L’EGEMONIA MEDITERRANEA

56. =La guerra con la Macedonia (200-196 a. C.).= — La guerra

annibalica aveva dissanguato l’Italia. Ma Roma aveva conquistato

tutta la Sicilia, incluso il territorio siracusano, e la Spagna,

ricca di uomini e di metalli. Signora della Sicilia, della Sardegna,

della Corsica e della Spagna, essa dominava ormai il Mediterraneo

occidentale. Gli errori degli avversari, la saggezza del senato, il

valore dei soldati, la tenacia dello spirito pubblico, la fortuna, che

tanto può in queste cose, avevano concorso a far di Roma, in meno di un

secolo, una delle maggiori, forse già la maggiore potenza del bacino

mediterraneo. Si potrebbe quindi aspettare che Roma proceda d’ora

innanzi, fatta ardita dalla fortuna, ad ingrandire il suo impero. Per

quale ragione Roma non avrebbe, come Alessandro poco più di un secolo

prima e sia pure con maggiore lentezza, cercato di sfruttare subito i

favori della fortuna?

Invece, dopo la seconda guerra punica, avviene nella politica romana

un subito rivolgimento. Giova intenderlo bene, se si vuole capire

come a Roma venisse fatto di creare l’impero più duraturo del mondo

antico. La prima spinta a questo nuovo corso fu data dagli affari di

Oriente. Mentre Roma era alle prese con Cartagine, l’Egitto era andato

indebolendosi per diverse ragioni, le più di ordine interno; la Siria

invece, sotto la forte mano di Antioco il Grande, e la Macedonia,

sotto il governo intelligente, se pur oscillante, di Filippo, si erano

notevolmente rafforzate. Perciò, morto nel 204 Tolomeo IV e passata

la corona dell’Egitto a un fanciullo minorenne, Tolomeo V Epifane, i

due sovrani di Macedonia e di Siria si erano alleati per spartirsi i

possessi dei Lagidi posti fuori dell’Egitto. Nel 202 Antioco aveva

invaso la Palestina, Filippo si era gettato sulle Cicladi, sul

Chersoneso tracico e sulle coste della Bitinia, senza che l’Egitto,

governato da una reggenza incapace e rapace, movesse un dito. Ma le

città, che preferivano il protettorato nominale dei Lagidi al duro

governo macedonico, si erano difese da sole; le città libere, Rodi,

Chio, Cizico, Bisanzio, spaventate anche esse dalle ambizioni di

Filippo, avevano stretto alleanza, assoldato milizie — etoliche la più

parte —, apprestato navi; Attalo, Re di Pergamo, si era unito a questa

alleanza. Senonchè la guerra era stata ripresa nel 201 da Filippo, e

con tanto vigore, che Rodi ed Attalo erano ricorsi per aiuto a Roma.

Erano sopraggiunti di lì a poco ambasciatori degli Ateniesi, a chiedere

anche essi aiuto, essendo, in seguito ad un incidente fortuito, venuti

in guerra con Filippo, che aveva mandato un generale ad invadere

l’Attica. L’Egitto essendo impotente, Roma sola poteva salvare

l’Oriente dalla egemonia della Macedonia e della Siria.

Ma Filippo ed Antioco avevano scelto bene il momento. Se l’Egitto era

impotente, l’Italia era in mille difficoltà. Dal braciere del grande

incendio appena domato sprizzavano turbini di faville, che avrebbero

per lunghi anni sollevato incendi minori: guerre nella Spagna, vinta ma

non pacificata; guerre nella pianura padana, ove i Galli avevano sino

all’ultimo disperatamente combattuto per la causa cartaginese e non

accennavano a deporre le armi neppure dopo la pace; guerre in Liguria,

donde gl’indigeni infestavano le vie marittime tra l’Italia e la

Spagna, non che le coste galliche e iberiche. Poteva Roma, con l’Italia

esausta dalla grande guerra allora allora finita, impegnarsi a fondo

nelle faccende orientali, che in fin dei conti la toccavano molto poco,

solo per impedire che Filippo ed Antioco ingrandissero troppo i loro

Stati, a spese dei Lagidi? Noi sappiamo infatti che a Roma l’opinione

popolare reclamava la pace. Il senato invece non esitò ad accoglier

la domanda di aiuto; spedì a Filippo un’ambasceria, che gli chiedesse

di cessar dalle armi contro gli alleati; e, quando l’ambasceria

ritornò senza risposta, non esitò a far proporre ai comizi dai consoli

dell’anno seguente — il 200 a. C. — la guerra alla Macedonia.

Come si spiega questo risoluto atteggiamento del senato? Tito Livio

pone in bocca al tribuno della plebe, che più strenuamente oppugna la

guerra, un discorso in cui accusa il senato e i Grandi di far nascere

di proposito le guerre l’una dall’altra, così da non finirle più; e al

console che pèrora la guerra un altro discorso, che si può riassumere

così: occorre far la guerra a Filippo in Macedonia, perchè se no tra

poco Filippo verrà a farla a noi in Italia[48]. In questi discorsi,

anche se inventati da Tito Livio, sono esposte le viste vere dei due

partiti, quello della pace e quello della guerra. Il popolo era stanco

di combattere; ma a quanti guardavano oltre il bisogno e l’interesse

del giorno, la guerra annibalica aveva dimostrato che, mentre Roma

allargava il suo impero oltre il mare, l’Italia non era punto sicura.

Annibale era pur riuscito ad entrare in Italia, e a restarci sedici

anni; non solo, ma a trovar soldati e aiuti e appoggi di tutti i

generi. L’Italia era questa volta scampata al pericolo; ma l’avventura

era stata troppo calamitosa, perchè la gente avveduta non reputasse

necessario premunirsi per l’avvenire. L’inviolabilità dell’Italia

diventa, da questo momento, un principio capitale della politica

romana. Non per altra ragione il senato volle nel 200 la guerra contro

la Macedonia, se non per tagliar la strada, prima che potesse mettersi

in cammino, ad un nuovo Annibale. La Macedonia era forte d’armi e ricca

di denaro; era stata alleata di Annibale; aveva già mostrato di temere

i Romani e di non gradire la loro presenza sulla sponda orientale

dell’Adriatico; non era infine più distante dall’Italia di Cartagine; e

— vantaggio di cui Cartagine non aveva goduto — era uno Stato greco....

Non bisogna dimenticare che a quei tempi l’Italia meridionale era

ancora, per metà, greca; cosicchè uno Stato greco poteva considerarla

come un territorio riserbato al proprio impero. Che cosa sarebbe

successo se un giorno, mentre i Cartaginesi continuavano copertamente

ad alimentare nell’Italia settentrionale la rivolta dei Galli, la

Macedonia avesse tentato di assalire Roma dal sud, rivoltando contro di

lei i Greci del mezzogiorno e ripigliando il disegno di Pirro?

Il senato voleva dunque impedire alla Cartagine dell’Adriatico

di rafforzarsi troppo. Ma il popolo non ne voleva sapere; e nei

comizi respinse la guerra. A sua volta il senato insistè; si sforzò

di convincere il popolo, facendolo arringare da numerosi oratori;

riuscì a portar di nuovo la questione ai comizi, e, questa volta, a

vincere il punto. Il fatto è d’importanza, perchè ci dimostra quanto

la guerra annibalica avesse accresciuto l’autorità del senato e

dell’aristocrazia. Il partito democratico-rurale, che prima della

guerra annibalica veniva acquistando potere, era sparito durante

la guerra; e non è difficile intenderne la ragione. In quegli anni

terribili Roma dovette, non disputar di politica, ma difendersi: il

senato, che solo sapeva dirigere una guerra così lunga e così vasta,

predominò per necessità di governo, crebbe di prestigio e di forza,

e si ritrovò alla fine pieno degli uomini o dei figli degli uomini,

che si erano illustrati in tante battaglie, unito e concorde come non

era stato mai, perchè le rivalità di partito, le gelosie e gli odi di

famiglia si erano indeboliti, e quasi del tutto era stata cancellata

l’antica differenza tra patriziato e senatori plebei. Noi conosciamo

i nomi di 148 senatori, che dal 312 al 216 avevano coperto le così

dette magistrature _curuli_, la dittatura, la censura, il consolato,

l’edilità curule: 73 sono patrizi e 75 plebei; e mentre i 73 senatori

patrizi appartengono a 15 famiglie soltanto, i 75 senatori plebei

appartengono a 36[49].

La guerra contro la Macedonia fu dunque imposta dal senato al popolo,

come la prima guerra contro Cartagine era stata imposta dal popolo al

senato. Ma il senato non mirava punto ad una guerra di conquista in

Macedonia. Ogni anno era necessario mandare un esercito nella Gallia

Cisalpina a combattere i Galli che, guidati da irregolari cartaginesi,

incominciavano una guerra atroce di sorprese e d’imboscate, di paci

simulate e di rivolte subitanee. Roma non poteva impegnarsi in una

impresa transmarina troppo ardita. I disegni del senato erano modesti:

costringere Filippo a raccogliere in più piccolo cerchio le sue

ambizioni; e costringerlo non con le armi soltanto, ma anche e più

con l’arte diplomatica, sfruttando le infinite e inviperite discordie

del mondo greco. Roma era già alleata con il Re di Pergamo, con Atene,

con Rodi: occorreva guadagnare gli Etoli, da lungo tempo nemici della

Macedonia; gli Achei, che invece inclinavano piuttosto all’alleanza

macedonica; e quanti altri popoli o Stati si potesse: accerchiare

insomma Filippo e obbligarlo a cedere, risparmiando denari e soldati.

Il che ci spiega il singolare e incerto andamento della guerra. Nel

primo anno i due principali avversari sembrano, più che cercarsi,

schivarsi. Il console Publio Sulpicio Galba sbarca ad Apollonia in

Illiria con un esercito e lì si ferma, per far dell’Illiria una base

di operazione contro la Macedonia e per intrigare presso gli Etoli,

gli Achei e i piccoli principati illirici. Filippo invece si butta

con notevoli forze nell’Attica, dove operavano forze romane, rodie

e pergamee sbarcate a difesa di Atene. Queste riescono di sorpresa

a impadronirsi di Calcide, ma non osano affrontare Filippo; Filippo

per rappresaglia devasta l’Attica, mentre intriga per tirare dalla

sua gli Achei. L’anno 200 si chiude perciò senza eventi decisivi.

Sulpicio è riuscito a guadagnare gli Atamani e alcuni piccoli principi

illirici; ha fallito invece con gli Etoli e non è venuto in contatto

con l’esercito macedone; Filippo a sua volta ha tentato invano gli

Achei. Etoli e Achei vogliono vedere come si metteranno le cose, prima

di decidere. Sulpicio capisce che la sola presenza di un esercito

romano in Illiria non basta a scuotere i due popoli: e l’anno dopo,

nell’estate del 199, irrompe attraverso l’Illiria nella Macedonia

superiore, mentre la flotta romana, unita con quella di Attalo e di

Rodi, attacca le coste della Macedonia, l’Eubea e le isole minori.

Filippo si reca a fronteggiar l’esercito romano, ma non si impegna a

fondo; a sua volta il console romano non cerca di costringere il nemico

a una battaglia decisiva, sia che non voglia, sia che non possa; e dopo

diversi combattimenti favorevoli alle armi romane, quando gli Etoli

si son dichiarati per Roma, invece di avanzare verso il cuore della

Macedonia, si ritira di nuovo in Illiria come chi ha ottenuto il suo

intento. Nella seconda metà del 199, egli cede il comando al console

Publio Villio che, giunto d’Italia dopochè gli Etoli hanno accettato

l’alleanza romana, muta il piano di guerra; e pensa di minacciar la

Macedonia, non più dal nord, ma dall’Etolia e dalla Tessaglia. Al

principio del 198 egli mette ad effetto il piano, tentando di invadere

la Tessaglia: ma più pronto, Filippo gli sbarra la strada occupando

una fortissima posizione nelle gole dell’Aoo. Incapace di girarla e

non sentendosi di assalirla di fronte, Villio si ferma: per un certo

tempo i due eserciti campeggiano di fronte, senza muoversi; e chi sa

quanto sarebbe durata quell’inazione, se ancora nella primavera non

fosse sopraggiunto il successore di Villio, Tito Quinzio Flaminino,

un giovane di molto ingegno e di molta risolutezza. Il quale, dopo

aver consumato quaranta giorni a osservare il nemico senza muovere un

passo e dopo aver tentato invano di intendersi con Filippo, riuscì

con l’aiuto di un principe epirota a minacciare di aggiramento, per

certi sentieri poco noti della montagna, la posizione di Filippo.

Allora il Re di Macedonia si ritirò in Tessaglia, devastandola

al suo passaggio, e dalla Tessaglia passò in Macedonia; ma senza

essere inseguito da Flaminino. Il console romano si recò in Epiro, a

ricevere la sottomissione di popolazioni sino allora rimaste fedeli a

Filippo; poi, insieme con gli Etoli, entrò in Tessaglia e incominciò

ad assediare tutte le città fedeli ai Macedoni o presidiate da loro,

sinchè all’avvicinarsi dell’inverno ritornò sul golfo di Corinto, per

provvedere ai quartieri d’inverno; con uno sforzo supremo riuscì a

guadagnare alla causa romana gli Achei, promettendo loro Corinto; e con

forze achee, aiutate da una flotta romana, mosse contro questa città.

Insomma anche Flaminino non mirava a colpire al tronco la Macedonia,

ma a reciderne i rami troppo allungatisi, e la cui ombra dava noia

a Roma. Senonchè il terzo anno già volgeva al suo termine, e la

guerra non accennava a finire: a Roma molti erano malcontenti e gli

amici di Flaminino ne approfittarono per ottenergli il prolungamento

del comando. Essi convinsero senato e popolo che la guerra andava

per le lunghe, perchè ogni anno si cambiava il generale. Flaminino

tentò allora, nell’inverno dal 198 al 197, di finire la guerra con

le trattative; ma Roma voleva ottenere senza combattere il premio

della vittoria; ossia che Filippo abbandonasse tutta la Grecia,

comprese le piazzeforti di Demetriade, di Calcide e di Corinto. Non fu

possibile intendersi. Nel 197, Flaminino, raccolto un esercito, mosse

risolutamente per assalire la Macedonia. A questo attacco serio Filippo

dovè rispondere, parando sul serio. I due eserciti si incontrarono

finalmente a Cinocefale; e il macedonico fu disfatto.

Alla battaglia seguì un armistizio, poi una tregua, durante la quale

fu negoziata la pace. Gli alleati di Roma chiedevano la distruzione

della Macedonia. Ma Roma non acconsentì. La Macedonia doveva restare

forte abbastanza, da essere baluardo della Grecia contro i barbari del

nord, ma non quanto fosse pericolo a Roma. La Macedonia ebbe dunque la

pace, acconsentendo ad abbandonare tutti i possedimenti nell’Illiria,

in Grecia, in Tracia, in Asia minore, nelle isole dell’Egeo; a pagar

mille talenti, metà subito metà in dieci anni; a ridurre l’esercito a

5000 uomini e l’armata a 5 navi coperte; a non fare alleanze e guerre

fuori della Macedonia senza il consenso del senato romano. Era insomma

ridotta poco meno che alla condizione di Stato protetto: ma era tanto

vero che i Romani volevano solo togliersi dal fianco il pericolo

macedone, che dei vasti territori conquistati non si appropriarono

neppure un palmo. Gli Etoli riebbero quel che avevano perduto nella

prima guerra macedonica; gli Achei ottennero Erea e la Trifilia; il

territorio illirico fu dato a principi illirici: quanto al resto,

tutte le città greche, che erano state soggette a Filippo in Grecia

ed in Asia, furono da Flaminino dichiarate libere, con un decreto che

in mezzo a un delirante entusiasmo fu letto dal proconsole romano nei

giuochi istmici del 196. Esser dichiarate libere significava, per

queste città, ridiventare ciascuna autonoma, come nei tempi il cui

ricordo splendeva ancora così luminoso innanzi alla Grecia ormai tanto

decaduta. Ai Romani questa soluzione cadeva acconcia per sbarazzarsi

del fardello di tutte queste città, di cui non potevano caricarsi;

per non cederle a chi potesse servirsene contro la loro potenza; per

rendere omaggio a quella libertà repubblicana, che i Romani ammiravano

tanto a paragone della sudditanza monarchica.

57. =La nuova politica dell’egemonia militare e diplomatica.= — A

chi la giudichi alla stregua dell’insaziabile avidità di territori,

che da due secoli non dà pace agli Stati dell’Europa e dell’America,

questa pace può sembrar singolare. Avere in propria balìa la Macedonia

e la Grecia, e resistere alla tentazione! Ma dalla fine della guerra

annibalica in poi, man mano che gli anni passano, cresce in Roma

l’avversione agli ampliamenti territoriali. Se si vuol vigilare tutto

il Mediterraneo e spegnere sul nascere le coalizioni che l’invidia e la

paura possono ordire, non si vogliono ingrandire i confini dell’impero,

poichè le forze militari di Roma bastano appena a difendere quel che

già essa possiede. Questa moderazione era savia. L’esercito romano

si componeva di due parti: le legioni composte di cittadini romani

e i contingenti italici. Era necessario che tra queste due parti ci

fosse una certa proporzione, cosicchè i secondi non soverchiassero

troppo i cittadini. Ma i cittadini diminuivano: 262.321 nel 294-293

non erano più che 258.318 nel 189-188. Aumentare l’esercito voleva

dunque dire italicizzarlo. Inoltre il servizio militare era a Roma,

come abbiamo detto più volte, un dovere civico e non un mestiere; onde,

se Roma poteva con minore spesa di Cartagine e dei sovrani orientali,

che adoperavano milizie mercenarie, tenere sotto le armi un esercito

più numeroso, non poteva servirsene così liberamente per spedizioni

lontane, nè tenerlo sotto le armi per anni ed anni. In tutti i tempi

gli eserciti di leva hanno servito meglio a difendere il proprio

territorio, che a conquistare con guerre lunghe territori lontani. Le

legioni, mandate alla guerra di Macedonia, avevano minacciato più volte

di ammutinarsi[50]. Se non era facile aumentare i soldati, anche più

difficile sarebbe stato per Roma aumentare il numero degli ufficiali e

tutto il personale amministrativo, quanto gli ampliamenti dell’impero

avrebbero richiesto. Questo personale non poteva essere somministrato

che dall’aristocrazia senatoria, sia perchè tutto l’ordinamento

politico e militare della repubblica posava sulla nobiltà, sia perchè

la nobiltà aveva acquistato un tal prestigio, che le classi medie e

la plebe di Roma e dell’Italia ormai non ammettevano più nemmeno di

poter essere comandate in guerra da uomini di altra condizione. Ma la

nobiltà romana era una piccola oligarchia — un centinaio di famiglie,

sì e no —, e non poteva mettere al mondo, ad ogni generazione, più

che un certo numero di generali, di ambasciatori, di giureconsulti, di

amministratori.

58. =La guerra con la Siria (191-189).= — Non è dunque da stupire, se

nel proposito di non ampliare più i confini dell’impero noi troviamo

a questo punto concordi tutte le classi e tutti i partiti. Il più

illustre e risoluto campione della nuova dottrina è lo stesso vincitore

di Zama. Riordinare le finanze, riconquistare definitivamente la

valle del Po, che era stata la cagione della seconda guerra punica,

assicurarsi la Spagna ancora riottosa, per il resto del mondo

mediterraneo, tener gli occhi aperti e impedire con tutti i mezzi il

crescere di Stati troppo potenti: questi sono i propositi capitali

della nuova politica. Guerre, sì; conquiste, no: tale è la singolare

divisa di questa politica negativa, per la quale Roma, sentendo, a

torto o a ragione, di non poter più crescere, voleva impedire ad altri

Stati di oltrepassarla. Senonchè questa politica non era nè facile

nè di poco impegno. Anche per essa le guerre generavano le guerre:

concatenazione fatale. La guerra con la Macedonia non era ancora

terminata, e già nascevano pericoli e preoccupazioni dalla parte della

Siria. Nel 198 Antioco, mentre Roma e la Macedonia erano alle prese,

conquistava parecchie città poste sulla costa meridionale dell’Asia

minore; nel 197 occupava Efeso; nel 196 metteva il piede in Europa,

a Lisimachia. E le città della Troade ricorrevano a Roma, implorando

aiuto, alcune anche facendo testo del decreto con cui Flaminino

liberava le città greche dell’Europa e dell’Asia. Roma era dunque, in

certa misura, impegnata a sostenerle; e difatti nel 196 i commissari

mandati dal senato a riordinare la Macedonia videro Antioco a

Lisimachia; e in forma cortese gli chiesero la libertà di quelle città.

Ma questi abboccamenti furono interrotti dalla falsa notizia della

morte del Re di Egitto, che obbligò il Re di Siria a ritornare nei suoi

Stati; e Roma, che non voleva impegnarsi alla leggiera in una nuova

guerra, si riservò di ripigliar la questione ad altro momento. Intanto

però un nuovo pericolo nasceva dalla parte degli Etoli. Gli Etoli non

solo non avevano ottenuto le spoglie della Macedonia dilaniata; ma la

libertà, concessa alla Grecia, era stata nefasta alle loro ambizioni.

Perciò incominciavano a intrigar contro Roma, sia sobillando le città

greche, sia invitando con viva istanza Antioco a passare in Europa.

Infine — e non era cosa di poco momento — Annibale, che, per ragioni

non ben chiare, era stato costretto a lasciare Cartagine, giungeva nel

195 alla Corte di Siria!

Roma teneva d’occhio questi maneggi, ma desiderava di evitare una nuova

guerra in Oriente. La Gallia Cisalpina, ove ogni anno occorreva spedir

truppe; la Spagna, sempre inquieta e turbolenta, davano già troppi

fastidi. Perciò essa tentò a più riprese di persuadere Antioco, con le

buone, a ritornare in Asia, abbandonando Lisimachia e a liberare le

città greche; ma inutilmente. Antioco vantava i suoi diritti storici

sulle città traciche; consigliava i Romani, se proprio eran tanto

teneri della libertà delle città greche, a liberare Taranto e Siracusa;

e insomma sempre più propendeva al partito anti-romano, che gli faceva

ressa d’intorno. Sinchè, nell’autunno del 192, fidando negli Etoli, i

quali avevano promesso che, al suo apparire nella penisola, tutta la

Grecia si sarebbe sollevata, approdava in Tessaglia con 10.000 fanti,

500 cavalli e 40 navi. Roma fu costretta a raccogliere la sfida. Per

fortuna, in quell’anno la Cisalpina era quieta; onde il senato potè

spedire nel 191 un forte esercito contro Antioco.

D’altra parte gli Achei, Atene, molte delle città greche, e lo stesso

Filippo di Macedonia parteggiarono per Roma: cosicchè, non appena

l’esercito romano sbarcò in Grecia, il Re di Siria, sentendo di non

poter tenere la Tessaglia, si ritirò verso la Grecia centrale. Al

passo delle Termopili, egli sperò di ritentare con maggior fortuna le

gesta di Leonida. Ma i Romani non erano i Persiani; Antioco fu vinto

e costretto a ripassare in Asia, mentre tutta la Grecia, ad eccezione

degli Etoli, di nuovo si sottometteva ai Romani. Poco dopo, la flotta

romana, rinforzata da quelle di Rodi e di Pergamo, sostenuta con

aiuti di tutti i generi dalle grandi città delle isole dell’Egeo —

Samo, Chio, Lesbo — vinceva nelle acque di Chio la flotta di Antioco,

assicurandosi il dominio del mare. Roma ne approfittò per preparare

subito una spedizione in Asia, che colpisse al cuore la Siria: impresa

vasta ed ardita, per la quale si pensò al vincitore di Zama. Ma Publio

Scipione non poteva esser rieletto console, poichè il tempo legale

non era ancora trascorso dalla sua ultima elezione: si pensò dunque

di eleggere console suo fratello, L. Cornelio Scipione, e di porgli

accanto, con titolo e autorità di proconsole, il fratello. Al principio

del 190 Scipione passò in Grecia con il nuovo esercito; conchiuse una

tregua con gli Etoli, che ancora non volevano dichiararsi vinti; si

fece dare un contingente dagli Achei e attraversò la Macedonia e la

Tracia per passare in Asia; dove i Re di Pergamo e Rodi facevano grandi

preparativi per prestargli man forte. A sua volta Antioco raccoglieva

i rinforzi di tutti i suoi alleati dell’Asia minore: dei Galati,

dei Paflagoni, della lega Licia, del Re di Cappadocia; rinforzava la

flotta, l’anno prima vinta, dando il comando di una parte ad Annibale.

Ma Annibale fu vinto dai Rodî; Antioco non riuscì ad impedire il

passaggio dell’esercito in Asia; e tentò invano di vincere il Re di

Pergamo prima che si congiungesse con i Romani, poi di trattare. Dovè

dunque, sul finire dell’anno 190, accettare battaglia presso Magnesia

_ad Sypilum_; e in questa i Romani, grazie soprattutto all’aiuto

di Eumene, lo disfecero interamente. Caduta l’ultima sua speranza,

Annibale fuggiva in Bitinia, e il Re vinto abbandonava a Roma tutta

l’Asia al di qua del Tauro; acconsentiva a pagare in 12 anni una

indennità di 15.000 talenti, a ridurre la flotta e a non tenere più

elefanti da guerra. Il bottino della guerra era stato dunque copioso;

ma Roma non tenne per sè che l’indennità di guerra, e distribuì ai suoi

alleati tutti i territori ceduti da Antioco. Le città greche furono

liberate; i Rodî ebbero buona parte della Caria e la Licia: il Re di

Pergamo ottenne la maggior parte e la migliore di quello che un tempo

era stato il giardino del regno dei Seleucidi: il Chersoneso tracico,

la Lidia, la Frigia e una parte della Caria (189)[51]. Non ci furono,

a Roma, discussioni e dissensi su questa pace. Tutti erano d’accordo

nella formula della nuova politica: guerre sì, conquiste no. Dopo aver

vinto, nel volgere di pochi anni Cartagine, la Macedonia, la Siria —

i tre maggiori potentati del tempo —; dopo averli costretti a pagare

ingenti indennità, Roma era ormai la potenza egemone del Mediterraneo.

Questa egemonia, sostenuta con il denaro dei vinti, valeva agli occhi

dei Romani più che gli ingrandimenti territoriali.

Roma antica, Vol. 1/3 · 第 32 / 60 题