Il poeta mette gli uomini tra la tenebra, _tò scótos_ e la luce, _tò
phôs_. Essi hanno preferito _tò scótos_.
«E gli uomini amarono meglio la tenebra che la luce». Quale è la luce?
la sinistra fiaccola che gira nel palazzo vuoto? il baglior della lava?
Certo è la verità, e la verità discopre, per il Leopardi, la rovina e
la morte, la morte totale ed eterna; come quel bagliore,
che di lontan per l'ombre
rosseggia e i lochi intorno intorno tinge,
non rivela che macerie, nell'orrore della notte, e vacui teatri e
templi deformi e rotte case, uno scheletro di città; rivela che tutto
è in balia del caso, che non esiste legge di progresso, che aspra è la
nostra sorte e depresso il loco, e tutto passa e tutto muore.
La vita umana è un deserto su cui domina la minaccia eterna dello
sterminio. Questo è _tò phôs_. Ma l'uomo alla luce rivolge il tergo
vigliaccamente; gli piace d'illudersi, sogna progresso, libertà,
civiltà, grandezza, provvidenza, eternità. Superbe fole! che già
cominciate a distruggere, tornano ora a rifiorire. L'uomo ha paura
della morte e pargoleggiando si dà a credere di essere immortale.
Questo dice l'ultima voce del poeta; e fin qui si può dire che
si ripeta. Si può anzi domandargli: — E perchè invidiare la soave
illusione a' tuoi simili, o Tristano? Perchè chiamare, in certo modo,
vigliacco il povero bambino che teme del buio? che utile c'è nel
confermargli la sua paura? nello accrescergliela? Egli è adunque al
buio, il povero bambino, ma pensa: Di là c'è mamma che ha il lume
acceso o lo accenderà a una mia chiamata. No: tu suggerisci al suo
cuore: no, no: non è tua madre, e non è là col lume acceso o da
accendersi a un tuo lamento: è la matrigna, matrigna in volere se
anche madre in parto; ed è uscita, perchè non si cura di tuo bene o
di tuo male, e pensa a tutt'altro. Trema, piangi e dispera: il buio è
infinito. L'alba non verrà mai. Quando canterà il gallo, tu ti leverai
per adagiarti nella sepoltura.