34. =Roma, grande potenza mediterranea.= — Dopo la guerra di Taranto,
Roma ha ormai conquistato tutta l’Italia degli antichi; ossia la
penisola, che dall’Arno e dal Rubicone si stende fino al mare Jonio.
È dunque diventata, come oggi si direbbe, una grande potenza. Quanto
cammino, sia pur faticosamente e inciampando a ogni passo e più
di una volta ferendosi in qualche pericolosa caduta, aveva fatto
la repubblica, in meno di due secoli e mezzo! Come era mutato il
Mediterraneo, dai giorni lontani, in cui la repubblica era nata, debole
e timida, da una rivoluzione! L’Etruria non è ormai quasi più che un
nome. Anche l’impero persiano è caduto da più di un secolo e mezzo; e
con esso la superstite potenza della Fenicia orientale è precipitata
nella polvere. Tutto l’Oriente è ormai greco. Il genio greco regna
sovrano nelle arti, nella politica, nella guerra, nelle lettere, nella
religione, nella cultura, nell’industria e nel commercio, in tutti
e tre i grandi Stati in cui si era frantumato l’impero d’Alessandro:
la monarchia dei Seleucidi, signora del vario paese, che dalle coste
egee dell’Asia minore, attraverso la Siria propriamente detta, la
Mesopotamia, l’Iran, si stendeva fino al bacino dell’Indo e all’Oxus;
i Tolomei, regnanti sull’Egitto, sulla Cirenaica, sulla Siria
meridionale, su Cipro, su Creta e su parecchi territori di confine
della Tracia, dell’Ellesponto, dell’Asia minore; infine, gli Antigonidi
di Macedonia, i più irrequieti, i più smaniosi di ingrandire a nord
ed a sud, in Dalmazia e in Grecia, la difficile eredità che Filippo
II il Macedone aveva loro lasciato. Oltre queste, un’altra potenza
ellenistica, Siracusa, aveva più volte tentato, con il braccio dei
suoi tiranni e dei suoi condottieri — Dionisio, Timoleone, Agatocle —
di fondare un impero; aveva signoreggiato sulle città greco-sicule,
le così dette città siceliote. Ma, pur troppo, ormai, dopo la
spedizione di Pirro, essa era incalzata da Cartagine. Cartagine era
allora la maggiore e la più antica potenza del bacino occidentale del
Mediterraneo; occupando tutta l’Africa settentrionale, dai confini
della Cirenaica alle colonne d’Ercole; le città costiere della Spagna
meridionale, la Sardegna, la Corsica, la Sicilia settentrionale, la
Sicilia ad occidente del Platani.
35. =Cartagine e il suo impero.= — In questa cerchia delle grandi
potenze mediterranee entrava ora, per misurarsi successivamente con
tutte, la più giovane, Roma. Paragoniamola alla più antica, poichè
l’una e l’altra stanno per impegnarsi in un duello mortale. Per tesori
accumulati, per ricchezza di commerci e di industrie Cartagine superava
Roma di molto. Essa passava a ragione per una delle più ricche città
del mondo. Nè era soltanto una prosperosa repubblica di mercanti;
possedeva anche un esercito, che gli storici hanno forse troppo
spregiato, perchè composto di soldati forestieri e di mercenari. Ma se
si può giudicar variamente la forza di Cartagine in terra, non è dubbio
il vantaggio che aveva sul mare. L’aristocrazia governava Cartagine
come governava Roma; e se a Cartagine la vecchia nobiltà militaresca
era avversa alla nuova nobiltà mercantile, anche Roma era agitata e
scissa dalle ambizioni e dagli interessi che si azzuffavano. Nè si
dimentichi che il governo cartaginese era stato poco prima giudicato
un modello da Aristotele. Infine pare che i due imperi avessero
all’incirca eguale vastità. Per molti rispetti quindi Cartagine sembra
avere avuto il vantaggio su Roma. Senonchè i due imperi erano ordinati
e retti secondo principî diversi. Nell’Africa settentrionale, il
territorio cartaginese era coperto da innumerevoli città e villaggi,
le une popolate da Libo-fenici, una gente nata dall’incrocio dei
colonizzatori fenici e degli indigeni, le altre da puri Libi, che
vivevano tutti coltivando la terra, esercitando qualche industria e
sfruttando le ricchezze naturali del suolo. Tra i Libo-fenici e tra
i Libi Cartagine reclutava una parte dei suoi eserciti, integrandola
con mercenari spagnuoli, liguri e galli. Senonchè — e questo è punto
capitale — Cartagine era una grande potenza mercantile, che vendeva
e comprava tutte le cose, il cui valore poteva mutare, mutando luogo.
Ma il commercio antico prosperava per monopoli; e i monopoli possono
essere imposti dalla forza soltanto. Noi sappiamo infatti che tutte
le popolazioni soggette a Cartagine non potevano nè comperare nè
vendere, se non osservando certe regole imposte dalla metropoli; e
che ogni specie di autonomia era loro negata. Le città libo-fenicie
erano governate con impero diretto e assoluto da Cartagine, mediante
funzionari da essa nominati; i Libi, divisi in tribù, erano sottoposti
al governo di Re, i quali poi dipendevano da Cartagine. Sole godevano
di una certa autonomia le popolazioni rimaste nomadi al di là della
zona coltivata: i Numidi, come i Romani li chiameranno; i quali però
dovevano anch’essi riconoscere l’autorità di Cartagine, fornire dei
contingenti di cavalleria e non molestare le ricche popolazioni
sedentarie. Allo stesso modo si può spiegare il fatto che molte
città non fossero fortificate. Cartagine non vedeva di buon occhio
fortificazioni, che avrebbero potuto servire come appoggio, por qualche
rivolta contro la metropoli e i suoi privilegi.
36. =Lo Stato romano e la sua composizione.= — Insomma Cartagine
aveva coperta una larga parte del suo ricco territorio di colonie non
militari, ma agricole e commerciali. Ben diverso era l’ordinamento
del territorio romano. In questo tempo il piccolo impero, che Roma con
tanta fatica ha raccolto intorno a sè, è un fascio di elementi vari. Si
compone di due parti ben diverse: il territorio romano e il territorio
degli alleati. Il primo, vasto circa 25.000 kmq., è amministrato
da molte città, ciascuna delle quali provvede al territorio suo, e
che sono o colonie romane, o colonie latine, o municipi. Le colonie
romane, a differenza delle colonie greche, erano fondazioni statali;
e, a differenza delle cartaginesi, avevano scopi militari e politici.
I loro abitanti, coloni romani e indigeni accomunati in una nuova
unità amministrativa, erano cittadini romani; godevano in Roma dei
diritti civili e politici, anche se la distanza impediva loro di fame
uso; e, nella colonia, di autonomia amministrativa. La colonia aveva
magistrati propri (_duoviri_ o _praetores_), un consiglio (_decurionum
ordo_), sacerdoti (_flamines_), assemblee popolari (_comitia_), finanze
autonome. Infine ogni colonia romana era una città fortificata.
Senonchè le colonie romane che si contano, fino alla metà del III
secolo, sono poche, quasi tutte sul mare e tutte piccole. Di solito
i coloni dedotti erano un trecento e non più. Nerbo della potenza
romana in Italia erano invece le colonie così dette latine. Erano
questi, rispetto alla metropoli, Stati sovrani; possedevano leggi
ed istituzioni proprie, piena autonomia amministrativa, il diritto
di batter moneta e il diritto di esilio, l’immunità dal tributo,
un territorio che non faceva parte delle tribù romane. Due sole
limitazioni Roma imponeva alla sovranità: l’obbligo di fornire
contingenti e di riconoscere Roma arbitra delle guerre e della
pace, delle alleanze e dei trattati. Roma concedeva inoltre ai
coloni latini lo _ius connubii_ e lo _ius commercii_, il diritto di
contrarre matrimoni e di possedere secondo la legge romana: non la
cittadinanza romana, naturalmente, chè sarebbe stata incompatibile con
la cittadinanza propria. L’ordinamento delle colonie latine posa dunque
su principî opposti a quelli con cui Cartagine reggeva il suo impero. E
a prima vista può sembrare strano che Roma abbia seminato in ogni parte
d’Italia questi Staterelli quasi indipendenti; che non abbia temuto
di dedurre in molte di queste città un numero di coloni ben maggiore
che nelle colonie romane, da 2000 a 20.000; che abbia concesso loro
di coprir l’Italia di fortezze, ognuna delle quali poteva rivolgersi
un giorno contro la metropoli. Ma si spiega; ed è un effetto lontano,
causa a sua volta di prossimi e grandiosi eventi, della rivoluzione,
che aveva rovesciato la monarchia e interrotto a Roma il suo primo
disegno e la sua prima ambizione mercantile. Non essendo un potentato
mercantile, Roma non aveva monopoli da imporre; non avendo monopoli
da imporre, poteva fondare le sue colonie, seguendo principalmente la
ragione militare.
I _municipia_ comprendevano tutte le città italiche cadute sotto
il dominio di Roma. Alcune, le più maltrattate, quelle che avevano
ricevuta la _civitas sine suffragio_, potevano essere paragonate alle
città suddite di Cartagine. Gli abitanti non avevano nè il diritto di
votare nè quello di essere eletti alle magistrature romane; ma dovevano
prestar servizio nell’esercito, pagare il tributo ed obbedire alle
leggi romane. Roma mandava a governarle un _praefectus juri dicundo_.
Altre, un po’ meglio trattate, conservavano l’antica autonomia
comunale; altre, infine, e il loro numero andò col tempo crescendo,
godevano della piena cittadinanza romana (_civitas optimo iure_). Gli
abitanti però di tutti e tre gli ordini di _municipia_, al pari delle
colonie latine, possedevano lo _ius commercii_ e lo _ius connubii_.
Al di là del territorio, che faceva parte dello Stato romano, si
distendeva il territorio delle città alleate, pari all’incirca a
100.000 kmq. Roma le aveva trattate, come la lega latina dopo la
grande guerra del 340-338: cercando di frantumare tutte le vecchie
confederazioni e legando a sè le singole città; umiliando le più
potenti e accarezzando le più deboli; favorendo in ogni città il
partito romano ai danni del partito nazionale. Le città alleate
rimanevano autonome, ma dipendevano da Roma per tutti i rapporti
con gli altri Stati, ed erano tenute ad arruolare, equipaggiare e
stipendiare milizie di terra e di mare, per tutte le guerre di Roma.
37. =Il pomo della discordia: Messina.= — Non è dunque meraviglia che
Roma e Cartagine fossero state per due secoli e mezzo amiche. Il mare
e la debolezza di Roma avevano mantenuto la pace. Ma nei due secoli
e mezzo, corsi dalla fondazione della repubblica, Roma era cresciuta
anch’essa; e i due imperi ormai quasi si toccavano. Così fu che la
pace fu rotta a un tratto, nel 265, in pochi mesi, in apparenza per
un incidente da nulla. Ventiquattro anni prima un corpo di mercenari,
in buona parte italici, assoldati da Agatocle di Siracusa per fare la
guerra ai Cartaginesi, erano stati congedati. Ma, invece di ritornare
in patria, avevano preso d’assalto Messina, vi si erano installati e
avevano esteso il loro impero sulle cittadine limitrofe di qua e di là
del Faro, assumendo il pomposo titolo di _Figli di Marte_ (Mamertini).
Pirro prima, e, partito Pirro, i Romani, quando si erano accinti a
sottomettere le città italiche di quell’estremo lembo della penisola,
li avevano combattuti. Ma i Mamertini avevano potuto conservare Messina
sino al 270. In questo anno invece furono prima sconfitti in campo
aperto e poi assediati nella città da Gerone di Siracusa; e sentendosi
in estremo pericolo, cercarono un aiuto, anzi degli aiuti: perchè
gli uni si rivolsero a Cartagine e consegnarono a un generale punico
l’acropoli della città; gli altri invece si rivolsero a Roma.
38. =Pace o guerra? I due partiti a Roma e le loro ragioni.= — Messina
invitava dunque la grande potenza italica, che a piccoli passi la
vittoria aveva condotto alle sponde del mare siculo, a passare lo
stretto. Piccolo braccio di mare, dalle cui rive l’occhio discerne
le città, i villaggi e sin le case dell’opposta sponda: ma che passo
smisurato sarebbe invece per Roma, il varcarlo! Il primo passo verso
la conquista di un impero mondiale. Roma lo sentì. Noi sappiamo che
la domanda dei Mamertini fece nascere in Roma una agitazione, quale
da un pezzo nessun accidente o incidente politico aveva suscitata.
I pericoli erano palesi. Intervenire in Sicilia e dichiarare guerra
a Cartagine, erano la stessa cosa. Certo la Sicilia era una delle
gemme del Mediterraneo: ma poteva Roma, anche per la Sicilia,
affrontare Cartagine, formidabile per armi e per ricchezze? Noi non ci
meravigliamo leggendo negli antichi scrittori che il senato esitava.
Ma non esitava invece la pubblica opinione. Noi conosciamo, grazie a
Polibio, gli argomenti che i fautori dell’intervento opponevano alle
sagge considerazioni dei prudenti[32]. Essi dicevano che Cartagine era
padrona ormai di quasi tutta la Spagna, della Corsica, della Sardegna
e delle altre isolette sparse in quei mari; che già possedeva buona
parte della Sicilia; se anche Messina, e cioè tutta la Sicilia, cadesse
in suo potere, l’Italia — sono le precise parole dello storico greco —
sarebbe «accerchiata e soffocata» da Cartagine. Che altro poteva essere
Messina, se non il ponte per assaltare l’Italia? Polibio aggiunge che i
partigiani della guerra magnificavano anche il beneficio che la guerra
apporterebbe ai singoli cittadini; i quali, danneggiati dalle guerre
passate, prestavano orecchio volentieri a questi discorsi, sperando di
potersi rifare.
Roma si trovava proprio alla svolta decisiva. Abbiamo veduto come
ormai da un secolo le guerre e le conquiste venivano rapidamente
alterando in Roma l’antico assetto delle fortune, dei ceti, delle
idee, delle tradizioni, sconvolgendo, distruggendo, rovesciando,
rinnovando or questa or quella parte dell’ordine antico. Ma per
parecchie ragioni la guerra contro Taranto e la conquista dell’Italia
meridionale avevano impresso una nuova spinta a questo movimento.
Innanzi tutto l’aver vinto Pirro, uno dei generali educato alla scuola
di Alessandro il Grande, aveva accresciuto l’orgoglio di Roma, la
sua fiducia nelle proprie forze, l’ambizione. L’opinione pubblica
si era fatta più ardita, più esigente. Nel tempo stesso la conquista
della zona interna dell’Appennino e la riduzione ad _ager publicus_
di tanta parte dei vasti territori conquistati acceleravano il grande
rivolgimento di fortune, incominciato, a quanto sembra, in mezzo alla
guerra sannitica; l’ingrandirsi dei dominî fondiari, sotto forma
di proprietà o di possesso; l’incremento del proletariato urbano,
dell’industria e del commercio. In questi anni, per la prima volta, la
legge agraria licinio-sestia è veramente violata; la nobiltà romana,
che, di buona e più spesso di mala voglia, aveva fatto la guerra
contro Pirro, si affretta dopo la vittoria a gettarsi sulle terre
conquistate nell’Italia meridionale, locando per pochi assi vaste
estensioni di terreno, comperando gli schiavi, gettati sul mercato in
copia dalle disfatte nemiche, e ripigliando su più larga scala, e con
maggior copia di mezzi, la tradizione sannita e lucana della grande
pastorizia. Senonchè il moltiplicarsi e l’ingrandirsi delle fortune
fondiarie richiedevano abbondanza di terre pubbliche da affittare e
abbondanza di schiavi; quindi nuove guerre e nuove conquiste. Inoltre
è certo che, dopo la vittoria su Taranto, rinascono le aspirazioni
a far di Roma una città mercantile, come aveva tentato la monarchia:
aspirazioni, che la maggior conoscenza del mondo ellenico, la cresciuta
fiducia, l’abbondanza del capitale, l’ampliato dominio non potevano
non incoraggiare. Infine, anche i costumi e le idee si rinnovano.
L’ellenismo fa rapidi progressi a Roma, dopochè la Magna Grecia è stata
incorporata nel suo impero, e con la Magna Grecia le vie più rapide per
tragittare in Grecia e nell’Oriente ellenistico. Un greco di Taranto,
Livio Andronico, porta in Roma l’epica e la dramatica greca, anzi la
mania di tutta la coltura ellenica. A sciami, assai più che ai tempi
di Tarquinio I e di Tarquinio II gli Etruschi, irrompono dall’Italia
meridionale nella antica città i Greci, portando la coltura, le
divinità, i costumi, i vizi ed il lusso dell’Asia ellenica. Già nel
275 un console era stato espulso dal senato, perchè sulla sua mensa
splendeva un troppo ricco vasellame; e due anni dopo la conquista
dell’Italia meridionale, Roma avrà bisogno di coniare monete d’argento,
di aprire all’uopo zecche nel Lazio e in Campania.
39. =La guerra a Cartagine deliberata dai Comizi. (264).= — Tutte
queste aspirazioni ed inclinazioni e ambizioni confluirono in una
corrente unica, che spinse la repubblica a varcare lo stretto,
anche a rischio di dar di cozzo contro Cartagine. Grandi possidenti
che arricchivano sulle terre conquistate nel Sannio e nell’Italia
meridionale; giovani signori, che imparavano a gustare la letteratura
e la filosofia greca; appaltatori degli eserciti o dei lavori pubblici;
operai od artigiani, che vivevano sulle guerre o sulle spese pubbliche;
senatori, cavalieri e ricchi liberati, che incominciavano a tentar
qualche commercio, imitando i Tarantini, i Siracusani o i Cartaginesi;
oscuri plebei e modesti possidenti che, dimenticando quanti eran morti
od erano stati rovinati dalle guerre precedenti, vedevano soltanto i
fortunati, ritornati con un gruzzolo, facevano violenza alla pavida
prudenza dei saggi. Cartagine, l’amica secolare, era diventata il
pericolo; Cartagine, che aveva occupato l’Africa e la Sardegna, che si
impadroniva della Spagna, avrebbe, se Roma non si affrettava, invaso un
giorno l’Italia, come già aveva invaso la Sicilia.
Questa corrente popolare era così forte che il senato non osò pigliarla
di petto. Ma non osò neppure secondarla; onde si appigliò ad un
partito, di cui raramente fece uso nella lunga storia di Roma: trasmise
la domanda dei Mamertini ai comizi centuriati. In questo momento
supremo, il popolo fu chiamato ad esser giudice ed arbitro della sorte
di Roma! E nei comizi centuriati il partito della guerra prevalse.