Di un Don Giovanni da dozzina e delle pretensioni che aveva.
Dal bel principio di questo racconto si è fatto cenno di un Arturo
Ceretti, figlio del padrone di casa del signor Lorenzo Salvani,
notando che il giovinotto, salvo il nome attillato e profumato di
Arturo, era tutto suo padre, il vecchio Nicola Ceretti di Molassana,
antico muratore e capomastro arricchito. Aggiungeremo adesso che era
bianco e roseo; che aveva il naso un po' stiacciato e gli occhi
scerpellini, ma che i suoi capegli biondi erano sempre arricciati e
lisciati; che era lungo, allampanato e discretamente ciuco; la qual
cosa non si argomentava soltanto da due lunghi orecchioni che gli
uscivano di riga ai due lati del volto.
Ora che l'abbiamo messo fuori, calziamolo e vestiamolo della roba sua;
calzoni stretti di color grigio perlato, con le sue liste nere sulle
costure; un abitino tra la giubba e il farsetto, di color caffè, i cui
petti si abbottonavano a stento sull'alto del torace; un panciotto di
velluto lavorato a scacchi rossi e neri, ed una cravatta di non
sappiamo quanti colori. Una catenella d'oro a quattro file gli usciva
da un occhiello del panciotto, la quale sosteneva parecchi ciondoli,
gingilli ed altri picchiapetti, scendendo con una gran curva ad
affondarsi nel taschino, dove era raccomandata all'anello di un
orologio che il nostro Arturo faceva spesso vedere, col pretesto di
guardar l'ora.
Nè vanno dimenticati gli anelli, che erano in buon dato, e se il
nostro personaggio non ne portava ad ogni dito, come gli Assiri, ne
aveva per contro due o tre ad un dito solo, tanto per non esser troppo
da meno di quei popoli. Il nodo della cravatta era inoltre fermato da
una grossa spilla ornata di brillanti. Il cappello era di feltro nero,
come quello di tutti gli altri mortali; ma noi mettiam pegno che se il
giovine Arturo Ceretti avesse potuto spiccare dal chiodo uno di que'
cappelli d'oro che stanno per insegna sulle botteghe di certi
cappellai, lo avrebbe volentieri portato.
Con tanto sfarzo, e con tanto sforzo di eleganza, il signor Arturo
Ceretti non ci aveva altro di eletto che il nome. Voleva parere un
damerino, e riusciva una figura grottesca; copiando dai re della moda
non era mai vestito a modo. Il suo sarto s'era già parecchie volte
sentito tenero di dirgli: per carità, la non confidi a nessuno che
sono io che la vesto!
Ma adesso, dallo sfoggio degli abiti nessuno argomenti che il nostro
Arturo fosse uno scialacquatore come tanti altri. Era anzi misurato in
ogni cosa; non giuocava a nessun giuoco, e segnava sul taccuino le
buone e le male spese, per tirar la somma alla fine del trimestre. Il
trimestre era il concetto fondamentale della sua testa. Gli averi di
mastro Nicola, suo rispettabile genitore, consistevano in otto o dieci
case, le quali davano il frutto di un'ottantina di appartamenti; e lo
davano, perbacco! I Ceretti, padre e figlio, non usavano concedere
proroghe a' loro pigionali, nè condonare il fitto alla povera gente.
Il trimestre era il perno di una ruota che girava di continuo, e i
denti dovevano incontrarsi nelle pigioni anticipate; se no, la mercè
dei soliti congegni, saltava fuori la citazione dal giudice.
Ora, siccome mastro Nicola sapeva leggere poco, e scrivere anche meno,
il nostro Arturo teneva i conti, faceva egli stesso le scritte meglio
di un notaro, e non gli sapeva male; che anzi ci aveva gusto. La
protuberanza dell'abbaco doveva essere molto rilevata nel suo cranio,
e, posta accanto a quella dell'egoismo, doveva formargli una specie di
Parnaso, montagna poetica, la quale, se ben ci ricorda, aveva due
cime.
E il fonte Castalio? diranno i lettori. Se il Parnaso c'era, il fonte
non doveva mancare. Il fonte era degnamente rappresentato da una vena
amorosa che spicciava sempre, sebbene non iscaturisse dal cuore. Ma
che volete? Sotto l'abbaco e l'egoismo, vette nevose del suo Parnaso,
quell'amorosa fontana non poteva dare acque limpide e salutari. Potete
dunque argomentar di leggieri che amorazzi fossero i suoi. Correva
dietro ad ogni femmina in cui si abbattesse per via; Don Giovanni di
razza bastarda, passava il tempo a caccia di dubbie virtù, di bellezze
da tanto alla giornata.... e condonateci la parola, che potremmo dir
peggio.
Bisognerà tuttavia esser giusti. Arturo Ceretti era dolente di non
aver tra mani selvaggina migliore, e si struggeva dal desiderio di
esser prescelto da qualche gran dama. Piantato sull'angolo di una
strada, in un crocchio di amici, vedeva passare le più lodate per
bellezza, e le più tartassate per tutto il rimanente; ma per lui non
c'era un bel nulla; doveva restringersi a contar le fortune degli
altri. Teneva il suo scanno a teatro; e là, negli intermezzi del
melodramma, ritto in piedi, con le risvolte dell'abito aperte, si
atteggiava da conquistatore; ma ohimè! nessuna delle sospirate
bellezze rispondeva da un palchetto alle guardate supplichevoli del
suo cannocchiale, sebbene fosse incrostato di madreperla.
Ora indovinate a chi facesse l'occhiolino, costui! Alla fanciulla di
casa Salvani. Come vedete, ci aveva buon naso. Qualcheduno gli aveva
detto un giorno che la sua pigionale dell'ultimo piano era un fior di
ragazza, e che egli certamente, da quel gran cacciatore che era, aveva
dovuto porle gli occhi addosso, sapendo bene che non era sorella di
quello spiantato del Salvani. Non era vero che egli le avesse posto
gli occhi addosso; ma, con quel dargli la soia, gli amici lo avevano
messo al punto. Da quel giorno il Ceretti si ficcò in capo che avrebbe
potuto dar corpo alle celie dei compagni.
Maria non era sorella di Lorenzo; tutti lo dicevano. Che cosa era
dunque, se non una amica? E se era un'amica, perchè non avrebbe egli
potuto farsi innanzi? I quattrini, diceva Arturo Ceretti, son tutto;
ed io ne ho, dei quattrini! Ora vedremo un po' se non si ha da venirne
a capo.
Certa gente ha il privilegio dei mali pensieri. Chi mal fa, mal pensa,
dice il proverbio. E il nostro Don Giovanni da dozzina aveva fatto un
conto, come sanno farne i suoi pari.
Egli dunque faceva l'occhiolino alla ragazza, con quella sicurtà che è
propria di certi figuri, e che cresce anzi in ragione diretta delle
loro sconfitte. Ora immaginate come dovesse il nostro Ceretti essere
sicuro del fatto suo! Non c'era verso che la fanciulla di casa Salvani
lo guardasse in viso, sebbene le cento volte, come suo casigliano,
egli si fosse messo in mostra, o nelle scale, o alla finestra del
cortile, dove, la mercè di un gomito che facevano gli appartamenti,
egli poteva vederla e farsi vedere di sbieco.
Questo giuoco durava da un pezzo, allorquando l'occasione si offerse
al giovine Arturo di metter piede in casa della sua bella pigionale.
Il giorno del trimestre anticipato era venuto, ma il dente della ruota
non aveva nulla in cui potesse incastrarsi; il che, vuol dire che
Lorenzo Salvani non aveva pagato.
Era quello il caso di mandare la citazione; ma per quella volta il
meccanismo dei Ceretti si dipartì dalle sue astiose consuetudini. In
cambio dell'usciere, andò il giovine Arturo, vestito con quella
eleganza che i lettori conoscono, carico d'oro, di profumi e di
smancerie.
E già s'intende che egli, per andare in casa Salvani, aspettò che
Lorenzo non ci fosse; di guisa che gli venne fatto avere un primo
colloquio con la bella Maria. E dopo il primo venne il secondo, il
terzo e via discorrendo, perchè Lorenzo Salvani aspettava una certa
somma di denaro, la quale non giungeva mai. Arturo dal canto suo non
incalzava, contentandosi di spesseggiar colle visite. Maria non poteva
lagnarsi dei modi riguardosi del padrone di casa, e in quanto alle
occhiate, fingeva di non addarsene punto.
Il trimestre, che s'aveva a pagare anticipato, cominciava dal primo di
aprile; ma tra questi indugi s'era giunti alla fine di maggio; laonde,
se si aspettava ancora un po', c'era l'altro trimestre da mettergli
accanto.
Lorenzo vedeva benissimo tutto l'orrore del suo stato; ma che farci?
Egli era al lumicino. Aspettava certi denari da un tale che era
debitore di suo padre, ma che faceva orecchi da mercante. Per colmo di
sventura, da due mesi gli si era inaridita quella scarsa vena di
guadagno che egli ritraeva dal bottegaio, a cui teneva i libri. Una
sera, andando dal suo Creso per la consueta bisogna, il povero giovine
aveva ricevuto il suo congedo.
--Perchè? non siete voi contento di me?--aveva egli chiesto al paffuto
salsamentario.
--Dio guardi!--aveva risposto costui.--Mio nipote, che sa
l'aritmetica, ha detto che va tutto a puntino, ed io poi non ho a
lagnarmi di Lei. Ma che vuole? Mia sorella è vedova con tre ragazzi, e
non ha chi le dia da vivere. Ella mi ha tanto pregato di pigliarmi il
suo primogenito in bottega, che io non ho potuto dirle di no. Il
sangue non è acqua! Il ragazzo è di buon'indole; sa il fatto suo, come
ho detto, ed io, tenendolo qui in bottega, faccio, come suol dirsi, un
viaggio e due servizi.--
Non era punto vero quello che il paffuto salsamentario diceva a
Lorenzo con tanto candore, e il nostro giovinetto non poteva
indovinare che sotto quel melato discorso ci fosse un tiro dell'uomo
vestito di nero, dell'amico di Ernesto Collini. Giunto a trapelare la
faccenda di quella tenuta di libri, lo scaltro Bonaventura aveva fatto
dire al bottegaio non esser dicevole che egli tenesse a fargli i conti
quel giovane, il quale aveva mano in certi garbugli politici, con
quella gente che voleva rovesciare il governo, arruffare la cosa
pubblica e dar di piglio nella roba altrui; però badasse egli alle
cose sue e non si ostinasse a tenerlo presso di sè, che gliene sarebbe
potuto derivare gran danno.
Questo discorso, dettato dal padre Bonaventura, era fatto al paffuto
salsamentario da un suo vecchio compare, il quale gli aveva sempre
voluto un gran bene, e col quale il bottegaio poteva aprirsi
liberamente.
--Che diamine mi narrate voi mai!--esclamò il salsamentario, facendo
gli occhiacci.--Io non sapevo che il signor Lorenzo fosse un briccone
di questa fatta, e l'ho sempre avuto in conto di un giovine dabbene.
Ma ora, come potrei farne senza? Mi tiene i conti così pulitamente!
Bisogna vedere che fior di scrittura!...
--Oh! se non è altro che questo,--rispose il compare,--io ci ho
proprio quello che fa al caso vostro.
--Davvero?
--Sì, un giovane che mi è raccomandato dal reverendo Bonaventura.
--Bonaventura!... Mi par di conoscere questo nome.
--Eh, certo lo conoscerete. È quella degna persona che abita in casa
Torre Vivaldi. Il signor Antoniotto lo ha in tale concetto, che ha
voluto dargli un quartierino nel suo palazzo.
--Ah sì, mi ricordo,--disse il salsamentario,--è proprio un sant'uomo.
E poi, casa Vivaldi si serve da me; e non fo per dire, è molto
contenta della mia bottega.
--Orbene, una ragione di più per accettare il giovine raccomandato dal
reverendo Bonaventura. Vedete, compare; que' signori la sanno più
lunga di noi, e se vi dicono che bisogna levarsi di bottega
quell'arnesaccio, credete pure che ci avranno delle buone ragioni.
--Dite benissimo. Fate venire questo giovine. In quanto all'altro,
metterò insieme quattro chiacchiere per mandarlo a spasso.--
In questo modo era stato congedato Lorenzo. Egli non sapeva nulla di
ciò; nè, come dicemmo, poteva indovinare che quel tegolo venutogli sul
capo, gli fosse stato accoccato da qualche mano nimica. Gli pareva
opera del caso; epperò aggiustando fede al racconto piagnoloso del
bottegaio, ebbe anzi a lodarlo della sua carità di consanguineo, e se
ne andò con l'amarezza nell'anima.
Erano ottanta lire al mese che egli perdeva in un tratto. Ora, come
avrebbe egli potuto, non che pagar la pigione, provvedere ai bisogni
quotidiani di casa?
Lorenzo era pronto nelle sue deliberazioni, e appena tornato a casa,
aveva dato a Michele il suo orologio e la catena d'oro, perchè li
portasse al Monte di Pietà. Ma le cento lire che ne aveva ricavato non
approdavano a nulla. In casa non c'era più altro che il puro
bisognevole; di guisa che, spese quelle cento lire, non c'era più da
fare assegnamento su d'una capocchia di spillo.
Son questi i misteri dolorosi; e sono particolarmente i misteri di
quel ceto, in apparenza agiato, ma a gran pezza più povero e più
compassionevole del ceto dei braccianti. L'artigiano non ha a
studiarsi di parere, non ha obbligo di tenere la dignità conveniente
di uno stato, dal quale il mondo giudica un uomo, e senza il quale
quest'uomo è perduto senz'altro nella estimazione universale, e gli
vengono meno quelle attinenze che lo aiutavano a reggersi.
Infatti, gli usi del vivere, una certa larghezza nelle spese che
paiono superflue, il modo di vestire, tengono un uomo a galla nel
__mare magnum__ della società. Si sa che non è ricco, ma si sa pure
che vive senza chiedere la limosina ad alcuno. Può aver bisogno di voi
per un verso, e voi potete aver bisogno di lui per un altro. E
frattanto le costumanze sociali, la gente con cui bazzica, e tante
altre piccolissime cose, formano intorno alla sua modesta persona
quella ragionevole accolta di forze che lo tengono ritto. Ma se una di
queste vien meno, le altre le rovinano addietro, e a rivederci
coll'equilibrio! Nessuno aveva regalato mai nulla a quell'uomo, ed
egli cavava profitto dall'attinenza di tutti. Però, se egli cade, non
c'è un cane che lo rialzi. Se qualcheduno per avventura si accosta,
fiuta un tratto.... e basta così.
Grande miseria, quella del signore povero, quando non ha più modo di
tenere la faticosa dignità del suo stato! Se è un onest'uomo, tra per
la disdetta sua e pei mille raffronti, che gli vengono spontanei,
delle sue spregiate tribolazioni coll'onorata larghezza di certi
felici bricconi, cola rassegnato a fondo, e talvolta anche s'aiuta a
sommergersi, per affrettar l'agonia. Se non è di tempera così forte da
cansare il mal esempio, s'aggrappa ad ogni cosa che galleggi, e così
di ruffa in raffa s'industria, che, pur navigando sulla strada della
galera, qualche volta la sfugge, e diventa un uomo per la quale,
magari un pezzo grosso.
Ma basti di ciò, per non dar noia al lettore, che dobbiamo condurre in
casa di Lorenzo Salvani, povero vergognoso della specie onesta,
siccome è già noto.