76. =La caduta del partito popolare (100).= — Dopo Vercelli, il senato
stesso aveva proclamato Mario «terzo fondatore di Roma», con Romolo e
con Camillo. Nessuno degli uomini, i quali assistettero al trionfo, in
cui tanti prigionieri, tanti re e principi barbari sfilarono in catene
sotto gli occhi del popolo romano, poteva vedere al di là di tanta
gloria, distante soltanto un passo, la rupe Tarpea. Eppure era così.
Dileguato il pericolo, gli scrupoli costituzionali, la forza della
tradizione, il senso della legalità ripresero il sopravvento. Ora che i
barbari erano debellati, Mario non poteva più essere rieletto console.
Ma la fortuna aveva acciecato i suoi favoriti. Inebriato dal trionfo
cimbrico, il partito popolare, insieme con la candidatura di parecchi
tra gli uomini più in vista — L. Apuleio Saturnino e C. Servilio
Glaucia tra gli altri — ripropose per la sesta volta la candidatura
del vincitore di Giugurta e dei Cimbri al consolato. L’aristocrazia
accettò questa volta la sfida; contrappose al vincitore dei Cimbri la
candidatura dell’antico generale di Mario, Q. Cecilio Metello; impegnò
la battaglia su tutta la linea, disputando non solo il consolato, ma
tutte le altre magistrature.
Il partito democratico vinse ancora: Mario, Saturnino e Glaucia furono
eletti, console il primo, tribuno della plebe il secondo, pretore il
terzo, ma a grande stento, con pochi voti di maggioranza e con grandi
violenze. L’elezione di Saturnino fu funestata da grosse turbolenze;
poichè il candidato del senato fu ucciso. Ma questa vittoria fu
l’ultima del partito democratico, che aveva primeggiato parecchi anni,
per la gloria di Mario e per il malcontento generato dagli scandali
delle guerre giugurtine e dal pericolo gallico. Le due guerre erano
finite; la nobiltà, non ostante i suoi errori, fortemente insediata
in senato, ricominciava a rialzar la testa. Per conservare il potere
il partito popolare avrebbe dovuto imitare Caio Gracco e allettare le
moltitudini con promesse vistose. Ma Mario non era l’uomo che occorreva
per questi maneggi: era, a dispetto dei sei consolati, un vecchio
romano impacciato da troppi scrupoli costituzionali e tradizionalisti:
e non sapeva dirigere quel partito, che in fondo non era mai stato
il suo. A questo ufficio era tagliato meglio Saturnino. E Saturnino
infatti si mise subito all’opera, presentando una _lex agraria_, che
assegnava le terre della Gallia Transpadana devastate dai Cimbri, i
cui proprietari erano spariti nell’invasione; e una _lex de coloniis
deducendis_, che decretava la fondazione di numerose colonie nelle
province, in Macedonia, in Acaia, in Sicilia, per distribuire terre ai
veterani di Mario[84].
Ai veterani, fossero cittadini romani o italici. Accanto alla
tradizione dei Gracchi apparisce in queste leggi qualche cosa di nuovo
e che ricorda Scipione Emiliano. Anzi un certo numero dei veterani
italici doveva essere onorato della cittadinanza romana; e Mario era
incaricato di applicare la legge.
Le due leggi erano dunque, per quanto si può giudicare dopo tanti
secoli, provvide e savie. Ma a tutte e due erano aggiunte una clausola
e una legge complementare. La clausola aggiunta disponeva che i
senatori e i magistrati fossero obbligati, entro cinque giorni, a
giurare obbedienza alla legge, sotto pena dì ammenda e della perdita
della dignità. La legge complementare era la _lex de majestate_. Questa
rinforzava ancora più, se v’era bisogno, la potenza politica del popolo
romano e dei suoi rappresentanti, dichiarando inviolabile la maestà del
popolo romano e dei tribuni plebei, e minacciando gravi pene a chiunque
avesse osato attentare a questa inviolabilità. La ragione della
clausola e della _lex de majestate_, che doveva poi col tempo diventare
così tristamente famosa, è chiara. Era ormai palese a tutti, per una
lunga esperienza di venti anni, che al partito popolare riusciva molto
più facile di far approvare delle leggi agrarie, che di farle eseguire.
L’aristocrazia, fortemente insediata nel senato, nelle magistrature,
nei collegi religiosi, aveva mille mezzi di insidiar queste leggi
nell’applicazione, quando non riusciva a respingerle nei comizi. Per
impedire questa soverchieria, Saturnino aveva rinforzato con quella
clausola e con la _lex de majestate_ le due leggi, ma infondendo
loro uno spirito tirannico di violenza, che esasperava la nobiltà e
inquietava i cavalieri. Costoro avevano favorito negli anni precedenti
il partito popolare, quando il loro eroe, Mario, ne era il capo; ma
ricchi i più, non potevano gradire leggi, che miravano a conculcare
le classi denarose a vantaggio delle povere. La votazione accrebbe il
disagio. La lotta fu viva, la nobiltà tentò da prima l’ostruzionismo
liturgico, poi l’intercessione dei tribuni; ma i veterani di Mario
erano accorsi numerosi e risposero menando le mani. Il sangue corse.
Le leggi furono approvate; ma appena si volle applicarle, apparve
subito come quelle loro violente disposizioni ferivano anche il
partito che le aveva fatte. Quando, approvate le leggi, il senato fu
invitato a giurare, Mario stesso, il capo del partito popolare, esitò,
dichiarò da prima di non poterlo fare. Troppo quella clausola gli
pareva tirannica! Sollecitato dal suo partito, egli poi si disdisse; e
adducendo come pretesto il pericolo di una sommossa popolare, giurò e
trascinò seco a giurare tutto il senato, tranne Q. Cecilio Metello, il
suo antico rivale, che preferì subire le rappresaglie della legge _de
majestate_ e andare in esilio. Ma se il partito popolare era stato lì
per lì salvato dalla resipiscenza di Mario, dopo questo incidente si
staccò da lui. Non si poteva più inoltre riproporlo una settima volta
a console. Il partito popolare si presentò dunque alle elezioni per
l’anno 99 senza aver nè Mario tra i suoi candidati, nè il suo appoggio
dichiarato e operoso. Mancando Mario, anche i cavalieri abbandonarono
il partito popolare; si intesero con la nobiltà e acconsentirono
ad appoggiare, invece del candidato popolare Glaucia, il candidato
dell’aristocrazia, che era il famoso oratore M. Antonio, purchè
l’aristocrazia appoggiasse il candidato loro C. Memmio, il famoso
tribuno degli scandali giugurtini. Anche molti dei veterani, mancando
Mario, si disinteressarono delle elezioni. Ne seguì che nei comizi
tributi, Saturnino, il quale si ripresentava candidato al tribunato,
riuscì eletto; ma nei comizi centuriati Glaucia, abbandonato dai
cavalieri, fu vinto. Riuscirono M. Antonio e C. Memmio. I popolari non
si rassegnarono alla disfatta e al tradimento dei cavalieri; dei grandi
tumulti incominciarono; C. Memmio fu assassinato dai partigiani di
Glaucia. Ma questa volta neppure il senato e i cavalieri tollerarono
in pace tanta violenza. Il senato decretò lo stato d’assedio, e
incaricò i consoli, ossia lo stesso Mario, di procedere contro i
rivoltosi e di ristabilire l’ordine. Mario avrebbe potuto, sotto la
sua personale responsabilità, sottrarsi a quel tremendo uffizio. Ma
il vincitore dei Cimbri non ebbe la forza di resistere all’opinione
pubblica. Sotto i suoi ordini si schierarono il senato, i cavalieri,
i tribuni della plebe, e una buona parte della popolazione urbana. Si
combatterono nel Foro delle vere battaglie, nelle quali i veterani di
Aquae Sextiae e di Vercelli si trucidarono; il partito di Saturnino e
di Glaucia, disfatto, si rifugiò e si asserragliò sul Campidoglio; e
Mario lo assediò. Alla fine, come ai tempi di Tiberio e di Caio Gracco,
Saturnino e Glaucia furono trucidati, e, con essi, perdette la vita
gran numero dei loro seguaci (dicembre 100). Ma il Nasica e l’Opimio
del nuovo macello era stato C. Mario: per tanti anni l’eroe e il vanto
del partito popolare!
77. =Il processo di Rutilio Rufo e la rottura tra il senato e
l’ordine equestre.= — La reazione fu violenta. Gli scandali della
guerra di Giugurta e della guerra contro i Cimbri e i Teutoni furono
dimenticati; la nobiltà storica ridivenne l’oggetto dell’ammirazione
di tutti; pronto, il senato ne approfittò per ricuperare il potere;
e come primo atto richiamò dall’esilio Metello. La maggior vittima di
questo rivolgimento fu Mario, che, venuto in odio al partito popolare,
senza aver riacquistato il favore del partito della nobiltà, non
attese neanche il ritorno del suo antico rivale in Roma. Abbandonando
volontariamente la vita politica, in cui non c’era più posto per lui,
partì per un lungo viaggio in Oriente, sotto il pretesto di compiere un
voto a un’oscura divinità di Pessinunte.
Il partito della nobiltà governava di nuovo l’impero; e, sotto il suo
governo, i tempi, se non più felici, si fecero almeno più tranquilli.
Il partito aristocratico aveva sul rivale il vantaggio di possedere
l’organo di governo più stabile della repubblica, il senato, che in
maggioranza era suo. Mentre il partito democratico non aveva potuto
impadronirsi, anche negli anni più felici, che delle magistrature
maggiori, ed era sempre stato in balìa dei comizi, mutevoli ogni
anno, il partito della nobiltà era sempre stato potentissimo per
via del senato, anche negli anni in cui gli elettori dei comizi gli
erano avversi. Questo divario spiega come il partito della nobiltà,
anche in questi anni turbolenti, potesse governare con una prudenza
e ponderazione, che fa contrasto con le agitazioni dei brevi anni di
egemonia democratica. Certamente neppure i dieci anni, intercessi
fra il 100 e il 91, furono esenti da difficoltà e da guerre. La
Spagna, sconvolta dall’invasione cimbrica, si risolleva insieme con le
popolazioni alpine di recente sottomesse; le nuove province orientali
sono (ahi, troppo spesso!) devastate dalle barbare tribù limitrofe;
l’Asia minore è turbata replicatamente dalle mene del Re di Bitinia,
Nicomede, e del Re del Ponto, Mitridate. A dispetto della commissione
inviata dal senato, questi due sovrani avevano ormai occupato la
Galazia; poi, mentre Nicomede intrigava in Paflagonia, Mitridate
aveva approfittato della guerra cimbrica, per rompere l’alleanza con
il Re di Bitinia e impadronirsi da solo della Cappadocia. Ma per
nessuna di queste difficoltà il senato sconfinò dai limiti di una
politica difensiva, d’interventi militari e diplomatici. Parevano
ritornati i tempi di Scipione l’Africano e di Catone. La Galazia fu
nel 95 ridata ai tetrarchi, che prima la governavano; la Paflagonia,
dichiarata libera; la Cappadocia, posta sotto il governo di un
nobile persiano, Ariobarzane cui fu dato il titolo di Re; lo stesso
Mitridate fu trattato con tanto riguardo che di lì a due anni, fatta
un’alleanza con Tigrane, re di Armenia, invase di nuovo la Cappadocia,
scacciando Ariobarzane. Ma neppur questa provocazione strappò al senato
una dichiarazione dì guerra contro il Re del Ponto. Il propretore
Lucio Cornelio Silla fu mandato con un piccolo esercito a rimettere
Ariobarzane sul trono; e null’altro fu fatto. Intorno allo stesso
tempo il Re di Egitto, Tolomeo Apione, morì legando al popolo romano
la Cirenaica, toccatagli sin dal 116. La Cirenaica era allora un paese
ricco d’acqua, fertile e prospero. Ma il senato, ricusato il dono, la
dichiarò indipendente.
Il partito della nobiltà cercava insomma, quanto poteva, di ristabilir
l’ordine nell’impero e di governar saviamente. La dura lezione
dell’ultimo quindicennio non era stata inutile. Ma non ostante la
buona volontà del governo, le cose stavano in bilico per miracolo.
Quel confuso processo di decomposizione e di ricomposizione, che i
Romani chiamavano la corruzione dell’antico costume, e che noi avremmo
definito il progresso dei tempi, non era punto cessato. La diffusione
della filosofia greca, i progressi dell’istruzione e della ricchezza
facevano sentire più vivamente la durezza di tanti rigori formali
dell’antico diritto e l’orrore di certe superstizioni barbare ancora
superstiti. L’abolizione dei sacrifici umani, di cui qualche avanzo
restava ancora in Italia, stava per essere decretata; il diritto
progrediva per opera dei pretori, che riconoscevano più arditamente le
ragioni della equità nei loro editti. Ma nella gara per la ricchezza,
la cultura, il piacere, il potere gli animi inferocivano, le classi
e lo Stato si dissolvevano. Più numerosi che mai erano i nobili e
i ricchi che costruivano a Roma eleganti palazzi; i signori che si
dilettavano di scriver libri, storie, trattati, poesie in greco o
in latino; gli oratori che, come Antonio e Licinio Crasso, avevano
studiato l’eloquenza nei modelli greci come un’arte. La conoscenza e
il gusto dell’arte attica e asiatica si divulgavano; scultori e pittori
greci ormai avevano in gran numero lavoro dai Grandi di Roma. Ma queste
spese, le etère dell’Oriente, i troppi schiavi, i bagordi rovinavano
molte famiglie della nobiltà, riducendole a industriarsi con ripieghi,
debiti e concussioni. Molti agricoltori studiavano gli agronomi greci,
si facevano prestare un capitaletto, piantavano uliveti e vigneti,
s’ingegnavano di coltivare meglio; ma l’inesperienza, la mancanza
di vie, le grosse usure rovinavano spesso chi faceva queste prove.
Ogni anno si aprivano a Roma, nelle città latine e alleate, nuove
scuole di rettorica, a cui traevano numerosi scolari e nelle quali si
preparavano una lingua, uno stile e una eloquenza nazionali; ma troppi
giovani avvocati non trovavano poi protettori per salire, nè clienti da
difendere; troppi si davano al commercio, e se alcuni arricchivano a
Delo, in Asia, in Egitto, molti fallivano. Gli spostati, i disperati,
i mercanti falliti, i possidenti scacciati infestavano ogni parte
d’Italia; la piccola proprietà spariva, la terra era accaparrata da
pochi, l’usura prosperava; solo pochi arricchivano, tra i quali qualche
avanzo delle antiche nobiltà locali dell’Italia, come quel Caio Cilnio
Mecenate, che, pur discendendo da una famiglia reale di Etruria, si
era acconciato a venire in Roma e a farsi pubblicano, accontentandosi
di prender rango nella seconda nobiltà, l’ordine dei cavalieri. In
questo disordine morale e sociale, uno Stato che posava sul principio
dell’elezione popolare, come la repubblica romana, non poteva
sfuggire ad una specie di dissoluzione universale. Gli avventurieri,
gli ambiziosi, i violenti, i furbi, gl’imbroglioni, e i corruttori
invadevano i pubblici uffici, scacciandone gli uomini onesti, ai quali
non rimaneva altra consolazione che gemere sconsolatamente sulle
sciagure dei tempi. Massime nelle alte classi, era opinione comune
che la diffusione della coltura nel medio ceto fosse un male. «Chi
studia il greco diventa un birbone» si diceva quasi in proverbio.
Peggio ancora, il desiderio di acquistare la cittadinanza faceva rapidi
progressi nel medio ceto impoverito dell’Italia che si illudeva di
potere, acquistando la cittadinanza romana, recar sollievo al proprio
disagio; tra i giovani, che avevano studiato eloquenza e che eran
mal contenti di dover difendere piccole cause e concorrere alle umili
magistrature municipali nella loro cittaduzza; tra tutti coloro (ed
eran molti), i quali desideravano i privilegi del cittadino romano.
In simile travaglio, il nuovo governo sarebbe stato debole, anche se
avesse potuto far assegnamento sulla concordia dei propri partigiani.
Invece il partito della nobiltà era, sì, ritornato al potere, perchè
la nobiltà e l’ordine equestre, spaventati dalla rivoluzione, si
erano riconciliati; ma questa riconciliazione era assai precaria.
Troppo forte e antico era l’odio generato tra i due ordini dalla legge
giudiziaria di Caio Gracco prima, dai consolati di Mario poi, infine
dal corso degli eventi. I cavalieri insuperbivano ogni dì più per le
ricchezze, per le clientele, per il diritto di giudicare i senatori;
si consideravano ormai pari o da più della nobiltà storica, mentre una
grande parte di questa, disgustata dalla corruzione e dal disordine
universale, furente per la sua povertà e per l’insolenza degli uomini
novi, affettava di spregiare i cavalieri; rammaricava i tempi, in cui
la nobiltà sola era potente; chiedeva leggi severe contro gli abusi
dei pubblicani. C’era dunque nella nobiltà storica un forte partito
antiplutocratico, e tra i cavalieri, un partito avverso alla nobiltà.
Bastò infatti un incidente, in verità tristo assai, per rompere la
concordia dei due ordini, sulla quale pure l’ordine sociale tutto
quanto posava, e scatenare una delle rivoluzioni più terribili.
Publio Rutilio Rufo era un senatore integro e capace; un nobile di
antico stampo, ligio alle tradizioni, per quanto assai colto, e perciò
molto avverso alle due forze nuove che da un secolo minacciavano
il potere della nobiltà e la grandezza di Roma: la plutocrazia e la
demagogia. Aveva reso segnalati servizi alla repubblica; era stato
console nel 105; e, nel 96, aveva governato la provincia d’Asia come
_legatus pro praetore_, quando Muzio Scevola era tornato a Roma per
presentare la sua candidatura al consolato. Aveva allora represso con
energia gli abusi dei pubblicani d’Italia, facendo giustizia senza
riguardi e facendosi benedire dai sudditi. Ma i cavalieri, che in Asia
avevano ormai tanti interessi, vollero dare un esempio che togliesse
ad altri la voglia d’imitare il fastidioso _legatus_; e quando Rutilio
fu tornato a Roma, nel 93, lo fecero accusare, lui, l’incorrotto e
l’incorruttibile, di concussione; e condannare dalla _quaestio_, che
Caio Gracco aveva composta di cavalieri.
78. =Il Tribunato di Druso (91 a. C.).= — Rufo partì per l’esilio; ma
per quanto Sallustio l’abbia dipinta con sì foschi colori, la nobiltà
di Roma non era ancora così corrotta e avvilita, da subire un simile
affronto. La rottura tra i due ordini fu dichiarata. Il 92 pare sia
stato un anno di fermentazione tacita. L’episodio più importante di
questo anno è l’editto dei due censori, Cneo Domizio Enobarbo e Lucio
Licinio Crasso, che chiudeva le scuole di retorica in Roma[85]. Ma la
guerra latente tra i due ordini fu dichiarata nel 91 da Marco Livio
Druso, tribuno della plebe. Era egli, molto probabilmente, figliuolo
di quel Druso, che era stato il più funesto artefice della rovina di
C. Gracco. Ma i tempi erano mutati; e il figlio del persecutore di
Caio Gracco tentava ora di stringere un’alleanza della nobiltà e del
popolo contro l’ordine equestre, al modo stesso con cui Caio Gracco
aveva cercato di far l’alleanza del popolo e dei cavalieri contro la
nobiltà, presentando un _omnibus_ di leggi, una di quelle leggi _per
saturam_, che fino allora il suo partito aveva combattuto come un
abuso dei popolari. Livio Druso infatti propose una _lex judiciaria_,
che cercava di risolvere equamente e nell’interesse della giustizia il
vecchio conflitto tra il senato e l’ordine equestre per i tribunali.
Disponeva la legge che nel senato fossero ammessi 300 nuovi membri,
tratti dall’ordine equestre; che tra i senatori, nuovi e vecchi, si
sorteggiassero i giudici delle _quaestiones_; che si costituisse una
_quaestio_ particolare per i reati di corruzione giudiziaria. Aggiunse
a questa una _lex de coloniis deducendis_, che fondava in Italia e
in Sicilia colonie da molto tempo proposte e mai dedotte; una _lex
agraria_ della quale poco sappiamo, ma che pare fosse una rinnovazione
delle leggi dei Gracchi; una _lex frumentaria_, che scemava il prezzo
a cui il grano era venduto dallo Stato al popolo in Roma. Lo scopo
di queste leggi è chiaro: comprare nei comizi con le tre ultime la
maggioranza che approverebbe la prima. Tanta era l’irritazione contro i
cavalieri e il desiderio di toglier loro il potere giudiziario, che una
parte della nobiltà aveva messa da parte perfino l’antica avversione
per le leggi frumentarie ed agrarie! Ma queste leggi eran troppo
disparate e diverse, perchè non suscitassero una vigorosa opposizione;
e non solo nell’ordine dei cavalieri, ma anche nella nobiltà. A molti
senatori non piaceva che il senato ricevesse 300 membri nuovi. La legge
delle colonie e la legge agraria spaventavano infiniti interessi. La
_lex frumentaria_ aggravava l’erario, già dissestato. Si formò dunque
un’opposizione di cavalieri e senatori; incominciò nel senato, nei
comizi, nelle strade una battaglia accanita di discorsi, di processi,
di tranelli costituzionali e liturgici, di percosse e di violenze,
che durò dei mesi; e nella quale a un certo punto irruppero anche gli
Italici. Questi, come ai tempi dei Gracchi, erano in grande ansietà
per le nuove leggi coloniali ed agrarie annunciate, che temevano si
dovessero applicare a loro spese; ed erano accorsi a Roma in grande
numero, per combattere le leggi del nuovo Gracco.
È difficile giudicare se Livio Druso fosse un grande uomo di Stato o
un visionario. Certo è che invece di stringere in alleanza il popolo e
la nobiltà contro l’ordine equestre, egli era riuscito a dividere la
nobiltà, ad invelenire di nuovo l’antico odio tra Romani ed Italici,
e a scatenar una mischia furibonda di partiti e di interessi. I
tempi erano tristissimi; nessuno si raccapezzava più; degli oligarchi
intransigenti erano pronti ad approvare perfino una legge agraria,
pur di togliere ai cavalieri il potere giudiziario; degli amici di
Rutilio Rufo combattevano la _lex judiciaria_, che doveva vendicarlo,
per paura della legge agraria. Tuttavia in mezzo a questo caos Livio
Druso non poteva non essere inquieto per la crescente agitazione degli
Italici. Come Caio Gracco, e per gli stessi motivi, egli fu condotto a
prometter loro, come compenso, la cittadinanza. Se le leggi passavano,
egli proporrebbe una legge che concederebbe a tutti la cittadinanza.
Acquistato così il favore degli Italici, egli riuscì a far passare
tutte insieme le sue leggi, dopo lotte asprissime e violenze; e
die’ mano a mantener la sua promessa agli Italici, con una legge
di cittadinanza. Ma il senato, sotto pretesto di un vizio di forma,
annullò le leggi già votate; e una triste sera di quel torbido autunno,
nell’atrio della sua stessa casa, mentre Livio Druso congedava alcuni
amici venuti a colloquio con lui, una mano ignota lo colpiva al fianco.
L’assassino non fu mai scoperto[86].
79. =La guerra sociale (90-88).= — Morto Livio, il partito avverso e i
cavalieri, che ne erano a capo, trionfarono. La proposta di concedere
la cittadinanza agli Italici era così poco popolare, anche nella
plebe, che i nemici di Livio poterono tramutare le sue intese con gli
Italici in una cospirazione contro lo Stato e chiedere dei castighi
esemplari. Il cadavere di Druso era ancora caldo, e già il tribuno Q.
Vario, sostenuto accanitamente dai cavalieri, proponeva di nominare una
commissione straordinaria, per inquisire contro gli alleati sediziosi
e per giudicare i loro partigiani in Roma. Non era mai spiaciuto ai
cittadini romani di far sentire ogni tanto ai Latini e agli Italici che
i padroni erano essi; la proposta passò; i commissari non furon paghi
di cercare in Roma i rei della pretesa cospirazione; si sparsero nelle
varie prefetture e per le città alleate dall’Italia, alla caccia dei
responsabili. Ma questa volta la misura era colma. I nemici di Livio
avevano osato troppo. Invece della cittadinanza, a compenso dei danni,
che le leggi agrarie infliggerebbero loro, Roma dava un tribunale
straordinario e una persecuzione partigiana? L’Italia prese le armi ed
insorse.
Le ragioni e lo spirito della rivolta appariscono chiari a chi
consideri le regioni dove arse più violenta. Quella che insorgeva
era l’Italia più povera, montagnosa, del centro e del mezzogiorno, i
Marsi, i Peligni, i Piceni, i Sanniti; ossia le regioni che più avevano
sofferto della crisi, la quale stava mutando la faccia della penisola;
le regioni, in cui le confische del suolo erano state più frequenti;
le regioni meno ricche di strade, più lontane dalle città e dalle
grandi vie del commercio; le regioni del latifondo e della pastorizia.
Invece le città greche dell’Italia meridionale, che avevano continuato
a prosperare e che Roma aveva liberate dal pericolo delle invasioni
bruzzie e lucane; le città latine, prossime al mare, e le loro colonie
che si erano installate in Italia, sfruttando, al pari dei Romani, le
popolazioni indigene; l’Umbria, che aveva saputo mutare le sue culture;
l’Etruria, che aveva saputo giovarsi della tradizione, industriale e
commerciale, ereditata dalla dominazione etrusca; l’Italia celtica,
dove i nuovi grandi lavori, le bonifiche, le vie militari avevano
portato la ricchezza, o non si mossero o parteggiarono per Roma. La
conquista della cittadinanza e della libertà era dunque il disperato
sforzo della vecchia Italia, che non sapeva rassegnarsi a morire.
Il pericolo per Roma fu tremendo. Mezz’Italia era insorta, nè si
sapeva quale conto fare della fedeltà della restante penisola. A ogni
modo, anche se questa rimaneva fedele, i ribelli disponevano di forze
all’incirca pari per numero e per qualità, perchè erano tutti nelle
armi discepoli di Roma; avevano stabilito un governo comune, con sede
a _Corfinium_, nel paese dei Peligni, creato una rappresentanza delle
città insorte, un senato di 500 membri[87], il quale avrebbe avuto
facoltà di creare due consoli o capi militari e dodici pretori. Soli
vantaggi di Roma erano le più abbondanti ricchezze, il dominio del mare
e il prestigio. Sarebbero stati sufficienti? La grandezza del pericolo
è provata dai preparativi di difesa. La repubblica chiese aiuto anche
agli alleati fuori d’Italia[88]; arrolò schiavi e liberti; richiamò in
Italia tutte le forze disponibili; e distribuì le sue milizie in due
grandi zone militari: l’una al nord, tra il Piceno, gli Abruzzi e la
Campania, ove mandò il console P. Rutilio Rufo; l’altra al sud, nella
Campania e nel Sannio, ove si recò il collega di lui, L. Giulio Cesare.
Agli ordini del primo militava, avendo chiesto egli stesso un comando
qualsiasi, Caio Mario. Contro l’uno e l’altro console operavano i due
maggiori generali della lega, Pompedio Silone, l’amico di Druso, e
Papio Mutilo.
Il primo anno di guerra — il 90 a. C. — non fu troppo felice per i
Romani, che qui vinsero e là furono vinti e che perdettero in battaglia
il console Rutilio. L’incerto andamento della guerra era un primo
trionfo per gli insorti. Difatti già nel corso del 90 Etruschi ed Umbri
incominciarono a tentennare; proprio mentre nuovi pericoli minacciavano
in Oriente. Mitridate, che da un pezzo preparava la guerra contro Roma
per cacciarla dall’Asia, aveva approfittato della rivolta dell’Italia
per rovesciar dal suo trono il Re di Bitinia, sostituendogli un
fratellastro di questo, minore di età e per riconquistare, d’accordo
con Ariobarzane, la Cappadocia. La prudenza consigliava dunque di
debellare la rivolta, non con le armi sole, ma con concessioni.
D’altra parte il pericolo aveva fatto rinsavire l’opinione pubblica,
la quale incominciava a imprecare contro l’ordine equestre e la sua
folle politica. Nelle elezioni per l’89, il partito del tribuno Vario,
l’autore della persecuzione contro gl’Italici, era sconfitto; e poco
dopo il console L. Giulio Cesare proponeva e faceva approvare senza
difficoltà una legge, che accordava la cittadinanza agli alleati
italici rimasti fedeli. Anche allora la paura aveva potuto più che la
giustizia e la ragione! Ma la _lex Julia_ circoscriveva il pericolo,
non lo toglieva di mezzo: l’Italia centrale e la meridionale erano
ancora in armi. Fatto senza inciampi il primo passo, Roma non tardò a
prendere risolutamente la via delle concessioni. I tribuni dell’89,
M. Plauzio Silvano e C. Papirio Carbone, proposero una nuova legge
(_lex Plautia-Papiria_), la quale accordava la cittadinanza romana, non
solo a tutte le città che avessero deposto subito le armi, ma a tutti
gl’Italici al di qua del Po, che l’avessero chiesta entro il termine
di due mesi. Anche questa legge fu approvata senza difficoltà: non
solo, ma il tribuno Vario, il persecutore degli Italici, fu cacciato
in esilio come reo di lesa maestà; e l’odio popolare ben presto si
volse addirittura contro il potentissimo ordine dei cavalieri. Plauzio
Silvano fece, dopo quella sulla cittadinanza, votare dai comizi
tributi una nuova legge giudiziaria che ritoglieva i tribunali ai
cavalieri, e faceva eleggere i nuovi giudici dalle tribù in numero
di 15 per ciascuna, senza riguardo all’ordine sociale, cui gli eletti
appartenessero[89]. Forse in questo stesso tempo il console Gneo Pompeo
Strabone fece approvare la legge, che concedeva alle città della Gallia
Cisalpina i diritti delle colonie latine, per sottoporle alla leva e
compensare le perdite nel reclutamento, di cui era cagione la rivolta
degli alleati.
80. =La rottura tra Roma e Mitridate; la perdita della provincia
d’Asia (88).= — L’insurrezione italica aveva dunque vinto, anche se
la fortuna delle armi era stata indecisa. L’effetto delle concessioni
fu pronto. Non che tutta l’Italia deponesse le armi: nel Piceno,
Ascoli resistè ostinata, e il console Gneo Pompeo Strabone dovette
assediarla e prenderla con la forza; la Campania, il Sannio, l’Apulia
combatterono ancora.... Ma molti degli Italici deposero le armi; Umbri
ed Etruschi non si unirono alla lega; e insomma tutta l’Italia centrale
e meridionale era ricondotta all’obbedienza, sul finire dell’89. Solo
l’estremo Sannio non cedeva.
Ma l’Italia incominciava appena a riaversi da questo spavento, che
un’altra calamità la sopraffece. Abbiamo visto che nel 90, essendo
morto il Re di Bitinia, Mitridate aveva spodestato il legittimo
successore, Nicomede III, e gli aveva sostituito un fratellastro di
lui. Nel tempo stesso, d’accordo con Tigrane, Re d’Armenia, aveva
riconquistato la Cappadocia, donde Roma lo aveva cacciato nel 92,
e aveva posto sul trono uno dei suoi figliuoli. Ma il senato non
si era lasciato intimidire: aveva mandato Manio Aquilio a capo di
un’ambasceria per restituire i due Re espulsi sul trono; e Mitridate
aveva ceduto, sia che non considerasse i suoi preparativi come ancora
bastevoli, sia che la risolutezza di Roma lo avesse spaventato.
Le cose d’Asia erano dunque state ricomposte con poca fatica; il
che era, in quei tempi pieni di difficoltà, gran fortuna per Roma.
Quando ad un tratto, un piccolo intrigo di pubblicani e di senatori
le precipitò di nuovo a rovina. Manio Aquilio (almeno se vogliamo
credere agli scrittori antichi) non era stato per nulla contento
della arrendevolezza di Mitridate, perchè era venuto in Asia per fare
al Ponto una guerra lucrosa. D’altra parte il Re di Bitinia, durante
l’esilio, aveva contratto grossi debiti coi pubblicani di Efeso, che
volevano essere rimborsati. Aquilio fece capire al Re di Bitinia che
gli permetterebbe di procurarsi la somma necessaria con una razzia nel
Ponto; e alla fine Nicomede, tormentato dai suoi creditori, invase,
complice silenzioso e passivo il legato romano, i dominî del suo
potente vicino, attizzando il grande incendio.
Con molta abilità Mitridate aveva da prima protestato e chiesto
riparazione. Intanto era venuta la fine dell’89; l’Italia era in
fiamme, l’Oriente disarmato; tre o quattrocento navi da guerra
attendevano armate nei porti del Mar Nero, pronte ad accorrere al primo
richiamo del Re del Ponto; dai paesi più barbari dell’Oriente, erano
venuti gran numero di mercenari, fanti e cavalieri, armeni, cappadoci,
paflagoni, sciti, sarmati, traci, bastarni, celti, e, quel ch’era
peggio, anche greci. Grandi riserve di cereali erano depositate nella
Tauride. Trattati e intese erano stati conclusi con tutti i maggiori
potentati dell’Oriente, con i barbari della Tracia e della Macedonia.
La Grecia e l’Asia ellenizzata, stanche del cupido dominio romano, non
attendevano che un liberatore. Non c’era dunque più tempo da esitare.
All’insolente e inconsiderata intimazione, con cui il legato romano
aveva replicato alle sue legittime proteste, Mitridate rispose, nella
primavera dell’88, dichiarando la guerra, riconquistando la Cappadocia,
sconfiggendo le truppe romane in Bitinia, scacciando Nicomede III,
catturando la flotta romana, e invadendo la provincia di Asia.
Colpo più mortale non poteva percuotere Roma. Mentre la guerra sociale
aveva rovinato tanta parte dell’Italia, l’invasione dell’Asia privava
ora l’erario pubblico della più fruttifera fra le province romane, e
Roma e l’Italia del frutto dei capitali collocati in Oriente. La crisi
che scoppiò a Roma fu terribile: i pubblicani, impotenti a mantenere
i loro impegni con lo Stato; l’erario vuoto; il denaro scarso, e
i prestiti difficili e quasi impossibili, chè anzi i capitalisti,
atterriti, si sforzavano di ricuperare i loro crediti; gl’interessi,
spensieratamente tollerati in tempi di rapido guadagno, risentiti
ora come usure impossibili; tutte le vecchie ed obliate leggi sui
debiti, richiamate in vigore dalle parti in contesa; il tribunale
del pretore, pieno di lagni, di proteste, di minacce. E tutto questo,
mentre la questione italica si riaccendeva nella capitale. Il senato,
sotto lo specioso pretesto di impedire che la potenza e il numero dei
nuovi cittadini ferisse troppo gravemente la sacrosanta autorità dei
cittadini originari, propendeva a stabilire che i nuovi cittadini
fossero inscritti non in tutte le 35 tribù, ma relegati solo o in
otto fra esse o in dieci nuove tribù[90], estranee alla vecchia
costituzione. Questi propositi irritavano gli Italici accorsi a Roma;
onde la città era piena di agitazioni e di violenze. In quest’atmosfera
di fuoco giunsero presto nuove e più terribili notizie dall’Oriente.
Nella provincia d’Asia, ormai quasi tutta in potere di Mitridate, circa
100.000 Italici[91], uomini, donne, fanciulli, erano stati sgozzati,
annegati, bruciati vivi in un giorno stabilito, dal popolo furibondo
delle piccole e grandi città asiatiche; i loro schiavi, liberati;
i loro beni, distribuiti tra il fisco regio e le città indebitate.
Mitridate aveva preparato questa strage. Nè basta: da Pergamo, dove
aveva posto la sua capitale, egli si volgeva ora alla Grecia, dove i
vinti di Scarfea e di Leucopetra, i superstiti di Corinto, i patriotti
esaltati, i democratici offesi dalle inframettenze del governo romano,
i mercanti indigeni, rovinati dalla concorrenza degli Italici, la plebe
disoccupata e tumultuante incominciavano a sperare in lui l’atteso
liberatore. Che più? Spingendo anche al di là della Grecia i suoi
disegni e le sue speranze, Mitridate tendeva la mano agl’Italici.
Sanniti e Lucani, ancora in armi, mandavano ambascerie a Mitridate,
proponendogli alleanza; il Re del Ponto rispondeva, promettendo la
sua discesa nella penisola, tal quale come Annibale. E molti Italici
accorrevano ad ingrossare l’esercito di Mitridate.
81. =La lotta tra Mario e Silla per il comando della guerra contro
Mitridate (88-87).= — Mai forse il senato romano aveva avuto un
compito più terribile. Tuttavia non esitò. La provincia d’Asia era
parte così preziosa dell’impero che, non ostante l’incerta condizione
dell’Italia, il senato deliberò di mandare uno dei consoli con un
forte esercito in Asia, e per far denaro ordinò che fosse venduta la
mano-morta romana, i beni che i templi possedevano in Roma. La sorte
designò fra i due consoli L. Cornelio Silla, il legato di Mario del
106, il valoroso ufficiale che aveva nel 103 militato contro i Cimbri,
e che si era molto distinto nella guerra sociale. Silla non era nuovo
alle cose d’Asia, perchè, nel 102, come pretore, aveva restituito la
Cappadocia al candidato romano, Ariobarzane, condotto per la prima
volta le legioni a dissetarsi nelle acque dell’Eufrate, e ricevuto,
assiso sopra un trono solenne, la prima ambasceria mandata dal Re dei
Parti ai Romani. La sorte era dunque stata giudiziosa; e tanto più
avrebbe dovuto Roma compiacersene, perchè le cose ormai precipitavano
rovinosamente in Oriente. Nella primavera dell’88 Mitridate aveva
spedito un esercito, al comando di un suo figlio, in Macedonia e una
flotta nell’Egeo al comando di Archelao: della Grecia una parte erasi
sollevata e in questa anche Atene, sino allora la più fedele amica
di Roma in Grecia; le altre città erano state facilmente conquistate
dall’esercito di Mitridate, senza che il governatore della Macedonia
potesse soccorrerle, perchè Traci e Galli, a quanto pare alzati dal
Re del Ponto, avevano invaso la provincia; anche Delo era stata presa
da Archelao e i mercanti italici trucidati. Insomma tutto l’impero
orientale — così la parte europea come la parte asiatica — vacillava;
l’ellenismo tentava un supremo sforzo per ricacciare Roma in Italia,
con il braccio di un sovrano semibarbaro dell’interno dell’Asia, che
brandiva una spada ben temprata.
E invece, proprio in questo momento supremo, in faccia a Mitridate
vittorioso, quando mezzo l’impero era invaso e in potere del nemico,
scoppiò in Italia una guerra civile. Ai cavalieri non piaceva che
Silla fosse stato incaricato di riconquistare l’Asia. Il fatto è
certo, sebbene le ragioni si possano solo congetturare. Era chiaro
che il console, incaricato di riconquistare la perduta provincia, ne
sarebbe stato per parecchi anni arbitro e signore assoluto, e avrebbe
in quella potuto fare e disfare a suo piacimento. Ora da parecchi anni,
dal processo di Rufo in poi, tra ordine senatorio e ordine equestre
c’era un odio, che l’agitazione di Livio Druso e la guerra sociale
avevano inferocito. Non pochi senatori detestavano i cavalieri assai
più che i demagoghi, e avrebbero fatta alleanza anche con questi
pur di rovinare e toglier di mezzo quelli.... Non era dunque affare
di poco momento, per i cavalieri, che la loro prediletta provincia
non cascasse nelle mani di un nuovo Rutilio Rufo. Silla non aveva,
sino ad allora, parteggiato a viso aperto nè per gli uni nè per gli
altri; si era tenuto in disparte dalle lotte politiche, occupandosi
di amministrazione e di guerra. Ma sia che, per le sue origini, fosse
considerato dai cavalieri come un nemico, sia che tale fosse davvero
già fin d’allora, fatto sta che i cavalieri non lo volevano al comando
della guerra d’Oriente. D’altra parte c’era allora in Roma un uomo, un
grande generale, nel quale l’ordine equestre, da cui era uscito, aveva
sempre avuto fiducia, e che si rodeva di esser condannato all’inerzia:
Mario. I tempi infine erano quanto mai turbati e torbidi: i cavalieri
smaniavano di ricuperare il potere giudiziario; tra gli Italici
fermentava un nuovo malcontento, per i maneggi del senato che cercava
di ritoglier loro con accorti espedienti una parte di quanto avevano
concesso le leggi dell’89 e dell’88; la crisi finanziaria empiva di
disperazione e di furore gli animi. Un pretore era stato ucciso, nel
tribunale, dagli usurai, perchè applicava con troppo rigore le leggi
contro l’usura.
Da questo atroce e spietato ribollir di interessi, di ambizioni,
di cupidige nacque un vasto intrigo politico, a cui tennero mano i
cavalieri, Mario, gli Italici, una parte della fazione democratica;
e il cui scopo era di ridare all’ordine equestre parte dell’antico
potere e di togliere il comando della guerra d’Asia a Silla, che
frattanto raccoglieva un esercito a Nola. L’uomo che doveva porre ad
effetto questo piano era un nobile, P. Sulpicio Rufo, che la tradizione
conservatrice dipingerà, al solito, come corrotto, indebitato,
ambizioso. Era costui, nell’88, tribuno della plebe; e come tale
presentò tre leggi, che dovevano procurare al partito appoggi e aiuti
bastevoli per ottenere che fosse poi approvata la legge, con cui il
comando della guerra d’Asia sarebbe trasferito da Silla a Mario. Una
prima legge dava ragione agli Italici e ai liberti, disponendo che gli
Italici fossero distribuiti in tutte le 35 tribù, e reintegrando nelle
medesime tutti i liberti, dove non erano più sin dal 115, ossia dal
consolato di Emilio Scauro. La seconda richiamava i cavalieri banditi
insieme con Vario nell’89. La terza proponeva una riforma del senato,
escludendo tutti i componenti indebitati per 2000 dracme. Silla, che
stava allora organizzando presso Nola il suo esercito, si affrettò a
tornare a Roma, per opporsi con il suo collega Q. Pompeo Rufo a queste
leggi, alla prima soprattutto, che a molti pareva minacciare lo Stato
di un sovvertimento totale. E una volta ancora la questione della
cittadinanza minacciò di sconvolgere ogni cosa.... Silla e Pompeo
commisero un errore: temendo di non riuscire a far rigettare dai
comizi la legge, tentarono l’ostruzionismo liturgico, indissero delle
_feriae imperativae_ in tutti i giorni, in cui si potevano tenere i
comizi, così da rendere questi impossibili. Non è dubbio che l’atto dei
consoli era considerato in sè, strettamente legale: ma l’intenzione era
manifesta; e tutti gli interessi, che a Sulpicio mettevano capo, non si
lasciarono così facilmente disarmare da questo ingegnoso espediente.
Sulpicio, in eloquenti discorsi, denunciò per illegali quelle ferie;
raccolse una guardia di 600 cavalieri; armò torme di partigiani, con
le quali un bel giorno invase il Foro, intimando ai consoli di disdire
le ferie e di convocare i comizi. I consoli tentarono di resistere, ma
quelli diedero di piglio alle armi. Spaventato, Pompeo fuggì; anche
Silla allora abbandonò il campo e si ritirò a Nola presso il suo
esercito.
La vecchia repubblica oligarchica crollava sulle sue fondamenta.
Esautorati i due consoli dalla loro opposizione sterile e cavillosa,
assente uno e sparito l’altro, Sulpicio e la sua fazione restarono
padroni dello Stato. Fecero approvare prima le leggi proposte; e poi,
cogliendo subito quel momento in cui i comizi erano pieni di Italici
e il partito oligarchico avvilito dalla disfatta, proposero e fecero
approvare dai comizi tributi la legge sul comando della guerra d’Asia.
Appena la legge fu approvata, Sulpicio mandò due tribuni a Nola ad
intimare a Silla di consegnare le legioni a Mario. Il piano della
coalizione strettasi intorno a Sulpicio poteva dirsi riuscito a pieno.
E sarebbe riuscito del tutto, forse, se l’esercito fosse stato quello
di un tempo. Ma Mario l’aveva riformato. Quelle, a cui Silla comandava,
erano milizie reclutate secondo la riforma mariana del 107, tra le
classi più povere della popolazione. La maggior parte, anzi, erano
veterani delle guerre cimbriche e sociali, soldati di mestiere quasi
tutti, che ora tornavano ad accingersi ad una nuova gesta e a correre
una nuova avventura. Silla li conosceva, uno ad uno, aveva fatto loro
promesse così grandi quanto ferrea era la disciplina, ch’egli esigeva
da loro in faccia al nemico, sul campo di battaglia. Essi sognavano
già i tesori, che avrebbero strappati al barbaro Re del Ponto e che
si sarebbero spartiti dopo la vittoria; essi amavano già quel loro
duce, valoroso, energico, eloquente, generoso e che aveva fatto le sue
prove. Che cosa voleva dire, per questi soldati, la legge approvata a
Roma, se non che le ricchezze vagheggiate sarebbero andate nelle mani
di altri uomini e di altri soldati? Inoltre, se i due tribuni venivano
a chiedere a Silla di deporre il comando in nome di una legge del
popolo, Silla era il console, e aveva ricevuto il comando dalla sorte,
secondo le leggi. Il caso legale era dubbio, come spesso succede in
tempo di rivoluzione; e tanto più dubbio doveva parere a soldati, che
avevano interesse a dubitare. Silla, che temeva per sè le rappresaglie
del partito vittorioso, osò parlare a questi soldati; chieder loro
di difendere la prima legalità contro la seconda.... I soldati
ascoltarono; i due tribuni mandati come ambasciatori furono fatti a
pezzi; e Silla con le sue legioni marciò su Roma.
Per la prima volta apparivano le conseguenze politiche della riforma
militare compiuta da Mario, per cui le classi medie e agiate avevano
acconsentito a disarmare, abbandonando la milizia alle classi povere.
L’esercito diventava un’arma mercenaria nelle mani delle fazioni.
Questa volta serviva, grazie alla risolutezza di Silla, al senato,
alla vecchia aristocrazia conservatrice, in guerra con i cavalieri,
con il partito popolare e con gli Italici; ma non sarebbe sempre così!
Entrare in Roma, con le legioni, era però una audacia quasi sacrilega,
di cui nessuno avrebbe mai creduto, sin allora, capace un console.
Il che spiega come essa riuscisse facilmente al primo che l’osò, tra
lo sbigottimento generale. Un breve ma sanguinoso combattimento per
le vie bastò a purgare la capitale del partito, che poche settimane
prima pareva arbitro dello Stato. Tutto il partito della vecchia
aristocrazia, tranne pochi, che la religione della legalità trattenne,
si raccolse intorno a Silla e al suo esercito; tentò quello che noi
chiameremmo una reazione. Il senato, radunato dai consoli, annullò
le leggi Sulpicie come illegali, perchè votate in giorni festivi;
e dichiarò nemici pubblici (_hostes publici_) dodici maggiorenti
del partito democratico, tra cui Rufo e Mario: quindi i consoli
proposero diverse leggi, come la _lex Cornelia Pompeia unciaria_ e la
_lex Cornelia Pompeia de sponsu_, che cercavano di venire in aiuto
ai debitori: il che oltre a sollevare un po’ i tempi dalla grave
crisi finanziaria che li opprimeva, era fors’anco un colpo vibrato
all’ordine dei cavalieri, nel quale figuravano i creditori. Le leggi
furono approvate; Rufo fu assassinato; Mario riuscì a scampare in
Africa: ma quando le nuove elezioni consolari si fecero, il partito di
Silla subì un grave scacco. Parecchi tribuni e pretori, e addirittura
uno dei consoli — L. Cornelio Cinna — erano ardenti democratici. Se
era riuscito di sorpresa, Silla aveva però osato un’audacia quasi
incredibile, una violenza che impauriva gli uni, sdegnava gli altri,
turbava in moltissimi quella quasi superstiziosa venerazione della
legalità, che era così forte in tutti i Romani. Le elezioni ammonivano
i vincitori a non abusar troppo di una fortunata violenza, chè già
la reazione alla reazione incominciava. A questo primo segno se ne
aggiunse un altro: il senato, per dare un esercito anche all’altro
console Q. Pompeo Rufo, gli aveva prorogato l’_imperium_ e assegnato le
legioni che il proconsole Gneo Pompeo Strabone comandava nella Gallia
Cisalpina. Ma i soldati avevano assassinato il nuovo generale: per
qual ragione, se di propria iniziativa o per istigazione altrui, non si
potè mai sapere. Silla capì che il partito vinto poteva rifarsi presto;
fece giurare ai nuovi consoli che rispetterebbero le leggi esistenti; e
ritornò al suo esercito. Appena il tempo lo consentì, nella primavera
dell’87, con sole 5 legioni, alcune coorti ausiliarie non intere e
qualche squadrone di cavalleria, in tutto appena 30.000 uomini e poca
flotta da guerra, salpò dall’Italia, andando incontro a un nemico
parecchie volte più numeroso, che già aveva invaso quasi tutta la
Grecia.