senato e l’incuria di Lucullo, che
era stato sino a poco prima il proconsole della Cilicia? Pronto, un
tribuno, amico di Pompeo, Aulo Gabinio, riuscì a far votare una legge,
la _lex Gabinia_, la quale senza nominare nessuna persona incaricava di
far la guerra ai pirati un uomo di rango consolare, assegnandogli una
flotta di 200 navi, un grosso esercito, e 6000 talenti, e conferendogli
l’autorità proconsolare assoluta per tre anni su tutto il Mediterraneo
e sulle coste sino a 50 miglia dalla costa, insieme con la facoltà di
scegliersi 15 legati, di reclutare soldati e rematori e di raccoglier
denari in tutte le province. La legge istituiva insomma per tre anni
una vera dittatura dei mari, quale Roma non aveva ancora conosciuta.
Il senato oppugnò accanitamente la legge, ma il popolo, affamato e
furioso, minacciò di rivoltarsi; la legge fu approvata con poteri anche
più larghi di quelli proposti da Gabinio, e del comando fu incaricato
Pompeo(67).
Questi si mise subito all’opera, la quale era assai più facile che in
Roma non si credesse. La potenza dei corsari nasceva dall’incuria del
governo romano. Con poche operazioni e con pochi esempi severissimi,
seguiti da opportuni atti di clemenza, Pompeo scardinò in poche
settimane le fondamenta dell’impero di quel singolari dominatori del
Mediterraneo; e ripulì, almeno per qualche tempo, i mari. Ma questa
dittatura dell’acqua non doveva essere per lui che un mezzo. Nella
primavera del 67, quando i suoi soldati glielo avevano permesso,
Lucullo si era incamminato con le legioni al soccorso di Triario, ma
troppo tardi, chè Triario già aveva dato battaglia a Mitridate ed
era stato disfatto. Appena si seppe a Roma la disfatta di Triario,
i tribuni della plebe insorsero; Gabinio, d’accordo con Pompeo,
propose una nuova legge con cui si toglieva a Lucullo il comando della
guerra contro Mitridate e la provincia del Ponto; e dava questa e
la Cilicia al console Manio Acilio Glabrione. Il senato dovè questa
volta abbandonare Lucullo e lasciar approvare la legge. Lucullo tentò
ancora di imporsi ai soldati e di continuar la guerra a dispetto
della legge; ma i soldati rifiutarono di obbedire. Roma aveva ormai in
Oriente un generale senza esercito ed un esercito senza generale! La
situazione era troppo pericolosa perchè potesse durare. Difatti, sul
finir del 67, incominciarono a giungere a Roma lettere dall’Asia, che
descrivevano paurosamente le condizioni della provincia: Lucullo senza
comando; Mitridate di nuovo signore del Ponto; la Cappadocia devastata
da Tigrane; colonne volanti già apparse in Bitinia ad abbruciare i
villaggi di frontiera.... Roma di nuovo si spaventò; e dello spavento
approfittò un altro tribuno, Caio Manilio, per proporre una nuova legge
di eccezione, che concedeva al debellatore dei pirati, oltre i poteri
già concessigli con la legge Gabinia, il governo dell’Asia, della
Bitinia e della Cilicia, il comando della guerra contro Mitridate e
Tigrane, e la facoltà di dichiarare la guerra e di concludere alleanze
a nome del popolo(66). Questa legge in fin dei conti non faceva che
autorizzare quella politica personale e indipendente dalla volontà del
senato, che il partito popolare aveva rimproverata a Lucullo, e per cui
questi era richiamato. Ma Pompeo non era, come Lucullo, un superstite
solitario del detestato partito di Silla: era ormai il capo del partito
popolare, il favorito dei cavalieri, il più autorevole dei senatori.
Inoltre la nuova legge straordinaria fu raccomandata al popolo
dall’eloquenza impareggiabile dei due maggiori oratori del tempo:
C. Giulio Cesare, e un giovane avvocato già salito in molta fama: M.
Tullio Cicerone. La legge dunque fu approvata[104].
La disgrazia di Lucullo era la fortuna di Pompeo.
94. =Pompeo in Oriente: la conquista del Ponto, dell’Armenia, della
Siria e della Giudea (66-63 a. C.)=[105]. — Pompeo moveva baldanzoso
a finire un regno, che sei anni di guerra avevano già stremato. Nel 66
invase il Ponto e con una breve e fortunata campagna riuscì a scacciare
Mitridate, obbligandolo a rifugiarsi nella Colchide: quindi si volse
a conquistare l’Armenia, pensando che avrebbe preso alla primavera
Mitridate nel suo rifugio. Ma la fatica di conquistare l’Armenia gli
fu risparmiata dalla dedizione spontanea di Tigrane, che venne solo, a
piedi, in atto e vestimento umile, nel campo romano. Pompeo lo ricevè
gentilmente, lo confortò, gli restituì tutti i dominî ereditari della
famiglia, lo chiamò amico e alleato del popolo romano a condizione che
pagasse 6000 talenti, cinquanta dramme a ogni soldato, mille a ogni
centurione, diecimila a ogni tribuno militare. Poi portò le milizie
a svernare sulle rive del Cyrus (il Kur), sull’estrema frontiera
settentrionale dell’Armenia; e preparò, per l’anno dopo, l’invasione
della Colchide, avviando trattative con gli Albani e con gli Iberi.
Al principio della primavera del 65, Pompeo invase il paese degli Iberi
e li sottomise; passò nella valle del Rioni (l’antico Phasys) e scese
nella Colchide, tutta piena dei ricordi di Medea, di Giasone, degli
Argonauti, per catturar Mitridate.... Ma troppo tardi: l’indomabile
vecchio aveva fatto quel che tutti credevano impossibile: aveva
sforzato, con il suo piccolo esercito, il passaggio fino in Tauride,
lungo le pendici del Caucaso dirupanti nel mare e infestate dai
barbari, e riconquistato un altro Stato. Pompeo non volle invadere dal
mare la Tauride; ma, ordinatone il blocco, tornò nella valle del Cyrus,
e fece una spedizione nel paese degli Albani, che pare sorprendesse a
tradimento; poi si ricondusse nella piccola Armenia; e tutto quell’anno
attese a conquistare gli ultimi castelli e a confiscare gli immensi
tesori di Mitridate. L’anno seguente, nella primavera del 64, raccolse
ad Amiso una corte di Re orientali; distribuì, ingrandì, permutò regni;
diede due nuovi re alla Paflagonia e alla Colchide; accrebbe i dominî
dei tetrarchi galati; nominò Archelao, figlio del generale che aveva
combattuto contro Silla, gran sacerdote di Comana; divise il territorio
del Ponto in undici città e ricostituì in queste, sotto la sorveglianza
del governatore romano, le istituzioni repubblicane della _polis_
greca. Indi volse la mente ad una nuova grande impresa, che avrebbe
donato a Roma una ricca provincia e gloria eterna al suo autore: la
conquista della Siria. Il momento buono era quello. Il paese, che
Lucullo aveva liberato dalla dominazione armena, era di nuovo in piena
anarchia: i pretendenti e gli usurpatori pullulavano a dozzine; le
città greche invocavano ardentemente un liberatore. Pompeo si avviò
verso Antiochia; mandò in Fenicia e in Celesiria i suoi luogotenenti,
Aulo Gabinio e M. Emilio Scauro; e mentre le legioni occupavano a poco
a poco tutta la Siria, la dichiarò provincia romana. Quindi discese
verso il mezzogiorno. Nel 63 egli si trovava a Damasco, intento a
decidere una grossa controversia interna della vicina Giudea.
Da circa cento anni la Giudea era riuscita a riconquistare la sua
indipendenza dall’impero siriaco dei Seleucidi, dopochè Roma, con
la guerra contro Antioco III, aveva indebolito il regno di Siria
e incoraggiato tutti i moti, nazionali e locali, che tendevano a
disgregarne l’unità. Nel tempo a cui noi siamo pervenuti, la Giudea
era di nuovo uno Stato prospero: ma era anche lacerata da una contesa
dinastica, che era nel tempo stesso una lotta religiosa e nazionale;
da una guerra civile tra i pretendenti Ircano ed Aristobulo, l’uno
spalleggiato dalla fazione dei Farisei, l’altro, dai Sadducei. I
partiti in contrasto avevano già chiamato aiuti dal di fuori; e,
allorchè Pompeo arrivò, fu invitato dalle due parti a decidere.
Uno dei tanti casi, che fanno assai spesso traboccare la bilancia
dell’umano giudizio, lo indusse a sentenziare in favore di Ircano e dei
Farisei. Ma Aristobulo e i Sadducei, che tenevano allora il governo,
non credettero di dover piegare alla parola dell’invitto generale
romano; onde questi fu costretto ad assediare la stessa Gerusalemme.
Gerusalemme si arrese tosto. Solo il tempio, cinto da formidabili
fortificazioni, resistette lungamente, e per prenderlo fu necessario
un lungo assedio. Alla fine anche i suoi difensori capitolarono; e
l’antico regno di Saul e di Salomone fu annesso alla nuova provincia di
Siria. Ma mentre Pompeo indugiava in Siria e in Palestina, lo raggiunse
la notizia della morte di Mitridate. Nel suo nuovo e piccolo regno di
Tauride il vecchio sovrano aveva concepito un disegno audace: mettersi
a capo dei barbari della moderna Russia meridionale e della valle del
Danubio, e piombare, come Annibale o come i Cimbri, dalle Alpi centrali
od orientali sull’Italia. Ma a eseguir questo piano occorrevano ben
altre forze che quelle di un sovrano spodestato del Ponto; il blocco
rovinava il commercio del paese; i sudditi, salassati dalle imposte,
mormoravano minacciosi. Alla fine un suo figliuolo, Farnace, si mise
a capo di una rivolta; e il vecchio Re fu costretto a darsi la morte
col veleno (63). Così la fortuna toglieva di mezzo facilmente quel
nemico implacabile di Roma. Pompeo potè tranquillamente fermarsi in
Oriente quell’anno e tutto il seguente, visitandone molte parti e
riordinando in vario modo i vasti territori conquistati; fuse il Ponto
e la Bitinia in una provincia unica, che però avrebbe il nome di quello
che un tempo era stato il regno di Mitridate; al figlio di costui
diede la piccola Tauride, dove erano sepolte le ceneri invendicate
del padre; il Re di Cappadocia, Ariobarzane, ottenne qualche aumento
territoriale; la Paflagonia fu ricostituita; la Galazia, divisa in tre
principati: l’Armenia, lasciata indipendente, ma privata di buona parte
delle sue antiche conquiste. Dopo di che Pompeo ripigliava lentamente
la via dell’Italia, salutato ovunque da onori divini. Nè a torto:
chè in dieci anni erano maturate tutte le conseguenze di quel primo
passo fatto da Roma accettando l’eredità del Re di Pergamo. Diventata
potenza asiatica, per questo testamento, Roma era ormai la maggiore
delle potenze dell’Oriente, e tale era diventata per merito di due
uomini, Lucullo e Pompeo, secondati a Roma da piccoli, ma attivi gruppi
politici. Il senato invece, come corpo, era stato passivo spettatore
di questo grande rivolgimento, che aveva così rapidamente alterato
l’assetto del Mediterraneo e che tanto influsso doveva avere sulla
storia di Roma e del mondo.