IL CREPUSCOLO DELL’ANTICA ROMA

59. =Rivolgimenti economici e sociali della prima metà del II secolo.=

— Tuttavia queste guerre di Oriente, se non ingrandirono l’impero di

Roma, generarono un effetto anche maggiore: precipitarono la rovina

della antica Roma, che aveva fondato la repubblica e latinizzato tanta

parte d’Italia; e che già da più di un secolo veniva alterandosi per

opera dell’ellenismo. Quante cose non erano cangiate negli ultimi

cinquanta anni! Intanto, per la prima volta, dopo secoli di continue

strettezze, lo Stato conosceva la felicità del facile e largo spendere.

L’erario riboccava d’oro. Le miniere d’argento della Spagna, le

indennità imposte a Cartagine, alla Macedonia e alla Siria, il bottino

delle guerre della Cisalpina, della Spagna e dell’Oriente — metalli

preziosi, redditi di miniere, terre, boschi, schiavi — lo colmavano.

Cosicchè Roma poteva spendere largamente, non solo per le guerre, ma

pure per i servizi civili. Il primo trentennio del secondo secolo è

meritamente famoso per le grandi opere pubbliche a cui si pose mano.

Nel 187 si cominciò la costruzione della via Emilia, che avrebbe

continuato la Flaminia attraverso la Cispadana, da Rimini a Piacenza;

nel 181 si terminerà la fognatura di Roma e il prosciugamento delle

paludi pontine; nel 177 si aprirà attraverso l’Etruria la nuova via

Cassia; la censura del 174 andrà famosa per il gran numero di lavori

pubblici ordinati a Roma e nelle colonie. Cosicchè mai come in questo

trentennio gli appalti pubblici erano stati così numerosi, lucrosi e

molteplici: lavori pubblici, forniture militari, imposte, dogane da

riscuotere, miniere, foreste, terreni appartenenti allo Stato. Molti

giovani della media classe rurale, che avevano portato un piccolo

capitale dalle guerre di Oriente e d’Occidente, sollecitarono e

ottennero con facilità di questi appalti, o da soli, o in società, o

facendosi prestare dei capitali da qualche persona ricca, che avrebbe

partecipato al guadagno comune. La conoscenza e la pratica di questa

specie di affari si diffusero; e in Roma e in Italia si formò in

quel trentennio una classe così numerosa di medi capitalisti, vivente

agiatamente sulle pubbliche forniture, che qualche decennio più tardi

Polibio potrà dire addirittura che «tutti i cittadini romani» facevano

di questi affari[52].

Anche l’agricoltura e la pastorizia sembrano svilupparsi. Sin dalla

fine della guerra annibalica si era speculato a Roma largamente

sulle terre dell’Italia meridionale, rinvilite per le devastazioni e

la morte dei proprietari. In seguito, man mano che i capitali e gli

schiavi divennero più numerosi, tutta l’Italia si diede a speculare

sul nuovo _ager publicus_. Molti proprietari, latini o alleati, ne

ottennero facilmente un pezzo, che aggiunsero al loro campicello e

misero a coltura, dopo aver comperato degli schiavi, con le economie

della guerra. I più ricchi pigliarono in affitto vaste terre pubbliche,

sia in Italia che fuori, per pascolare mandrie di buoi, di maiali,

di capre, di pecore. La grande pastorizia doveva rendere molto in

quegli anni; chè gli eserciti consumavano molte pelli di capre per le

macchine, molta carne salata di porco per i soldati. Crebbe dunque nel

senato e nell’aristocrazia il numero delle grandi fortune fondiarie.

L’antica politica agraria è ripresa su più vasta scala: nelle nuove

colonie della Cisalpina, dedotte fra il 189 e il 177 — Bologna, Parma,

Modena, Aquileia, Lucca, Luni — si assegnano ai nuovi occupanti campi

più vasti che nelle antiche.

Acquistò forza anche maggiore e si diffuse di più lo spirito

mercantile, quell’inclinazione al commercio, che già due volte aveva

tentato di far di Roma una seconda Cartagine. Durante la seconda guerra

macedonica si eran veduti dei soldati romani esercitar l’usura tra

gli indigeni. Negli anni seguenti molti Romani e Italiani, contadini

e piccoli possidenti, che come soldati o fornitori degli eserciti

avevano conosciuto la Grecia e l’Asia, le loro ricchezze, i loro

commerci, comprarono, venduto il campo avito o con il gruzzolo messo

in disparte nelle guerre, una nave; gli uni si stabilirono a Delo, che,

dopo il 192, diventa un ricco emporio romano, e vi apriron depositi di

mercanzie asiatiche per i mercanti che venivano dall’Italia a empire

di vari oggetti la propria nave, e ai quali era più comodo far capo a

Delo, che a Rodi o a Corinto; altri esercitarono il commercio tra Delo

e Roma o nel Mediterraneo occidentale. Sorsero sulle coste italiane

molti piccoli cantieri; i boschi della Sila, dove si raccoglieva la

pece, furono appaltati dallo Stato a gran prezzo; membri della nobiltà

senatoria, a dispetto dei divieti[53], parteciparono ai lucri di

questa mercatura transmarina, prestando a liberi o a liberti i capitali

occorrenti per cominciare.

Insieme con l’ordinamento delle fortune si alterarono gli antichi

costumi e le antiche idee. Tornando dall’Oriente, soldati e mercanti

portavano il seme di nuovi lussi e bisogni. Se Roma era ancora

considerata in Grecia — e a ragione — come una brutta città, senza

monumenti e palazzi, imparava però a godere e a sfoggiare; e l’Italia

ne seguiva l’esempio. Poco dopo la seconda guerra punica, si aprirono

in Roma i primi bagni pubblici — sino ad allora il popolo si era

bagnato nel Tevere —; gli abili cuochi incominciarono in questo

trentennio ad esser pagati carissimi; si cercarono con grande spesa

i vini della Grecia e le costose ghiottonerie dei paesi lontani; si

importò dalla Grecia l’arte squisita di ingrassare i volatili; si

videro — scandalo nuovo — cittadini comparire nelle assemblee ubriachi,

magistrati avviarsi al foro mezzo brilli, tanto che nel 181 si fece

una legge per frenare la troppo diffusa inclinazione alla crapula.

Belle schiave e bei fanciulli acquistarono pure un gran prezzo....

Tra le antiche, semplici e troppo rare feste latine furono intercalati

nuovi e costosi spettacoli, come la caccia alle belve e i giuochi dei

gladiatori in occasione dei funerali; la legge Oppia, che restringeva

il lusso, fu abolita nel 195; i profumi orientali, i tappeti

babilonici, i mobili incrostati di oro e di avorio incominciarono a

vendersi anche in Italia, massime a Roma.

Infine, nelle alte classi, la cultura greca mette radice. Tutti i

giovani delle grandi famiglie studiano ormai il greco. La filosofia

greca apre lo spirito alle idee generali. Le teorie politiche,

elaborate dai Greci, cominciano a essere conosciute e discusse dalla

nobiltà, che fin allora non aveva conosciuto altra scuola che la

pratica e la tradizione. I tentativi letterari, iniziati cinquant’anni

prima, riescono a creare le prime opere ragguardevoli. È questa l’età

di Plauto, di Ennio, di Pacuvio. Il primo scrive le più belle commedie

latine; il secondo introduce in Roma i metri greci e compone il primo

poema epico; il terzo innova in Italia il genere tragico.

60. =Marco Porzio Catone e il movimento tradizionalista.= — I primi

trenta anni del II secolo a. C. furono per l’Italia una di quelle età

felici, in cui anche chi comincia con poco può far fortuna; perchè il

tenor di vita, i desideri, l’industria, il commercio, l’audacia, la

cultura, crescono, ingrandiscono, si allargano insieme; onde il lavoro

abbonda, i guadagni sono facili, da ogni ricchezza nuova nascono molte

occasioni di lucro, le ricchezze figliano rapide. Noi diremmo oggi, con

orgoglio, che in quel trentennio Roma e l’Italia progredirono assai.

Ma i contemporanei invece si lamentavano che Roma si corrompesse.

Quel che noi chiamiamo progresso e civiltà, gli antichi giudicavano

corruzione. Già in questo trentennio, che a noi par così prospero e

fortunato, una sorda inquietudine angustia le classi alte — specie la

sua parte migliore —; e proprio in questo trentennio apparisce nella

politica romana un personaggio nuovo, il puritano arcigno, che fa il

broncio ai suoi tempi: Marco Porzio Catone. Catone era nato a Tuscolo,

nel 234. Era dunque un coetaneo di Scipione l’Africano; apparteneva

alla generazione che aveva combattuto Annibale; e, nato da una famiglia

modesta di medi possidenti, aveva trascorso la sua giovinezza,

combattendo contro i Cartaginesi e coltivando il suo podere. Non

era facile, in quella città aristocratica, ad un modesto possidente

salire alle più alte cariche dello Stato. Ma Catone era intelligente,

attivo, eloquente, energico, coraggioso, onesto; e i tempi erano così

difficili, che non consentivano di trascurare un tale uomo. Aiutato

da un patrizio, L. Valerio Flacco, dalla cui famiglia la famiglia di

Catone era protetta, egli potè essere eletto a 29 anni questore, a 35

edile, a 36 pretore, a 39 console, a 50 censore. Al punto a cui siamo

giunti della storia di Roma, dopo la guerra siriaca, Catone è uno dei

Grandi della repubblica e il più fiero, ardito, autorevole campione

del movimento tradizionalista, che sorveglia e cerca di frenare quelli

che noi chiameremmo oggi i progressi della società romana. Mentre

vuol che le medie classi rurali siano, come in antico, il sostegno

della repubblica, egli venera l’autorità del senato, combattendo solo

i senatori e i gruppi dei senatori, che, dimentichi della tradizione,

favorivano troppo il nuovo indirizzo. Causa precipua d’ogni male è

per lui l’ellenismo. «Catone, — narra un suo biografo antico[54] —

disprezzò veramente tutte le discipline proprie dei Greci. Diceva

Socrate loquace e violento, e l’accusava di aver favorito in ogni modo

la tirannide col rovesciare i costumi patrii e col trascinare i suoi

concittadini ad opinioni contrarie alle leggi....». E la profezia,

che lascerà al suo figliuolo, sarà che, «allorquando codesta mala

genia (i Greci) avrebbe diffuso in Roma la sua letteratura, tutte le

cose sarebbero precipitate». Onde egli avversa con tutte le forze il

nuovo andazzo dell’istruzione privata e pubblica, l’amore delle cose

greche, e tutto quello che all’amore delle cose greche si collega:

massimamente il nuovo lusso e la smania dei godimenti, che dilagano per

ogni dove. Li combatte con le leggi suntuarie, che limitano il numero

dei convitati, le spese per i banchetti, lo sfarzo dell’abbigliamento

muliebre; e quando questa arma gli sarà spezzata nelle mani

dall’opposizione degli appetiti e degli interessi, si vendicherà nella

sua censura, gravando tutti gli oggetti preziosi di imposte quasi

proibitive. Tien d’occhio, denuncia e, quando può, reprime senza

pietà la rapacità degli usurai, le frodi dei pubblicani, gli abusi

dei governatori; perseguita, con accanimento l’insolenza dei meteci

romani: i liberti, che, cento volte respinti, sono ritornati alla

conquista della cittadinanza romana; e combatte la grande consorteria

aristocratica degli Scipioni, che, forte della gloria dell’Africano,

cercava di accaparrare per sè la repubblica.

61. =Corruzione e progresso.= — Catone non avrebbe potuto primeggiare

nella repubblica, difendendo questi principî, se fosse stato solo o

sostenuto da scarsi e deboli consentimenti. Ma i consentimenti, che

egli trovò numerosi, possono stupire solo chi giudichi gli antichi

alla stregua di alcune idee moderne, che quelli non professarono e che

sarebbero apparse loro false e poco meno che empie. Non è possibile

capire nè i tempi moderni nè i tempi antichi, se non si intende come

su questo punto le idee degli uomini si siano capovolte. Solo dopochè

l’uomo ha inventato la macchina a vapore e scoperto il mezzo di creare

rapidamente grandi quantità di ricchezza, egli è venuto nell’idea

che sia una perfezione, e quindi un dovere, accrescere i propri

bisogni e spendere largamente. Ma non è più di un secolo e mezzo, che

l’uomo ha imparato a servirsi a questo modo e per questo scopo del

fuoco: prima l’uomo possedeva soltanto gli strumenti che la sua mano

o i muscoli degli animali movevano, e quindi, se poteva fabbricare

oggetti eccellenti o bellissimi, non poteva fabbricarne che pochi. La

semplicità e la parsimonia erano dunque allora, due virtù elettissime;

e il lusso, un pericolo, perchè facilmente dissestava le fortune delle

famiglie e dei singoli; onde in tutte le civiltà antiche moralisti e

legislatori, governi e religioni hanno raccomandato agli uomini la

moderazione dei desideri e la semplicità delle abitudini. Roma non

poteva fare eccezione alla regola; aveva anzi particolarissimo bisogno

di non arricchir troppo, se non voleva che la sua potenza militare

fosse scalzata dalle fondamenta. La contradizione era insolubile; e

bisognava capirla bene, se si vuole capire la immensa tragedia che

incomincia in questi tempi. Abbiamo già detto che i cittadini romani,

tra i quali si reclutavano le legioni sostegno della potenza romana,

erano un pugno di uomini: tra 2 e 300.000. Ma se il maggior numero di

questi cittadini, deposta la vanga e l’aratro, si dava al commercio

e agli appalti, arricchiva, si avvezzava ai comodi, ai piaceri ed ai

lussi, avrebbe ancora sopportato le fatiche e i disagi delle lunghe

guerre? Già durante le guerre di Macedonia e di Siria, gli eserciti

romani avevano incominciato a zoppicare. Delle legioni avevan reclamato

il congedo; i sotterfugi per sfuggire al reclutamento si facevano più

ingegnosi; si vedevano soldati andare alla guerra con il servo, che

portasse il fardello e preparasse il cibo; l’antica disciplina si

rilassava, perchè i soldati si vendicavano nei comizi dei generali

troppo severi. Ma questo non era il solo pericolo. La ricchezza, la

cultura greca, lo scetticismo indebolivano nella nobiltà l’abnegazione

civica, il rispetto delle leggi, lo spirito di concordia, il senso

dell’onore e della rettitudine. In questo trentennio si incominciarono

a veder fatti e cose, che non potevano non inquietare chi sapeva quanti

nemici circondavano Roma. Appariva una generazione nuova di uomini di

Stato: ambiziosi, impazienti, cupidi di cose nuove, che rispettano

poco le leggi e punto le tradizioni. Molti si presentano candidati

alle magistrature innanzi l’età; la corruzione elettorale si faceva

più ardita e sfacciata; e il sospetto che i magistrati abusassero

delle cariche per far quattrini, soprattutto appropriandosi parte

del bottino in guerra, si divulgava. A torto o a ragione? Sarebbe

difficile affermarlo, per quanto, come sempre accade, la facilità del

sospetto sembri poter considerarsi come il segno o l’esagerazione di

un male che esisteva davvero e cresceva, anche se più lento e meno

grave che non pensasse la credula opinione del pubblico. Del resto

queste esagerazioni erano a loro volta il segno di un altro male:

l’inasprirsi delle rivalità e delle discordie tra le grandi famiglie,

man mano che con la potenza, la ricchezza e la cultura di Roma,

crescevano l’orgoglio, le ambizioni, le cupidige della nobiltà che la

governava. Ne è prova uno dei più clamorosi scandali della storia di

Roma, che scoppiò poco dopo la guerra siriaca, e per causa di questa.

I due vincitori di Antioco, Lucio e Publio Scipione, furono accusati,

il primo di peculato per essersi appropriato una parte della preda

siriaca; il secondo, addirittura di perduellione, per aver ricevuto

denaro e promesse da Antioco nelle trattative di pace. Gli scrittori

antichi ci raccontano questa storia in modo molto confuso, dimodochè

non ci è possibile dire se queste accuse fossero o no del tutto

arbitrarie[55]. Certo è però che nel senato accusatori e difensori si

azzuffarono con forsennata violenza; che tra gli accusatori primeggiò

Catone; e che l’Africano, disgustato e stanco, si allontanò da Roma in

volontario esilio. Brutto segno, sia che le accuse fossero false sia

che fossero vere: nel primo caso, perchè era vergogna che il vincitore

di Zama fosse trattato a quel modo; nel secondo, perchè era vergogna

che avesse commesso addirittura il crimine appostogli[56].

62. =La guerra contro Perseo e il nuovo ordinamento dell’Oriente

(171-168).= — Tutte queste ragioni ci spiegano Catone, i suoi numerosi

seguaci, le loro veementi proteste, quello che si potrebbe chiamare

il «Catonismo». Roma, in questo supremo momento, aveva quasi paura di

diventar troppo ricca, grande e potente. L’avvenire la spaventava,

perchè le appariva troppo bello, almeno alla stregua nostra del

giudicare. Strane complicazioni degli eventi umani! Senonchè Roma

era ormai spinta alla sua ascesa da forze così numerose e potenti,

che fonderebbe un grande impero, non ostante la paura che la faceva

sgomenta. La generazione, che visse nel primo trentennio del II secolo,

aveva pensato di poter con quella sua ingegnosa politica di interventi

equilibrare le cose in modo da impedire agli Stati dell’Oriente di

ingrandirsi a spese di Roma, senza che Roma fosse nel tempo stesso

obbligata ad ingrandirsi a loro danno. Ma questi Stati orientali erano

diversi tra loro e avvezzi da secoli a combattere per ingrandirsi gli

uni a spese degli altri; molti potevano vantare una storia più grande

e antica di quella di Roma, e disponevano di grandi mezzi: cultura,

ricchezze, territori, uomini. Impossibile era pietrificare l’Oriente

in quell’equilibrio artificioso, che più conveniva ai Romani. La vita

ripigliava ad ogni momento i suoi diritti; e il faticoso equilibrio

ogni momento pericolava. Chi potrebbe enumerare tutte le brighe che

la politica romana trovò nelle cose di Oriente dopo la vittoria su

Antioco? Oggi era la lega achea, che veniva in guerra con Messene;

domani la lega etolica, che interne discordie laceravano: un giorno

Filippo di Macedonia, approfittando dei servigi resi a Roma nella

guerra contro Antioco, cercava di riallargare il suo dominio nella

Grecia e nella Tracia, e faceva nascere una grande paura nella lega

etolica e nel regno di Pergamo; un altro giorno il Re di Pergamo si

azzuffava con il Re di Bitinia, o moveva, con il Re di Cappadocia,

guerra al Re della Cappadocia pontica, in cui aiuto voleva moversi il

nuovo Re di Siria, il successore di Antioco III, Seleuco IV; il quale

poi ripigliava a intrigare e a combattere contro l’Egitto, l’eterno

antagonista! Roma era costretta quasi ogni giorno a intervenire e

a compiere un lavoro di Sisifo, che dappertutto feriva interessi,

offendeva orgogli, moltiplicava i nemici. Nel ventennio che segue la

grande vittoria siriaca, crebbe in Oriente l’avversione per Roma: e

gli animi ritornarono dovunque, per opposizione, più che per spontanea

simpatia, verso la Macedonia. Sebbene Roma avesse alla fine, dopo

averli tollerati in principio, impedito i nuovi ingrandimenti tentati

da Filippo ai danni di Eumene e della lega etolica, Filippo non si era

scoraggito: si era rivolto ad allargare il suo dominio nella Tracia;

a riordinare le finanze; ad amicarsi le valorose popolazioni barbare

dimoranti oltre il Danubio; così da poter lasciare, morendo nel 179,

uno Stato forte e fiorente al figlio Perseo. Perseo continuò le arti

del padre; cercò amicizie palesi e nascoste, in Grecia e nell’Illiria,

sposò una figlia del Re di Siria, riuscì ad annodare dei buoni rapporti

con Rodi, l’antica amica di Roma, che incominciava a stancarsi della

sua troppo potente protettrice; tentò di avvicinarsi alla lega achea e

divenne la speranza di tutti i nemici di Roma, in Grecia e in Oriente.

A poco a poco quell’artificiale politica dell’equilibrio generava

l’effetto opposto: lo squilibrio universale, un disordine maggiore,

la tempesta. Perseo diventa il campione e la speranza di tutti i

nemici di Roma, in Grecia e in Oriente, più per forza di cose che per

deliberato proposito. Non privo di intelligenza, ma timido e gretto,

temeva il cimento a cui lo spingevano gli eventi ed i tempi; ma non

aveva neppure l’intelligenza e la volontà necessarie per resistere

a queste spinte. Così a poco a poco lasciava che la nuova guerra

maturasse, senza prepararsi. Con questo procedere a mezzo egli poteva

sortire un solo effetto: che la guerra scoppiasse nel momento per Roma

più favorevole. E così accadde. Roma aveva in Oriente un amico sicuro:

il Re di Pergamo. Costui sorvegliava inquieto le mosse del partito

anti-romano, dappertutto crescente; e a poco a poco tanto disse e tanto

fece, — si recò persino a Roma in persona — che persuase il senato

romano a toglier di mezzo il pericolo, facendo guerra alla Macedonia

e distruggendola. Se no, il prestigio di Roma in Oriente cadrebbe.

Il senato allora, prese il primo pretesto che gli si offrì, per

dichiarare, pel 171, alla Macedonia la guerra. Di nuovo Roma assaliva

per la paura di essere assalita più tardi.

Senonchè i due primi anni di guerra furono pieni di sgradite sorprese

per Roma e per i suoi amici. Apparve ad un tratto quanto la forza

militare di Roma fosse indebolita. C’erano nelle legioni ormai troppi

soldati che andavano alla guerra con il servitore, che non volevano

più obbedire se non quando faceva loro comodo, e che non di vittoria

erano avidi, ma famelici di bottino. E i comizi troppo facilmente

eleggevano a consoli e a pretori degli uomini leggieri e incapaci,

destri solo nel lusingare i vizi e i difetti della moltitudine.

L’esercito di coscrizione, che era stato la forza di Roma nella seconda

guerra punica, si dissolveva, perchè i cittadini romani si erano fatti

troppo ricchi e avevano perduto l’antico spirito. Per l’indisciplina

delle legioni e per l’inettitudine dei generali, la guerra cominciò

con parecchi clamorosi rovesci e si trascinò per due anni, il 170 e il

169, incerta, lenta, dubbiosa. Il prestigio di Roma vacillò; amici e

alleati, ad eccezione di Eumene, incominciarono a tentennare; i Romani

dovettero rinunciar perfino a servirsi di contingenti greci ed etolici,

tanto poco erano sicuri; il partito macedonico prevalse in molte città

greche, tra parecchi popoli dell’Illiria e dell’Epiro; perfino Rodi,

antica e fedele amica di Roma, spedì a Roma un’ambasceria a proporre di

entrar nel conflitto non più come alleata, ma come mediatrice tra Roma

e la Macedonia; e il nuovo Re di Siria si preparò ad assalire ancora

una volta l’Egitto! Guai a Roma, se Perseo, più intelligente e più

attivo, avesse saputo sfruttare le prime vittorie! Ma Perseo era lento,

timido, gretto. A Roma invece i rovesci e il pericolo risvegliarono la

coscienza pubblica. Spaventato, il popolo andò a cercare un illustre

avanzo della generazione annibalica, un membro eminente del partito

tradizionalista, di cui Catone era il capo: il figlio del console

caduto a Canne, che da molti anni viveva in disparte, perchè poco

amico della gente nova, da cui la repubblica era stata invasa. Eletto

console, Paolo Emilio fu mandato nel 168 in Macedonia, con grandi

rinforzi.

Paolo Emilio restaurò la disciplina nell’esercito e con una breve ma

vigorosa campagna riuscì in quell’anno stesso, con una sola battaglia,

a terminare la guerra; sconfiggendo a Pidna Perseo[57]. Il Re di

Macedonia fu fatto prigioniero, e in pochi giorni la Macedonia si

arrese. Non appena Roma aveva fatto uno sforzo adeguato, il pericolo

tanto temuto era dileguato. La Macedonia era prostrata: occorreva

statuire sulla sua sorte. Ci fu chi propose di annetterla. Ma Catone,

Paolo Emilio, tutto il partito tradizionalista, in quel momento così

autorevole, si opposero. Che fare? Si applicò di nuovo l’antico metodo,

ma inasprendolo. Come ogni Stato, che vuol comprimere i movimenti

vitali di popoli o di classi, Roma era a poco a poco tratta ad usare

il terrore. L’antico regno di Alessandro Magno fu questa volta,

addirittura smembrato in quattro principati, legalmente autonomi, ma

vassalli di Roma; e, quel che è peggio, separati l’uno dall’altro. Tra

Stato e Stato il commercio e i matrimoni furono proibiti. Il paese fu

disarmato; molte famiglie aristocratiche furono deportate in Italia;

la metà delle imposte, che i sudditi versavano all’erario macedone,

devolute a Roma. Le miniere d’oro appartenenti al Re di Macedonia

furono chiuse: disposizione per noi singolare, e che deve attribuirsi

all’autorità di Paolo Emilio e del partito tradizionalista, il quale

non voleva che Roma arricchisse troppo. L’Epiro fu saccheggiato

barbaramente: 70 città, distrutte; 150.000 Epiroti, venduti schiavi.

Alla Grecia, Roma non tolse la libertà, ma inflisse più di un castigo

e si premunì con crudeli precauzioni da nuove infedeltà. I notabili

dell’Etolia, avversi ai Romani, furono trucidati, e il territorio della

confederazione, ristretto; mille cittadini achei furono deportati in

Italia, e tra questi Polibio, il grande storico; in tutte le città il

partito macedonico fu perseguitato, decimato, rovinato, e molti odi e

vendette di famiglia si compirono, prendendo a pretesto la politica.

Anche Rodi fu punita per aver tentennato un istante. Il partito

mercantile la voleva morta, per toglier di mezzo un concorrente; ma

Catone e il partito tradizionalista la salvarono dall’estrema rovina.

Pure il partito mercantile riuscì a farle togliere quasi tutti i

possedimenti continentali e a far dichiarare porto franco Delo, che

era data ad Atene. Delo, ormai piena di mercanti italiani, potè così

rapidamente fiorire, come Rodi deperì. Perfino Eumene sentì l’irosa

diffidenza di Roma; e ad Antioco di Siria, che stava guerreggiando con

l’Egitto, e già quasi aveva conquistato Cipro, fu mandata, per mezzo

di Caio Popilio, l’intimazione di ritornar nei suoi Stati e di non

molestar l’Egitto. Il Re si affrettò ad obbedire.

Le cose di Grecia e d’Oriente avevano subìto una specie di

rimaneggiamento brutale. Roma si faceva più sospettosa, violenta,

crudele, a mano a mano che raccoglieva il frutto delle difficoltà

seminate; era tratta ad imporre la sua volontà spaventando, dividendo,

distruggendo. Era una catena. Ma sino a che punto avrebbe potuto la

forza mantenere quell’equilibrio impossibile, a cui Roma mirava?

Roma antica, Vol. 1/3 · 第 35 / 60 题