73. =Lo scandalo di Giugurta (117 a. C.): Verità e leggenda.= —
All’eccidio tennero dietro i processi, le confische, le condanne. Non
meno di tremila furono le vittime. Il partito di Caio fu, come quello
di Tiberio, disperso; la nobiltà rimase padrona dello Stato, e pronta
si assicurò quella parte della vittoria, che più le premeva: le terre
dell’Italia. Distruggere tutto quel che Caio Gracco aveva fatto, non si
poteva. La _lex judiciaria_, la legge sull’Asia, la _lex militaris_,
la _lex frumentaria_ non furono toccate. Fu invece presa di mira la
legge agraria, e in due o tre riprese distrutta. L’anno stesso in
cui Caio era morto, il senato toglieva il divieto d’alienazione, che
la legge Sempronia imponeva alle nuove piccole proprietà. Per tal
guisa i poveri ricominciarono spensieratamente ad ipotecarle e poi a
venderle; e i ricchi, ad accumular terre. Due anni dopo, nel 119, i
comizi approvarono che le leggi agrarie dei Gracchi fossero abolite, e
distribuite al popolo le somme ricavate dall’affitto delle terre. Per
la gola di questo poco denaro, il popolo aveva rinunciato al prezioso
privilegio sul suolo pubblico, che i Gracchi gli avevano accordato:
l’_ager publicus_ poteva ora esser affittato da qualunque cittadino,
senza limiti o regole particolari[74].
Senonchè il partito di Caio Gracco era stato disperso, non distrutto;
e incominciò presto a riaversi. Ma un po’ per paura, un po’ per
stanchezza non si fece vivo da prima. I tempi eran quieti; e
l’impero in pace. Molti Romani, appaltando imposte e commerciando,
incominciavano a far fortuna nella nuova provincia di Asia. La sola
impresa di guerra di una certa grandezza fu quella compiuta tra il
125 e il 121 a. C., per porre un termine alle razzie dei Galli nel
territorio di Marsiglia alleata e per rendere sicure le vie che
conducevano in Spagna. Roma fece guerra all’impero degli Arverni e
ridusse a provincia la Gallia Narbonese, le regioni cioè della Francia
meridionale poste tra le Alpi e il Rodano; poi, per impedire che gli
Arverni potessero tentare la riscossa, deportò in Italia il loro re
Bituito e il figlio suo, che erano stati fatti prigionieri. Pure nel
121 un Metello, figlio del Macedonico, conquistò le Baleari; ma dopo
non si guerreggiò più che contro le tribù barbare dei confini o dei
paesi già conquistati: guerricciole da poco, e a cui nessuno badava in
Roma. Insomma, dentro e fuori i confini dell’impero, regnava una quiete
apparente. Il fuoco però covava sotto la cenere: discordie, rancori,
astii, rivalità. Occorreva solo un accidente, perchè divampasse. E
l’accidente non tardò a sopraggiungere: dall’Africa, questa volta.
Micipsa, il Re della Numidia successo a Massinissa nel 149, era
morto a sua volta, nel 118, lasciando il regno a due figli, Jempsale
e Aderbale, ancora giovanissimi, e a al nipote Giugurta, figlio di
un figlio naturale di Massinissa. Giugurta era un uomo fatto, molto
capace e intelligente. Aveva comandato i contingenti numidici inviati
da Micipsa in aiuto dei Romani a Numanzia; si era fatto un bel nome
in tal comando, per valore e per senno; si era legato di amicizia con
molti senatori romani e anche con Scipione Emiliano, che l’aveva in
grande considerazione per i servizi prestati durante l’assedio. Che
un principe numida, intelligente, valoroso, il quale sapeva di aver
molti amici a Roma, abbia concepito il disegno di toglier di mezzo i
due figli di Micipsa e di regnar solo; che abbia tolto di mezzo, con un
tradimento, il cugino Jempsale, e poi assalito Aderbale nei suoi Stati,
non sono cose inverosimili. Ma quando Aderbale, impaurito, fuggì nella
vicina provincia d’Africa, invocando, nel nome del padre e dell’avo, il
soccorso di Roma, dobbiamo noi credere che gli ambasciatori di Giugurta
abbiano dimostrato ai senatori romani con argomenti sonanti, come
Jempsale fosse perito giustamente, e Aderbale fosse stato giustamente
aggredito? Tale è la versione che ci ha tramandata Sallustio, nella
sua famosa storia della guerra di Giugurta. Ma c’è proprio bisogno di
supporre che Giugurta avesse profuso l’oro a piene mani tra i senatori,
per spiegar come il senato mandasse nel 117 in Africa una commissione
con l’incarico di spartire la Numidia tra Giugurta e Aderbale?[75].
Il regno di Numidia doveva essere governato o da uno dei principi
o da tutti e due. Sarebbe stato ingiusto escludere Aderbale; ma non
potevano i senatori, in buona fede e credendo di far cosa nel tempo
stesso utile e savia, assegnarne una parte anche a Giugurta? Giugurta
era un uomo capace; aveva reso segnalati servigi a Roma sotto Numanzia;
aveva meritato le lodi di Scipione Emiliano; aveva molti amici nel
senato, tra i quali ce n’erano di venali, ma ce n’erano anche di
disinteressati, e questi più autorevoli di quelli. I senatori potevano
giudicare in buona fede che fosse savia politica accarezzare in Africa
un principe amico e capace come Giugurta, anche se non era modello di
ogni virtù.
Sembra dunque più verosimile, che la deliberazione di spartir tra
Giugurta e Aderbale il regno fosse presa dal senato in buona fede.
Senonchè gli ammiratori ed amici, che Giugurta aveva in senato, erano
tutti nel partito della nobiltà, nemico dei Gracchi, il che doveva
nuocergli presso il partito avverso; come le ammirazioni e le amicizie
non disinteressate, di cui godeva, eran tali da far nascere facilmente
sospetti. Ma lì per lì nessuno sospettò o almeno disse nulla, e la
commissione divise il regno tra i due principi, se con imparzialità
o no è difficile dire. Certo è però che la pace tra i due principi
fu presto rotta, e come dice Sallustio, per colpa di Giugurta. Costui
voleva tutto il regno; e aggredì, sconfisse e chiuse Aderbale in Cirta.
Ma che cosa poteva fare il senato, non volendo spedire in Africa un
esercito, se non mandare una dopo l’altra due ambascerie? La seconda
era condotta nientemeno che dal _princeps_ del senato, Marco Emilio
Scauro, e come la prima cercò di persuader Giugurta a deporre le armi
e ai confidare nel giudizio del senato. Senonchè è proprio necessario
di supporre, come vuole Sallustio, che Giugurta avesse addirittura
corrotto tutte e due queste ambascerie, nelle quali c’erano tanti
personaggi ragguardevoli, per spiegare la loro impotenza? Giugurta
voleva mettere il senato di fronte al fatto compiuto: tenne dunque a
bada con discorsi gli ambasciatori, sempre più stringendo l’assedio
di Cirta; sinchè Aderbale, nel 112, si dovè arrendere. Egli allora lo
uccise. Con che mezzi potevano i commissari del senato impedirglielo?
Far intendere la ragione a un sordo di proposito?
Giugurta sperava che, egli solo superstite, Roma lo riconoscerebbe.
La speranza poteva sembrare tanto più fondata, perchè Roma doveva
in quel tempo pensare alla frontiera settentrionale dell’Italia. Una
popolazione barbara, originaria dell’Europa settentrionale, i Cimbri,
aveva invaso l’Illiria settentrionale e mosso guerra ai Taurisci,
alleati dei Romani, che abitavano nel Norico. Nel 113 il console Gneo
Papirio Carbone, mandato a difendere i Taurisci, era stato disfatto
presso Noreia. Senonchè se Giugurta ragionava bene, secondo la consueta
ragione di Stato, non teneva conto che a Roma il senato era potente,
ma non onnipotente; e che occorreva fare i conti anche con l’opinione
pubblica. E questa, apprendendo la resa di Cirta, andò sulle furie,
un po’ per pietà di Aderbale, un po’ per dispetto contro Giugurta,
un po’ perchè nella presa della città non pochi _mercatores_ italiani
erano stati uccisi. Siccome Giugurta era stato protetto dalla nobiltà
senatoria, pronto il partito di Gracco, che da un pezzo spiava una
buona occasione, approfittò di questo moto dell’opinione pubblica,
per infliggerle una umiliazione; il tribuno C. Memmio minacciò
scandali e tumulti, se il senato non vendicava Aderbale, dichiarando
la guerra a Giugurta. Il partito della nobiltà dovè cedere; il senato
rifiutò di ricevere gli ambasciatori mandati da Giugurta; la guerra
fu dichiarata, e affidata nell’anno 111 al console L. Calpurnio
Bestia. Calpurnio — anche Sallustio lo riconosce — era un uomo serio,
capace e dabbene: e scelse per la spedizione, come legati, uomini
di grande autorità: tra gli altri M. Emilio Scauro. Ora, se vogliamo
credere a Sallustio, quest’uomo capace e serio, e tutti gli autorevoli
personaggi che lo accompagnavano, appena sbarcati in Africa, invece
di combattere Giugurta, gli avrebbero venduto a peso d’oro una pace
vergognosa per Roma. Non è dubbio che, appena in Africa, Calpurnio
trattò, richiesto da Giugurta, la pace, e che Giugurta acconsentì
ad arrendersi a discrezione: il che non sembra essere una pace tanto
vergognosa! Ma anche questa pace, che a Sallustio par tanto sospetta,
si può spiegare con ragioni più semplici. Giugurta voleva il regno
di Massinissa, non la guerra con Roma, della quale ambiva anzi essere
in Africa il fiduciario: se offriva la pace, come poteva un senatore
romano, che avesse senno e buon senso, non chiedersi se non fosse
meglio risparmiare a Roma, proprio allora che l’Italia era minacciata,
una lunga e difficile guerra, voluta da un partito per un puntiglio
politico, pur rinunciando a vendicare Aderbale? E poi, vinto e deposto
Giugurta, chi avrebbe governato la Numidia? Era prudente creare una
nuova provincia, allargando il già troppo vasto impero?
Sembra dunque più verosimile che Calpurnio e Scauro abbiano
trattato e concluso la pace con Giugurta a ragione veduta, non solo
disinteressatamente, ma per risparmiare a Roma una guerra inutile,
anzi pericolosa. Ma essi avevano dimenticato che Giugurta doveva, per
il partito democratico, far le vendette di Caio Gracco. Al pubblico,
invelenito contro Giugurta, la pace spiacque assai; e ad un tratto il
sospetto di corruzione divampò. Si gridò da ogni parte allo scandalo;
il partito democratico eccitò ancora più la pubblica esasperazione;
C. Memmio non solo fece respinger la pace dai comizi tributi, ma
fece ordinare dal popolo al pretore L. Cassio che andasse in Africa
a prender Giugurta e lo conducesse a Roma, per essere interrogato
pubblicamente, in piena assemblea popolare, sui suoi misfatti e sui
suoi complici. Il popolo citava dunque a comparirgli innanzi, per esser
da lui giudicato, si può dire il senato tutto, o almeno la sua parte
più autorevole e potente. E tale era l’umore pubblico, che il senato
non osò opporsi a questa strana proposta. L. Cassio andò in Africa;
e Giugurta, che era sempre fisso nel pensiero di riconciliarsi con
Roma, accettò di venire. Un bel giorno, dunque, si vide giungere a
Roma, vestito dimessamente, e con poco seguito, questo Re che con Roma
era in guerra; e comparire poi innanzi al popolo di Roma, radunato a
giudicarlo o, meglio, a servirsi della sua testimonianza per infamare
il senato, il consesso che raffigurava innanzi al mondo la potenza
di Roma! L’odio di parte non aveva immaginato ancora maggior follia.
Ma un tribuno, che doveva essere un uomo di buon senso, si levò;
e pose il veto ad ogni ulteriore procedimento. Non ci furon grida,
invettive, tumulti che valessero a scuoterlo. Giugurta rimase a Roma,
a disposizione del popolo, come imputato di un processo politico che
non poteva esser discusso. La situazione era bizzarra e inestricabile.
Il partito popolare, per il quale la rovina di Giugurta era ormai un
impegno d’onore, tentò allora un’altra via: scoprì in Roma un nipote di
Massinissa, Massiva, che per paura di Giugurta era fuggito d’Africa e
si era rifugiato nella metropoli; lo persuase a chiedere al senato il
regno della Numidia. La mossa era abile, poichè Giugurta sperava che
Roma si acconcerebbe alla fine a riconoscerlo Re, a dispetto di tutto
e di tutti, non potendo trovar altri. Giugurta però non fu tardo al
riparo; e non esitò a far assassinare il suo improvviso competitore.
L’indignazione popolare si esasperò; tutti capirono che Roma aveva
fatto un passo falso, facendo venir Giugurta a Roma; e il senato tagliò
con un atto di autorità il nodo: espulse Giugurta dall’Italia e ordinò
che la guerra fosse ripresa.
La guerra ricominciò nel 110. Ma il console Spurio Postumio Albino
guerreggiò fiaccamente; non seppe costringere a una battaglia campale
Giugurta, che l’evitava a tutti i costi e cercava di riallacciare
trattative; e verso la metà dell’anno lasciò il comando al fratello
Aulo, per tornare in Italia a presedere le elezioni. Aulo, rimasto
alla testa dell’esercito, comandò così male che, al principio del 109,
fu circuito da Giugurta; e, per salvare l’esercito dallo sterminio,
riconobbe a Giugurta il regno e acconsentì a sgombrare la Numidia.
Questa nuova sconfitta esasperò addirittura Roma, già irritata dalla
cattiva fortuna, che perseguitava i generali romani all’altro capo
dell’impero. Noi abbiamo veduto come tra il 125 e il 121 Roma avesse
avuto guerra con l’impero degli Arverni e conquistato e ridotto a
provincia quella parte della Gallia, che è posta tra le Alpi ed il
Rodano; e come, dopo averli vinti, avesse cercato di indebolire gli
Arverni, catturando e deportando in Italia il re Bituito e il suo
figlio. Senonchè, anche in Gallia, come in Oriente, la debolezza
imposta al nemico per precauzione non tardò a diventare un pericolo per
Roma stessa. Distrutto con la deposizione di Bituito e della dinastia
l’impero arverno, i popoli, che lo componevano, avevano ricuperata la
indipendenza, ciascuno sotto il governo della propria aristocrazia;
ed erano ricominciate le guerre tra popolo e popolo. Da principio
Roma aveva approfittato di questa rinata anarchia, per trattare con i
singoli popoli: aveva accordato agli Edni il titolo di fratelli e di
consanguinei; dichiarato amici i Sequani e molti popoli dell’Aquitania.
Ma ben presto dalla debolezza della Gallia era nato un nuovo pericolo,
maggiore dell’Arverno: il Cimbrico. I Cimbri, che nel 113 avevano vinto
nel Norico il console Carbone, non avevano osato invadere l’Italia:
carichi di preda, avevano risalito il Danubio, con l’intenzione di
passare il Reno e invadere la Gallia. Il che avevan fatto nel 109 e
con fortuna. Se l’impero arverno fosse stato ancora in piedi, avrebbe
potuto opporre alla invasione le forze unite della Gallia: ma l’impero
arverno era caduto, e i Cimbri eran passati facilmente attraverso
quel pulviscolo di Staterelli rivali. Roma aveva dovuto accorrere in
soccorso dei suoi amici della Gallia minacciata; e aveva spedito nel
109 il console Marco Giunio Silano con un esercito. Ma in un luogo, che
non è noto, Silano era stato sconfitto, come Aulo in Africa.
Essere sconfitta due volte dai barbari, in Europa e in Africa, era una
dura umiliazione per Roma. Roma non volle riconoscere che ambedue le
sconfitte erano dovute all’inettitudine dei generali e alla decadenza
degli ordini militari troppo invecchiati; e ne attribuì una almeno —
quella d’Africa — all’oro, ormai leggendario, di Giugurta. Un tribuno
propose che si nominasse una commissione d’inchiesta, sulla guerra di
Africa: e la legge fu approvata. Per fortuna però, per l’anno 109, i
comizi avevano finalmente nominato console un uomo capace e sicuro, Q.
Cecilio Metello; e la sorte, questa volta meno cieca del solito, gli
aveva assegnato come provincia la Numidia. Metello, giunto in Africa,
ristabilì la disciplina nell’esercito, e incominciò a far la guerra sul
serio, infliggendo, nel 109 e nel 108, ripetute sconfitte a Giugurta e
costringendolo a porsi sulla difesa. Ma la Numidia era un paese privo
di città, abitato da tribù barbare nomadi, semplici, espertissime
del paese, mobilissime e quindi molestissime ad un esercito regolare,
attardato dai suoi bagagli e dai suoi bisogni. In campo contro un tal
nemico, una o più disfatte non potevano troncare la guerra. Occorreva
orbare quegli uomini del loro duce. Ma Metello non ci riuscì. Giugurta
invece riuscì a conquistare l’amicizia e l’aiuto di altre tribù
limitrofe, non meno pericolose, quali i _Mauri_ e i _Getuli_.
74. =Caio Mario e l’ultima campagna contro Giugurta (107-106).= —
Le vittorie di Metello non placarono nè i rancori nè i sospetti
delle classi popolari romane, che ad ogni indugio a stravincere
non scorgevano altra causa se non l’oro di Giugurta e la corruzione
dell’aristocrazia. Nè poco noceva ai cavalieri quella interminabile
guerra, che chiudeva il paese a tutte le loro imprese. Il partito
democratico fomentava il pubblico malcontento quanto poteva; e
l’effetto si vide nelle elezioni consolari del 108. In quest’anno,
pieno di tante agitazioni ed inquietudini, un _uomo nuovo_, un
municipale di Arpino, un oscuro cavaliere fallito molti anni prima,
riusciva ad ottenere il consolato e il comando della guerra di Numidia.
Era costui quel Caio Mario, che abbiamo visto servir con onore agli
ordini di Scipione Emiliano, a Numanzia. Dopo quella guerra egli
aveva salito la scala degli onori, ma lento lento, faticosamente,
non riuscendo a svincolarsi dalla ressa dei concorrenti, perchè
troppo sollecito del bene pubblico e troppo poco dell’interesse di
parte. Eletto tribuno della plebe nel 119, s’era inimicato il partito
oligarchico, presentando una legge, che faceva segreti per davvero
gli scrutinî dei comizi. Ma di lì a poco si era guastato con il
partito popolare o di Gracco, interponendo il veto, quando un suo
collega si era fatto avanti a proporre un ampliamento della legge
frumentaria graccana. Inviso agli uni e agli altri, era fallito nelle
elezioni all’edilità; e aveva dovuto ritirarsi per tre anni a vita
privata; sinchè nel 115 era stato eletto pretore, e aveva governato
con fermezza la Spagna ulteriore. Metello l’aveva condotto in Numidia
come _legatus_, perchè Mario, a dispetto degli oscuri antenati, era un
valente uomo di guerra.
Che Mario ambisse ora la suprema carica dello Stato era cosa legittima;
in tanta scarsezza di ingegni, c’era in lui la stoffa di un grande
console, valoroso in guerra, equanime e non fazioso negli affari
civili. Ma un errore di Metello, che pure era anch’egli un uomo di
animo eletto, sviò a un tratto questa virtù. Par che Mario fosse
tra coloro che giudicavano troppo lento e prudente il guerreggiare
di Metello. O che a Metello spiacessero queste critiche, o che
l’offuscasse la sua alterigia nobilesca e la sua avversione contro
l’ordine dei cavalieri, quando Mario gli chiese il congedo per recarsi
a Roma a porre la propria candidatura al consolato per il 107, glielo
negò. Mario non desistè dal proposito; ed insistette con tanta forza
che alla fine Metello dovè annuire: ma all’ultimo momento, dodici
giorni prima dell’elezione, se Plutarco dice il vero, Mario volò
in Italia; ma, qui giunto, trovò il partito oligarchico solidale
con Metello e concorde nel non volere console l’antico cavaliere
pubblicano. Mario non era un uomo di parte; ma, oltraggiato a quel
modo dalla vecchia nobiltà, che altro poteva fare se non buttarsi nelle
braccia dei democratici?
I tempi erano maturi. Lo scandalo di Giugurta aveva addirittura
infamato tutta la nobiltà storica. C’era in tutti un disgusto, una
irritazione, un bisogno di cose, di uomini, di aria nuova. Mario
accusò apertamente nei suoi discorsi il partito oligarchico e Metello
di tirare in lungo la guerra apposta e promise, se eletto console,
di finirla in poco tempo; il partito democratico lo prese per suo
candidato; il popolino, contadini e artigiani, si dichiararono per
lui; i cavalieri gli prestarono man forte. Non era Mario un cavaliere,
e non prometteva di finir presto la guerra, come essi desideravano?
L’elezione del console diventò un conflitto tra la nobiltà senatoria e
gli altri ordini sociali. Mario fu eletto.
La elezione di Mario fu la prima riscossa del partito dei Gracchi.
Giugurta aveva fatto le vendette di Tiberio e di Caio. Per colpa
di questo oscuro regolo numida e dei suoi torbidi intrighi,
l’aristocrazia, che aveva fondato e governato per tanti secoli Roma,
era ora sospettata, infamata, umiliata, e forse, in buona parte, senza
colpa; l’oscuro cavaliere di Arpino scalava trionfante il consolato
e subito infliggeva al senato una seconda umiliazione. Già prima
delle elezioni, nella speranza di frustrare la vittoria di Mario,
il senato aveva assegnato le province, mantenendo Metello in Africa
in qualità di proconsole. Una legge cassò quella deliberazione, e
conferì a Mario il comando della guerra numidica. Mario doveva ora
fare quel che aveva promesso: finire la guerra. E si mise all’opera,
incominciando da una riforma militare, che ringiovaniva gli ordini
militari di Roma troppo invecchiati, ma che capovolgeva pure uno
dei principî su cui tutto l’assetto sociale della repubblica posava
da secoli. Convertendo in regola l’espediente dei tempi difficili,
Mario accolse nell’esercito non i soli cittadini censiti, ma quanti
si presentavano; anche i proletari[76]. Non è difficile intendere la
vitale saggezza e il pericolo mortale di questa riforma. Il vecchio
esercito romano del IV e del III secolo, di cui facevano parte solo i
cittadini possidenti, non bastava più per due ragioni: perchè il numero
dei censiti era troppo piccolo per tante guerre e tante province; e
perchè l’agiatezza era ormai cattiva stoffa da far soldati. Questi
inconvenienti erano in parte tolti di mezzo, ammettendo nell’esercito
gli uomini che non avevano altro capitale che le loro braccia. Non solo
costoro erano più numerosi dei censiti; ma siccome la milizia, più che
un peso poteva esser per essi una professione e il modo di campare la
vita, e di assicurarsi per la vecchiaia, con il bottino di guerra, una
certa agiatezza, era così più facile tenerli per lunghi anni sotto le
bandiere, insegnar loro le armi e la guerra sul serio, e farli veri
soldati. Ma se la riforma era vantaggiosa, non era neppure scevra di
pericoli. Non solo l’antico esercito nazionale si convertiva in un
esercito mercenario, simile a quelli di Alessandro e dei Diadochi; e il
principio professionale sottentrava al politico, come fondamento degli
ordini militari; ma le classi medie e agiate si disarmavamo e armavano
le classi povere, che non possedevano nulla.
Tuttavia la riforma fu lì per lì universalmente approvata. Lo Stato e i
privati ne ricevevano egualmente vantaggio: così i poveri che trovavano
un nuovo guadagno, come i ricchi e gli agiati cui più facile sarebbe
ottenere la dispensa dal servizio, ed esser rimandati a casa a curare
i propri beni o il proprio commercio. Accompagnato dunque dal favore
popolare, Mario partiva per l’Africa, incaricando il suo questore, L.
Cornelio Silla, di ultimare il reclutamento di uomini e di cavalli in
Italia. Era questi un personaggio, di cui — a voler credere le fonti
— fin allora non si sarebbero occupate che le cronache equivoche
della grande città, il rampollo di un’illustre famiglia decaduta,
vissuto fino a quel momento tra mimi, buffoni, cantori, danzatrici,
e che solo negli ultimi anni aveva potuto rifare la propria fortuna —
così almeno dicono gli scrittori antichi — con la eredità lasciatagli
da una etera greca! Quanto a Metello, non aveva aspettato il suo
successore: affidate le legioni a un suo luogotenente, era tornato
a Roma, dove a compenso il senato gli aveva concesso il trionfo e
il titolo di Numidico, Mario non perdè tempo; e con abili mosse, nel
106, riuscì a impadronirsi della Numidia, scacciandone Giugurta che
si rifugiò presso Bocco, il Re di Mauritania, di cui era alleato. Ma
mentre così finalmente la guerra di Africa si avviava verso la fine
tanto desiderata in Italia, nuove calamità succedevano in Gallia. Qui
i Cimbri, dopo avere sconfitto Silano, invece di invader la Gallia
o minacciar l’Italia, si erano improvvisamente ritirati, cosicchè
Roma aveva potuto per qualche tempo illudersi che il suo prestigio
avesse, anche dopo una sconfitta, imposto rispetto ai barbari. Ma era
una illusione: le due sconfitte che in pochi anni i Cimbri avevano
inflitto alle armi romane, forse anche le lungaggini e gli scandali
della guerra di Numidia avevano risvegliato il coraggio dei popoli
gallici sottomessi da Roma e gli appetiti dei barbari che ronzavano
intorno ai confini. I Cimbri si erano allontanati, per raggiungere
i Teutoni, mossisi anch’essi dalle loro sedi, per piombare insieme
sulla Gallia e sull’Italia; e, poco dopo la partenza dei Cimbri, nel
107, una popolazione, appartenente alla nazione elvetica, i Tigurini,
incoraggiati dalla sconfitta di Silano, avevano invasa la Gallia
Narbonese. Alla notizia dell’invasione una parte della Provincia era
insorta; e a Tolosa il presidio romano era stato fatto prigioniero
dalla popolazione indigena in rivolta. Il console Lucio Cassio Longino
aveva dovuto marciare contro i Tigurini, che erano comandati da un
giovane e abilissimo capo, di nome Divicone: ma al suo avvicinarsi,
Divicone aveva fatto finta di ritirarsi e fuggire, traendosi dietro i
Romani fin sui confini della Provincia, nel territorio dei Nitiobrogi:
là si era ad un tratto fermato e voltato all’offesa, circuendo i
Romani. Il console e la parte maggiore dell’esercito erano stati
uccisi; i superstiti avevan potuto scampare solo grazie a una pace
vergognosa. L’esercito distrutto, Tolosa perduta, mezzo il paese in
rivolta, il dominio romano nella Gallia Narbonese vacillante sul finire
del 107, fu necessario mandare, nel 106, dei rinforzi ed un console.
Questo console era il pontefice massimo Q. Servilio Cepione, uno dei
partigiani più fieri del partito oligarchico. Basti dire, che di tutto
il disordine che allora turbava lo Stato, egli voleva approfittare per
proporre una _lex judiciaria_, che riconferisse ai senatori una parte
del potere giudiziario da Caio trasferito ai cavalieri! Arrivato in
Gallia, Servilio trovò che il pericolo tanto temuto era dileguato: i
Tigurini, come i Cimbri, dopo la vittoria, se ne erano andati, come
se in tutti i Galli il timore di Roma crescesse dopo le vittorie
riportate su di lei: si volse dunque contro i Volchi per liberare
Tolosa; se ne impadronì; e per punire la città ribelle, confiscò tutti
i tesori accumulati nei templi dalla pietà dei fedeli[77]. Una preda
ingentissima, se vogliamo credere agli antichi, ma che non giunse mai
a Roma.... La scorta che l’accompagnava fu, secondo si disse, assalita
e trucidata per via; i tesori rubati. A Roma, dove Cepione era molto
odiato dai cavalieri e dai democratici, i più accusarono addirittura
il console di aver rubato il tesoro — il che sembra un po’ difficile;
si reclamarono inchieste, si intentarono processi; e insomma un nuovo
scandalo, non meno clamoroso del giugurtino, sconvolse Roma. Il solo,
che in mezzo a questo disordine grandeggiava nell’opinione del popolo
su tutte queste brutture, era Mario, che con le armi e i trattati
conduceva rapidamente a buon fine la guerra di Numidia. Dopo che
Giugurta era fuggito in Mauritania, Mario, che non voleva impegnarsi
in una guerra difficile e lunga contro Bocco, aveva ricorso alle arti
diplomatiche: aveva per mezzo del suo questore Silla aperte trattative
con Bocco, per indurlo ad abbandonare l’alleanza di Giugurta e a
consegnargli il Re. Silla fu molto abile; Bocco, pur avendo esitato
a lungo, si persuase alla fine che, se avesse continuato a tenere
le parti di Giugurta, avrebbe corso pericolo di perdere anch’egli
la corona e il regno; e alla fine, dopo lunghe e varie vicende,
acconsentì a tradir l’alleato. Nella primavera del 105, Giugurta,
fatto prigioniero durante un convegno, fissato per tutt’altro scopo, fu
condotto al generale vincitore. La guerra era finita, dopo sei lunghi
anni!
75. =I Cimbri e i Teutoni; i quattro consolati di C. Mario (105-101
a. C.).= — Ma la gioia della vittoria durò poco. Nel 105 ad un tratto
il ciclone, che da qualche tempo romoreggiava sulla Gallia, scoppiò.
I Cimbri e i Tigurini ricomparvero ai confini della Gallia uniti e
accompagnati da due altri popoli, i Teutoni e gli Ambroni. Chiaro
era dunque ormai: i Cimbri e i Tigurini si erano ritirati dopo le
vittorie solo per congiungersi e ritornare con nuove forze. Quanto
grande apparisse il pericolo, è dimostrato dalle misure che il senato
prese: più di ottantamila soldati furono mandati in Gallia sotto
il comando del console Gneo Manlio Massimo e di Servilio Cepione, a
cui fu continuato il comando con il grado di pro-console. La storia
della guerra è mal nota. Pare che i due generali fossero poco valenti
e che non andassero d’accordo, cosicchè nel discutere tra loro
spesso trascendevano alle ingiurie. Il senato mandò dei commissari
per metterli d’accordo, e di nuovo si fecero lunghi discorsi senza
approdare a nulla. L’esercito, come tutti gli altri eserciti del tempo,
che non avevano servito sotto gli ordini di Mario, era cattivo e poco
disciplinato. Da questo disordine nacque alla fine una calamità. Il 6
ottobre del 105, ad Arausium, nelle vicinanze di Orange, l’orda barbara
assalì i due eserciti romani, ciascuno dei quali sembra aver combattuto
per proprio conto; e li annientò ambedue. Non scamparono, insieme
con i due generali, che pochi avanzi. Il dominio romano nella Gallia
transalpina era caduto; un esercito di barbari accampava vittorioso
sulla grande via di comunicazione tra l’Italia e la Spagna, e aveva
aperte innanzi a sè le strade che conducevano all’una e all’altra.
Non è difficile immaginare lo spavento e il dolore di Roma. Una sola
speranza confortò in quell’ora tetra, la moltitudine sbigottita: Mario,
che era rimasto in Africa ad ordinare il paese conquistato. Di questo
un terzo, la porzione orientale della Numidia, era stata annessa alla
provincia d’Africa; la porzione occidentale, consegnata, come prezzo
del suo tradimento, al Re della Mauritania; il resto, largito a un
cugino di Giugurta, un oscuro principe di nome Gauda. Mario non avrebbe
potuto essere rieletto console, perchè il numero degli anni prescritti
dalla legge non era ancora passato; ma il popolo non sentì ragione:
come per Scipione Emiliano, approvò una legge che sospendeva per
Mario la regola comune; lo elesse console per il 104; e con un’altra
legge gli assegnò la Gallia. Cosicchè il 1º gennaio del 104 Mario potè
entrare in Roma, trionfando, e iniziare il suo secondo consolato. Stava
al suo fianco, partecipe del grande onore, il suo questore Silla: lo
seguiva, tra il clangore delle trombe, gli urrà dei soldati e il plauso
assordante della folla, lo spettro di colui che un tempo era stato
Giugurta, in catene con i suoi figli, le sue donne, i suoi congiunti, i
suoi cortigiani. Allorchè il trionfo fu celebrato, il vinto Re, nuovo
Perseo, fu gettato nel carcere tulliano, e quivi lasciato morir di
fame.
Roma si era nel pericolo avviticchiata a Mario perchè lo salvasse dal
nuovo Brenno. Se il salvar l’Italia fosse un’impresa molto difficile,
noi non sappiamo; ma certo il pencolo non era così imminente come
allora se lo immaginavano a Roma. I barbari, che percorrevano l’Europa
per razziarla, prima di scalare la barriera delle Alpi e invader
l’Italia, volevano, ora che avevan distrutto l’esercito romano della
Narbonese che li minacciava sul fianco, depredar la Spagna e la Gallia.
Difatti, quando Mario giunse, nella primavera del 104, nella Narbonese,
il nemico si era allontanato: i Cimbri erano andati in Spagna e i
Teutoni, tornando indietro, avevano invaso la Gallia. La Narbonese era
dunque tranquilla, almeno a paragone degli anni precedenti; e fuori di
pericolo, sebbene qua e là in rivolta. Ma Mario, che era un generale
abile, astuto e prudente, non si lanciò punto sulle tracce del nemico;
non solo lasciò i Teutoni invadere la Gallia, ma lasciò anche i Cimbri
invadere e saccheggiare la Spagna, una delle più ricche province
dell’impero. Anzi neppure si adoperò per ristabilire saldamente
l’autorità romana nella Gallia Narbonese. Non si curò che di esercitare
e migliorare l’esercito. Le informazioni raccolte annunciavano che i
Cimbri tornerebbero dalla Spagna, nella primavera dell’anno seguente:
bisognava dunque prepararsi a riceverli come si doveva. Mario aveva
condotto seco una parte delle agguerrite milizie d’Africa, molte nuove
reclute attirate dalla generosità con cui aveva spartito tra i suoi
soldati il bottino d’Africa, contingenti chiesti a tutte le popolazioni
soggette e alleate di Roma. Di questa varia moltitudine occorreva fare
un esercito. Non solo Mario fece istruire ed esercitare, come soleva,
con grande cura e rigore le nuove forze; ma, come sembra, introdusse
anche, nell’ordinamento e nell’armamento dell’esercito, alcune riforme
che dovevano sopravvivergli[78]. Sino allora la legione era stata
divisa in trenta manipoli, i quali si schieravano a battaglia su tre
linee, ad una certa distanza l’uno dall’altro. Ma un nemico come i
Cimbri, temibile per l’impeto di un primo attacco, poteva precipitarsi
nei vuoti e scompaginare, isolandoli, i troppo tenui manipoli. Mario
portò l’effettivo della legione a 6000 uomini e la divise in dieci
massicci corpi di 600 uomini ciascuno, che chiamò _coorte_ dal nome
delle unità delle milizie alleate. In tal guisa, non solo i cittadini
e gli alleati italici si confusero nel nuovo esercito, ma la legione
acquistò una compattezza maggiore, che doveva essere utilissima in
tempi in cui i soldati erano in generale di qualità più scadente. Nè
Mario trascurò di migliorare le armi. Abolì le lunghe lance e gli scudi
enormi; diede a tutti i soldati la sottile arma da getto, propria
allora delle prime linee, che era il _pilum_, col quale si poteva
tuttavia trafiggere lo scudo e la corazza nemica, e il _clipeus_, il
piccolo, rotondo e leggero scudo romano.
Certamente coloro i quali avevano creduto che, appena arrivato in
Gallia, Mario avrebbe polverizzato il nemico, furono un po’ delusi: ma
intanto gli animi si rinfrancavano e aspettavano con maggiore fiducia
il grande cimento per la primavera del 103. Senonchè, mentre le cose
parevano un po’ quetarsi in Gallia, scoppiava una pericolosa rivolta
di schiavi nell’Italia meridionale e in Sicilia; e nuove complicazioni
nascevano in Oriente. Nel 104 i dinasti della Paflagonia vennero a Roma
a chiedere aiuto alla repubblica, di cui erano amici e clienti, contro
il regno del Ponto. Era questo un regno formatosi sulle sponde del
mar Nero, al principio del terzo secolo avanti Cristo, tra i rottami
dell’impero di Alessandro, e tra popolazioni diverse per lingua,
costumi e razza, sotto la dinastia dei Mitridate[79], una nobile
famiglia persiana ellenizzata. In questo Stato, sino allora quasi
ignoto ai Romani, era salito al trono, nel 111, un giovane sovrano
ambizioso e intelligente, il cui nome era Mitridate VI Eupatore[80];
e che, aiutato da un abile greco di Sinope, Diofante, era riuscito in
pochi anni a salvare le colonie greche del mar Nero dalla dominazione
degli Sciti, e a conquistare la Tauride; poi aveva cercato di ridurre
in suo potere tutto il bacino orientale del mar Nero, di allargare il
regno del Ponto sino all’Eufrate, di avviare relazioni con le barbare
popolazioni dei Sarmati e dei Bastarni, vaganti tra il Danubio e il
Dnieper, con le tribù galliche restate nella valle del Danubio, con
i Traci e gli Illiri. I re Sciti, scacciati dalla Tauride, erano già
accorsi l’anno prima a Roma, a domandar aiuto; ma Roma, atterrita
dalle calamità della Narbonese, aveva fatto la sorda. Incoraggiato
dall’inerzia di Roma, Mitridate aveva invaso e diviso con il Re di
Bitinia, suo alleato, a quanto sembra, nella primavera del 104, la
Paflagonia. Per la seconda volta, l’Asia chiedeva aiuto a Roma: a Roma
che, essendo diventata una potenza asiatica, dopo l’annessione del
regno di Pergamo, non poteva tener sempre chiusi gli occhi sui questi
eventi. Per essere sicura della preziosa provincia d’Asia, Roma doveva
vegliar che nessun’altra potenza troppo forte e ambiziosa le crescesse
vicino.
Il partito democratico, infatti, allora potentissimo, si dichiarò
subito avverso a Mitridate e favorevole ai piccoli principati
da lui minacciati. Il partito oligarchico invece, per spirito di
opposizione, assunse un atteggiamento, se non favorevole a Mitridate,
più imparziale. Del resto, aspettandosi gli ambasciatori di Mitridate,
nessuna deliberazione fu presa. La Gallia stava sola in cima al
pensiero di tutti. Aspettandosi per la primavera del 103 il grande
scontro, l’opinione pubblica voleva che il comando dell’esercito
restasse a Mario: fu facile quindi al partito popolare di farlo
rieleggere console per la terza volta, senza che egli si movesse
dalla Gallia, a dispetto delle leggi e della nobiltà, per la quale i
consolati di Mario erano una specie di muta, ma costante umiliazione.
Mario, Mario solo, e non più il senato solo e le grandi famiglie, era
la speranza, la spada e lo scudo di Roma! Le elezioni tutte furono
favorevoli al partito democratico. Fra i tribuni della plebe per il
103 fu uno dei democratici più ardenti e più arditi, Lucio Apuleio
Saturnino; e durante l’annata fu approvata la _Lex Domitia_, che
faceva elettivi tutti i collegi sacerdotali — pontefici, áuguri, _XV
viri sacris faciundis, VII viri epulonum_ — i quali sino ad allora
si rinnovavano per cooptazione[81]. Un altro privilegio delle grandi
famiglie era distrutto! Nè meno vigorosa fu l’azione del partito,
quando gli ambasciatori di Mitridate giunsero a Roma. Sia che veramente
questi avessero tentato di convincere dei senatori con l’oro, sia
che il partito democratico, un po’ viziato dal successo, volesse
approfittare dei facili sospetti del pubblico per rifare lo scandalo
di Giugurta, fatto sta che ci furono violente accuse e clamorose
dimostrazioni popolari contro gli ambasciatori. Saturnino le capeggiò,
e il senato, intimidito, ricorse all’espediente di mandare una
ambasceria in Oriente a esaminar lo stato delle cose.
Frattanto la primavera del 103 era giunta; ma con essa non erano giunti
nè i Cimbri nè i Teutoni. Le legioni romane rimasero indisturbate in
Gallia. Questa quiete deluse molto i soldati e l’Italia; si cominciò
a mormorare di Mario e del suo modo di combattere; a domandarsi quanto
durerebbe la guerra, combattuta a quel modo. Ma Mario non se ne diede
per inteso e non fece un passo per andare in cerca del nemico: fece
invece, perchè i soldati non si snervassero nell’ozio, scavare la
_fossa Mariana_, di cui il villaggio di Foz conserva ancora il nome,
per fare navigabile l’ultimo tratto del Rodano, spesso ingombro
di sabbie. Egli otteneva così tre scopi: occupava i soldati; si
assicurava una buona via di vettovagliamento; faceva cosa gradita ai
suoi grandi amici di Roma, i cavalieri, ed alla sua preziosa alleata,
Marsiglia, migliorando la navigazione del Rodano e aprendo una via
sicura al commercio con la Gallia. Senonchè un generale ha l’ufficio di
combattere e non di scavare dei canali. L’inerzia di Mario sembrava a
Roma protrarsi troppo. Che cosa si farebbe per il 102? Mario desiderava
di esser rieletto console, per cogliere il frutto delle lunghe fatiche;
il partito popolare era pronto a sostenerlo; ma questa volta il
pubblico esitava. Mario dovè muoversi e venire a Roma a sollecitare i
suffragi. La sua presenza bastò. Primo caso nella storia di Roma, egli
fu eletto console per la quarta volta.
I comizi avevano del resto agito seriamente. Ritardando, la bufera
scoppierebbe più violenta. Nel 102 i Cimbri tornarono dalla Spagna,
i Teutoni dalla Gallia; e sul Rodano si congiunsero insieme Cimbri,
Tigurini, Teutoni, Ambroni, per invadere l’Italia. Avevano distrutto
nella Narbonese un esercito romano; avevano saccheggiata la Spagna e
la Gallia senza che Roma osasse correre in aiuto della sua provincia e
dei suoi alleati: come non avrebbero presunto di poter anche invadere e
saccheggiare l’Italia, per tornar poi, onusti di preda, nei loro paesi?
Deliberarono infatti di valicare le Alpi in tre colonne. I Teutoni
e gli Ambroni passerebbero per la Provincia e le Alpi occidentali;
i Cimbri, per le Alpi centrali; i Tigurini, per le Alpi orientali.
Così, nella seconda metà del 102, un’orda di Teutoni e di Ambroni
mosse attraverso la Narbonese verso l’esercito romano, che da più
di due anni li aspettava esercitandosi in silenzio. La battaglia si
combattè non lungi da _Aquae Sextiae_ (Aix); e il genio del generale
romano, la disciplina dell’esercito vinsero l’audacia e la violenza
dei barbari. In due fatti d’arme successivi, gli Ambroni e i Teutoni,
abilmente provocati ed assaliti, furono distrutti. Centomila morti — se
il numero non è esagerato — dettero a l luogo il nome ferale di _Campi
Putridi_[82].
La grande vittoria di Aix riempì di giubilo Roma; Mario fu eletto
console la quinta volta; questa volta senza opposizioni ed esitazioni,
ed incaricato di respingere dopo i Teutoni, i Cimbri, che a grandi
marce, e forse più numerosi dei Teutoni, invadevano l’Italia
settentrionale. Il nuovo pericolo infatti non era minore di quello che
il genio di Mario aveva allora allora sventato. Il console Q. Lutazio
Catulo, mandato a difendere i passi delle Alpi centrali, non aveva
resistito all’urto, e, respinto fino all’Adige, era stato costretto a
ripiegare sulla riva destra del Po, abbandonando ai Cimbri tutta la
Transpadana. L’Italia era minacciata da una invasione più terribile
di quella di Annibale: Mario, Mario solo poteva salvarla! Difatti la
fortuna tornò a sorridere, e per l’ultima volta, a colui che da sette
anni era il suo favorito. I Cimbri, anzichè proseguire nell’invasione,
indugiavano a saccheggiare la pianura padana. Mario ebbe il tempo di
richiamare le sue provette legioni dalla Provenza e di ricongiungersi
con Catulo, per esser pronto ad assalirli quando quei barbari si
disponevano a valicare il Po, non lungi dalla sua confluenza con la
Sesia. Nella pianura dei Campi Raudii, i Cimbri subirono in una grande
battaglia la sorte dei loro compagni di oltr’Alpe. Si disse che i morti
e i feriti fossero più di 120.000, 60.000 i prigionieri (30 luglio
101)[83].