LA GUERRA CON TARANTO E LA CONQUISTA DELL’ITALIA

27. =La coalizione degli Umbri, dei Galli, degli Etruschi e dei Sanniti

(299-290).= — La pace del 304 non fu duratura. I Sanniti erano stati

vinti, non distrutti. Roma aveva vinto, ma non aveva ancora riputazione

di invincibile. I Sanniti si accinsero a preparare la riscossa; e

Roma cercò alleanze e fondò colonie. Due di queste, Alba e Carseoli,

furono dedotte nel territorio degli Equi; una, Sora, nel territorio

dei Volsci; una, Narni, nel territorio degli Umbri. Ma queste cautele,

accrescendo i sospetti e le paure, affrettarono la nuova guerra. Nel

299 i Sanniti assalirono i Lucani per costringerli all’alleanza; i

Lucani ricorsero a Roma; Roma accordò il chiesto aiuto e dichiarò di

nuovo guerra al Sannio.

Sin dal principio era corsa voce che i Sanniti intendessero fare

alleanza con gli Etruschi, da qualche tempo inquieti. Tuttavia nei

primi due anni i Romani non ebbero da combattere che i Sanniti, i quali

parvero difendere, e mollemente, il territorio.... Ma doveva essere

una finta; perchè nel 296, all’imprevista, un esercito, comandato da

Gellio Egnazio, uscì dal Sannio; si congiunse in Etruria con l’esercito

etrusco ed avviò trattative con i Galli, mentre gli Umbri aderivano,

e i Lucani, per i quali Roma aveva preso le armi, abbandonavano

l’alleanza e si univano ai Sanniti. La coalizione, preparata di

lunga mano e in segreto, si manifestava ad un tratto e formidabile: a

settentrione, con il grosso esercito di Sanniti, di Etruschi, di Galli

e di Umbri, che si addensava; a mezzogiorno, con un altro esercito

sannitico, che si gettava nella Campania e nel Lazio, devastandoli.

Roma fu sorpresa, ma non sgomenta. Già nel 296 un energico contrattacco

respingeva le forze sannitiche, che avevano invaso la Campania ed il

Lazio. È probabile non fossero ingenti. Ma grandi apparecchi furon

fatti per il 295, ed il tempo ad approntarli non mancò a Roma, perchè

anche Gellio Egnazio e la coalizione avevano bisogno di tempo per

affilare le armi. Rieletti per il 295, a dispetto della legge, i

due consoli del 297, Q. Fabio Rulliano e P. Decio Mure, non vollero

ricominciare la interminabile guerra di spossamento, ma tentar di

rompere con un colpo solo ed ardito la coalizione. Nè si scoraggiarono,

perchè una legione di avanguardia, sorpresa dai Galli e dai Sanniti

a Camerino, fu accerchiata e annientata; ma dall’Etruria tentarono

di entrare in Umbria; e presso Sentino incontrarono l’esercito della

coalizione, comandato da Gellio Egnazio. Si favoleggiò in seguito

di 350.000 tra Galli, Sanniti, Umbri ed Etruschi che avrebbero

combattuto, dei quali 100.000 sarebbero morti: certo è che la battaglia

fu sanguinosissima; che uno dei due consoli, P. Decio Mure, e Gellio

Egnazio perdettero la vita; e che i collegati furono disfatti. Pronto,

il console superstite invase il territorio gallico, staccando i Galli

dalla coalizione; e l’anno seguente anche l’Etruria deponeva le armi,

le città etrusche essendosi arrese, le più a condizioni non dure.

Roma non poteva incrudelire, perchè, se la coalizione era disfatta,

il Sannio non era vinto. Cinque anni ancora Roma dovè combattere nel

Sannio, con alterna vicenda; e non potè conchiudere la pace che nel

290; dopochè nel 291 era riuscita a fondare a _Venusia_, in Apulia, una

colonia latina, forte, pare, di ben 20.000 coloni, la più numerosa che

sino ad allora fosse stata dedotta in Italia. Quando una così forte

colonia latina fu stabilita in Apulia, le sorti dei Sanniti furono

decise. Ma la nuova pace fu mite, poichè fu paga di rinnovare l’antica

alleanza con qualche piccolo ritaglio di territorio e rispettando

l’indipendenza della confederazione sannitica. È vero però che questa

era ormai circuita da ogni parte e tagliata fuori dal mare.

28. =La «Lex Hortensia» (287).= — Insomma Roma aveva vinto una potente

coalizione e rivinto il Sannio; ma non aveva punto ingrandito, con

questa sanguinosissima guerra, il suo territorio. Questa vittoria

sterile non sembra aver rallegrato molto il popolo, se, nell’anno

medesimo, in cui la repubblica faceva la pace con i Sanniti, il console

Manio Curio Dentato, forse prendendo il pretesto che i Sabini avevano

aiutato i Sanniti, conquistava, a sud dell’Umbria, quasi tutto il

loro territorio; quindi entrava nel Piceno meridionale — il così detto

paese dei _Praetutii_ — lo conquistava e ci fondava _Hadria_ (Atri),

giungendo per tal guisa fino al Mare Adriatico. A questo modo i Sabini

e i _Praetutii_ facevano le spese della vittoria, riportata da Roma

sulla coalizione e sul Sannio. Il territorio romano fu grandemente

ampliato, da circa 8000 a circa 20.000 kmq. Ma il beneficio di questi

ampliamenti non poteva farsi sentire che con il tempo. Alla pace con

i Sanniti segue in Roma una viva agitazione della plebe per l’eterna

questione dei debiti: prova manifesta che la seconda guerra sannitica,

come la prima, aveva impoverito molte famiglie di possidenti.

Quale sollievo i debitori chiedessero non appare: sappiamo solo che

l’agitazione generò _graves et longas seditiones_; che fu necessario

nominare un dittatore nella persona di Q. Ortensio; e che a questo

dittatore è attribuita una legge, per la quale i plebisciti, ossia

le deliberazioni dei comizi tributi, avrebbero d’ora innanzi forza

di leggi generali, obbligatorie per patrizi e plebei[29]. I comizi

tributi erano insomma eguagliati ai comizi centuriati. A ben collocare

questo fatto staccato nella storia dei tempi, occorre congetturare che

i sollievi chiesti dalla plebe fossero risolutamente avversati dalla

nobiltà e dai ricchi, dominanti nei comizi centuriati; che i tribuni

della plebe, disperando di far approvare da questi le loro proposte, le

portassero innanzi ai comizi tributi, chiedendo nel tempo stesso che

i comizi tributi, la cui competenza era già stata allargata da leggi

precedenti, come la Valeria Horatia del 444 e la Publilia del 334,

potessero, come i comizi centuriati, legiferare per l’universale. Non

è meraviglia che la proposta sia stata occasione di una secessione,

addirittura: perchè i comizi tributi potevano essere convocati senza il

consenso del senato e senza alcuna formalità religiosa, e non erano,

come i comizi centuriati, dominati dal denaro, ma, come gli antichi

comizi curiati, dal numero. Approvandola, si snaturava profondamente

la costituzione timocratica di Servio Tullio. Questa volta però

la plebe vinse; e non è difficile argomentare il perchè. Si poteva

negar questa soddisfazione ai vincitori di Sentino e del Sannio, ai

conquistatori della Sabina e del Piceno, con tanti nemici intorno, non

ancora rassegnati alla vittoria di Roma? La _Lex Hortensia_, prova quel

che già la censura di Appio aveva dimostrato: che le lunghe guerre

indebolivano le tradizioni mescolando le classi, suscitavano nuove

idee, facevano più popolari le istituzioni.

29. =La riscossa Gallo-Etrusca (285-280).= — Ortensio aveva appena

sedato quella grave turbolenza, che Roma dovè misurarsi con tutta,

si può dire, l’Italia. Le difficoltà incominciarono nell’Italia

meridionale, dove i Lucani, forse imbaldanziti dalla alleanza con

Roma, si erano guastati con le città greche della costa. Una di queste

_Thurii_ (Turio), assalita dai Lucani, ricorse a Roma; e Roma, forse

per equilibrane anche nell’Italia meridionale le forze, ingiunse ai

Lucani di rispettare Turio. I Lucani fecero i sordi; e Roma stava

per snudare la spada a difesa dell’ellenismo nell’Italia meridionale,

quando un pericolo molto più grave nacque nel nord. Nel 285, una parte

delle città etrusche aiutate da un esercito di Galli Senoni, tentarono

la riscossa e posero l’assedio ad Arezzo, perchè fedele a Roma. Arezzo

chiese aiuto a Roma, la quale non poteva lasciar che la città cadesse

in potere del nemico, perchè la via del Lazio sarebbe stata aperta

al nemico, proprio mentre l’insurrezione si propagava a mezzogiorno

lungo la via Cassia sino a Volsinio. Roma, dunque, accorse. Ma presso

Arezzo ben 13.000 Romani, tra cui il console Cecilio Metello, morsero

la polvere e gran numero di legionari caddero prigionieri nelle mani

dei nemici (285). Sentino pareva vendicata; e di nuovo l’insurrezione

divampò in Etruria, nel Sannio, nell’Italia meridionale. I Lucani

colsero l’occasione per vendicarsi di Roma e di Turio e trascinarono i

Bruzzi; i Senoni osarono perfino trucidare gli ambasciatori, mandati a

chieder ragione dell’aiuto che essi, alleati di Roma, avevano prestato

agli Etruschi. Ma Roma non si perdette d’animo. Apprestò due forti

eserciti; ne mandò uno a tenere in rispetto i nemici sotto Arezzo,

l’altro nel paese dei Senoni, a vendicare la strage degli ambasciatori,

trucidando e saccheggiando. Vendetta esemplare, che però mosse i Galli

Boi ad allearsi con gli Etruschi, e a tentare, nel 283, una mossa su

Roma. Ma Roma parò anche questo nuovo colpo. L’orda fu assalita per

via, presso il _lago Vadimone_, lungo la linea del Tevere e totalmente

distrutta (283). La battaglia del lago Vadimone decise le sorti della

guerra e della coalizione, sebbene le armi non fossero ringuainate

fino al 280. I Sanniti, chiusi da ogni parte, poco poterono fare; i

Galli Boi prima, e poi ad una ad una le città etrusche, conchiusero

pace; i Lucani e i Bruzzi, ormai soli, non avrebbero potuto resistere a

lungo. Roma guadagnava una nuova striscia di paese: il territorio dei

Senoni dall’Esino sino al Rubicone, sul quale fondava la colonia di

_Sena Gallica_ (Sinigaglia). Ma i Lucani assediavano ancora Turio....

Roma volle approfittare del momento propizio; e mandò nel 282 un forte

esercito al soccorso di Turio. Ma allora una nuova guerra divampò, e

molto più grave: un vero e proprio conflitto con l’ellenismo.

30. =Origini ed occasioni della guerra con Taranto (282-281).= — Sui

primi del secolo III a. C. le città greche della Magna Grecia non

erano più, come due o tre secoli prima, le incontrastate dominatrici

della regione. Indebolite, cercavano alleanze a Roma, in Sicilia,

nella Grecia, per difendersi alla meglio contro gli elementi indigeni,

che si ribellavano con fortuna crescente. Ma gli Stati, a cui le

forze non bastavano più per difendersi da soli, non possono salvarsi

che scegliendo le alleanze con molta accortezza e praticandole con

molta fermezza. Invece quelle città erano meno costanti del mare, su

cui la maggior parte si specchiava. I partiti si avvicendavano, si

incalzavano, precipitavano, scrosciando come marosi; sfruttando ognuno

la passione popolare del momento, e scherzando temerariamente con il

pericolo, che minacciava l’ellenismo in quella penisola, in cui esso

era, non ostante le sue molte virtù, forestiero e avventizio.

Questa mobilità dei partiti e dello spirito pubblico spiega come

l’ellenismo non sapesse approfittare della forza di Roma, anzi

spensieratamente se la inimicasse. Roma doveva essere più avversa

all’ellenismo, che amica. I Romani erano degli italici come i Lucani,

come i Bruzzi. Ma le invasioni galliche, le guerre etrusche, la guerra

latina, e le guerre sannitiche non avevano fin ora consentito a Roma di

prendere partito nella lotta tra gli Italici e i Greci, di cui l’Italia

meridionale era campo. Si aggiunga il rispetto di un potentato recente,

favorito dalla fortuna, e voglioso di nobilitarsi, per i Greci, maestri

di tutte le arti e di tutte le scienze. I Greci dell’Italia meridionale

avrebbero insomma potuto ripararsi per qualche tempo dietro lo scudo

di Roma. Turio lo aveva capito; lo avevano capito Locri e Reggio, che

imitarono l’esempio di Turio. Ma l’orgoglio e l’egoismo di Taranto

impedirono all’ellenismo di approfittare di queste discordie indigene.

Taranto era la più ricca e la più potente tra le città elleniche

dell’Italia meridionale; e da un pezzo s’era arrogato di parlare da

sola in nome di tutte, aspirando, a rinforzo del suo commercio, a una

specie di egemonia politica. Per questa ragione Turio e le altre città

greche avevano preferito chiamare in aiuto contro Lucani e Bruzzi Roma,

anzichè Taranto. Ma anche per questo Taranto considerò il loro passo

come un tentativo di alterare l’equilibrio delle forze in quella remota

plaga della penisola. Taranto era governata da una democrazia che, come

tutte le democrazie, si studiava di lusingare le passioni più veementi

delle masse; e tra queste l’orgoglio, rinfocolato dal confronto delle

proprie ricchezze e della propria civiltà con la povertà, la rozzezza

e l’ignoranza delle popolazioni italiche. Anche i Romani erano, per

i Tarantini, dei barbari insolenti e prepotenti, i quali volevano

intromettersi nelle faccende dei popoli, che avrebbero dovuto venerare

come maestri. L’intervento dei Romani a Turio esasperò questa rabbia; e

bastò un incidente a far scoppiare la guerra.

L’incidente fu una operazione militare, compiuta durante la guerra di

Turio. Un vecchio trattato vietava alle navi romane di oltrepassare il

promontorio _Lacinium_[30], in cui la punta della penisola si sporge

più innanzi nell’Ionio. Anche la ragione di questa clausola, come delle

clausole consimili inserite nei trattati tra Roma e Cartagine, doveva

essere piuttosto commerciale che militare. Ma per soccorrere Turio, era

troppo comodo a Roma servirsi del mare, sia pur violando i patti di un

così antico trattato. Pare dunque che convogli di truppe e di viveri

fossero spediti da Roma a Turio per mare. I Lucani furono respinti;

Turio, liberata e presidiata con una guarnigione romana: ma la vittoria

dei Romani esasperò i Tarantini, che aspettavano l’esito della guerra,

sperando la sconfitta delle armi romane; e che per vendicarsi, fecero

appiglio al vecchio trattato. Un giorno, quando una flottiglia romana

comparve all’imboccatura dell’ampio golfo tarantino, la squadra della

grande città greca, che incrociava in quei paraggi, dopo avere tentato

invano di richiamare gli ammiragli romani all’osservanza del trattato,

attaccò le navi nemiche, e parte le colò a fondo, parte le catturò.

Subito dopo un esercito tarantino mosse su Turio, occupò la città,

costrinse alla resa il presidio romano, e rimise il governo al partito

filelleno, ossia ai democratici.

La provocazione era grave. Ma Roma non distoglieva gli occhi dal

pericolo etrusco e gallico, minacciante da settentrione. Non era

difficile prevedere che Taranto avrebbe fatta lega con i Sanniti e

con gli altri popoli italici; e Roma non voleva esser presa in mezzo

tra una coalizione gallo-etrusca a settentrione, ed una coalizione

italo-greca a mezzogiorno. Cercò quindi di intendersi e di ottenere

una amichevole soddisfazione diplomatica. Ma l’orgogliosa democrazia

tarantina non intendeva ragione. Fu mestieri allora ribadire con

la forza le inutili proposte di conciliazione. Il console Q. Emilio

Barbula, che campeggiava nel Sannio, ebbe ordine di marciare senz’altro

alla volta di Taranto e di fare sotto le mura della città una vera e

propria dimostrazione militare: non per incominciare una guerra, ma per

strappare, pur che si fosse, una soddisfazione non disonorevole. Anche

questa mossa fallì; anzi ottenne l’effetto opposto. Taranto rispose,

chiamando in suo aiuto un principe greco: Pirro, re dell’Epiro.

31. =Pirro in Italia: le battaglie di Eraclea (280) e di Ascoli (279).=

— Parte dell’Europa orientale e dell’Asia occidentale non avevano

ancora trovato posa dopo il grande trambusto, provocato dalla morte di

Alessandro Magno. Quivi i regni e gli imperi continuavano a nascere,

a precipitare, a rinascere. Uno dei tanti Regoli, apparsi, scomparsi e

riapparsi in quel disordine, era appunto Pirro. Sul trono dell’Epiro,

l’aveva preceduto il padre suo, Eacida: ma aveva dovuto una prima

volta andare in esilio, poi era tornato ad occupare il trono, poi di

nuovo aveva dovuto fuggire. Tornato alla fine, sin dal 295, in Epiro

come Re, e questa volta definitivamente, aveva ampliato il suo regno a

settentrione, a mezzogiorno e ad oriente, occupando l’odierna Albania,

Corfù, alcuni distretti della Macedonia, forse l’Atamania, e la bella

città di Ambracia. Ma non era ancora soddisfatto: aspirava a ingrandire

i suoi Stati, a illustrare il suo nome, a impinguare il suo tesoro, a

conquistare la corona di Macedonia. Accettò dunque l’invito di Taranto,

che lo invocava campione dell’ellenismo in Italia; e in sui primi del

280 sbarcò con poco più di 20.000 fanti, 3000 cavalli e un certo numero

di elefanti da guerra. Taranto prometteva di allestire un esercito

alquanto maggiore; al quale si sarebbero aggiunti i contingenti degli

alleati italici e delle città greche amiche. Taranto, città greca, si

metteva a capo di una coalizione di Italici e di Greci contro Roma,

che era apparsa nell’estrema Italia come alleata dei Greci contro

gli Italici! Ben confusa era dunque la mischia degli interessi e

delle ambizioni; e l’accresceva una specie di malinteso tra Pirro e

Taranto, che è la occulta ragione di molte strane vicende di questa

guerra singolare. Taranto chiamava Pirro come un mercenario, che fa le

guerre degli altri a pagamento; ma Pirro veniva come il Re dell’Epiro,

ambizioso di fondare anche egli, come tanti altri suoi compagni d’arme,

un impero, piccolo o grande.

A ogni modo una nuova coalizione minacciava la repubblica. Sembra

che da principio Roma si sia illusa di sbaragliare questa coalizione,

come Fabio e Decio Mure avevano, nel 295, sbaragliato la coalizione

dei Greci, dei Sanniti, degli Etruschi, degli Umbri: con poche mosse

risolute ed audaci. Mentre Pirro attendeva, nella primavera del

280, a raccogliere le varie milizie sue e degli alleati, un esercito

romano lo assalì all’improvviso tra _Eraclea_ e _Pandosia_, presso la

costa tarantina, nella valle tra gli odierni Acri e Sinni. Ma Pirro

aveva imparata la guerra alla scuola dei generali di Alessandro; era

stato, come ufficiale, alla battaglia di Ipso, nel 301; era dunque

altro avversario che i generali etruschi o galli o sanniti. E quello

che assaliva Pirro era un unico esercito consolare di due legioni,

che con le truppe ausiliarie faceva appena 20.000 uomini. I Romani

combatterono con grande valore; ma furono alla fine sconfitti; e in

pochi giorni, sotto l’impressione di questa disfatta, l’egemonia romana

parve vacillare in tutta l’Italia meridionale. Le guarnigioni romane o

dovettero sgombrare o furono fatte prigioniere e consegnate a Pirro, il

quale, rinforzato dai Sanniti e dai Lucani, mosse risolutamente verso

il Lazio. Mirava a far sollevare i territori circostanti? O a tentare

addirittura l’assalto su Roma? O a dar la mano alle città etrusche,

contro cui Roma guerreggiava ancora a settentrione? Difficile dirlo.

Forse Pirro voleva soltanto, con una risoluta offensiva, mettere alla

prova la fermezza dell’avversario; salvo a prendere poi il partito

che gli eventi suggerirebbero, nel corso dell’azione. Ma Roma aveva

pertinacia e coraggio da affrontare anche il genio di un grande

guerriero; e a questa ardita offensiva oppose un supremo sforzo: si

accordò, come potè, con gli Etruschi; reclutò anche i nullatenenti;

spedì due eserciti contro l’invasore. Pirro, che aveva provato ad

Eraclea il valore romano, non osò attaccare; e, dopo aver campeggiato a

lungo, tornò indietro, ritirandosi novamente a Taranto nell’autunno. La

campagna del 280 era finita.

La guerra ricominciò nella primavera del 279. Pirro invase l’Apulia,

conquistando parecchie città. I Romani accorsero con due eserciti

consolari; e lo assalirono ad _Ausculum_ (l’antica Ascoli di Puglia).

Due giorni durò la battaglia. Alla fine del secondo giorno i Romani

furono sconfitti, ma non sgominati; e poterono ritirarsi in buon

ordine nei propri accampamenti, lasciando 6000 dei loro sul campo,

ma dopo avere inflitto al nemico gravi perdite. Senonchè, sebbene

poco fortunate per le armi romane, le due prime battaglie decisero

egualmente le sorti della guerra a vantaggio di Roma. Pirro era

un generale troppo valente da non argomentare, da queste due così

difficili e non decisive vittorie, che Roma era un duro avversario

e che egli non aveva forze sufficienti per debellarlo. Non poteva

dunque più pensare a fondare quell’impero, la cui speranza lo aveva

tratto a varcare il mare, nell’Italia continentale. Ma proprio allora

insistenti inviti gli giungevano dalla vicina Sicilia; ove Siracusa,

la rocca forte dell’ellenismo siculo, era stretta, per terra e per

mare, da un esercito e da un’armata cartaginese. Questo invito fece

concepire a Pirro un nuovo piano: far la pace con Roma, tenere le

città greche dell’Italia meridionale, che lo avevano chiamato, e

servendosi di queste come base di operazione, conquistare la Sicilia;

riunire insomma sotto il suo scettro, in un solo impero, tutte le

città greche della Sicilia e le maggiori città greche dell’Italia

meridionale. Iniziò infatti con Roma quelle trattative di pace, intorno

a cui tante leggende famose furono raccontate, chiedendo solo che Roma

sgombrasse quei territori dell’Italia meridionale, da cui minacciava

le città greche, e ristabilisse con Taranto i patti anteriori al 282.

Il senato, stanco della lunga guerra, inquieto per la malavoglia con

cui le classi rurali rispondevano, quando erano chiamate alle armi —

nel 280 era stato necessario arruolare i nullatenenti — inclinava ad

accettare. Quand’ecco levarsi Appio Claudio, il famoso censore, ormai

vecchio e cieco. Questo uomo audace, che già aveva fatto violenza a

tanti pregiudizi di casta e a tante tradizioni di prudenza, insorse

con veemenza anche contro questa debolezza, che voleva rinunciare

all’Italia meridionale proprio quando la fermezza poteva farla romana

per sempre. Cartagine a sua volta aiutò l’eloquenza di Appio. Avendo

saputo che le città siciliane avevano fatto appello a Pirro, la astuta

repubblica si era affrettata a mutare gli antichi trattati con Roma in

una vera e propria alleanza di difesa e di offesa[31]. Abbandonando la

Sicilia ai Cartaginesi, Roma poteva dunque sperar di conquistare per

sempre l’Italia meridionale. L’occasione era troppo bella; gli accordi

fallirono, e la guerra ricominciò.

32. =Pirro in Sicilia, il suo ritorno in Italia e la sua partenza

definitiva (278-275).= — Senonchè Pirro non mutò proposito per il

rifiuto di Roma; perchè giudicò di aver forze sufficienti a conquistare

la Sicilia e a difendere le città greche e i punti dell’Italia

meridionale che più gli premevano contro i Romani. Non è dubbio che

questo mutamento di piano parve ai Tarantini un tradimento. Essi

avevano chiamato Pirro perchè debellasse Roma e non perchè conquistasse

la Sicilia. Ma Pirro era allora il più forte. Sullo scorcio dell’estate

del 278, dopo due anni e mezzo di soggiorno nella penisola, egli

partiva alla volta della Sicilia con mezze le sue forze, lasciando il

resto a presidiare le città greche che l’avevano chiamato.

Pirro non s’era ingannato, giudicando di poter conquistare la Sicilia

e tenersi sulla difesa nel continente. Nei tre anni che durò la sua

assenza, i Romani poterono di nuovo invadere con varia fortuna il

Sannio e prendere alcune città greche, quali Locri, Crotone, Eraclea;

ma non poterono far nulla contro Taranto, nè minacciare seriamente

le posizioni di Pirro sul continente. Intanto Pirro ricacciava con

rapide mosse i Cartaginesi da tutta l’isola, salvo dalla fortezza

di _Lilibeum_ (Marsala). Il disegno di raccogliere sotto un solo

dominio le città greche della Sicilia e dell’Italia meridionale pareva

riuscire; a segno che Pirro prese perfino a costruire una grande

armata, che fosse l’organo potente di questo impero posto tutto sul

mare. Ma l’opposizione dei Sicelioti mandò a vuoto l’ardito disegno. La

Sicilia non era uno Stato unitario ed omogeneo, capace di una politica

stabile e continua, di sacrifici protratti e adeguati. Pirro era un

valoroso soldato, ma non un politico abile; e anche in Sicilia il

suo governo soldatesco, spicciativo e rapace spaventò ed offese. Non

tardarono a nascere malumori; una parte dei Greci, dopo aver chiamato

Pirro contro i Cartaginesi, incominciò a cospirare con i Cartaginesi

contro Pirro; intanto Taranto e le altre città, sempre minacciate

da Roma, smaniavano e lo richiamavano perchè accorresse a terminare

la guerra. Giunse il giorno in cui egli fu forzato a scegliere: o

ritornare nell’Italia meridionale o perderla. Ritornò: ma non era

ancora così sicuramente padrone della Sicilia, da poterla abbandonare;

e infatti, appena fu partito, i Cartaginesi, che si trovavano ancora a

Lilibeo, ripresero coraggio; attaccarono la sua flotta e le inflissero

una sconfitta. Alla notizia di questa sconfitta, tutta l’isola insorse;

e la Sicilia fu perduta, senza che Pirro potesse accorrere al suo

soccorso. Di nuovo egli era impegnato nella lotta contro i Romani.

Infatti, nella primavera del 275, Pirro tentò sorprendere uno dei

due eserciti romani, operanti nel Sannio e in Lucania. Non lungi da

Benevento (l’antica _Maleventum_) sul tratto della via Appia, che da

Caudio si addentra nel cuore del Sannio, stava allora accampato il

console M. Curio Dentato, deliberato a non lasciarsi smuovere dalle

provocazioni del Re epirota, prima che il collega fosse arrivato

dalla Lucania. Occorse perciò che Pirro si risolvesse a dar l’assalto

a quella fortificazione semovente, che furono sempre i _castra_

dei Romani. Ma l’assalto riuscì vano; e poichè il Re non poteva ora

resistere ai due eserciti romani, prossimi a congiungersi, deliberò

di ritirarsi: peggio ancora, giudicando che il suo doppio disegno

sulla Sicilia e sull’Italia meridionale era ormai fallito, deliberò

di lasciare l’Italia, e di recarsi a cercar fortuna in altro campo,

in Grecia. Per mascherare la fuga, lasciò un corpo di milizie epirote;

e, al comando di queste, in sua vece, il figliuolo Eleno. Poco di poi,

avrebbe egualmente richiamato in patria e l’uno e le altre.

33. =La conquista dell’Italia meridionale (275-270).= — Con minor

fretta, con minor genio ma con tenacia e con fermezza maggiore,

mentre le triremi del Re fuggivano alla volta dell’Illiria, Roma si

apparecchiava a conquistare tutta e per sempre l’Italia meridionale.

Essendo ormai la più forte, essa rivolgeva alla conquista la guerra,

incominciata per difendersi. Occorsero però ancora cinque anni, e

spedizioni, combattimenti, assedi: operazioni parziali e staccate

contro i frammenti della coalizione, che resistevano ancora, ognuno

da sè e con le sue forze. Finalmente, verso il 270, Roma era signora

dell’Italia meridionale. Roma non aveva più nessuna ragione di usare

indulgenza: il Sannio fu quasi tutto annesso allo Stato romano, e

coperto di colonie; solo la sua parte centrale — il così detto paese

dei Pentri — rimase in una certa misura indipendente. Il gran duello

era finito per sempre. Il popolo sannita avrà ancora, qualche volta la

forza di scuotersi, non più quella di risorgere e di minacciare.

Sorte non più lieta ebbero i Bruzzi e i Lucani, costretti anch’essi

a cedere parte del loro territorio. Nella Lucania, lungo il mare, a

_Posidonia_ (Pesto), fu dedotta una colonia di cittadini romani. La

grande città, di cui tutt’oggi si ammirano le ruine meravigliose, tra

il mare e il cielo, faceva ancora un passo giù per la china dolorosa

del suo imbarbarimento. Solo le antiche metropoli elleniche, compresa

forse la stessa Taranto, cagione di tanto male, diventarono città

alleate di Roma, conservando, almeno di nome, la propria autonomia.

Poco prima di questa catastrofe, nel 273 o nel 272, Pirro, già vicino

a porsi sul capo la agognata corona macedone, periva oscuramente in un

minuscolo fatto d’armi, in una viuzza di Argo.

Roma antica, Vol. 1/3 · 第 20 / 60 题