I GRACCHI

67. =La crisi economica della seconda metà del II secolo a. C.= — Che

nel volgere di due anni Roma abbia osato distruggere due città, così

antiche, ricche, gloriose, come Cartagine e Corinto; questo fatto solo

basterebbe a provare che la potente città era tormentata da un qualche

terribile male interno. La storia narra poche violenze più orrende di

queste. Passi ancora per Cartagine, che aveva tentato di annichilire

Roma! Ma Corinto non aveva mai pensato di misurarsi con Roma in un

duello mortale. Corinto fu distrutta, perchè gli interessi mercantili,

imbaldanziti dalla distruzione di Cartagine, vollero toglier di mezzo

un’altra pericolosa concorrente; e perchè l’opinione pubblica, irritata

e spaventata dalla lunga lotta, lasciò fare.

Ma Roma era giunta ormai a una stretta paurosa. La savia politica

degli Scipioni aveva tentato invano di salvarla dal pericolo delle

troppo vaste ambizioni. La forza delle cose aveva anche questa volta

sbugiardato la saggezza degli uomini. Le recenti annessioni erano

nate dall’esaurimento della politica di egemonia. Roma era stata

costretta ad ampliare i suoi possedimenti in Africa ed in Europa;

e possedeva ora un impero spezzettato, le cui singole parti, se si

potevano sperar fruttuose, erano anche un peso ed un impegno. Un peso,

perchè dovevano essere amministrate, governate e difese; un impegno,

perchè, prima la necessità di difendere e poi quella di connettere

queste parti, per modo che tutte potessero sicuramente comunicare

tra loro e con la metropoli, obbligherebbero Roma a conquistare nuovi

territori. Roma era ormai spinta innanzi da quella logica delle cose,

che nella storia corrisponde così poco alla logica della ragione.

Senonchè, mentre l’impero si ampliava, Roma si indeboliva. Non che

quell’impeto di cupidige e di ambizioni, che aveva spinto l’Italia

a cercar nelle province e sui mari nuove ricchezze, si rallentasse.

Molti Italici si arricchivano a Delo, in Asia, in Egitto. Pubblicani

e usurai, venuti da Roma e d’Italia, continuavano a dissanguare la

Sicilia, la Macedonia, la Spagna. Il commercio degli schiavi continuava

a fiorire in segreto accordo con i pirati, su tutto il Mediterraneo.

L’agricoltura migliorava in tutta la penisola; la tradizione non era

più la sola maestra; i trattati scientifici, greci e cartaginesi,

erano studiati. Le vigne e gli oliveti si allargavano; l’istruzione

si diffondeva, il latino si sovrapponeva, come unica lingua nazionale,

all’osco, al sabellico, all’etrusco, soffocandoli; gramatici e retori,

greci e latini, aprivano scuole in molte città. Molti piccoli e medi

possidenti mandavano a queste scuole i figli, con la speranza che lo

studio fosse per essi la chiave della fortuna. E cresceva pure in tutte

le condizioni il lusso e la voglia di spendere. Basterebbe a provarlo

la _Lex Didia Cibaria_ approvata nel 143, e che estese a tutta Italia

le disposizioni della _Lex Fannia_ contro le prodigalità dei banchetti.

Insomma in tutte le classi operava sordo il fermento delle nuove

aspirazioni. Ma i tempi non erano più così facili come nel primo

trentennio del II secolo. La prosperità di quel primo trentennio era

zampillata da parecchie fonti; metalli preziosi portati in Italia

o come bottino di guerra o per pagamento di indennità, che avevano

permesso al senato romano di spendere largamente senza aggravare

l’Italia d’imposte; vaste confische di terre, specialmente nella valle

del Po; abbondanza di schiavi. Ma nel trentennio che seguì la guerra di

Perseo queste tre fonti seccano o quasi. Non è dubbio che le tremende

guerre combattute dopo il 154 — eccezione fatta della guerra contro

Cartagine — fruttarono molto meno. La Macedonia e la Grecia erano

state già troppo esauste dalle guerre precedenti, e non avevano avuto

il tempo di accumulare nuovi tesori, che bastassero a sfamare ancora

una volta l’insaziabile invasore. È probabile che la guerra di Spagna

già costasse all’erario più che non fruttava; e tra poco dissesterà

le finanze, trenta anni prima così floride. Infine, sebbene nel mondo

antico i popoli fossero meno legati tra di loro che nei nostri tempi,

è forza argomentare nella distruzione di Cartagine e di Corinto una

nuova cagione di impoverimento, per tutto il mondo mediterraneo.

Distrutti quei due floridi empori, molte industrie e molti commerci

dovettero intisichire o addirittura morire per mancanza di abili ed

esperti mediatori. Roma e l’Italia non riuscirono a fare le veci così

dei mercanti di Corinto come di quelli di Cartagine in tutti i loro

traffici. Alla boria e alla cupidigia, non erano pari nè i capitali nè

le conoscenze nè le attitudini. Onde una nuova cagione di povertà per

tutti, anche per l’Italia.

Insomma il maggior guadagno di queste guerre furono gli accresciuti

appalti delle imposte e delle proprietà pubbliche nelle nuove province.

Ma quegli appalti, come quel po’ di commercio che gli Italiani

poterono raccattare tra le rovine fumanti di Cartagine e di Corinto,

arricchivano solo un piccolo numero. L’agiatezza, di cui aveva goduto

tutta Italia nel primo trentennio del II secolo, era nata invece dalle

grandi entrate e dalle grandi spese dello Stato; e queste scemando,

anche quella languiva. Incominciò dunque di nuovo ad aggravarsi il male

dei debiti. Anche la nobiltà, non potendo più vivere con le antiche

fortune e non sempre sapendo accrescerle, incominciò a indebitarsi, a

corrompersi, e a cercar di sfruttare il potere.

Nel 149 appunto è istituita la _prima quaestio perpetua de pecuniis

repetundis_, il primo tribunale permanente che deve giudicare i

magistrati e i senatori accusati di estorsioni a danno degli alleati e

dei provinciali. L’ordine dei cavalieri si empiva invece di pubblicani

e di mercanti arricchiti, il cui orgoglio e la cui potenza crescevano,

man mano che l’aristocrazia storica si corrompeva e impoveriva.

Incominciava pure a indebitarsi e a pericolare la media possidenza.

Cresceva dovunque, anche nelle campagne più remote, la spesa del

vivere, sia perchè crescevano i bisogni e il lusso, sia perchè la

moneta rinviliva con l’aumento dei metalli preziosi: ma non cresceva

in ogni parte anche il prezzo di tutte le derrate, che il possidente

vendeva per pagare i nuovi lussi. Nelle regioni lontane dalle vie

maestre o senza ricche città, che non potevano esportare i loro

prodotti, questi rinvilivano, appena ce n’era un po’ di abbondanza.

Così Polibio ci dice che nella valle del Po, in questi tempi, i viveri

costavano pochissimo[63]. Bastava dunque che il possidente si lasciasse

un poco andar nello spendere, e cascava nei debiti, dai quali poi gli

era difficile liberarsi, massime in tempi in cui le guerre fruttavano

poco. La piccola possidenza dappertutto era in travaglio e rovinava;

diminuiva in tutta Italia quel medio ceto rurale tra cui si reclutavano

le legioni romane e i corpi ausiliari; il latifondo invadeva l’Italia,

e, insieme con il latifondo, la pastorizia e la popolazione servile,

importata in copia d’oltre mare. La grande proprietà prosperava

sulla decadenza militare di Roma. Tiberio Gracco potrà dire tra poco

che, se tutte le fiere hanno un covile in cui rifugiarsi, coloro che

combattevano e morivano per la difesa dell’Italia, non avevano più

altro bene che l’aria in cui respirare. Il levare soldati era proprio

un compito ogni anno più arduo. Ormai, appena si annunciava una guerra

un po’ seria, Roma doveva ricorrere ad ogni sorta di espedienti per

trovar guerrieri.

Questa strana contradizione in cui Roma era impigliata; questa

necessità di ingrandire l’impero con forze debilitate, spiegano

l’irrequietezza dell’opinione pubblica, i facili spaventi, gli accessi

di furore a cui soggiaceva. Roma aveva paura della sua potenza; e

neppur le vittorie su tanti nemici ebbero forza di tranquillarla.

Sì, questa volta ancora si era vinto, ma con quanta fatica! E poi, se

la Macedonia, Cartagine, la Grecia, bene o male, erano state vinte,

Viriato non dava tregua in Spagna e la guerra continuava implacabile.

Dal 145 si cominciò ad affidarla di nuovo ad uno dei consoli. No,

Roma perirebbe ben presto come Cartagine, se l’aristocrazia non

sapesse vivere di nuovo con l’antica semplicità; se i Romani non si

ricordassero più che il primo dovere del cittadino è il generar molta

prole; se non si impedisse la rovina della piccola e della media

proprietà rurale, donde erano usciti i soldati e gli eserciti, che

avevano conquistato l’Italia e l’impero. In queste idee, dopo la caduta

di Cartagine e di Corinto, si infervorava la parte migliore della

nobiltà romana, quella che si raccoglieva intorno a Scipione Emiliano,

divenuto ormai il primo personaggio di Roma.

Idee, che ben presto tentarono di uscire dalla chiusa cerchia delle

conversazioni private. Nel 145 il tribuno C. Licinio Crasso, propose

una legge agraria che mirava a ricostituire la piccola proprietà[64];

e poco prima o poco dopo ne imitò l’esempio il pretore Caio Lelio,

un grande amico di Scipione, di cui era stato _legatus_ nella guerra

di Cartagine. Quali fossero le disposizioni capitali della sua legge,

non sappiamo; sappiamo solo che essa fu oppugnata con tanto furore in

senato, che Lelio desistè dalla proposta; e perciò fu detto _sapiens_,

il saggio[65]. Questa lode dell’uomo è la condanna dei tempi. Si

diagnosticavano i mali, si discutevano i rimedi e sin qui eran tutti

d’accordo; ma quando si passava all’atto, gli interessi si spaventavano

e c’eran tante buone ragioni per escludere una dopo l’altra tutte le

medicine proposte, che savio pareva il medico il quale rinunciava ai

farmaci. Anzi succedeva di peggio: mentre tutti gli uomini savi erano

d’accordo che occorreva frenare il nuovo spirito che si divulgava nelle

moltitudini, non riuscivano che le imprese e i disegni, i quali avevano

per effetto di esaltarlo. Buona parte del moderno Piemonte era ancora

indipendente dal dominio romano, nè mai, del resto, quelle popolazioni

avevano dato occasione a rappresaglie. Ma i Salassi possedevano dei

territori auriferi; onde nel 143, senza provocazione alcuna, il console

Appio Claudio li attaccava, toglieva loro una parte dei territori

e ne faceva concedere le miniere a una compagnia di pubblicani.

_Victumulae_, nel Vercellese, divenne un florido centro del commercio

dell’oro[66].

68. =Gli scandali della guerra di Spagna: Numanzia.= — Fu questo un

tempo grigio e fastidioso, in cui Roma ebbe come il sentimento di

essere ròsa dentro da un male mortale, ma incurabile. Uno sconsolato

pessimismo invade le alte classi e fomenta la discordia. Gli odi, gli

asti, i ripicchi tra i grandi e le famiglie inveleniscono; e sono via

via inaspriti dalle vergogne della guerra di Spagna. Ora vinto ora

vincitore ma sempre in armi, Viriato non dava tregua ai Romani, anzi

allargava la rivolta. Tra il 143 e il 142 riusciva a sollevare di

nuovo contro Roma i tre popoli, dai quali era incominciata anni prima

la rivolta della Spagna: gli Arevaci, i Titti ed i Belli. Numanzia era

la rocca di questa nuova guerra. Si ritornava dunque da capo; tutto

il sangue e il denaro speso per domare la Spagna erano stati sprecati!

Lo sconforto a Roma fu tale che, durante l’anno 141, il proconsole Q.

Fabio Massimo Serviliano, che comandava in Spagna e che era un uomo

savio, trattò con Viriato e conchiuse con lui una pace onorevole, che

riuscì a fare approvare dai comizi. I Lusitani erano quietati, non

restava più che debellare Numanzia. Ma nel 140 il fratello di Fabio,

Q. Servilio Cepione, diventò console; e tanto disse e intrigò presso

il senato, che ottenne il permesso di ricominciare la guerra contro

Viriato; proprio mentre il proconsole Q. Pompeo si faceva sconfiggere

dai Numantini. Di nuovo la guerra stava per ridivampare in Spagna,

quando Servilio Cepione riuscì a venire a capo di Viriato, facendolo

assassinare da alcuni sicari.

Spento Viriato a tradimento, la resistenza dei Lusitani venne meno in

poco tempo. L’esercito si sciolse; e gli avanzi accettarono, di lì a

poco, delle terre intorno a Valenza. Ma la vittoria non era tale, per

i mezzi che l’avevano procurata, da incoraggiare i Romani a continuare

la guerra contro gli altri popoli: onde sul finire del 140, Q. Pompeo

aprì trattative con Numanzia. Gli Spagnuoli accettarono volentieri di

discutere; e la pace fu conclusa, a quali condizioni non sappiamo, ma

dovevano essere discrete per i Numantini, se costoro acconsentirono a

dare ostaggi e denari. La pace era dunque fatta, quando, al principio

del 139, giunse il successore di Pompeo: M. Popilio Lena. Ma allora

Pompeo, sia che avesse fatto queste trattative per non essere più

assalito sino all’arrivo del successore, sia che all’ultimo momento

temesse per le sorti del suo trattato a Roma, negò persino di aver mai

trattato con i Numantini. Immaginarsi lo scandalo! I Numantini citarono

a testimoni i senatori, i prefetti, i tribuni militari, che avevano

preso parte alle trattative. Ne nacque una violenta discussione, alla

quale Popilio Lena tagliò corto, rimandando le due parti — Numantini

e Pompeo — al giudizio del senato. La discussione ricominciò a Roma,

e si può immaginare se fu aspra! Risultò che Pompeo aveva trattato e

conchiusa la pace; ma il senato non ratificò le sue promesse, e una

legge, proposta per consegnare Pompeo ai Numantini, non fu approvata.

Non è difficile argomentare il disgusto, che un simile scandalo generò

anche a Roma. Roma era dunque scesa così basso? Ma il male era fatto.

La guerra riarse furibonda in Spagna. Popilio Lena non fece quasi

nulla, gran parte dell’anno 139 essendo passato nelle discussioni

intorno al trattato. Ma le armi furono riprese; e nel 137 Roma subiva

una nuova tremenda disfatta. Il console C. Ostilio Mancino fu disfatto

e accerchiato con 20.000 uomini; cosicchè per salvar l’esercito dalla

distruzione dovè firmare il trattato di pace che i Numantini gli

presentarono. Ammaestrati però dall’esperienza, i Numantini questa

volta non acconsentirono ad accettare il trattato, se non quando un

questore dell’esercito, Tiberio Sempronio Gracco, ebbe loro garantito

che il popolo lo approverebbe. Tiberio Sempronio Gracco era figlio del

console omonimo del 177 e del 163, che aveva amministrata la Spagna

con umanità e giustizia, lasciando nelle popolazioni spagnuole un

ricordo aureolato di venerazione: era cognato di Scipione Emiliano,

che lo aveva in un certo senso educato; e genero di Appio Claudio, il

console del 143. Rappresentava dunque quel che di meglio c’era ancora

nella nobiltà romana. I Numantini si fidavano di lui. Ma a torto:

chè quando a Roma si conobbero le condizioni della pace, l’opinione

pubblica dichiarò di non accettarla. L’autorità dei Gracchi non approdò

a nulla. Anche i suoi autorevoli parenti, come Scipione, non ritennero

che l’impegno di una famiglia potesse legar la repubblica. Il popolo

respinse il trattato.

La guerra dunque continuò, ma fiaccamente. Nel 136 e nel 135 gli

eserciti romani, se non ricevettero clamorose disfatte, non compierono

nessuna impresa di rilievo. Ma rifiutare la pace e non saper fare la

guerra, era troppo: l’opinione pubblica si impazientì; e di nuovo

volse gli occhi su Scipione Emiliano. Scipione era in Oriente, per

una missione che il senato gli aveva affidata; e la legge vietava che

fosse rieletto console. Anche questa volta l’opinione pubblica scavalcò

l’ostacolo con un’altra legge; e Scipione fu eletto console per il 134.

Egli partì per la Spagna; ma in quali condizioni trovò gli eserciti!

Gli accampamenti erano pieni di meretrici, di mercanti, e di schiavi;

i soldati si erano avvezzati perfino a prendere i bagni caldi! Gli fu

necessario, come sotto Cartagine, rifarsi dalla disciplina e dai primi

elementi del mestiere. Per fortuna, l’esercito possedeva qualche buon

ufficiale: tra gli altri un certo Caio Mario, un pubblicano datosi

alle armi dopo aver fatto fallimento e che veramente era nato più a

maneggiare il ferro che l’oro.

69. =Il tribunato e la legge agraria di Tiberio Gracco (133 a. C.).= —

Ma mentre Scipione si accingeva a terminare la guerra di Spagna, gravi

cose succedevano in Roma. L’anno 133 fu un anno memorabile della storia

di Roma. Era stato eletto tribuno per quell’anno Tiberio Sempronio

Gracco, quel giovane che, come questore, aveva garantito ai Numantini

il trattato di pace conchiuso con il console Mancino. Anche Tiberio

Gracco era spaventato dalla rovina che minacciava insieme la piccola

possidenza e l’esercito; ma all’opposto di tanti altri membri della

nobiltà, non voleva soltanto lamentare il male, voleva anche curarlo.

Sia che il male, aggravandosi, desse la spinta finale a una volontà

già ardente; sia che la giovinezza gli nascondesse la difficoltà

dell’impresa; sia che l’affronto fatto a lui e alla sua famiglia

dal senato e dal popolo, sconfessando la pace di Mancino, lo avesse

inasprito, certo è che egli riprese nel 133, come tribuno della plebe,

il disegno così facilmente abbandonato da Caio Lelio.

La sua _legge agraria_ del 133, la prima degna di questo nome, dopo

la Licinio-Sestia del 367, è dettata appunto dalle inquietudini

del partito tradizionalista. La penisola non disponeva più di terre

pubbliche assegnabili; ma le terre, che i ricchi avevano locate o

usurpate, potevano, in quanto _ager publicus_, essere legalmente

riprese dallo Stato. Se, dopo averle riprese, lo Stato le avesse

distribuite in piccoli lotti alla povera gente rovinata, il maggiore

tra i mali dell’Italia — l’unico, anzi, che Tiberio vi scorgesse — non

sarebbe stato guarito, e l’Italia non sarebbe ridiventata un paese di

piccoli agricoltori e di valorosi soldati?

Concretando, Tiberio proponeva: 1) che nessun cittadino romano potesse

possedere più di 500 iugeri (Ea. 125) di agro pubblico, o di 750 (Ea.

187,50) se padre di un solo figliuolo, o, al massimo, di 1000 (Ea. 250)

se padre di due o più figliuoli: la proprietà così limitata, poteva

essere fatta stabile ed esente da tributo; 2) che lo Stato ripigliasse

a ciascun cittadino romano la parte di agro pubblico occupato, che

superava quelle misure, pur risarcendo ai possessori le spese del

dissodamento e dei miglioramenti; 3) che fossero parimenti, ai Latini e

agli alleati italici, tolte le terre pubbliche acquistate o assegnate

illecitamente o irregolarmente, salvo il diritto di partecipare alle

nuove distribuzioni con eguali diritti dei cittadini romani; 4) che

tutte le terre pubbliche disponibili in seguito all’applicazione

della legge, fossero distribuite in piccoli lotti, probabilmente

di 30 iugeri (Ea. 7,50) l’uno, quali possessi inalienabili e con

l’obbligo del pagamento di un canone annuo allo Stato; 5) che il

compito di applicare la legge fosse affidato a una commissione di tre

membri, da eleggersi annualmente dai comizi tributi: _tresviri agris

iudicandis adsignandis_, i quali procederebbero alla misurazione e

alla distribuzione delle terre demaniali, con facoltà di istruire

essi stessi i processi delle contestazioni e di pronunciare sentenze

inappellabili[67].

La legge scatenò le più fiere opposizioni. Non si può spiegare

l’accoglienza che ebbe in senato, se non supponendo che avrebbe

spogliato il maggior numero dei senatori di molte terre dell’agro

pubblico, che allora possedevano. Il che del resto è verosimile, poichè

l’agro pubblico era la parte del bottino, con la quale l’aristocrazia

senatoria si compensava dei pericoli e delle fatiche della guerra. Ma

se i senatori e i ricchi cavalieri erano i primi bersagli, la legge non

sonava meno minacciosa a molti Latini e alleati, costretti a mostrare

i titoli delle assegnazioni di terre, tramandate per generazioni,

vendute, acquistate, impegnate per debiti, assegnate in dote, divise

suddivise, novamente conglobate con altre terre assegnate e ricevute

in altri tempi. Inoltre, spesso terre assegnate regolarmente si erano

confuse con terre occupate senza assegnazione: e nelle une e nelle

altre erano stati investiti ingenti capitali e molto lavoro. La legge

di Tiberio non poteva applicarsi senza ferire un infinito numero di

interessi legittimi, senza sconvolgere le fortune private, senza

annullar dei patti federali con gli alleati, che erano a ragione

considerati come sacri. Se dunque uno dei colleghi di Tiberio nel

tribunato, M. Ottavio Cecina, interpose il veto, noi non abbiamo il

diritto di sospettare per questo solo che avesse di mira soltanto

il salvare i propri interessi e quelli degli accaparratori di agro

pubblico. Ma Tiberio aveva attizzato con la sua proposta un grande

incendio, che ormai non era più in suo potere di spegnere. Se molti e

accaniti erano gli avversari, la legge era stata accolta con giubilo

dagli avanzi dell’antico contadiname romano; dalla plebe urbana e

da tutti i poveri che, allora come sempre, accusavano della propria

miseria l’avarizia dei grandi; e anche da un certo numero di senatori,

che o non avevano agro pubblico in soverchia quantità o ai quali

il bene dello Stato premeva più del danno proprio. Tutti costoro

formavano, più che un partito, una grande corrente di opinione, che

spingeva Tiberio.

All’ostruzione del collega Tiberio, quando vide vana ogni sua preghiera

per convertire Ottavio, rispose invitando il popolo a destituirlo. Era

questo un procedimento nuovo e rivoluzionario? Nuovo, no, chè in tempi

vicini e lontani il senato aveva proposto destituzioni di tribuni:

rivoluzionario, sì, per la giustificazione, che Tiberio gli assegnò.

Il tribuno della plebe — egli disse — ha per ufficio di difendere la

plebe; se egli manca a questo dovere, il popolo, che l’ha nominato,

può revocarlo. In altre parole, il veto del tribuno non può più, come

spesso era successo, servire all’aristocrazia ed al partito dei ricchi.

Questa tesi doveva piacere alle moltitudini agitate e commosse; e

Ottavio fu deposto dal voto unanime delle tribù. Ottavio deposto, la

legge fu approvata, e nominata per metterla in atto la migliore tra le

commissioni possibili: Tiberio, il fratello Caio, e il genero suo Appio

Claudio, uno dei pochi senatori favorevoli alle proposte del tribuno.

Per semplificare il difficilissimo compito, Tiberio aveva eliminato la

clausola relativa alle indennità, con la quale egli s’era inutilmente

studiato di placare l’opposizione degli interessati.

70. =Il testamento di Attalo e la nuova provincia di Asia (133).= — Tra

queste agitazioni e lotte giunse a Roma una notizia singolare. Attalo

III, Re di Pergamo, era morto; e non avendo figli, lasciava a Roma in

eredità il suo regno, trasmettendo alla repubblica tutti i diritti che

egli esercitava sulle città greche e sulle popolazioni indigene. Come

e per qual ragione, in seguito a quali intrighi, l’ultimo Re di questa

dinastia, che aveva prosperato come cliente di Roma, fosse venuto

in questa idea singolare, noi purtroppo non sappiamo. Ma la fortuna

pareva voler mettere a dura prova la saggezza di Roma. Proprio, mentre

a Roma si proponeva una legge terribile come quella di Tiberio Gracco

per ricostituire, nel cuore della penisola, l’antica Italia agreste e

bellicosa, la fortuna le offriva, senza colpo ferire, in dono, uno dei

territori più ricchi del mondo antico, ove fiorivano tutte quelle arti,

quei traffici e quegli studi, che sembravano corrompere la sana midolla

della vecchia Italia. Giacchè il regno di Pergamo non era vasto, ma

quanto era ricco! Passavano per esso le vie commerciali più battute fra

l’Occidente e i paesi dell’Oriente — la Caldea, la Fenicia, la Siria,

la Persia, l’India — donde venivano l’incenso, la cassia, la resina,

la mirra, l’aloe, il cinnamomo, la tartaruga, i diamanti, gli zaffiri,

gli smeraldi, le ametiste, i topazi, le perle, le tele, i filati

di cotone e di lana, le lane, le stoffe colorate, le sete, le mezze

sete, l’avorio, l’indigo, l’ebano, il nardo, la porpora, il vetro, il

cristallo; tutti i tesori dell’India, tutte le rarità della Cina, di

cui il lusso dei paesi mediterranei faceva sfoggio. Qui il suolo era

fertile, qui c’erano appalti, decime, tasse sui pascoli, pedaggi e

dogane ricche, come in nessun’altra delle province dell’impero; qui, da

un secolo e mezzo, regnava splendidamente la più ricca, la più culta,

la più generosa forse, delle Corti ellenistiche; alla cui liberalità

noi dobbiamo ancor oggi gli ultimi capolavori della scultura e della

architettura greca; un’arte di mirabile perfezione, ora violenta, piena

di foga, amante del nuovo e del grandioso, come nel famoso fregio dei

_Giganti_ del Museo di Berlino, che decorava un altare colossale,

consacrato a Zeus e ad Atena, rappresentante la lotta di Giove con

quegli immani figli della terra; ora piena di passione, accorata, come

nel _Gallo morente_ del Museo Capitolino in Roma, o nel gruppo, a torto

denominato _Arria e Peto_, del Museo di Villa Ludovisi.

Non occorreva essere profeta, per prevedere che il dono di Attalo

sarebbe un dono funesto, alla stregua almeno delle idee che movevano

Tiberio Gracco e i suoi amici. Accettando quel dono, la repubblica

poneva piede in quell’Oriente, che agli occhi dei tradizionalisti

romani della scuola di Catone e di Scipione Emiliano, era il maestro

della corruzione tanto temuta. Inoltre il commercio romano, altro

veicolo di ricchezze pericolose e di esempi funesti, si sarebbe

ancora allargato. Inorientarsi e voler restaurare l’antica Italia

semplice e agreste, era una contradizione. Tiberio Gracco e il suo

partito avrebbero quindi, a rigore di logica, dovuto proporre a Roma

di rifiutare il dono, così come dopo Cinocefale Roma aveva rifiutato

la Macedonia e la Grecia. Ma i tempi, mentre lamentavano che l’antica

Italia perisse, non resistevano più alle tentazioni della ricchezza

e della potenza. Non c’era nè uomo nè partito, che avrebbe potuto

persuadere Roma a questa rinuncia: Tiberio meno di ogni altro, perchè

minacciato dai potentissimi interessi che aveva lesi. Spinto anzi dalla

necessità di opporre interessi a interessi, egli cercò di servirsi

anche del testamento di Attalo, e propose che le riserve del tesoro,

lasciate dal Re di Pergamo ai Romani, fossero spese per provvedere

strumenti ai nuovi coloni poveri; che la nuova provincia, a cui fu dato

il nome di Asia, ricevesse i suoi ordini e le sue leggi dal popolo.

La prima proposta era opportuna: ma la seconda toccava una delle

prerogative più antiche del senato. Si riaccesero quindi le lotte e

le dispute; si rinfocolarono gli odi e si invelenirono le accuse....

Frattanto buona parte dell’anno era trascorso, e bisognava procedere

alle nuove elezioni. Secondo la legge, le magistrature non potevano

essere iterate. Ma Tiberio voleva esser rieletto, sia per poter

vigilare all’applicazione della legge; sia per salvarsi dall’accusa

di attentato alla costituzione, di _perduellio_, come si diceva, che

dopo il caso di Ottavio, i suoi avversari volevano intentargli. Tanta

audacia intimidì gli amici. Da troppo tempo il tribunato non era stato

rinnovato da un anno all’altro alla stessa persona. I nemici di Tiberio

ebbero buon gioco; molti amici o lo abbandonarono o tentennarono. Le

elezioni si facevano nel mese di luglio, il mese della mietitura. Molti

piccoli possidenti, che avrebbero votato per Tiberio, non potevano

venire a Roma. Gli avversari fecero dunque un grande sforzo....

Nel giorno della votazione i partigiani di Gracco non riuscirono

a spuntarla contro coloro che negavano potesse un tribuno essere

rieletto. La votazione fu dunque rimandata al giorno seguente. Ma la

mattina dopo la discussione ricominciò, e ne nacque alla fine un vero

tumulto. Mentre i comizi erano a romore, nel vicino Tempio della Fede,

ove il senato era radunato, un gruppo di senatori, con a capo Scipione

Nasica, invitò il console a fare il suo dovere, ossia, a reprimere

quel tentativo di rivoluzione fatto da Tiberio e dai suoi fautori. Si

chiedeva, per un piccolo tumulto elettorale, addirittura quel che lo

Stato romano non aveva ammesso se non negli estremi pericoli e anche

allora raramente, al tempo della grande lotta tra i patrizi e i plebei:

l’impero della legge marziale, il _senatus consultum ultimum_, come si

chiamerà tra poco il decreto di stato d’assedio[68]. Il console non osò

accogliere l’invito, e allora lo stesso Nasica, a capo di una schiera

di senatori e di cavalieri, coadiuvati dai loro clienti e dai loro

schiavi, uscì dal _Tempio della Fede_, si slanciò in mezzo alla folla,

divisa in due partiti e ancora tumultuante. Dopo brevissima e debole

resistenza, Tiberio e 300 dei suoi seguaci furono trucidati.

71. =La distruzione di Numanzia e la fine delle guerre di Spagna.= —

Così terminava il primo tentativo fatto sul serio per curare quella

«corruzione dei costumi», che minacciava, agli occhi dei più savi

romani, di mandare Roma in perdizione. Ai procedimenti rivoluzionari,

ancora timidi e incerti, di Tiberio, gli interessi, insediati nella

rocca del senato, avevano risposto con una risoluta e aperta violenza.

Quanto questi interessi fossero potenti e quanto li avesse Tiberio

inferociti, è provato dalla inaudita sopraffazione. Nasica era un

uomo autorevole e il senato la più alta autorità dello Stato: tutti

giudicarono, poichè aveva avuto la peggio, che Tiberio aveva proprio

tentato di sovvertire l’ordine con la forza; e quindi meritata la

sua sorte. Anche Scipione Emiliano, che stava assediando Numanzia,

fu di questo parere. Il partito di Tiberio fu disperso dal terrore.

Ma l’opera dell’infelice tribuno non perì tutta. Dopo la morte di

Tiberio, la commissione, incaricata di attuare la legge, si recò

nell’Italia settentrionale, nella centrale e nella meridionale,

dovunque cercando di ricostituire l’antico agro pubblico, senza

lasciarsi scoraggire dalle difficoltà di ogni genere con cui il tempo,

gl’interessi e la furberia degli uomini intralciavano l’opera loro. Di

questa testimoniano ancor oggi i _cippi_ o pietre terminali, segnanti

i confini precisi tra _ager publicus_ e _ager privatus_, fra podere

e podere, recanti impressi i nomi dei triumviri[69]; ma più ancora

un dato eloquentissimo, che la parzialità degli storici antichi non

è riuscito a nascondere: che, mentre sin dal 164-63 il numero dei

cittadini romani scemava, dal 131-30 al 115-14 esso crebbe in una

generazione di oltre 75.000 iscritti (394.336 contro 317.823). È

verosimile che questo aumento fosse, almeno in parte, un effetto della

legge di Tiberio[70]. La terra, come dirà un uomo, che pure fu uno dei

più implacabili avversari dei Graccani «era stata strappata al pascolo

per essere di nuovo restituita all’aratro»[71].

Nell’anno stesso in cui Tiberio cercava con le leggi di rifar l’antica

Italia agreste e guerresca, nel 133, Scipione Emiliano riusciva a

prendere e a distruggere Numanzia, terminando finalmente la terribile

guerra di Spagna. Una commissione di senatori riordinò, d’accordo

con Scipione, la penisola. La Spagna fu divisa in due province, la

_Citeriore_ e la _Ulteriore_, separate fra loro dalla Sierra Morena (il

_Saltus Castulonensis_), ciascuna sotto il governo di un pretore. Nel

tempo stesso una nuova guerra nasceva nell’antico regno di Pergamo. La

disputa tra Tiberio e il senato sull’ordinamento della nuova provincia

aveva fatto perdere del tempo; e di questo tempo approfittò un certo

Aristonico, che pare fosse un bastardo di Eumene, per rivendicare il

regno. Raccolse uomini e denaro; chiamò gli schiavi a libertà; trasse

al suo partito tutti gli amici e i fedeli della spenta dinastia; e

insomma seppe così bene fare e dire che i Re di Bitinia, di Paflagonia

e delle due Cappadocie, alleati di Roma, e da questa pregati di

purgar la provincia dall’usurpatore, non ci riuscirono. Fu necessario

spedire rinforzi dall’Italia; e questi furono sulle prime sconfitti:

un console ci lasciò la vita, e solo a Manio Aquilio, console nel 129,

riuscì di ricuperar la nuova provincia. Comunque sia, poche volte una

preda più ricca fu acquistata a minor prezzo. La repubblica romana

diventava da un giorno all’altro una potenza asiatica; prendeva posto

in Asia accanto alle due grandi monarchie superstiti dell’impero di

Alessandro: passo decisivo e tanto più grave perchè non predisposto da

alcuna preparazione. Ma lì per lì nessuno sembra averne avuto sentore

a Roma; poichè tutti badavano ai travagli interiori. Dall’applicazione

della legge agraria una nuova difficoltà nasceva o meglio si inaspriva.

Abbiamo visto come la legge di Tiberio provvedesse ai cittadini romani,

se si vuole, secondo giustizia, ma a spese dei Latini e degli Italici.

Costoro erano privati dell’agro pubblico a torto occupato, e una

parte soltanto poteva approfittare delle nuove distribuzioni; perchè

i cittadini romani erano soddisfatti prima; e ai Latini e agl’Italici

toccavano solo gli avanzi. Troppi avevano ricevuto, in luogo di un

bel podere coltivato a viti o ad ulivi, un terreno sterile, boscoso,

paludoso! Il torto offendeva tanto più, perchè da un pezzo Latini e

Italici erano malcontenti per altre ragioni. Dalla fine della prima

punica, non era stata più creata alcuna nuova tribù di cittadini

romani. Nel tempo stesso le concessioni del diritto di cittadinanza

s’erano fatte più rare. Gli stessi Latini, immigrati in Roma, che per

molti lustri ne avevano effettivamente goduto, erano stati a poco

a poco cancellati dalle liste dei cittadini. La medesima delusione

era toccata ai Latini arrolatisi nelle colonie di cittadini romani,

e che per lungo tempo si erano creduti pari a questi. Nè Roma era

diventata solo più gelosa del privilegio della cittadinanza, ma più

dura nell’esercitare la sua potenza metropolitana, poichè ingrandendo

il suo impero nel mondo, si era avvezzata a trattare l’Italia come

una provincia, proprio quando era costretta a chiederle un tributo

di sangue maggiore che nel passato. A queste ragioni di malcontento

s’aggiungeva ora la legge agraria!

La opposizione dei Latini e degli Italici fu per gli avversari della

legge agraria un insperato e prezioso aiuto, perchè procurò loro

l’appoggio del maggiore personaggio del tempo, di Scipione Emiliano.

Scipione era favorevole agli Italici, che aveva visti all’opera in

Africa e in Spagna; che sapeva essere ormai il nerbo degli eserciti

di Roma. Perciò nel 129 egli intervenne in loro favore, adoperandosi

per fare approvare una legge che toglieva alla commissione i poteri

contenziosi e li affidava invece ai consoli. Si poteva così presumere

che i consoli, quasi sempre avversari delle leggi agrarie, lascerebbero

in sospeso le infinite questioni sulla legittimità delle occupazioni,

legando le braccia alla commissione. Ma questa concessione indiretta

non soddisfece i Latini e gl’Italici, che volevano abolita la legge e

che continuarono a venire in Roma a torme, per protestare e difendere

i loro interessi. D’altra parte, il partito della legge agraria, che

la morte di Tiberio aveva disperso, ma non distrutto, riordinava le sue

file, per correre al soccorso della legge minacciata. La lotta diventò

furibonda; Scipione stesso fu minacciato; ed essendo egli tra queste

dispute morto improvvisamente, il partito di Tiberio fu accusato di

averlo assassinato per odio di parte. Il partito della legge agraria

pensò perfino, per un momento, di troncare dalle radici l’opposizione

dei Latini e degli Italici con un atto di forza. Nel 126 il tribuno

della plebe M. Giunio Penno proponeva di espellerli tutti da Roma!

Per fortuna prevalsero nello stesso partito di Tiberio propositi

opposti, non di sterminio, ma di conciliazione. Per il 125 era stato

designato console un caldo fautore della legge agraria, un senatore

amico di Tiberio, Fulvio Flacco. E Flacco propose una legge, con la

quale si concedeva la cittadinanza romana a tutti quegli Italici, che

la chiedessero; e a quelli che non la volessero si concedeva invece il

privilegio della _provocatio_, fin allora riservato ai soli cittadini

romani, cioè il diritto di appello ai comizi centuriati contro ogni

pena corporale ordinata da un magistrato romano[72]. A che mirasse

questa legge, è chiaro: a compensare gli Italici dei danni che la

legge agraria infliggeva loro con una concessione politica, che era

anche utile a Roma. Italici e Romani avrebbero fatto un popolo solo, di

eguali diritti. Ma la proposta giungeva troppo presto. Noi sappiamo che

nè il senato nè i comizi la gradirono, cosicchè il console l’abbandonò.

L’oligarchia romana era troppo orgogliosa ed egoista da consentire così

facilmente ad allargare a tanti uomini il suo prezioso privilegio. Non

bastò a scuoterla l’insurrezione di Fregellae, che prese le armi per

protestare contro l’abbandono della proposta. Ma la grande proposta era

stata fatta; e fra non guari l’avrebbe ripresa il più grande fra gli

uomini politici del tempo, Caio Gracco.

72. =Caio Gracco (123-121).= — Tre anni dopo il fallimento della

proposta di Fulvio Flacco, era eletto tribuno, da un’assemblea

dei comizi tributi, alla quale gli elettori della città e della

campagna accorsero in numero non mai veduto, il fratello di Tiberio,

Caio Gracco. Caio aveva assistito all’eccidio del 133, aveva fatto

parte della commissione incaricata di attuare la legge; era stato

perseguitato dal partito avverso, che, arbitro del senato, aveva

cercato prima di inchiodarlo in un’eterna proquestura in Sardegna;

poi di accusarlo di complicità nella insurrezione di Fregellae. Ma se

il dolore e il rancore ulceravano il suo animo, Caio non era uomo da

consumare il suo tribunato in una politica di rappresaglie. Egli voleva

continuare l’opera del fratello, ma nel solo modo con cui un uomo

intelligente può continuar l’opera di un predecessore: allargandola ed

integrandola. Che cosa avevano dimostrato i torbidi di quei dieci anni?

Che la legge agraria di Tiberio era stata mutilata nell’applicazione da

una doppia opposizione: l’aristocrazia senatoria da una parte, i Latini

e gli Italici dall’altra. Era quindi chiaro non potersi applicare

davvero la legge agraria senza una riforma politica, che scemasse la

potenza dell’aristocrazia e del senato e desse soddisfazione ai giusti

lamenti degli Italici. Era una catena. Ma come si poteva indebolire

l’aristocrazia ed il senato, l’una e l’altro arbitri della repubblica

dopo la seconda guerra punica? Caio Gracco era troppo intelligente per

ritentare la prova di Caio Flaminio, e far assegnamento sul popolino,

i piccoli possidenti, le classi povere. I tempi non erano più quelli.

Il senato era ormai troppo potente, per ricchezza, per cultura, per

prestigio. Occorreva un’arma più forte. Caio Gracco pose gli occhi

su quella seconda nobiltà che comprendeva i cittadini non senatori,

forniti del censo di 400.000 sesterzi e iscritti nella lista dei

cavalieri, della quale ormai facevano parte tanti ricchi pubblicani e

tanti denarosi mercanti e possidenti. Due nobiltà non possono vivere

accanto, trattandosi da pari: ma siccome i cavalieri, fieri della loro

ricchezza, non volevano più sottostare, come un tempo, alla nobiltà

senatoria, così Caio poteva sperare di indebolire l’ordine dei senatori

ingrandendo l’ordine dei cavalieri.

Egli seppe adoperarsi con molta destrezza. Una delle prerogative

maggiori del senato era la giurisdizione criminale; perchè le varie

_quaestiones perpetuae_, i _giury_ diremmo noi, che erano ogni anno

tratte a sorte per giudicare i reati, si componevano di senatori.

Caio Gracco diresse il suo primo assalto al fortilizio dei privilegi

senatoriali, su questo punto; proponendo una _lex judiciaria_, la

quale disponeva che nelle _quaestiones_ giudicherebbero non più dei

senatori, ma soltanto dei cavalieri. La proposta nascondeva abilmente

un intento politico sotto ragioni di giustizia. La più importante delle

_quaestiones_ era quella _de pecuniis repetundis_, istituita, come

vedemmo, nel 149 per giudicare i processi di concussione; quindi anche

i governatori di provincia accusati di malversazione. Queste accuse

spesseggiavano ormai tanto, che l’opinione pubblica reclamava leggi

più severe. In quell’anno stesso un altro tribuno della plebe, Manio

Acilio Glabrione, proponeva una grande _lex Acilia de repetundis_.

Ma i governatori delle province erano tutti senatori: ora si poteva

presumere che dei senatori applicassero severamente le leggi ai loro

colleghi? Se non si voleva che la legge fosse una lustra, occorreva

far giudicare i senatori da uomini appartenenti ad un altro ordine.

Ma Caio non stette pago di questa prima proposta. Il governo romano

non aveva ancora scelto, per la nuova provincia d’Asia, tra l’imposta

fissa adottata per l’Africa, e la proporzionale, già sperimentata

in Sicilia. L’una e l’altra presentavano, per lo Stato, vantaggi e

inconvenienti; ma un secolo e più di prova aveva dimostrato in Sicilia

che l’imposta proporzionale fruttava grandissimi lucri ai pubblicani

che l’appaltavano. Con una seconda legge, Caio propose che fossero

adottati per l’Asia gli istituti fiscali della Sicilia, e che l’appalto

delle dogane, delle decime e di tutti i tributi della provincia fosse

assegnato ai cavalieri romani.

Con queste due leggi, Caio poteva lusingarsi di trarre alla sua

parte, tutto insieme, l’ordine equestre. Immaginò quindi un seguito

di provvedimenti, che dovevano giovare a questa o a quella parte

della plebe, così da stringere in un fascio le classi medie e povere.

Innanzi tutto Caio Gracco si proponeva di ridestare la _lex agraria_

del fratello dal letargo in cui era caduta, facendo ridare ai triunviri

i poteri giudiziari che Scipione aveva trasferiti ai consoli. Ma la

_lex agraria_ beneficava solo il contadiname e i piccoli possidenti

più poveri: non faceva nè bene nè male al proletariato urbano, molto

cresciuto in Roma e, perchè residente in Roma, molto potente nei

comizi. Anche a questo Caio provvide con la _lex frumentaria_. Lo Stato

metterebbe ogni mese in vendita, a Roma, del frumento a un prezzo di

favore, per i poveri ufficialmente riconosciuti come tali. Caio pensava

forse anche, facendo fare dallo Stato grandi acquisti di grano in

Italia, di giovare all’agricoltura italica; e ordinando la costruzione

in Roma di vasti granai, di dar lavoro ai piccoli appaltatori e agli

artigiani. Ai quali e alla agricoltura insieme, provvedeva anche

un’altra legge, la _lex viaria_: vasto disegno di nuove vie, da

costruirsi in diverse regioni d’Italia, sia per dar lavoro al popolo,

come per aiutare gli agricoltori a vendere con maggiore profitto quelle

derrate, che potevano esser trasportate ai più lontani mercati. A

tutte queste aggiunse una _lex militaris_, che vietava di arruolare un

cittadino romano prima che avesse toccato i 17 anni e faceva obbligo

all’erario di pagare al soldato il vestiario militare: una legge che

doveva riuscir graditissima al popolo minuto così della città come

della campagna.

Roma non aveva ancora visto un corpo di leggi tanto studiate e così

ben legate tra di loro; e tutte intese a giovare al maggior numero.

Caio diventò quindi in un baleno l’idolo della plebe, il favorito dei

cavalieri, il capo di una così potente coalizione di interessi, che

tutte le opposizioni vennero meno. Il tribuno fece approvare dai comizi

tributi tutte le sue leggi, senza neppur chiedere prima l’approvazione

del senato; e subito diede mano ad attuarle, appaltando la costruzione

di granai e di vie, costruendo queste con una magnificenza sino ad

allora ignota, attendendo tutto il dì a mille faccende, facendo della

sua casa il ritrovo dei pubblicani, dei letterati, dei sapienti di

Roma, la speranza e l’amore della moltitudine. Impotente, l’oligarchia

latifondista del senato taceva e fremeva. L’autorità di Caio era così

grande, che egli potè ritentar la prova fallita al fratello: farsi

rieleggere tribuno per il 122. Tiberio aveva fatto scuola; e non senza

una ragione più profonda che l’ambizione di Caio. L’impotenza del

partito democratico nasceva in parte dalla brevità delle magistrature.

Se si voleva rinnovare l’invecchiata repubblica, occorrevano nuovi

principî e nuovi procedimenti.

Tribuno per la seconda volta, Caio si trovò al sommo della potenza,

della popolarità, della operosità. Egli sembrava, davvero, e molti

dovevano sussurrarlo, il Pericle della repubblica romana. Ma le leggi

del primo tribunato non erano che la preparazione alle due riforme

capitali, che Caio vagheggiava per curare dalla radice i mali del

tempo. Roma cresceva troppo; troppi artigiani, mercanti, artisti,

sapienti, avventurieri, mendicanti concorrevano, da ogni parte,

nella nuova metropoli; e ne nascevano infiniti mali; massimo tra

tutti il caro prezzo del pane e degli alloggi. La _lex frumentaria_

non era rimedio senza pericolo, tanta spesa avrebbe dovuto sostenere

l’erario, già dissestato dalla guerra di Spagna. Bisognava sfollare

Roma, inducendo una parte dei mercanti romani a trasferirsi da Roma

in altre città acconce alla navigazione e al commercio; perchè molta

gente minuta li avrebbe allora seguiti nelle nuove sedi. Caio gettò

gli occhi su tre punti della costa mediterranea: a Squillace era già

una dogana per le importazioni asiatiche; Taranto era stata lungamente

famosa per commerci e per ricchezze. Quei mercanti che facevano

commercio con la Grecia, la Macedonia e l’Oriente, non avrebbero potuto

risiedere a Taranto o a Squillace, rinominate Nettunia e Minervia, più

comodamente che a Roma? Il commercio dell’Africa — quel poco almeno che

era sopravvissuto alla rovina di Cartagine — era passato ai mercanti

romani: i mercanti romani che commerciavano con l’Africa avrebbero

potuto risiedere in Africa meglio che a Roma. Molti infatti si erano

stabiliti a Cirta. Non si poteva riedificare, sulle rovine della

punica, una nuova Cartagine romana che si chiamasse Giunonia? Egli

propose di fondare a Squillace, a Taranto, a Cartagine tre colonie, non

di poveri però, come in antico, ma di persone benestanti, a cui, per

invogliarle ai lasciare Roma, sarebbero date vaste terre[73].

Anche queste proposte furono approvate, sebbene, a quanto sembra, a

fatica, perchè lo sfollamento di Roma noceva a molti. Ma Caio prese

ardire ad esprimere alla fine la idea suprema, lungamente meditata in

silenzio: concedere, come già aveva proposto il suo amico M. Fulvio

Flacco, la cittadinanza romana a tutti gli Italiani; rinforzare la

piccola oligarchia di Roma, che rassomigliava a una esile colonna

consunta dalle intemperie e dagli anni, sulla quale architetti

improvvidi ingrandivano la mole già pesante di una fabbrica immensa.

Tale era il disegno di Caio Gracco: posare l’impero non sulla cupidigia

e l’orgoglio della piccola oligarchia romana, ma sulle solide e

semplici virtù della classe rurale di tutta l’Italia; restaurare le

antiche sedi del commercio distrutte o decadute; sollevar Roma dalla

congestione di ricchezze e di uomini, che la soffocava.

Roma non aveva ancor visto, e non vedrà più un riformatore dal pensiero

così organico, profondo e creativo. Se un uomo potesse addossarsi

l’opera che sole le generazioni possono compiere, Caio Gracco avrebbe

rigenerato Roma, e sciolta la tragica contradizione in cui Roma si

dibatteva. Ma Caio era un grande uomo, non un Dio. Proponendo di

accordare la cittadinanza agli Italici, egli aveva oltrepassato il

limite, che non poteva essere superato neppure da lui, che pur era

un grande uomo. L’opposizione, che aveva disanimato Fulvio Flacco,

rinacque: senato, cavalieri, agricoltori, proletariato urbano si

trovarono questa volta uniti contro Caio Gracco. Il misoneismo,

l’orgoglio, l’egoismo prevalsero su ogni altra considerazione.

L’oligarchia romana non intendeva far getto dei suoi privilegi. Quando

il tribuno Livio Druso oppose il suo veto, quel popolo, che aveva

deposto Ottavio, scoppiò in un applauso caloroso. La popolarità di

Caio Gracco incominciò a vacillare. Per maggior disgrazia Caio aveva

accettato di far parte della commissione che dedurrebbe a Cartagine

la nuova colonia; e quindi dovè lasciar Roma, proprio allorchè la sua

presenza sarebbe stata più necessaria, e sebbene la legge vietasse

a un tribuno della plebe di uscire dalla città. Egli cercò di far

presto, non restò assente più di settanta giorni: ma di questa sua

assenza approfittò il partito a lui nemico, per screditarlo del tutto.

Strumento di questo partito fu il tribuno Livio Druso; che con perfida

abilità propose tre rogazioni assai più generose ancora di quelle di

Caio: una, che prometteva al popolo non tre colonie miste di benestanti

e di poveri, ma dodici addirittura e tutte di soli proletari; un’altra,

che liberava le nuove assegnazioni di agro pubblico dal tributo allo

Stato, voluto dalla legge Sempronia; una terza, che prometteva agli

Italici la soppressione delle pene corporali, anche sotto le armi. Il

volgo, volubile e sciocco, cadde nella pania; si persuase che il senato

e il partito oligarchico, a cui Livio apparteneva, si erano ravveduti

ed erano diventati migliori amici suoi che Caio. Quando Caio tornò

dall’Africa il favor popolare lo aveva abbandonato al punto, che i

suoi nemici già preparavano il pubblico alla abrogazione della legge

sulla colonia della nuova Cartagine, sussurrando di prodigi minacciosi,

che avevano atterrito la prima schiera di coloni: indizio sicuro

dell’empietà di coloro che avevano voluto fondare una colonia sul suolo

maledetto di Cartagine!

Non fa quindi meraviglia, che le elezioni per l’anno 121 siano state

sfavorevoli a Caio. Caio non fu rieletto: invece fu eletto console L.

Opimio, uno dei più accaniti tra i suoi nemici. Incoraggiati dalle

elezioni, i suoi nemici si decisero a vibrare il primo colpo. Il

tribuno Minucio Rufo propose l’abrogazione della legge sulla colonia

di Cartagine. Caio non poteva non raccogliere la sfida. Il giorno del

voto si presentò al popolo nei comizi, per difendere, almeno con la

parola, quella che era una delle più nobili, alte e feconde iniziative

della sua politica. Ma gli spiriti erano irritati; anche questa volta

un tumulto nacque; e anche questa volta il partito avverso ripetè nel

senato al console l’esortazione e l’invito, che dieci anni prima gli

aveva vanamente rivolti Scipione Nasica. Ma console era questa volta

L. Opimio, che non si fece pregare. Il _senatus consultum ultimum_ fu

decretato; rinnovando, dopo circa 263 anni, un provvedimento che nelle

future turbolenze della repubblica doveva prendere il posto dell’antica

dittatura. In forza del decreto un piccolo tumulto dei comizi passò per

un tentativo di rivoluzione; Caio e i suoi seguaci furono assaliti e

trucidati; egli medesimo, visto precluso ogni scampo, si fece uccidere

da uno schiavo fedele.

Roma antica, Vol. 1/3 · 第 41 / 60 题