I SANNITI

20. =La prima guerra sannitica (342-341).= — Ma neppure le leggi

Licinie-Sestie posero fine alle turbolenze di Roma. Continuano nella

travagliata repubblica le contese per l’elezione dei consoli e le

agitazioni degli indebitati. Gli arrabbiati del partito patrizio

tentano di impedire che siano nominati consoli plebei, ora per mezzo

del console che presiedeva alle elezioni e che poteva escludere a suo

arbitrio quante candidature voleva; ora sostenendo invece che nessuna

legge poteva vietare ai cittadini di eleggere chi più loro piacesse.

Nel 357 due tribuni della plebe fanno passare una legge che fissa il

saggio dell’interesse all’uno per cento al mese. Nel 352 è nominata una

commissione di cinque, la quale liquidi le partite troppo intricate,

o con denaro pubblico, sostituendo con opportune cautele lo Stato

ai creditori; o soddisfacendo costoro con beni dei debitori, stimati

secondo equità. Neppure le leggi Licinie erano riuscite a guarire il

male dei debiti.

Il solo conciliatore infallibile degli interessi e dei rancori è il

Tempo. Soltanto nel secondo decennio dopo l’approvazione delle leggi

Licinie-Sestie le cose si vanno un po’ tranquillando, anche perchè

altre inquietudini sopraggiungono. I Galli non avevano cessato di dar

molestia. Due volte, nel 360 e nel 348, avevano tentato di rioccupare

il paese, che avevano così facilmente invaso la prima volta. Anche

con l’Etruria ci furono guerre e difficoltà: ma il maggior travaglio

venne dagli alleati. Il patto, sancito da Spurio Cassio, non reggeva

più; sia che il colpo dei Galli e le dissensioni interne avessero

screditato Roma, sia che, dopo più di un secolo, anche quella alleanza

fosse invecchiata. Per Roma, minacciata dai Galli e premuta dagli

Etruschi, questo dissolversi per vecchiaia della lega latina era un

grande pericolo: onde non solo noi possiamo argomentare che i partiti

e i ceti siano stati indotti da questo pericolo ad accettare alla

fine lealmente la transazione attuata dalle leggi Licinie-Sestie;

ma spiegare anche l’alleanza conchiusa nel 354 con i Sanniti e il

secondo trattato con Cartagine, giurato nel 348. I Sanniti erano una

potente confederazione di popoli guerrieri, che, annidati in tempi

più antichi nelle montagne poste tra l’Apulia e la Campania, di là

erano scesi a conquistare quasi tutta l’Italia meridionale, da un mare

all’altro, assoggettando le razze indigene, debellando gli Etruschi

e i Greci: il maggior potentato forse dell’Italia, in quel momento in

cui gli Etruschi declinavano e i Galli, inquieti, mobili, tumultuanti,

scorazzavano tanta parte della penisola, senza radicarsi ancora in

nessuna regione. È chiaro che Roma, la quale, prendendo saldo piede

nel territorio dei Volsci si era avvicinata al territorio sannitico,

doveva desiderare amica la potente confederazione, in tempi in cui le

sue antiche alleanze vacillavano. Nè di minor rilievo è il secondo

trattato con Cartagine conchiuso nel 348[21], che confermò in molti

punti quello del 510, ma lo ritoccò in altri, quasi sempre a vantaggio

di Cartagine. Incluse nella nuova alleanza gli Uticensi e i lontani

Tyrii della costa siriaca; vietò alle navi latine di viaggiare al

di là delle colonne d’Ercole, nei dominî più occidentali dell’Africa

cartaginese; vietò ai Romani non solo di fondar colonie, ma anche di

commerciare in Sardegna ed in Africa, fuorchè in Cartagine. Insomma

questo secondo trattato è anche peggiore per Roma di quello del 510,

perchè le chiude in faccia le porte dell’Africa e della Sardegna: in

compenso assicura a Roma «che, se in paese latino essi [i Cartaginesi]

prendano qualche città non sottoposta al dominio romano, tratterranno

il denaro e i prigionieri, ma consegneranno la città ai Romani». La

ragione del nuovo trattato apparisce chiara: Roma rinuncia all’Africa e

alla Sardegna, perchè Cartagine si impegna di nuovo a non passare dalla

Sardegna e dalla Sicilia sulle coste dell’Italia. In quegli anni, in

cui le antiche alleanze della repubblica si scioglievano, Roma aveva

avuto tanta paura che i Cartaginesi volessero insediarsi sulle coste,

da abbandonare la Sardegna tutta quanta a Cartagine, purchè Cartagine

di nuovo rinunciasse alla terra ferma.

Ancora una volta Roma faceva prova di quella prudenza, che quasi

sempre usò nelle faccende esterne e che fa così strano contrasto

con la spensierata imprudenza delle sue lotte intestine. Roma aveva

ragione di accarezzar Cartagine, perchè, se le sue antiche alleanze

vacillavano, le nuove erano poco sicure. Quasi d’improvviso, nel 343,

essa si trovò alle prese con quella confederazione sannitica, con cui

pochi anni prima aveva stretto alleanza. La ragione o l’occasione

di questo conflitto tra due Stati che sino allora avevano ambedue

potuto ampliare i propri territori senza toccarsi, fu la Campania.

Quell’aprica e fertile contrada, bagnata dal Tirreno e coronata dagli

altipiani e dai gruppi sparsi dell’Appennino napoletano, che antichi e

moderni hanno denominata Campania, era da tempo immemorabile abitata

da una popolazione intelligente e operosa, che i Greci e i Latini

chiamavano _Osci_ (Ὄσχοι). Essi avevano dissodato il terreno; essi ci

avevano piantato la vite e seminato i cereali; essi avevano fabbricato

le prime città dell’Italia meridionale ed erano forse cresciuti di

numero molto più che le restanti popolazioni della penisola. Più tardi

avevano conosciuto i Greci e gli Etruschi; ne avevan subito il dominio

e le colonie; ma senza essere oppressi, avviliti o distrutti, anzi

imparando: cosicchè fino alla metà del secolo V, le civiltà greca,

osca ed etrusca avevano potuto fiorire insieme ed accanto, l’una

più sulla costa, le altre due più nell’interno, quasi integrandosi

a vicenda. Il viaggiatore ammirava nel paese, accanto agli antichi e

meschini santuari oschi di legno, i grandiosi templi dorici di marmo,

di cui quello di Pesto è ancor l’ammirazione del mondo, e, negli uni o

negli altri, i bronzi oschi e greci, le terrecotte policrome, le forme

svelte e i profili inimitabili degli Dei d’Omero; ammirava gli atrii

delle case etrusche, ampliati dai peristili ellenici; ritrovava nelle

modeste e rudi casupole osche le filigrane d’oro, gli argenti, i rami,

i ninnoli di ambra, le ceramiche nere e lucenti, gli oggetti di vetro,

che i Greci e gli Etruschi fabbricavano o importavano.

Ma sin dalla seconda metà del V secolo, un quarto popolo era venuto a

turbare quella lenta fusione. I montanari dell’Abruzzo — i Sanniti —

erano discesi nella regione occupata da Greci e da Etruschi; avevano

strappato a questi ultimi le colonie più vicine e proseguito verso

Oriente, minacciando, da presso o da lungi, le città greche della

Campania[22]; quelle belle vive e ricche città, nelle quali il partito

aristocratico e il democratico combattevano tra loro con tal furore

da sollecitare gli aiuti, ogni qualvolta soggiacevano all’avversario,

dello straniero più vicino e potente. I Sanniti avevano approfittato

di queste discordie per allargarsi in Campania; ma popolo, a quanto

si sa, di rudi guerrieri, non avevano conosciuto la civiltà etrusca e

greca senza alterarsi profondamente. I Sanniti, che avevano occupato

città etrusche come Capua o città greche come Cuma, si erano presto

appropriati la lingua, i costumi e soprattutto i vizi di quei popoli

tanto più colti e civili; onde dalla contaminazione della civiltà

etrusca e greca con la rudezza sannitica era nato un popolo nuovo e

bastardo, che aveva rinnegato la stirpe materna. Capua, ad esempio, la

più ricca e la più potente tra le città della Campania, che i Sanniti

avessero presa agli Etruschi, la cui aristocrazia era composta in gran

parte di Sanniti, rinverniciati di civiltà etrusca e greca, era in

guerra continua con la confederazione sannitica. Cosicchè, verso la

metà del IV secolo a. C., questa, felice tra tutte le terre d’Italia,

era un caos. Gli Etruschi l’avevan ormai quasi interamente sgombrata;

ma l’ellenismo si lacerava in discordie furiose, ed ora lottava contro

la potenza sannitica, ora ricorreva a questa per soddisfare i suoi odi

e le sue ambizioni, soggiacendo quasi sempre nell’un caso e nell’altro;

per assimilar poi i barbari vittoriosi, si imbastardiva, pur riuscendo

a svegliare nelle loro rudi anime un orgoglio, una sete di piaceri, una

cupidigia di ricchezze, che presto o tardi rinnegavano la madre patria.

Insomma: l’ellenismo in guerra perenne con sè medesimo e con i Sanniti;

i Sanniti, sempre in lotta con la propria stirpe, imbastardita dalla

civiltà greco-etrusca.

Roma sarebbe un giorno o l’altro costretta a intervenire nei confusi e

sempre inquieti affari della Campania. Quale fu la prima occasione e la

prima spinta non è chiaro; perchè il racconto che Tito Livio ce ne ha

trasmesso è oscuro; e sembra essere stato poeticamente abbellito per

nascondere eventi e fatti, di cui l’orgoglio romano non aveva ragione

di compiacersi. A ogni modo ecco quanto sembra possa congetturarsi.

Nel 343[23] era nata di nuovo guerra tra la confederazione sannitica

e quelle che si potrebbero chiamare le sue rivoltose colonie della

pianura: i Sidicini e i Campani. La guerra era scoppiata da principio

tra i Sanniti e i Sidicini; ma i Sidicini avevano poi ottenuto l’aiuto

di Capua. Senonchè Sidicini e Campani, avendo presto disperato di tener

testa al Sannio, si rivolsero a Roma, dimostrandole che essa doveva

impedire ai Sanniti di stabilirsi nella Campania. Roma, che era alleata

dei Sanniti, esitò lungamente; sinchè — se vogliamo credere a Tito

Livio — Capua si offrì addirittura come suddita a Roma. Non resistendo

allora alla tentazione dell’agro campano, Roma mandò un’ambasceria ai

Sanniti per avvertirli di rispettar Capua, che ormai le apparteneva;

onde nacque e fu combattuta nel 342 la prima guerra sannitica, o quella

che suol chiamarsi così, nelle storie.

Intorno alla quale gli storici moderni hanno disputato lungamente,

dubitando che sia stata mai combattuta. Che Tito Livio ce ne faccia

un racconto di fantasia, non è dubbio; perchè, a volergli credere,

dopo pericoli immensi, miracolosi scampi e straordinarie vittorie

dell’esercito romano, tutt’a un tratto, l’anno seguente, nel 341,

Sanniti e Romani fanno una pace ragionevole. I Sanniti restan liberi

di far la guerra ai Sidicini; i Romani si tengono la Campania, che i

Sanniti promettono di rispettare; di nuovo Romani e Sanniti si alleano.

Senonchè, se questo racconto è oscuro e confuso, non ci par possibile

cancellare dalla storia di Roma questa guerra, sia perchè non è facile

spiegare come e perchè la tradizione l’abbia inventata, sia perchè non

si riesce più a intendere come Capua e Roma vengano la prima volta

a toccarsi. Pare dunque verisimile supporre che Capua sia riuscita,

se non proprio assoggettandosi a Roma, offrendole grandi vantaggi, a

far nascere nel 342 serie difficoltà e un principio di guerra tra il

Sannio e Roma. Ma questa guerra deve aver durato poco, perchè nè Roma

nè i Sanniti volevano impegnarsi fino all’ultimo sangue. Ad ambedue

conveniva più l’intendersi che il combattere.

21. =La rivolta degli alleati latini e il nuovo ordinamento del Lazio

(340-338).= — Senonchè — e a questo punto usciamo dalla congettura per

rientrare nella storia — questa pace era fatta a spese dei Sidicini

e dei Campani. I quali non l’intendevano allo stesso modo. A Capua

un partito — il partito democratico — non aveva accettato l’alleanza

con Roma, che per aiutare i Sidicini e combattere i Sanniti. Questo

partito giudicò dunque la pace tra Roma e il Sannio come la giudicarono

i Sidicini: un tradimento; e, insieme con i Sidicini, fece un passo

molto ardito: si rivolse alla Lega latina e le offrì alleanza contro

Roma. Questa mossa basta da sola a dimostrare quanto profondo fosse

il malcontento della Lega. Difatti la Lega latina, spezzando il patto

secolare che la legava a Roma, accettò l’alleanza; e Roma, alleata al

suo recente nemico, ebbe a sostenere l’urto dei suoi alleati — antichi

e nuovi — unitisi tutti contro di lei.

La nuova guerra durò tre anni; ed ebbe anch’essa vicende di cui

la tradizione non ha conservato un ricordo molto chiaro. Forse fu

anch’essa una di quelle sorprese, che ogni tanto si ripetono nella

storia. Poche guerre sembrano aver da principio fatto più paura a

Roma; e si capisce. Non solo la rivolta degli alleati sconvolgeva

tutto l’ordinamento militare di Roma; ma nessun nemico poteva parere

più pericoloso di questo, che parlava la stessa lingua, adoperava le

stesse armi e da un secolo guerreggiava con i Romani. La tattica e la

strategia romana non potevano aver per lui nè misteri nè sorprese.

Invece la guerra fu facile e breve. Una sola battaglia, vinta dai

Romani a Trifano, sul confine del Lazio e della Campania, bastò a

rompere il fascio delle forze latine e campane, che ai Romani era

sembrato da principio così formidabile: prova manifesta, che era

debole, sebbene non sia possibile spiegare perchè sembrasse tanto e

fosse così poco forte. Sappiamo solo che Capua aveva aderito alla Lega

latina, spinta dal partito democratico; che l’aristocrazia parteggiava

per Roma e mandò a Trifano, in aiuto delle legioni, un contingente di

quella cavalleria capuana che era così famosa, decidendo forse della

vittoria; che la battaglia di Trifano, in una città incerta e divisa,

bastò a far pendere di nuovo la bilancia dalla parte di Roma. Forse

anche in molte città latine, accanto al partito della rivoluzione,

c’era un partito fedele. Comunque sia, la battaglia di Trifano frantumò

la lega latino-campana.

Questa facile vittoria, in una guerra che era apparsa così difficile

e pericolosa, ebbe effetti profondi su Roma. Non solo cancellò dalle

menti gli ultimi ricordi dell’incendio gallico; ma infuse nella

politica della repubblica, sino ad allora così timida, una insolita

risolutezza. Vedendo la lega latino-campana sfasciarsi, Roma non

esitò ad impadronirsi del Lazio e della Campania; e con due anni di

guerra ridusse tutte le città che non si arresero spontaneamente,

dando a tutte un ordinamento nuovo. Al maggior numero delle città

latine non fece subire nè violenze nè confische: lasciò il territorio

e le leggi; tolse solo a tutte _connubia, commercia et concilia inter

se_; ossia sciolse la federazione latina, vietando a ogni città di

fare alleanza, di commerciare e di contrarre matrimoni con le altre,

obbligando ciascuna a contrarre per proprio conto un’alleanza separata

con Roma. A questo modo, invece di trattare da pari a pari con una

potente confederazione, primeggiò come città egemone tra molti piccoli

potentati isolati, di cui ognuno era molto più debole. Nel tempo stesso

Roma provvide ad allargare intorno alla città il territorio romano

dalla parte di settentrione, di levante e di mezzodì. Lanuvio, Aricia,

Nomento, Pedo, Tuscolo, perdettero l’indipendenza e furono annessi

allo Stato romano, con la concessione della _civitas cum suffragio_. Ad

Anzio fu tolta la flotta e nel suo territorio fu dedotta una colonia.

Egual sorte toccò a Velletri e a Terracina. Altre città, come Tivoli,

Preneste, pur restando città latine, quindi indipendenti di nome e

alleate, furono per castigo spogliate di parte del territorio. A Capua

ne fu tolta una striscia sola, piccola e fertile. La stessa Capua,

Fondi, Formia, Cuma e parecchie altre città minori furono sottoposte

alla signoria romana con la _civitas sine suffragio_; il che vuol dire

che ebbero della cittadinanza romana tutti i diritti e tutti i doveri,

tranne il diritto di eleggere i magistrati e di essere eletti.

Questa guerra era, dopo la conquista di Veio, la più felice impresa

compiuta dalla repubblica. Dopo averla compiuta, Roma poteva affrontare

il paragone con gli anni più felici della monarchia. Al trattato

di Spurio Cassio con la lega latina, essa ha sostituito una forte

egemonia. Il territorio romano si stende ormai, comprese le colonie

del Lazio e della Campania, dai monti Cimini fin quasi al Vesuvio,

per circa 6000 kmq.; a cui occorre aggiungere i 5000 kmq. degli

alleati e delle colonie latine; in tutto, più di 10.000 kmq., di cui

la parte propriamente romana doveva contare oltre mezzo milione di

abitanti, e poco meno il paese indirettamente soggetto. Non è quindi

arbitrario argomentare che Roma potesse mettere in campo 50.000 uomini:

gran forza, per quei tempi, se si pensa che, in questi stessi anni,

Alessandro il Grande moveva dalla Grecia a fondare il suo impero con

30.000 uomini. Infine Roma è ormai in contatto con l’ellenismo. Nella

prima metà del IV secolo, la repubblica incominciò dunque a raccogliere

i frutti del suo lungo, ostinato e un po’ confuso lavoro. Che i primi

frutti siano maturati a un tratto, come per una specie di miracolo, non

è da stupire; perchè tutti i grandi mutamenti della storia si preparano

nel silenzio. È invece singolare che i Sanniti abbiano lasciato Roma

allargarsi e rafforzarsi a questo modo. Che i due grandi Stati abbiano

vissuto in pace, sinchè Roma aveva adocchiato le coste del Lazio e

l’Etruria meridionale, si capisce. Ma è più difficile di spiegare come

il Sannio lasciasse Roma insediarsi tranquillamente nella Campania,

che esso aveva ora conquistata, ora perduta e sempre ambita. Eppure non

solo dopo la guerra coi Latini Roma si impadronisce definitivamente di

Capua, di Formia, di Fondi; ma negli anni seguenti deduce due colonie a

Cales (Calvi) e a Fregellae (Ceprano): sentinelle avanzate sui confini

del Sannio. E la confederazione non muove un dito....

22. =La guerra tra Roma e Napoli (327).= — Non c’è che un modo di

spiegar questa inerzia, se non si vuole — e non par che si possa —

apporla alla torpida lentezza della confederazione sannitica, più

valorosa che avveduta. Proprio in questi anni i Sanniti erano alle

prese con un altro nemico, apparso dal mare: Alessandro il Molosso,

zio di Alessandro il Grande, re di Epiro, che i Tarantini avevano

assoldato per combattere i Lucani ed i Bruzzi. Anche nell’estrema

Italia meridionale le città greche della costa guerreggiavano con

le popolazioni indigene dell’interno. I Sanniti, che avevano sempre

combattuto l’elemento greco e difeso l’elemento indigeno, furono

involti in questa guerra, che durò parecchi anni con diverse vicende e

che fu terminata dalla morte di Alessandro. Sembra che questa guerra

abbia costretto i Sanniti a lasciar mano libera a Roma. Ma, morto

Alessandro e ristabilita la pace nell’Italia del sud, alla prima

occasione, il torpido colosso montano dell’Italia centrale e l’agile

atleta del Lazio vennero alle mani. L’ellenismo — che sin dal principio

aveva cercato di prosperare in Italia sulle discordie degli elementi

indigeni — accese la grande guerra tra Roma e il Sannio.

Quel che sia accaduto tra Roma e Napoli non è chiaro[24]. Ma Napoli era

città greca, e perciò sempre ostile all’elemento italico che prevalesse

in Campania: a Roma dunque, l’ultima venuta, la più intraprendente

e fattiva. Che ci fosse a Napoli un partito avverso a Roma è quindi

cosa naturale. Ma come si venne ad una rottura tra Roma e Napoli non

si sa. Per un movimento spontaneo di tutta la popolazione greca contro

l’egemonia romana? Per accordi segreti coi Sanniti? Per un rivolgimento

politico interno?

Non siamo in grado di sciogliere questi quesiti. Certo è che, nel

327, la guerra tra Napoli e Roma scoppiava; e Roma incaricava il

console Q. Publilio Filone di muovere all’assedio di Napoli. Ma quando

il console giunse sotto le sue mura Napoli aveva ricevuto notevoli

rinforzi sanniti. A Napoli Roma trovava dunque il Sannio, alleato

dell’ellenismo. Per quale scopo? Per disputargli forse le conquiste

campane? Roma, fatta ardita dalla vittoria sui Latini, non esitò a

voler chiarita la faccenda, a rischio di una nuova guerra; e, mentre

incominciava l’assedio di Napoli, mandò ambasciatori a chiedere che i

presidi fossero ritirati da Napoli. La confederazione cercò di eludere

la dimanda, allegando che i Sanniti accorsi alla difesa di Napoli

erano dei privati, arruolatisi per proprio conto. Roma allora ruppe gli

indugi e dichiarò la guerra al Sannio.

23. =I principî della seconda guerra sannitica (327-326).= — Il

dado era tratto. Incominciava il duello tra Roma e il Sannio per il

dominio dell’Italia meridionale; quel duello interminabile, che è

uno dei tanti indovinelli della più antica storia di Roma. Anche per

questa guerra bisogna cercar di leggere nelle lacune e nelle oscurità

della tradizione antica. Da principio i due avversari tentarono di

spaventarsi a vicenda con mosse diplomatiche e militari, ma senza

venire a un cimento decisivo. Roma occupò tre cittadine sulla linea del

Volturno — Aflife, Callife e Rufrio — e ne fece tre avamposti romani,

destinati a proteggere la Campania in pieno territorio sannita; poi

cercò alleati nell’Italia meridionale, e riuscì a indurre i Lucani e

gli Apuli a stringere con lei un patto e a promettere armi ed uomini

per la guerra, prendendo a rovescio i Sanniti; ciò fatto, si restrinse

a continuare l’assedio di Napoli. Alla loro volta i Sanniti fanno

scorrerie nei territori romani, cercano alleati tra i Tarantini e si

sforzano di staccare gli Apuli e i Lucani dall’alleanza romana; ma

non sembrano compiere alcuna seria operazione militare e non muovono

un braccio per soccorrere Napoli. Cosicchè in quell’anno non si

combattè che intorno a Napoli. E fidando nel soccorso sannita, Napoli

resistette per tutto il 327. La bella città, gemma d’Italia e occhio

della Campania, una delle pochissime della Magna Grecia, non ancora

sommerse dal flutto tempestoso degli elementi indigeni, che conservava,

come conserverà per secoli, tutti i caratteri di metropoli ellenica;

la bella città, le cui lunghe mura ricordavano al viaggiatore quelle,

ancor più gloriose, che congiungevano Atene alla marina, per un intero

anno costrinse la sua fiorente gioventù ad abbandonare le opere della

pace per far la guardia delle mura e delle porte; per un anno prodigò

le sue ricchezze per stipendiare migliaia di mercenari sanniti, e vide

di giorno in giorno diradarsi le navi in partenza e in arrivo nel suo

bel golfo. Gli opifici cittadini ammutolirono, insieme con le liete

feste cittadine e rionali, celebrate dalle fratrie urbane. Non più

le belle donne napolitane si incoronarono di fiori al ricorrere di

ogni maggio o assistettero agli spettacoli e alle gare periodiche del

teatro, dell’Odeon, dello Stadio. Non più schiere di forestieri d’ogni

foggia e d’ogni paese convennero nella grande città, a commerciare, a

sollazzarsi, ad oziare mollemente, sotto il suo bel cielo. I ginnasi,

palestre dello spirito e del corpo, ove il pubblico in folla veniva

ad ammirare gli atleti più famosi, o ad ascoltare gli oratori più

illustri e più brillanti; ove, fino a pochi mesi prima, ferveva

l’ardore di migliaia di giovani, bramosi di tutte le cose belle, si

erano vuotati. E l’alba del primo giorno del 326 vide Napoli ancora

in armi, inviolata: cosicchè Roma, sorpresa da questa resistenza, fu

costretta ad adottare un provvedimento, che doveva essere padre di

molte conseguenze nell’avvenire: a prorogare il comando al console che

faceva l’assedio e a creare il primo _proconsolato_ romano.

Senonchè la lentezza e le incertezze della confederazione sannitica

resero vana questa tenacia. Sia che non volesse, sia che non potesse,

la confederazione sannitica non mosse al soccorso di Napoli, non assalì

le comunicazioni dell’esercito assediante, non tentò diversioni sul

territorio nemico. Napoli si stancò; il partito della guerra perdette

terreno; la popolazione, rovinata dal lungo assedio, prese in odio

i Sanniti, come alleati malfidi e impotenti. Un bel giorno, i più

cospicui cittadini e gli stessi magistrati intavolarono trattative

per la resa. Il proconsole impose loro, come prima condizione, di

licenziare le milizie mercenarie e di accogliere un presidio romano;

poi stipulò un trattato, che lasciava alla ricca città tutto il suo

territorio, e ne rispettava l’autonomia, salvo l’obbligo di un’alleanza

offensiva e difensiva[25].

24. =L’abolizione del «nexum» (326) e le «forche caudine» (321).= —

Non le armi sole, ma le armi ed il senno fondano gli imperi. Concedendo

condizioni così generose, Roma dava un bell’esempio di senno politico.

Nell’Italia meridionale le alleanze erano mobili come la terra, sempre

percossa dai terremoti. I Sanniti, infatti, eran già riusciti a staccar

dall’alleanza di Roma i Lucani; e a stringere un patto con i Vestini.

Era dunque miglior consiglio amicarsi i Napoletani, che vendicarsene.

Dopo la caduta di Napoli, la guerra languì. Da quel poco che gli

antichi ci raccontano, si ricava che i Sanniti e i Romani continuarono

negli anni seguenti a molestarsi con incursioni, scorrerie, saccheggi,

senza mai venire alla decisione. Senonchè dovunque la milizia è

un dovere civico di tutti i cittadini ricchi e poveri, i poveri

preferiscono le guerre violente ma brevi, alle caute ma lunghe. La

plebe non tardò a lagnarsi di queste lungaggini; e le classi alte se

ne impensierirono tanto, che in questi anni, nel 326, una legge abolì

finalmente il _nexum_. La legge era un compenso dei sacrifici, che la

lunga guerra contro i Sanniti imponeva al popolo. E difatti per un po’

la plebe, pur lagnandosi, ebbe pazienza; poi, come di solito avviene,

si stancò, non fu più paga dei compensi; e incominciò a chiedere guerra

più risoluta e più corta; sinchè nel 322 il partito della guerra

ad oltranza soverchiò nei comizi il partito della prudenza. Consoli

per il 321 furono due uomini nuovi, Sp. Postumio Albino e T. Veturio

Calvino, i quali avevano promesso nei comizi elettorali di passare

all’offensiva, invadendo il paese nemico. Ben tre o quattro legioni

entrarono in quell’anno nel paese nemico dal confine orientale della

Campania, per quello stesso territorio, ove più tardi doveva passare

la via Appia. Ma la via Appia non era ancora stata tracciata. La

difficoltà delle comunicazioni, la precipitazione, la ignoranza dei

luoghi, forse anche la incapacità del comando furono cagione di una

calamitosa disfatta. Nella gola di Caudio, tra le attuali borgate di

Arienzo e Montesarchio[26], in un passo, che gli annalisti avrebbero

descritto coi colori più paurosi, l’esercito romano si trovò d’ogni

parte accerchiato dai Sanniti. Invano gli impeti di un valore disperato

tentarono spezzare quel cerchio di uomini e di ferro. Dopo alcuni

giorni, stremati di forze, scoraggiati, affamati i Romani vennero a

patti col nemico. I Sanniti non vollero trucidare i Romani, provocando

quella guerra mortale, di cui avevano paura: par che qualcuno

proponesse di rimandarli liberi, senza impegni di sorta, sperando che

questo atto generoso li riconcilierebbe durevolmente con Roma. Prevalse

alla fine un partito di mezzo. Il generale supremo, Caio Ponzio

Telesino, stipulò con l’esercito vinto un trattato di pace, con cui

Roma si impegnava a lasciar tranquillo il Sannio e a sgombrare tutti

i territori sanniti occupati e in particolar modo quello di Fregelle;

fece passare sotto il giogo l’esercito e lo rimandò libero, trattenendo

soltanto poche centinaia di ostaggi.

Ma quando l’esercito vinto ritornò a Roma con questo trattato, Roma

lo rinnegò. Il senato — come era suo diritto, del resto — rifiutò di

ratificare la pace accettata dai suoi generali. Esasperati, i Sanniti

si gettano, l’anno seguente, nel 320, su Fregelle e la prendono: a

loro volta i Romani fanno una spedizione in Apulia, assediano Lucera

presidiata dai Sanniti, l’occupano e ci mettono guarnigione, tentando

prendere il Sannio alle spalle e tagliare le comunicazioni con

l’Adriatico. Per un momento pare che i due popoli vogliano cercare una

decisione.... Quand’ecco una nuova sorpresa: la tregua di due anni,

che essi conchiudono nell’anno seguente. Per quale ragione? Perchè

i due avversari desideravano prepararsi meglio? È probabile. Certo è

invece che della tregua l’uno e l’altro approfittarono per affilare

le armi. Fino a quel momento Roma aveva combattuto in aperta pianura,

nel Lazio o in Campania; e perciò aveva potuto servirsi di una unità

tattica numerosa, compatta e armata pesantemente, paragonabile in

una certa misura alla falange ellenica, quale era allora la legione.

Per combattere i Sanniti nelle montagne, occorrevano eserciti mobili

e rapidi. La legione fu dunque sciolta in 45 manipoli, ciascuno dei

quali doveva porsi nella battaglia ad una certa distanza dall’altro,

pur procurando in genere che gli intervalli della prima linea fossero

coperti dai manipoli della seconda; e quelli della seconda dai manipoli

della terza. La distanza fra un soldato e l’altro fu accresciuta;

l’antica e pesante lancia abolita o quasi, e distribuito in sua vece ai

soldati il _pilum_ o giavellotto, che era un’arma doppia, da punta e

da getto. Finalmente, in luogo del pesante e piccolo scudo di bronzo,

di cui sin allora erano state armate solo le prime 98 centurie, tutto

l’esercito imbracciò il grande scudo quadrato di cuoio della seconda

e della terza classe. Anche la cavalleria e la istruzione furono

riformate. Nel tempo stesso Roma cerca di rinnovare gli accordi con

gli Apuli; occupa Teano, Canusio e Ferento, riesce a conchiudere

alla fine un accordo con tutta l’Apulia; cerca di far violenza ai

Lucani, che respingono gli accordi, occupando Nerula. I Sanniti a loro

volta cercano di seminare la ribellione nelle città campane e nelle

vicine colonie, vacillanti dopo la rotta di Caudio; e si preparano ad

assaltare il Lazio, apprestando una specie di leva universale.

25. =Gli effetti politici della guerra e la censura di Appio

Claudio (315-308).= — Nel 315 la guerra divampò di nuovo. I Sanniti

approfittarono di un attacco fatto dai Romani alla cittadina di

Saticula (S. Agata dei Goti), per tentare la offensiva contro il Lazio

dal confine meridionale, tagliare le comunicazioni con la Campania e

impedire che l’esercito romano, operante sul confine sannitico-campano,

tornasse indietro a impedire l’invasione. Di là, sollevando le contrade

che avrebbero attraversate, i Sanniti sarebbero mossi verso il cuore

del territorio romano. I due eserciti cozzarono a Lautule, sul confine

del Lazio. Non è dubbio che l’esercito romano, se non fu annientato,

ebbe però la peggio e dovè ritirarsi. I Sanniti poterono così porre

l’assedio a Terracina (315); il Lazio meridionale e la Campania romana,

Capua non esclusa, vacillarono; Lucera scacciò la guarnigione romana.

Ma Roma non si perdè d’animo. I Sanniti, così impetuosi nel primo

slancio, non osarono arrischiarsi fra la fitta selva delle città e

delle colonie latine, nè riuscirono facilmente ad espugnare Terracina

assediata. Roma ebbe dunque il tempo di approntare nuove difese.

L’anno dopo, due eserciti romani erano già in campo ad operare contro i

Sanniti, l’uno, nel Lazio, di fronte a Terracina; l’altro, in Apulia,

contro Lucera. La battaglia di Terracina segnò la prima riscossa. La

valle del Liri, ancora in tumulto, ritornò in potere dei Romani, e

la Campania, grazie a un colpo di spalla della fedele aristocrazia

capuana, si sottomise di nuovo (314). Lucera fu ripresa; e assicurata

questa volta con una forte colonia di 2500 cittadini. I prosperi eventi

sembrano toglier animo ai Sanniti e ridarlo ai Romani. Questi nel 313

pigliano Nola e ripigliano Fregelle; deducono una colonia a Interamna

sul Liri (Teramo) ed un’altra nelle isole Pontine di faccia al golfo

di Gaeta; nel 312 fanno una spedizione contro i Marrucini. I Sanniti

invece sembrano essersi di nuovo rinchiusi nelle loro montagne e aver

prestato un debole aiuto alle città e ai popoli assaliti da Roma.

Così questa guerra di spossamento si protraeva e si ampliava, alterando

a poco a poco all’interno la composizione e lo spirito della società

romana. Durante la guerra sannitica maturò la conciliazione delle leggi

Licinie-Sestie. Lo spirito esclusivo delle antiche famiglie patrizie

cede finalmente alla forza dei tempi; un numero considerevole di ricche

famiglie plebee occupano le magistrature e il consolato, entrano a

far parte del senato, e nel senato cominciano a mischiarsi con le

antiche famiglie patrizie, formando quell’aristocrazia patrizio-plebea

che governerà la repubblica, per molti secoli. Senonchè anche altri

effetti, meno felici di questo, generava la lunga guerra. Non è

improbabile che con le guerre sannitiche — e per effetto loro —

incominci quella crisi della agricoltura italica, che travaglierà per

più di due secoli la repubblica romana; e proprio il lento logorio

della piccola possidenza e il dilatarsi della grande proprietà a

schiavi.

I soldati romani erano, in questo tempo, quasi tutti piccoli

possidenti, che alla chiamata del console lasciavano la vanga per

la spada, affidando le terre alle donne, ai vecchi, ai fanciulli. Le

guerre lunghe toglievano alla agricoltura, e proprio nelle stagioni in

cui la terra ne ha più bisogno, le braccia più vigorose: con quanto

danno della piccola possidenza è facile imaginare. Il soldo del

legionario era un bel magro compenso. A questo danno si aggiungevano

le morti; poichè ogni colpo nemico, che non andava a vuoto, orbava

una famiglia di un agricoltore nel pieno vigore delle forze, mentre

le bocche inutili non diminuivano. Non è dunque da meravigliare se in

questi anni crebbe il numero dei possidenti rovinati, che andavano a

cercare un pane a Roma, nelle colonie romane o latine; se ai ricchi

fu facile di unire in latifondi e di far coltivare da schiavi molti

campicelli, che erano stati coltivati sin allora da famiglie libere.

In quei tempi di guerre continue gli schiavi dovevano abbondare; nè

il nuovo padrone si curava che la terra, coltivata dagli schiavi,

producesse minor quantità di derrate, se egli ricavava, avendola

acquistata a vil prezzo, un buon profitto.

Ma la guerra, anche in quei tempi, se impoveriva gli uni, arricchiva

gli altri. Un soldato, che partecipasse a una spedizione fortunata in

un territorio ricco, sotto un console generoso, poteva portare a casa

un bel gruzzolo, come parte sua del bottino. Inoltre la guerra, anche

allora, faceva correre il denaro, promoveva certi commerci e certe

industrie, sia pur prendendo agli uni quello che dava agli altri. Ai

trentamila uomini, che quasi ogni anno Roma dovè mettere in campo in

questi anni, occorrevano molte cose: armi, viveri, vestiti. Tra qualche

anno, la guerra sannitica richiederà anche una armata navale. Come

squilleranno allora le incudini degli improvvisati cantieri sulla costa

del Lazio e della Campania! Quanto si affaticheranno sui colli selvosi

del Lazio, nuovo ed antico, le braccia e le accette degli improvvisati

legnaiuoli, per abbattere e spaccare le querci, gli abeti e i pini

della regione, i più belli d’Italia![27]. È questo infatti il momento,

in cui, nel territorio romano, incomincia a circolare la moneta

d’argento; perchè quella di bronzo non basta più ai cresciuti bisogni.

Roma insomma incomincia ad affrontare compiti più vasti, a misurarsi

con difficoltà più grandi, a meglio conoscere l’ellenismo. Anche le sue

idee si allargano. Ne è prova una singolare figura di questo tempo,

che apparisce proprio in mezzo alla aristocrazia romana, sino allora

così ligia alle sue tradizioni, così sollecita dei suoi immediati

interessi: Appio Claudio Cieco, che fu censore appunto tra il 312 e

il 308. In mezzo alle inquietudini, alle spese, alle turbolenze della

guerra sannitica, Appio Claudio inizia due costose opere pubbliche:

un grande acquedotto e una grande strada da Roma a Capua, il primo

tronco della futura e famosissima Via Appia. Nel senato la maggioranza

si spaventa. Roma, per lunghi anni, aveva bevuto l’acqua del Tevere,

delle cisterne o dei pozzi scavati nella città, e nessuno aveva trovato

a ridire. Le vecchie strade del Lazio avevan pur servito alle legioni,

che avevano conquistato prima, difeso poi la Campania. Era quello il

momento, quando lo Stato era stremato dalle spese della guerra con il

Sannio, di porre mano a opere così grandiose e dispendiose? Ma Appio

Claudio è, come sono e saranno tutti i Claudi, un uomo orgoglioso,

risoluto e testardo: egli sa che i tempi cambiano e che Roma non è più

la piccola città di un tempo; capisce che non si può e non si deve

lasciare inoperose tante braccia, che non dissodano più la terra;

e non ostante l’opposizione del senato e le difficoltà dell’erario,

rinnova la grande tradizione edilizia della monarchia, interrotta da

due secoli. Nè basta: vuole anche ringiovanire la costituzione. Tra le

famiglie, che le guerre arricchivano, ce ne erano talune, che avrebbero

potuto servire utilmente lo Stato, rinforzando la nuova aristocrazia

patrizio-plebea. Questi arricchiti di fresco non erano dello stesso

sangue e della stessa carne di quei plebei, che da mezzo secolo,

dopo le leggi Licinie-Sestie, toccavano così agevolmente i fastigi

del potere, e sedevano sugli stalli del senato? Appio Claudio volle

affrettare e allargare quel rinnovamento dell’aristocrazia governante,

che da una generazione o due procedeva abbastanza rapido; e nel

compilar l’albo dei senatori inscrisse nel senato molti plebei ricchi e

attivi, e non esitò ad aggiungere nella lista, perfino qualcuno di quei

liberti, che cominciavano a formare il nerbo del nuovo ceto commerciale

romano. Nè, mentre pensava ai plebei ricchi, Appio Claudio dimenticò

la turba degli artigiani. Esclusa dalle centurie, perchè non possedeva

il censo richiesto ed iscritta tutta nelle quattro tribù urbane, non

poteva prender parte ai comizi centuriati e contava poco o nulla nei

comizi tributi: non aveva dunque diritti; ma aveva dei doveri; perchè

a dispetto delle disposizioni della costituzione serviana, ancora in

vigore in teoria, si ricorreva spesso anche a questi proletari, che non

avrebbero dovuto prestare il servizio militare, quando c’era bisogno

di soldati. Appio Claudio, concedendo che ognuno potesse scegliersi

la tribù, in cui essere ascritto senza riguardo alla sua residenza, li

distribuì in tutte le tribù rustiche, così da accrescerne l’influenza

politica[28].

Ma queste ardite riforme non passeranno lisce. L’aristocrazia romana

gridò allo scandalo contro l’audace novatore, che sconvolgeva

l’ordine civile e politico della repubblica. E come i consoli

dell’anno successivo si ricusarono di convocare il nuovo senato, gli

storiografi dell’aristocrazia condanneranno Appio Claudio e l’opera

sua, e chiameranno a confermare il proprio giudizio il suffragio

della divinità, la quale non avrebbe esitato a punire il grande

censore, privandolo della vista. Ma l’apparizione di questo censore

rivoluzionario, proprio nel bel mezzo della prima grande guerra che

Roma ebbe a combattere per la conquista del suo impero, è un lampo

di luce, che ci lascia intravedere quel che accadeva, per effetto

delle guerre esterne, nella società romana. La forza delle tradizioni

veniva meno; nuove idee e nuovi bisogni nascevano; gli ordini politici

e sociali si aprivano alla gente nuova e al nuovo spirito; le classi

si ravvicinavano, pur odiandosi ed ingiuriandosi, nella fraternità

delle armi. Due leggi che furono proposte nel 311 da tre tribuni della

plebe e approvate, ce lo confermano. La prima disponeva che sedici

dei ventiquattro tribuni militari fossero ogni anno nominati non dal

console o dal dittatore, ma dal popolo. La seconda, che il popolo

eleggesse pure i _duoviri navales classis ornandae reficiendaeque_. Si

incominciava a sentire bisogno di un’armata più forte, e si disponeva

che i magistrati incaricati di approntarla, e di distribuire il lavoro

e le commissioni, fossero eletti dal popolo. Cresceva l’autorità dei

comizi, anche nelle cose militari.

26. =La fine della guerra (311-304).= — Ma in quei tempi, tutti

pieni di armi e di guerre, le riforme di Appio non potevano essere

che un episodio della storia civile. Proprio nel 311, mentre Appio

Claudio stava ringiovanendo la costituzione, un nuovo pericolo nasceva

nel settentrione. Da molto tempo la confederazione etrusca si era

rassegnata alla perdita dei territori meridionali. Neppure la guerra

sannitico-romana sembrò scuotere da principio l’accidia di quel popolo;

forse perchè, se i Romani gli avevano preso l’Etruria meridionale,

i Sanniti lo avevano spogliato della Campania: perdita anche più

dolorosa! Tuttavia, prolungandosi, la guerra tra Romani e Sanniti mosse

alla fine anche la confederazione etrusca. Alleati con i Sanniti, gli

Etruschi posero nel 311 l’assedio a Sutri, una città posta fra i laghi

Cimino (Lago di Vico) e Sabatino (Lago di Bracciano), che Roma aveva

conquistata al tempo della guerra di Veio, e che era una delle più

fedeli colonie latine.

L’Etruria era tuttavia uno dei maggiori potentati dell’Italia; e se

avesse conchiuso l’alleanza con i Sanniti più presto, allorchè la

fortuna delle armi era ancora favorevole a questi, avrebbe potuto

porre in serio pericolo la nascente potenza di Roma. Prendeva invece

le armi un po’ tardi, quando Roma incominciava a temprarsi al nuovo

cimento. Tuttavia, anche se tardivo, l’intervento dell’Etruria non

era un pericolo piccolo. I Romani furono costretti ad assottigliare

gli eserciti operanti contro il Sannio, ad armare nuove milizie e ad

accorrere alla difesa della città pericolante. Ma sloggiare i nemici

dai loro accampamenti apparve ben presto impresa difficile. Invano

ci si provarono gli eserciti romani: onde l’anno seguente il console

Q. Fabio Rulliano, rimasto in Etruria, deliberò di lasciar da parte

Sutri e gli Etruschi assedianti; e, mentre il suo collega andrebbe in

Apulia per trattenere i Sanniti, egli si getterebbe nel cuore della

stessa Etruria, cercando di costringere l’esercito etrusco di Sutri ad

accorrere in difesa della patria minacciata. Mossa arditissima, che,

riuscendo, poteva terminare in poco tempo la guerra, come, fallendo,

condurre a perdizione l’esercito. Ma la mossa riuscì: gli Etruschi,

raccozzatisi in fretta e furia d’ogni parte, furono sconfitti in un

luogo, che è diversamente indicato dagli antichi; le città dell’Etruria

centrale (Arezzo, Cortona, Perugia) si affrettarono a concludere la

pace col vincitore; e poco dopo, liberata Sutri dall’assedio, l’esempio

fu seguito da tutte le città dell’Etruria meridionale (310).

Invece le cose non andarono altrettanto bene nel Sannio, dove l’altro

console, Caio Marcio Rutilo, sembra essere stato in quell’anno

sconfitto. Certo ci fu a Roma un panico e si nominò dittatore Papirio

Cursore, il più provetto tra i generali che avevano combattuto contro

il Sannio. Nel 309 Papirio sembra aver restituito ai Sanniti il colpo

da questi inferto l’anno prima ai Romani; e Rulliano avere vinto

definitivamente, in una seconda battaglia presso Perugia, gli Etruschi,

che ancora non avevano fatto pace. Ma, pacificata l’Etruria, ecco, nel

308, parecchie popolazioni dell’Italia centrale, alleate più per forza

che per amore, gli Umbri, i Marsi, i Peligni, e una parte degli Ernici,

approfittare delle strettezze, in cui Roma si dibatteva, per ricuperare

la indipendenza. Roma dovette affrontare anche questi nuovi nemici,

fra cui primeggiava la confederazione umbra. E li affrontò non senza

fortuna, nel tempo stesso in cui Nocera, l’altra città della Campania

ancora in possesso dei Sanniti, cadeva. Ormai il Sannio era esausto e

Roma vicina ad esaurirsi. Si avvicinava il momento dello spossamento

supremo, in cui quello dei due belligeranti, che avesse conservato

l’ultima riserva per l’ultimo sforzo, potrebbe debellare il rivale. I

consoli del 306, alla testa di quattro legioni, ritentarono l’invasione

del Sannio, fallita nel 321 con la disfatta di Caudio. Il Sannio

era proprio sfinito; e fu invaso, percorso e devastato, senza seria

resistenza. Non si arrese tuttavia ancora; raccolse anch’esso le sue

forze; e l’anno seguente, nel 305, tentò una incursione in Campania.

L’esercito fu vinto; il territorio di nuovo invaso; Boviano, uno dei

principali centri del Sannio, e lo stesso generale supremo, Stazio

Gellio, caddero nelle mani dei Romani.

La guerra era finita e la pace, tanto desiderata ed attesa dalle due

parti, era conchiusa l’anno successivo. Le condizioni sono mal note;

ma da quel poco che se ne sa, non sembrano adeguate, per il vincitore,

alla lunghezza della guerra. L’antica alleanza romano-sannitica dovette

essere ristabilita con qualche clausola, forse, più favorevole a Roma,

ma senza subire alterazioni sostanziali. Neanche un palmo del Sannio

propriamente detto fu ceduto dai Sanniti. Essi perdettero solo le loro

conquiste migliori e tra queste la Campania tutta, che del resto, al

principio della guerra, già non era più nelle loro mani.

Ma non ostante le poco dure condizioni di pace, la potenza sannitica

fu distrutta da questa guerra. Non solo i Sanniti furono ridotti

entro i confini del loro antico territorio; ma, separati dal Tirreno

per la perdita della Campania, non potevano ormai più evitare di

essere esclusi tra poco anche dall’Adriatico. Da questa parte, essi

comunicavano ancora con il mare per il territorio dei Frentani, amici o

soggetti: ma la loro debolezza e le arti romane chiuderanno tra poco,

per sempre, anche quella via. Altrettanto invece era cresciuta la

potenza politica e militare dei Romani. Non così forse per le vittorie

campali, come per la prova che avevano fatta della forza loro, e per

i nuovi territori acquistati. Roma era ormai, alla fine della prima

guerra sannitica, il più temuto e il più vasto degli Stati italici,

poichè il suo territorio aveva quasi raggiunto gli 8000 kmq. e,

contando anche i territori degli alleati, 28.000 kmq.

Roma antica, Vol. 1/3 · 第 17 / 60 题