LA PRIMA GUERRA PUNICA E IL SECONDO TENTATIVO MERCANTILE DI ROMA

40. =La prima guerra punica (264-241).= — La prima guerra tra Roma e

Cartagine incomincia con una spedizione a Messina. Nel 264 Roma manda

il console Appio Claudio con un esercito in aiuto ai Mamertini, i

quali, non appena sicuri della protezione di Roma, avevano scacciato

il presidio cartaginese. Ma Cartagine risponde inviando un’armata e

un esercito contro Messina, e stringendo alleanza con i Siracusani; e

con tanta prontezza che, quando il console Appio Claudio, nell’estate

del 264, giunse a Reggio con le legioni, Messina già era stretta per

mare e per terra dai Cartaginesi e dai Siracusani. Che fare? Passare

lo stretto, senza aver prima vinta la flotta cartaginese? La mossa era

temeraria. Misurarsi con Cartagine sul mare? Roma non aveva un’armata

sufficiente. Il senato aveva avuto ragione di esitare, innanzi a quel

breve braccio di mare; poichè era singolare temerarietà disputare

un’isola ad una grande potenza navale con una piccola armata.

Ma la guerra ormai era dichiarata, e Appio Claudio non poteva guardare

da Reggio, con le braccia conserte, l’assedio di Messina. Affrontò

dunque — non aveva altro scampo — il doppio rischio: eludere il blocco

cartaginese di notte e gettarsi, forzando le linee degli assedianti,

nella città. Le due imprese erano arditissime; e se l’una o l’altra

falliva, l’esercito era perduto. Ma Appio Claudio riuscì nell’una e

nell’altra. Una volta in Messina, non perdette tempo; e sconfisse in

due battaglie Cartaginesi e Siracusani, liberando la città. Padrona

di Messina, Roma poteva ormai comunicare con il continente abbastanza

sicuramente, per quanto ancora sotto la minaccia di Siracusa. Ne

approfittò per mandare l’anno seguente in Sicilia un nuovo esercito,

che doveva assalire Siracusa e togliere a Cartagine tutti i punti di

appoggio sulla costa orientale. Anche questa mossa riuscì. Ora che

i Romani si erano impadroniti di Messina, Siracusa si sentì troppo

addosso la potenza romana, da poter perseverare nell’alleanza con

Cartagine. Il partito avverso ai Cartaginesi prevalse in Siracusa; e

Gerone, abbandonata l’alleanza cartaginese, si alleò con Roma. Alla

fine del 263 Roma aveva dunque posto saldamente il piede sulla Sicilia.

Ma non bastavano queste vittorie a scoraggire Cartagine. Cartagine

assoldò Liguri, Galli e Spagnuoli in quantità; mandò in Sicilia soldati

ed armi; fece di Agrigento la nuova base di operazione contro Romani e

Siracusani; spedì flotte a saccheggiare le coste dell’Italia. A loro

volta Romani e Siracusani posero, nel 262, l’assedio ad Agrigento,

iniziando il secondo periodo della guerra, che doveva durar quanto

l’assedio, otto mesi, e cioè tutto il terzo anno. Solo nel tardo

autunno e dopo essere stati più volte sul punto di levare il campo, i

Romani poterono vincere in battaglia un esercito cartaginese, spedito

al soccorso, e impadronirsi della città, non però della guarnigione

cartaginese che riuscì a fuggire attraverso le linee romane,

raggiungendo l’esercito vinto. Ma questa nuova vittoria, la resa delle

altre città, che seguì quella di Agrigento, soprattutto l’ingente e

inusitato bottino esaltarono in Roma il sentimento pubblico. Popolo e

grandi ormai furon tutti concordi in un solo pensiero: costruire una

armata e scacciare i Cartaginesi dalla Sicilia. La tradizione narrò

come Roma, ignara di navi, avesse pigliato a modello una quinquireme,

che la tempesta aveva gettata sulle coste dell’Italia meridionale.

Senonchè Roma non era così nuova al mare come la leggenda suppone,

poichè possedeva navi da guerra e da carico, e disponeva delle flotte

degli alleati, italici e siracusani. Ma la leggenda, se esagera, non è

tutta una invenzione, poichè sembra probabile che nè Roma nè l’Italia

conoscessero ancora l’uso delle navi a cinque ordini di remi, di cui

si compose quasi tutta la sua prima grande armata navale, forte di

120 vascelli. Tuttavia i Romani diffidavano della propria capacità

sul mare; e perciò provvidero la armata di un nuovo ordigno, i ponti

volanti d’abbordaggio, a cui diedero il nome di corvi. Con questi

ponti, ciascuna nave poteva avvinghiare un naviglio nemico, e dare il

passo ai legionari.

Ad approntare quest’armata navale sembra sia stato speso tutto l’anno

261, nel quale non si registrano grandi fatti di guerra. Nè il tempo

sembrerà troppo lungo, chè fu necessario anche addestrare le ciurme.

Al principio del 260 la flotta romana era in mare; e a primavera aprì

la terza fase della guerra (260-255), discendendo lucida e nuova verso

la Sicilia e cercando animosamente, sotto il comando del console C.

Duilio, la vecchia flotta cartaginese, rotta a tutti i mari, carica di

trofei, che da secoli combatteva su quelle acque. La trovò infatti,

dopo un primo insuccesso, a Milazzo (_Mylae_) presso Messina e le

diede battaglia (260). I _corvi_ furon provati con buon successo; i

Romani combatterono con grande impegno, volendo mostrare che anche sul

mare eran forti; la flotta cartaginese perdette oltre la metà dei suoi

legni, che erano 130; lo stesso ammiraglio ebbe a stento salva la vita

e Roma riportò sul mare una vittoria non indegna degli allori che aveva

raccolti sulla terra.

Al suo ritorno in Roma C. Duilio fu oggetto di straordinari onori,

e per quale ragione, non è difficile intendere. Poche vittorie

sbalordirono i contemporanei, come la vittoria di Milazzo. Roma aveva

appena varata la sua prima grande armata; e subito vinceva sul mare la

maggior potenza navale del tempo! Ma gli effetti della vittoria furono

più piccoli della impressione. Cartagine si accinse con grande lena a

rinforzare l’armata; si difese ostinatamente contro tutti gli attacchi

romani; cercò di tirare in lungo la guerra, sperando di stancare Roma,

che doveva ogni anno chiamare alle armi i suoi cittadini, mentre essa

adoperava dei mercenari. Difatti, nei tre anni che seguono (259-257)

noi vediamo i Romani combattere in Sicilia, assalire la Corsica e

la Sardegna, ritornare a combattere in Sicilia; cercar insomma di

mettere a frutto la padronanza del mare, conquistata con la vittoria

di Milazzo: ma senza costringere Cartagine alla pace. Sinchè, volendo

terminare a ogni costo questa onerosissima guerra, che durava ormai

da nove anni, Roma si risolvè, nel 256, per finirla, a ripetere il

tentativo fatto dal siracusano Agatocle nel 310, sbarcando in Africa

addirittura. L’impresa era ardua e pericolosa, poichè l’armata

cartaginese vigilava poderosa il passaggio. I preparativi furon grandi

e adeguati. Presso la foce del Salso (l’antico _Himera_) non lungi

dall’odierno monte S. Angelo (l’antico promontorio _Ecnomo_) sulla

costa meridionale della Sicilia, fu apparecchiata una grande armata di

300 legni, fra navi da guerra e da carico; e in quella furono imbarcati

circa 140.000 uomini tra soldati e ciurme, agli ordini dei consoli L.

Manlio Volsone e M. Atilio Regolo. La flotta cartaginese, non minore

di forze, tentò di sbarrarle il passo; nei pressi di Ecnomo stesso si

impegnò una aspra battaglia navale, nella quale i Romani riuscirono

a passare; e, sconfitta la flotta cartaginese, poterono approdare

all’opposto lido africano, occupando la città di Clupea, a occidente

del Capo Bon, e facendo di questa la propria base di operazione in

Africa.

Occorre a questo punto supporre che Cartagine si credesse al sicuro

da un simile attacco e fosse sorpresa dall’invasione con forze

insufficienti. Non è una supposizione invece, ma una notizia sicura

che, appena l’esercito romano fu sbarcato in Africa, una grave rivolta

scoppiò tra i Numidi, i quali irruppero nel territorio cartaginese.

Ma solo quella supposta impreparazione e questa rivolta accertata

dei Numidi possono spiegare come l’esercito romano abbia comodamente

saccheggiato in un vasto territorio città e villaggi, che, le più

non essendo fortificate, non si difendevano; abbia raccolto con poco

pericolo un ingente bottino, massime di quadrupedi e di schiavi;

l’abbia spedito tranquillamente in Italia e rimpatriato dopo poco con

uno dei consoli una parte considerevole dell’esercito di invasione.

Non rimase che Atilio Regolo con forze non grandi: imprudenza

singolarissima, che soltanto la difficoltà di tenere a lungo un

esercito numeroso in Africa e la illusione di aver già debellato

Cartagine possono spiegare. Ma Cartagine non era punto debellata.

Impreparata a respingere l’attacco improvviso, cercò di temporeggiare,

trasse in lungo, mandò un piccolo esercito a trattenere i Romani;

e quando questo esercito fu vinto, aprì trattative di pace.... Ma

intanto arruolava soldati in Numidia, in Spagna ed in Grecia; assoldava

Santippo, un generale spartano, che conosceva l’arte della guerra

meglio dei generali cartaginesi. Atilio Regolo accettò volentieri di

trattare la pace; ma credendo proprio che la resistenza di Cartagine

fosse infranta, impose condizioni durissime. Invece il nuovo esercito

cartaginese si stava approntando; alla fine Cartagine respinse le

condizioni; e Santippo entrò in campo. L’esercito romano fu dall’abile

stratega sgominato; Atilio Regolo stesso fatto prigioniero (255).

L’audace mossa dell’esercito romano, che la fortuna aveva favorito

da principio, era da ultimo rovinosamente fallita. Ma Roma non

sbigottì: subito approntò un’altra flotta e la mandò a salvare gli

avanzi dell’esercito romano, che si erano rifugiati e fortificati a

Clupea. Questa flotta riuscì, sconfiggendo una armata cartaginese, a

passare il mare e a imbarcare i superstiti di Clupea; ma a sua volta

fu nel viaggio di ritorno quasi tutta distrutta da una tempesta, non

lungi dal Capo Passaro. Di 364 navi se ne salvarono 80. Rianimati da

questa nuova sventura romana, i Cartaginesi pensarono addirittura di

passare all’attacco e di scacciare i Romani dalla Sicilia, mandando

una spedizione. Pronta Roma rispose mandando a sua volta, nel 254, una

flotta e un esercito ad assediare Palermo, che fu presa; e si accinse

ad allestire una nuova spedizione che assalirebbe l’Africa, per il

253. La guerra riardeva dunque nella terra e sul mare più violenta che

mai; ma fu questa l’ultima fiammata di audacia. La seconda spedizione

romana in Africa fallì come quella del 256, e ancora prima di giungere

in Africa, parte per gli errori dei comandanti, parte per un’altra

tempesta; e con essa cadde a Roma per sempre l’ambizioso disegno di

colpire Cartagine in Africa. Disperando di tener testa a Cartagine sul

mare, Roma si restringe a combattere con le sue legioni in Sicilia, per

la conquista della ricca isola.

Incomincia il quarto ed ultimo periodo della guerra, quello che è

ormai circoscritto alla Sicilia (253-241). Abbraccia ben 13 anni, e

la sua stessa lunghezza, l’alternativa incessante di sconfitte e di

vittorie mostrano la stanchezza dei due avversari. Nel 251 il console

L. Cecilio Metello infligge una grave sconfitta sotto Palermo ai

Cartaginesi che tentano di liberar la città; i Cartaginesi sgombrano

allora tutte le piazzeforti della Sicilia, riducendosi a difendere,

sulla costa occidentale, Lilibeo e Trapani; la Sicilia è ormai quasi

tutta in potere dei Romani. Questi, ripreso coraggio, si propongono

di finirla con un ultimo sforzo; rifanno un’armata; e con quella

pongono l’assedio a Lilibeo. Ma nel 250 il console Publio Clodio perde

una flotta, volendo attaccare nelle acque di Trapani l’ammiraglio

cartaginese Aderbale; e un’altra ne perde l’anno dopo il console Lucio

Giunio Pullo sulla costa meridionale della Sicilia. I Romani sono

costretti a togliere l’assedio di Lilibeo e a rinunciar di nuovo al

dominio sul mare; e buon per loro che Gerone restò fedele e, nel 248,

rinnovò l’alleanza con Roma: chè altrimenti avrebbero potuto trovarsi

a mal partito quando, nel 247, Cartagine mandò finalmente in Sicilia

un grande generale, Amilcare Barca, il padre di Annibale. Costui

riorganizzò l’esercito; occupò una posizione formidabile presso Palermo

(Monte Pellegrino?), conquistò Erice, e comunicando per Trapani con

Cartagine, incominciò a molestare con rapide e continue incursioni

sulla terra e sui mare tutta la Sicilia e le coste dell’Italia, con

il chiaro proposito di vincere Roma con una guerra di spossamento,

esaurendo il suo erario e stancando la pazienza delle popolazioni,

tutti gli anni chiamate alle armi. Difatti dal 247 al 242, Roma sembra

sul punto di dichiararsi vinta, tanto il popolo è scoraggito. Quando,

in uno sforzo supremo, essa capisce che non è possibile costringere

Amilcare a scendere dalla formidabile posizione, da cui minaccia

la Sicilia e l’Italia, se non riconquistando il dominio del mare, e

tagliando le comunicazioni con Cartagine. Ma come varare, dopo tante

altre che il fuoco o l’acqua hanno distrutte, una nuova flotta? I

più ricchi cittadini romani, coloro ai quali risalivano le maggiori

responsabilità dell’impresa, dovettero, per salvare lo Stato in mezzo

allo scoramento universale, armare a proprie spese una nuova flotta.

Era la primavera del 242, allorchè furono messe in mare le ultime 200

grosse navi da guerra, che lo Stato romano era in grado di approntare.

Con queste il console C. Lutazio Catulo si recò a bloccare Drepano

(_Trapani_) e Lilibeo (_Marsala_). Una flotta cartaginese tentò di

rompere il blocco e portare ad Amilcare rinforzi e rifornimenti. Ma

Lutazio l’affrontò, la vinse e in parte la distrusse in una grande

battaglia, combattuta presso l’isola di _Aegusa_, una delle Egadi.

Lo sforzo supremo aveva sortito il suo effetto. Roma era di nuovo

padrona del mare; le comunicazioni tra Cartagine e la Sicilia erano

interrotte; Amilcare non poteva più mantenersi se Cartagine non

avesse riconquistato in poco tempo il mare. Ma anche Cartagine ormai

era esausta. I suoi mercenari le costavano molto più che a Roma gli

eserciti di leva; e a lungo andare la spesa della guerra era diventata

insopportabile anche per la sua ricchezza. Essa non era più in grado

di pagare gli eserciti, che tumultuavano e insorgevano. Fu quindi forza

stipulare la pace, consigliata dallo stesso Amilcare. Roma non fu molto

esigente, perchè non ne poteva più e si accontentò di assai meno che

non avesse chiesto Regolo. Cartagine dovè cedere la parte della Sicilia

che era stata sua insieme con le isolette limitrofe, fra l’Italia e la

Sicilia, e impegnarsi a versare a Roma, entro dieci anni, la somma di

2200 talenti.

41. =La riforma dei comizi centuriati (241).= — Roma aveva vinto; ma a

quale prezzo! Il censimento, fatto proprio nell’anno della pace, contò

260.000 cittadini; e quello fatto cinque anni prima 241.712, mentre

i censimenti precedenti erano riusciti a contarne perfino 297.234.

Diminuzione pari, o forse maggiore, deve argomentarsi per i Latini e

gli alleati. Sulle finanze non abbiamo notizie; ma non è temerario

supporle nelle più gravi strettezze, dopo una guerra così lunga, e

sinchè la indennità cartaginese non fosse venuta a restaurarle, mentre

occorrevano spese maggiori per tenere saldamente la parte della Sicilia

conquistata e per far fronte agli impegni di una politica più vasta e

grandiosa.

A tutte queste difficoltà Roma cerca di provvedere, come al solito,

con concessioni politiche. La guerra democratizzava la costituzione

romana! Già nell’ultimo anno della guerra i censori si erano mostrati

larghi nel conferire la cittadinanza a buon numero di Italici, quanti

bastavano a creare due nuove tribù, la _Velina_ nel Piceno, e la

_Quirina_ nella Sabina, destinate forse a riempire i vuoti fatti dalla

guerra nella popolazione. Ma ben presto si procedette oltre, ad una

riforma dell’ordinamento dei comizi centuriati, che accrebbe di molto

il potere del ceto medio e del popolare, a danno delle classi più

ricche. Fu abbassato il censo dell’ultima classe, per accrescere il

numero dei cittadini obbligati al servizio militare. Da un pezzo si

chiamavano alle armi, quando occorreva, anche cittadini senza censo,

che la legge esonerava; cosicchè, per quel che concerne gli obblighi,

la riforma legalizzò soltanto una pratica ormai inveterata. Ma d’altra

parte la riforma dovette riconoscere i diritti corrispondenti agli

oneri, facendo entrare questi cittadini non solo tra le file dei

soldati, ma anche nelle schiere dei legislatori. Senonchè una siffatta

innovazione non avrebbe da sola alterato l’equilibrio delle forze

dei partiti e dei ceti nei comizi centuriati, se non si fosse anche

assegnato ad ogni classe il numero medesimo di centurie, ossia di unità

votanti. La complicata riforma ci è pur troppo mal nota: sembra che

le cinque classi siano state, per dir così, immerse nelle 35 tribù

esistenti; e, mentre prima le centurie erano composte di cittadini

appartenenti a tutte le tribù, d’ora innanzi i componenti di ciascuna

tribù siano stati, a seconda del patrimonio, distribuiti nelle cinque

classi, ogni classe dovendo essere rappresentata in ciascuna tribù

con due centurie. Si ebbero così, per ciascuna tribù, 10 centurie

(2 x 5); in totale 350 (10 x 35), e per ciascuna classe, 70 centurie

(35 x 2). E, giacchè al conto devono aggiungersi le 18 centurie dei

cavalieri della prima classe e le cinque vecchie centurie poste fuori

delle classi, la nuova cittadinanza romana fu divisa in 373 centurie,

egualmente distribuite in ogni classe. Ne seguì che la maggioranza

discese verso la terza e la quarta classe, e che l’assemblea centuriata

rappresentò ormai la volontà e il pensiero, non più dell’aristocrazia,

ma delle classi medie[33].

42. =La conquista della Sardegna e della Corsica (238).= — La pace

con Roma era appena conchiusa, che Cartagine era impegnata in due

nuove guerre, l’una con i sudditi africani, l’altra con i mercenari

non soddisfatti. Nè basta: questa era stata appena repressa, che si

sollevavano i mercenari di Sardegna, invocando l’aiuto di Roma. Roma da

prima esitò; ma poi cedè alla tentazione e dichiarò novamente guerra

a Cartagine con pretesti piuttosto speciosi: che gli armamenti fatti

per riconquistare l’isola minacciavano l’Italia; che taluni mercanti

romani erano stati maltrattati in Africa; che, infine, la Sardegna,

quale territorio tra la Sicilia e l’Italia, era compresa nel trattato

precedente (238). Cartagine, non sentendosi in forze per resistere,

piegò il capo per il momento; cedè la Sardegna e acconsentì anche a

pagar 1200 talenti di indennità[34]. Alla conquista della Sardegna

seguì quella della Corsica, che Cartagine forse aveva già abbandonata e

che non aveva mai sicuramente tenuta.

Roma si era impadronita in pochi anni della maggior parte della

Sicilia, della Sardegna e della Corsica. Ma queste isole erano poste

fuori dei confini dell’Italia propriamente detta, abitate da genti

d’altra lingua e costume. Non si poteva governarle come le regioni

dell’Italia; onde proprio dopo la conquista della Sicilia, della

Sardegna e della Corsica, Roma incomincia ad abbozzare un nuovo regime

politico ed amministrativo: quello che applicherà poi via via a tutte

le province del suo vasto impero. La Sicilia, la Sardegna e la Corsica

furono appunto le prime _province_ dell’impero. Questo ordinamento

provinciale posa sul principio che il suolo e l’autorità appartengono

a Roma. Il suolo è di regola proprietà (_praedium_) del popolo romano,

che può confiscarlo a proprio vantaggio, quale _ager publicus_, o

lasciarlo ai sudditi nella forma di possesso, con l’obbligo di pagare

come tributo un decimo dei prodotti (_decuma_). E tutta la provincia

è sotto la piena autorità di un governatore, da principio un pretore

(Roma infatti, nel 227, avrà ben quattro pretori), munito dei pieni

poteri, militari, civili e giudiziari, che la regge e amministra.

A quanti popoli e territori saranno un giorno applicati questi due

principî! E quanti abusi nasceranno!

43. =La conquista delle due rive adriatiche (229-215).= — Ma per

il momento, nessuno a Roma pensava che in Sicilia, in Sardegna e in

Corsica si faceva il primo esperimento di ordinamenti e istituzioni,

che dovrebbero per secoli essere le travi e i muri maestri di un

immenso impero. Roma aveva appena assestato, dopo una così lunga

guerra, le faccende del Mediterraneo, e già doveva volgere la sua

attenzione all’Adriatico; e per ragioni e in condizioni, che meritano

di essere considerate con particolare attenzione. Mentre Roma era

impegnata nel Tirreno e in Sicilia contro Cartagine, s’era formato

sulle coste della Dalmazia, così frastagliata di scogliere, di rifugi,

di porti e di isolette, un principato illirico, il quale, cattivatosi

l’amicizia del nuovo Re di Macedonia, Demetrio, minacciava l’Epiro,

e le città della costa occidentale della penisola balcanica. Il nuovo

Stato, come tutti gli Stati antichi, cercava di accaparrare per sè il

commercio di queste regioni e di escludere, un po’ con la concorrenza,

un po’ con la violenza e la pirateria, i rivali. Ora non appena la

guerra con Cartagine fu terminata e appianate le nuove difficoltà

nate da quelle, da ogni parte d’Italia si levarono verso il senato

lamenti per questa condizione di cose; e con i lamenti, le più vive

sollecitazioni perchè le armi di Roma assicurassero ai negozianti

italici il libero commercio nell’Adriatico[35]. E questi lamenti e

queste sollecitazioni furono alla fine così forti, da costringere il

senato a mandare nel 230 un’ambasceria alla regina degli Illiri, Teuta.

Basta questo fatto a provare quanto lo spirito mercantile, che abbiamo

visto svilupparsi dopo la guerra con Taranto, si fosse rafforzato

e diffuso in Italia durante la prima guerra punica; a provare che

i mercanti italiani tentavano ora di impadronirsi del commercio

dell’Adriatico; a provare che cresceva a Roma il numero dei senatori, i

quali ambivano che Roma, ora che l’aveva vinta con le armi, umiliasse

Cartagine nei traffici, fondasse un impero mercantile non meno vasto

e ricco. Dopo più di tre secoli, insomma, la repubblica ritornava ai

disegni ed alle ambizioni mercantili della monarchia. Ma in condizioni

quanto diverse!

L’ambasceria, mandata a Teuta, non ottenne soddisfazione. La guerra

fu dichiarata. Duecento navi con 22.000 uomini furono spedite in

Illiria; il nemico fu facilmente vinto; e Teuta dovette accettare

la pace impostale. I confini meridionali del principato illirico

furono stabiliti a _Lissos_ (Alessio); gli Illirî si impegnarono a

non navigare più a sud di Lissos con un numero di navi maggiore di

due e a pagare tributo; i territori, tolti ad essi, furono quasi

tutti dati a Demetrio di Faro. La potenza illirica era fiaccata; e

gli interessi mercantili degli Italici messi al sicuro. Una clausola

della pace aprì a Roma un nuovo campo di azione politica. I territori

di parecchie città greche — Corcira, Apollonia, Epidamno — in una

parola, la costa illirica, da Alessio ai confini dell’Epiro, comprese

le isolette limitrofe, furono introdotte nella confederazione italica,

e la pace annunziata a parecchie città greche, agli Etoli, agli Achei,

ai Corinzi, agli Ateniesi, che accolsero il messaggio e i messaggeri

con entusiastiche dimostrazioni di giubilo. Anche i Greci si volgevano

verso Roma, sperando protezione contro i loro nemici, massime contro

i Macedoni: grande fatto, dal quale nasceranno grandissimi eventi, e

che prova quanto il prestigio romano fosse cresciuto in tutto il mondo

mediterraneo!

44. =La nuova reazione delle campagne: il tribunato di Caio Flaminio

(233).= — Se la guerra illirica era stata un nuovo segno della

crescente potenza degli interessi mercantili, fra qualche anno se

ne aggiungerà un altro anche più chiaro: una legge Claudia, votata

nel 218 dai comizi tributi, non ostante la più accanita opposizione

del senato, la quale interdiceva ai senatori di possedere navigli

di più che 300 anfore (8000 litri circa) di volume[36] e capaci di

trasportare più che i prodotti delle loro terre. Quale prova più chiara

che l’amore della ricchezza, la passione del lucro, la smania dei

traffici erano entrate perfino nel senato, rocca venerabile dell’antica

tradizione romana? La mercatura, che secondo questa tradizione non

si addiceva a quell’altissima dignità politica, cominciava ad essere

tollerata, e in misura tale, che una legge aveva dovuto tentare di

porre un freno al male. Ma ancor più che per i senatori i quali si

davano al commercio, il ceto mercantile si rafforzava per il crescere

dei pubblici appaltatori. Roma non era più una piccola città, ma un

grande Stato, il quale non disponeva, come gli Stati moderni, di una

numerosa burocrazia, ma solo di pochi magistrati, eletti quasi tutti

ogni anno, e ordinati in principio per servire una città. Sebbene

il numero dei magistrati fosse stato accresciuto nel corso delle

generazioni, lo Stato aveva bisogno di essere di continuo aiutato

dalla intraprendenza privata a disimpegnare i servizi pubblici. La

lista delle aggiudicazioni, a cui i censori procedevano ogni anno,

si era fatta molto lunga e molto più lucrosa di un tempo: lavori

pubblici, trasporti, forniture militari, percezioni di decime, di altre

imposte e di dogane nelle province, locazioni di agro pubblico, di

miniere, di saline, di boscaglie. Era regola antica e sempre osservata

dall’amministrazione romana dividere questi appalti tra molti medi

e piccoli accollatari; cosicchè a mano a mano che l’impero di Roma

ingrandiva, crescevano in Roma quelli che noi chiameremmo agiati

borghesi, accollatari di questo o quel servizio pubblico; e costoro si

interponevano tra l’ordine senatorio ed equestre, dai quali ricevevano

gli appalti e talora i capitali da far fruttare, e il popolino degli

artigiani e dei proletari a cui davano lavoro e pane: vero puntello

e sostegno della politica di espansione. In tempi in cui la grande

industria era ignota, solo il continuo ingrandirsi di Roma poteva

moltiplicare, per questa gente avida e intraprendente, le fonti di

lucro e le occasioni di fortuna. Molteplici interessi si davano dunque

la mano, attraverso tutto lo Stato romano, dal senato sino alla plebe,

per rinfocolare in Roma l’ambizione di emulare Cartagine nei traffici,

per spingerla a più vaste conquiste, per indebolire in tutti i modi le

tradizioni e la potenza del ceto rurale[37].

E infatti, mentre il ceto mercantile ingrossava, arricchiva, si

impadroniva dello Stato, l’antico ceto rurale, che era stato nei secoli

precedenti il nerbo di Roma, si logorava, per ragioni molteplici.

Infatti il tributo del sangue era sempre più gravoso. Ormai occorrevano

ogni anno intorno alle quattro legioni, spesso di più; il servizio

militare si allungava; molti soldati avevano perduto il conto dei

loro stipendi; altri da anni non avevano più rivisto l’Italia, e

già cominciavano a invecchiare sotto le insegne. Nè tutti tornavano.

Sarebbe stato necessario dedurre nuove colonie sulle terre conquistate,

piantando dappertutto nuovi seminari di possidenti e di soldati. E

invece, ormai da un pezzo non si deducono più colonie; le terre che

Roma conquista, sono quasi tutte appaltate ai ricchi, cavalieri e

senatori i più, e non soltanto per l’egoismo e l’ingordigia dei grandi.

A questi riesciva facile di togliere al popolo le terre, perchè le

terre non erano più desiderate come un tempo dal popolo; e non erano

più desiderate come un tempo, perchè la piccola possidenza andava

rovinandosi oltre che per le guerre, per ragioni di ordine generale.

L’Italia antica era allora in gran parte coltivata a grano; ma ingombra

di troppe montagne e male irrigata da pochi e piccoli fiumi, poco

fertile, fuorchè in alcune regioni, e isterilita ancora più dalla

siccità e dal calore estivo, produceva poco. La piccola possidenza

aveva potuto vivere, sinchè le famiglie erano state paghe di lavorare

molto e di vivere semplicemente, consumando i prodotti della propria

terra, facendo con la propria lana gli abiti, fabbricando tutti gli

oggetti, di cui avevano bisogno, e comperando al mercato meno che si

potesse. Ma i contatti più frequenti con l’ellenismo, le spedizioni

militari in paesi ricchi come la Sicilia, svogliavano i possidenti

dal duro lavoro dei padri e li invogliavano a vivere meglio, mentre la

cresciuta abbondanza dei metalli preziosi rincarava gli oggetti. Anche

la piccola proprietà sentiva dunque maggior bisogno di denaro; ma del

grano, che essa coltivava, solo una piccola parte poteva esser venduto,

e a prezzi bassi, nel mercato più vicino, perchè lontano non si

poteva trasportare. Nè poteva il piccolo possidente sperare nemmeno di

approfittare delle carestie, che ricorrevano frequenti, massime a Roma.

Lo Stato, sospinto dalle recriminazioni e dai clamori della plebe,

ammucchiava nei granai di Ostia e di Roma il frumento della decima

di Sicilia e di Sardegna, ch’esso buttava sul mercato, ogni qualvolta

i prezzi rincaravano troppo. Cosicchè il piccolo possidente stentava

la vita, e quanti potevano cercavano una sorte migliore, diventando

accollatari o mercanti, i più intraprendenti e fortunati; artigiani

o proletari nelle città vicine o a Roma, i più inetti e disgraziati.

Protrarre il servizio militare diventava facile, anche perchè a molti

non spiaceva di restare lunghi anni sotto le armi, guadagnando il soldo

e il bottino. L’esercito di mestiere si formava dalla rovina della

piccola possidenza, il cui potere politico anche scemava. Ogni tanto, è

vero, qualche censore cercava di annullare la riforma di Appio Claudio,

che aveva inscritto in tutte le tribù i nullatenenti, relegandoli di

nuovo nelle quattro tribù urbane. Ma invano: chè la disposizione non

rimaneva mai in vigore per lungo tempo, e dopo qualche anno un altro

censore imitava di nuovo Appio Claudio.

Senonchè Roma era da secoli una repubblica di contadini, alla quale

l’aristocrazia aveva inculcato sul nascere una diffidenza vivissima del

commercio. L’elemento mercantile non poteva impadronirsi dello Stato

senza contrasto. Tra la prima e la seconda guerra punica, infatti,

la piccola possidenza si agita, cerca di difendere gli interessi e

i principî che erano suoi, contro il mercantilismo che si fa adulto;

nasce e cresce un partito democratico rurale, il quale trova per capo

un grande uomo, che doveva acquistare nella storia una fama immortale:

Caio Flaminio. Tribuno della plebe nel 233, nell’anno stesso in cui i

mercanti minacciati nell’Adriatico dagli Illirici assediavano il senato

con i loro reclami, Caio Flaminio proponeva una legge con la quale il

territorio, tolto ai Galli Senoni sin dal 283 e rimasto ozioso agro

pubblico, era distribuito in piccoli lotti ai plebei poveri d’Italia.

Il pensiero riformatore della legge è chiaro; ed è un pensiero che

ritornerà per due secoli, come una fissazione, nelle lotte nei partiti

romani: la piccola proprietà, semenzaio di soldati, decade; occorre

dunque impedire che i ricchi accaparrino tutte le terre e dedurre

nuove colonie, ma più grandi che un tempo, per rifare il medio ceto

rurale, che la guerra e il nuovo corso dei tempi andavano man mano

annientando. Il senato si oppose vivacemente; ma Flaminio si servì

senza scrupoli dei privilegi conferiti alla plebe dalla _lex Hortensia_

del 287, per far approvare il suo plebiscito ad ogni costo. Senonchè,

mentre i proponimenti aspettavano da quella una rinascita della piccola

possidenza, ne nacque intanto una guerra: una guerra, che doveva

contare nella storia di Roma quanto le guerre puniche.

45. =La conquista della valle del Po (225-222).= — La colonizzazione

dell’antico paese dei Senoni risvegliò l’odio dei Galli. Quel popolo

non si era mai rassegnato alla perdita dell’_ager gallicus_. Nel

237, anzi, i Galli Cisalpini, dopo avere radunato numerose milizie

mercenarie nella regione del Rodano, avevano, sia pure invano, tentato

di ricuperarlo. Ma adesso, certo temendo che quella colonizzazione

fosse il primo passo a nuove conquiste, tentarono una riscossa

disperata. Tra Galli d’Italia e di oltr’Alpe, misero in piedi un forte

esercito, e irruppero, attraverso l’Etruria, nell’Italia centrale

fino a tre giornate dalla capitale. Roma dovè approntare le maggiori

difese: chiamò alle armi tutta la lega italica, trasse dalla sua alcune

popolazioni dell’Italia transpadana, i Galli Cenomani e i Veneti;

aspettò che la gola della preda facesse dimenticare a quei barbari il

vero scopo della guerra; e riuscì ad accerchiare e sgominare, presso

il promontorio Telamone, sulle coste dell’Etruria, il grande esercito

gallico. Distrutto il maggior nerbo delle forze galliche, la Cisalpina,

per qualche anno almeno, era in balia delle armi romane. E Roma non era

più la timida potenza di un tempo, che si fermava dopo ogni vittoria.

Il partito democratico, che aveva voluto l’assegnazione dell’_ager

gallicus_, vide che, per render sicure queste terre da futuri assalti

gallici, occorreva approfittare dell’occasione, conquistare la valle

del Po e annientare per sempre il pericolo gallico: il popolo lo capì;

e sebbene nel senato fosse un forte partito avverso a questa nuova

impresa, la Gallia Cisalpina fu nel 224 invasa. Tre anni (224-222)

durò la guerra. Nel 224, dopo aver conquistato la parte orientale

della Cispadana, la terra dei Galli Boi, i consoli varcarono la linea

del Po e occuparono, nella Transpadana, il paese degli Insubri. L’anno

successivo, lo stesso C. Flaminio, il tribuno del 233, l’autore primo

della guerra gallica, fu console. Flaminio e i consoli dell’anno

successivo assoggettarono la Transpadana, espugnando la sua capitale,

l’antica Milano (_Mediolanum_). Nel paese dei Galli Boi fu fondata la

colonia romana di Modena (_Mutina_) e la linea del Po fu assicurata con

le colonie di Piacenza (_Placentia_) e di Cremona (218).

Mentre il ceto mercantile spingeva il senato a conquistare la sponda

orientale dell’Adriatico e a combattere Cartagine, il medio ceto

rurale, affamato di terre, aveva spinto Roma nella valle del Po, nella

grande pianura, coperta di foreste e di paludi silenziose, sparsa di

bei laghi, solcata da numerosi corsi d’acqua, attraversata dal maggior

fiume, che fino ad allora i Romani avessero conosciuto e che l’Italia

possegga. La plebe rovinata dalla guerra cercava di salvarsi con la

guerra, quasi rinnovando il mito della lancia d’Achille. Illusione

anche questa: poichè neppure la conquista della valle padana poteva

salvare la piccola possidenza romana. Ma inseguendo questa vana

speranza, sul punto di sparire per sempre, l’antica plebe rurale aveva

dato a Roma quella che sarebbe la più bella gemma dell’Italia. Tra

un secolo e mezzo il paese conquistato da Flaminio sarà il giardino

d’Italia e il baluardo dell’impero romano[38].

Roma antica, Vol. 1/3 · 第 26 / 60 题